Cercare di capire la vita…

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Il cielo dei leoni è un libro particolare, un insieme di racconti che riguardano la protagonista (che è la stessa autrice) e sono come confessioni, confidenze, riflessioni, espresse in un linguaggio pieno d’immaginazione e fascino. Ci sono appunti di quotidianità, ricordi, sogni, desideri, paure: osservazioni sulla vita in generale e la sua in particolare. La vita dell’autrice diventa oggetto di molte considerazioni, che coinvolgono il lettore e lo aiutano a riflettere sulla ricchezza della vita, di ogni vita. Il tutto è ambientato nei paesaggi messicani, ricchi di colori, di profumi: l’avita e splendida Puebla, la caotica Città del Messico, le lagune dei Caraibi…

“Quando ha raggiunto i cinquant’anni una donna può permettersi di fare il consuntivo della propria vita: mettere davanti a sé i tanti affetti che hanno costellato il mezzo secolo che ha attraversato e guardare a se stessa con l’attenzione dovuta a chi ha già percorso un lungo tratto di strada. Ángeles Mastretta ha deciso di creare un libro che offra ai tanti lettori, conquistati lungo il suo cammino di scrittrice, la sua immagine più autentica, anche se la mediazione della scrittura non rende mai totalmente sincero ciò che si scrive.”

Molto significativa la frase di Jorge L. Borges, all’inizio dei racconti:

“Voglio lasciare scritta una confessione, che sarà allo stesso tempo intima e generale, poiché le cose che capitano a un uomo capitano a tutti”

Un libro per riflettere sulla vita, anche la propria, per ritrovare il gusto della vita, la sua meraviglia, le sue sorprese…

Angeles Mastretta (Puebla 1949), ha aperto la carriera letteraria come giornalista, affermandosi poi negli anni Ottanta come scrittrice di narrativa sulla scena messicana, e ben presto mondiale, con il romanzo Strappami la vita (1985). L’apprezzamento della critica, i premi letterari e l’adesione del pubblico a questo primo romanzo — arrivato nel giro di pochi anni a vendere oltre un milione di esemplari – si sono riconfermati con altre due opere presto tradotte in molte lingue con grande successo, Donne dagli occhi grandi (1990) e Male d’amore (1996). Oltre ai romanzi, ha pubblicato anche due raccolte di racconti e riflessioni, Puerto Libre (1993) e Il mondo illuminato (1998). Àngeles Mastretta fa parte del comitato editoriale della rivista “Nexos”, in cui tiene la rubrica mensile ‘Puerto Libre”, riproposta su riviste pubblicate in Spagna, Germania e Cile. Vive a Città del Messico con la famiglia e sta scrivendo un nuovo romanzo, di prossima pubblicazione.

Ritrovarsi in un libro…

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Un libro consigliato da un’amica, che mi ha piacevolmente sorpreso!

Gli anni è un’autobiografia particolare, in cui l’autrice mescola la propria vita con i fatti del suo tempo. La storia individuale diventa un elemento della storia collettiva dal dopoguerra a oggi e ci sono fotografie che fanno da filo conduttore per questa ricostruzione. Lo sguardo passa dal particolare al generale, per cui sono descritti eventi importanti: la Liberazione, la guerra d’Algeria, il Maggio francese, l’emancipazione femminile, gli sviluppi della politica francese, l’attentato delle Torri gemelle, il problema dell’emigrazione, la difficile integrazione nelle periferie urbