Arte al femminile (177)

Rebecca Solomon nasce a Londra nel 1832, una degli otto figli di Michael Meyer Solomon e di Catherine Levy. La sua è una famiglia di commercianti ebrei appassionati di arte e due fratelli, Simeon e Abraham, diverranno pittori famosi. Rebecca acquisisce i primi elementi di tecnica pittorica dal fratello maggiore, Abraham e viene poi iscritta presso la scuola di Design Spitalfields. Espone presso la Royal Academy of Art tra il 1852 e il 1868, presso la Galleria Dudley e la Galleria Francese di Gambart. Rebecca s’interessa anche di problematiche sociali, soprattutto riguardanti la posizione delle donne nella società inglese. Si batte, con altre 38 artiste, perché la Royal Academy of Art permetta la frequenza a tutti i suoi corsi anche alle donne. Nel 1886, all’età di 54 anni, Rebecca muore, dopo essere stata investita da una carrozza sulla Euston Road, nel centro di Londra.

La sua è una pittura di genere attenta ai pregiudizi e alle discriminazioni di classe presenti nell’età vittoriana. Alla fine degli anni ’50 passa alla pittura classica e storica, evidenziando sempre tematiche legate alla condanna delle ingiustizie sociali.

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Vivere di nostalgia…

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La vita intera ti ho dato è un romanzo che sviluppa due filoni narrativi: da una parte la vicenda di Cuca e del suo amore per Juan, e dall’altra cinquant’anni di storia cubana, descritti con disincanto e delusione. Il titolo si riferisce alla passione fedele di Cuca, che giovanissima conosce Juan, con cui ha una travolgente relazione. Juan è costretto a lasciare Cuba e Cuca si trova da sola con una figlia da crescere, lavori faticosi per mantenersi, fedeli amiche stravaganti e condizioni economiche generali sempre più difficili. “La vita è un treno di delusioni e i biglietti sono gratis” dice. Ormai anziana ritrova Juan, ma tutto ormai è disfatto in lei e intorno a lei, in una città, L’Avana, “divenuta macerie e polvere”.

Atmosfere caraibiche, con sfondi di canzoni e boleri: scrittura brillante e intensa.

Zoe Valdés: esule per scelta, nasce all’Avana nel 1959. Nel 1993 arriva a Parigi, dove lavora alla delegazione cubana dell’Unesco e nell’ufficio culturale dell’ambasciata cubana a Parigi. Tutti i suoi romanzi denunciano il suo odio-amore per Cuba.

“Zoé Valdés, libro dopo libro, continua a raccontare nel suo stile originale, libero e torrenziale, un’assenza che oramai somiglia a una vera e propria malattia. Cuba, o meglio quell’isola, come viene chiamata dall’autrice, intesse con lei, e lei con la terra nativa, la sua Itaca, un dialogo interiore che ci riporta in ogni pagina le onde del mare che scoppiano in schiume impalpabili, l’odore del mango e della canna da zucchero ma soprattutto una miriade di rapporti umani intessuti di sentimenti vorticosi, fondendo mirabilmente vita vissuta e letteratura.”

Ritrovare se stessi…

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Il piroscafo olandese inizia con un incidente d’auto nella campagna toscana, che vede coinvolta una donna, lasciando in sospeso come questo sia finito. A distanza di tempo troviamo la protagonista della storia, scampata miracolosamente all’incidente in questione, ad Amsterdam, in una specie di volontario esilio, per ricostruire una propria nuova dimensione di vita. Si dipana man mano, per squarci, la storia di un amore intenso, iniziato e finito proprio nella città olandese. I personaggi che la protagonista incontra nel suo inquieto isolamento le offrono pian piano nuove prospettive e le fanno riprendere in mano il proprio destino, senza rimpianti. Abbiamo la capacità immaginativa di Olli, vecchia d’età, ma vivacissima di spirito; il cinismo di Joke, impulsiva e confusa; le inquietudini di Jan, fotografo dilettante; la dolcezza e fermezza di Saskia. Il tutto si svolge tra le brume e i canali di Amsterdam, con cieli plumbei o di un candore cristallino.

Un romanzo piacevole, costruito intorno ai flussi di pensiero della protagonista. Il piroscafo simboleggia la dimensione fantastica, il sogno cui dobbiamo saperci abbandonare.

Valeria Viganò è nata a Milano e vive a Roma da vent’anni. Scrittrice e giornalista, ha pubblicato, tra gli altri libri, Il tennis nel bosco (Theoria 1989), Prove di vite separate (Rizzoli 1992) e Il piroscafo olandese (Feltrinelli 1999). Collabora con “l’Unità” e “La Repubblica”. Con Nottetempo ha pubblicato La scomparsa dell’alfabeto nel 2009. Ha pubblicato vari racconti, scrive per giornali, per il teatro, per la radio. Lavora come traduttrice ed è chief editor de La Rivista Intelligente. Insegna scrittura narrativa da vari anni, collaborando con la scuola Omero, La Casa delle Letterature, la John Cabot University. Ha fondato la Scuola di Scrittura Valeria Viganò, che ha sede presso Nottetempo edizioni, a Roma.

Arte al femminile (176)

Ci sono artiste che passano come comete nel mondo dell’arte, lasciando preziose testimonianze del loro genio. Nell”800 frequenti sono le morti per parto e Joanna Mary Boyce è una giovane artista, che muore proprio per complicanze conseguenti alla nascita di un figlio.

Joanna Mary Boyce nasce a Londra nel 1831, figlia di George Boyce, un ex commerciante di vini, arricchitosi con un banco dei pegni, e di Anna. Sin dalla tenera età dimostra grande predisposizione per il disegno. A 18 anni entra nell’Accademia d’arte di Cary. Passa poi alla scuola di Newman Street, avendo come maestro James Matthews Leigh. Interrompe la propria formazione per alcuni anni per la malattia prima del fratello George, poi del padre, che muore. A 23 anni riprende gli studi. Il primo lavoro che espone in una mostra presso la Royal Academy è una testa a grandezza naturale, quella di Elgiva, nobildonna anglosassone. Nel 1855 parte per Parigi, dove frequenta un atelier artistico. Nel 1857 è in Italia e nel dicembre dello stesso anno sposa a Roma Henry Tanworth Wells. A Roma lavora su vari soggetti. Ha tre figli: Sidney, Alice e Joanna Margaret, che ritrae con grande affetto e realismo. Muore nel 1861, in seguito a complicazioni dopo la nascita del terzo figlio. La morte in così giovane età, 29 anni, la coglie in un momento di slancio e fiducia verso il proprio lavoro. La piccola raccolta di sue opere viene impoverita dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e si è salvato qualcosa in collezioni private.

Nel 1935 si è tenuta una mostra di suoi lavori presso la Tate Gallery.

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Arte al femminile (175)

Gli Stati Uniti nella seconda metà dell”800 offrono il quadro di una società in continua evoluzione, dove anche le donne riescono, seppur con difficoltà, a trovare un piccolo spazio di autonomia.

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Harriet Hosmer nasce nel 1830 a Watertown, Massachusetts, una città sul fiume Charles, figlia del medico Hiram Hosmer e di Sarah Grant. Harriet è l’unica figlia, dei quattro della coppia, a raggiungere l’età adulta. Nella famiglia sia i fratelli che la madre muoiono di tubercolosi. Il padre, rimasto solo con una bambina di 5 anni, si convince che una vita all’aria aperta, senza vincoli, sia indispensabile per lei. Harriet, Hatty per tutti, cresce così indipendente e selvaggia, tanto che le famiglie del quartiere in cui vive sono restie a lasciar giocare con lei i loro bambini. I suoi misfatti e i suoi scherzi sono leggendari nella piccola comunità sulle rive del fiume Charles. Divenuta adolescente viene espulsa da parecchie scuole. Il padre le fornisce una pistola, un cavallo, un cane, un calessino. Hatty passa quasi tutto il tempo fuori casa, riempiendo la camera di creature selvatiche che uccide e fa impagliare. Il padre le fa seguire un corso di preparazione fisica per cui diventa esperta in canottaggio e pattinaggio. Viaggia da sola nel deserto della parte occidentale degli Stati Uniti e visita gli indiani Dakota. Dopo aver frequentato per tre anni una scuola per ragazze a Lenox, si appassiona alla modellazione e alla scultura. Grazie all’interessamento di un amico di famiglia frequenta un corso di anatomia al Missouri Medical College. Studia poi a Boston e poi si dedica alla scultura a casa, sino a quando, negli anni 1853-1860, si reca a Roma con il padre e l’amica Charlotte Cushman. A Roma frequenta un gruppo di artisti e scrittori di talento. Fa anche tappe a Firenze, ospite di Elizabeth Barrett. Tornata in patria, progetta macchinari e nuovi processi per la lavorazione del marmo. Si trasferisce a Chicago e poi a Terre Haute, nell’Indiana.

Muore nel 1908 a Watertown.

Viene ricordata come la prima donna americana ad avere reputazione internazionale nella scultura.Il carattere tempestoso trova un interessante contrasto nella linearità e classicità dei suoi lavori.

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Arte al femminile (174)

Contemporanea di Lilly Martin Spencer (v.n.173) è Ellen Robbins, maestra nella raffigurazione di fiori e foglie. Vive anche lei il periodo della guerra civile, ma nei suoi quadri vi è solo la bellezza dei fiori e delle foglie: un invito a guardare lo splendore della natura.

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Ellen Robbins nasce nel 1828 a Watertown, nel Massachusetts, circa 9 miglia a ovest di Boston, ultima dei 7 figli di un imprenditore, che muore quando lei è ancora bambina. L’incendio della fabbrica paterna si unisce al lutto familiare, lasciando la famiglia in drammatiche condizioni economiche. Ellen inizia a lavorare molto presto come cucitrice, senza grande passione. Continua a pensare a una scatola di acquarelli regalatale da una zia e durante le sue visite a parenti nel New Hampshire, sperimenta la raffigurazione di fiori che osserva nelle sue passeggiate. Impara quest’arte come autodidatta e prende alcune lezioni private da Stephen Salisbury Tuckerman (pittore specializzato in pitture marine).

A 20 anni inizia a lavorare come illustratrice di libri e si specializza nella rappresentazione di fiori. Ottiene successo e per ogni testo, che contiene una media di 20 disegni, ottiene la cifra allora considerevole di 25 $. Decide quindi di passare dai fiori alle foglie d’autunno, con tutte le loro sfumature di colore. I suoi lavori sono di un realismo impressionante.

Amplia progressivamente le sue attività e vende dipinti originali presso un negozio di Boston. Il suo lavoro diventa di moda sia in America che in Inghilterra. Dipinge elementi botanici ispirati allo stile cinese, allora in voga, e decora mobili. Crea disegni per tessuti e piastrelle, oltre che sfondi per ricami. Nel 1850 inizia a insegnare pittura ad acquarello. Alla fine degli anni ’60, dopo l’introduzione della cromolitografia, viene assunta dal tipografo Louis Prang per creare una serie di fiori e foglie d’autunno da vendere come stampe. Attraverso le sue conoscenze di Boston, viene invitata a creare un fregio per il Wellesley College. Il crescente successo le permette di viaggiare e godere di periodi di vacanza in estate, trascorrendo molto tempo nel Maine e al largo della costa del New Hampshire, nella residenza estiva della scrittrice Celia Thaxter, luogo di ritrovo di artisti e scrittori. Si sposa nel 1858, ma non ci sono notizie sul marito: a lui dedica una collezione di disegni, in occasione del decimo anniversario di matrimonio, non indicandone il nome.

Nel 1873 fa un viaggio in Europa con la sorella. Nel 1896 pubblica una serie di articoli sul New England Magazine, riflettendo sulla sua vita. Titolo degli articoli è “Reminiscenze di un pittore di fiori”. Muore nel 1905 a Boston.

La Biblioteca Lenhardt del Giardino Botanico di Chicago ha 18 splendidi acquarelli della Robbins. Suoi lavori si trovano anche al Metropolitan Museum of Art.

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Arte al femminile (173)

A metà dell’’800 negli Stati Uniti convivono due mondi destinati a scontrarsi in una sanguinosa guerra civile. Il Nord è ricco di manodopera, costituita soprattutto da immigrati, con una potente industria, una borghesia intraprendente e un efficace sistema di trasporto. Il Sud ha una società rurale conservatrice, con un’oligarchia terriera dedita alla produzione di cotone, tabacco e canna da zucchero, un sistema di produzione schiavista e razzista. La guerra mette in difficoltà anche gli artisti, che a volte si rifugiano in un ideale mondo domestico, come fa Lilly Martin Spencer.

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 Lilly Martin Spencer nasce nel 1822 a Exeter, in Inghilterra, da genitori di origine francese: Gilles Marie Martin e Angelique Perrine Le Petit. Nel 1830, quando Lilly ha 8 anni, la sua famiglia emigra a New York. Dopo 3 anni i Martin si trasferiscono a Marietta, nello Ohio. Lilly viene educata dai genitori e fa i primi passi in campo artistico facendo “ritratti di tutta la famiglia, in realistiche posture caratteristiche, in modo veritiero..” sulle pareti di casa. Invece di essere sgridata, Lilly è incoraggiata nel suo amore per l’arte dai genitori. La madre è di tendenze progressiste e crede nel progresso femminile, tanto da seguire con attenzione lo sviluppo educativo della figlia. Lilly attira l’attenzione di artisti locali, che l’aiutano a migliorare le competenze tecniche, come la Bosworth, ritrattista e pittrice di paesaggi, e Charles Sullivan. La prima mostra dei lavori di Lily si ha nel 1841, presso la canonica della chiesa, attirando l’attenzione di Nicholas Longworth, politico benefattore di molti artisti. Questi dichiara: “… un nuovo genio è sorto a Marietta o meglio nel raggio di cinque miglia da esso, in una casa colonica, con le sembianze di una ragazza francese di 17 o 18 anni di età. Ha già dipinto un gran numero d’immagini. È del tutto autodidatta, eccelle nei disegni e nei ritratti”. Egli si offre di aiutarla economicamente, ma le consiglia di non fare altre mostre, in attesa di migliorare la sua formazione. Ignorando tale suggerimento, Lilly nell’autunno del 1841 espone a una mostra a Cincinnati. Qui si ferma 7 anni, per studiare e imparare nuove tecniche. Inizia un periodo particolarmente fruttuoso per la sua carriera. Si sposta poi a New York e da qui nel New Jersey. Longworth, che non ha smesso di interessarsi ai suoi lavori, le offre un viaggio in Europa, ma Lilly rifiuta e preferisce ricevere aiuto da artisti locali.

Durante la permanenza a Cincinnati, nel 1844 (a 22 anni), sposa Benjamin Rush Spencer, un inglese impiegato nel settore della sartoria. Il marito abbandona la propria attività, per aiutare la moglie e permetterle di dedicarsi alla pittura come professionista. Lilly ha 13 figli, 7 dei quali raggiungono l’età matura. La famiglia si trasferisce a New York nel 1848, dove Lilly ha molte commissioni per rappresentazioni di scene domestiche. I suoi quadri emanano entusiasmo e felicità. Nonostante la fama, i profitti rimangono bassi. Una volta trasferitasi a Newark, nel New Jersey, nel 1858, si dedica con il marito all’allevamento di polli e alla coltivazione di verdure. Nel corso degli anni ’60 la guerra civile cambia le prospettive dell’artista. I suoi quadri diventano più riflessivi e includono temi patriottici. Durante l’inverno del 1879-1880 la famiglia si trasferisce di nuovo in una zona di campagna nei pressi di New York. I suoi dipinti riflettono questo cambiamento ambientale, con scene di vita agricola e paesaggi agresti. Alla fine della guerra civile le classi benestanti preferiscono le opere provenienti dall’Europa piuttosto che i quadri degli artisti locali. La precaria situazione finanziaria di Lilly si aggrava con la morte del marito nel 1890. Si trasferisce in una fattoria in una località più isolata e paga spesso i servizi di cui ha bisogno con i suoi quadri. Lavora sino alla morte nel 1902.

I dipinti di Lilly raffigurano scene domestiche, spesso idealizzate, con bambini sorridenti, casalinghe felici, attente alle regole del galateo. I colori sono brillanti e nitidi, con pennellate più secche e più libere soprattutto nelle ultime opere.

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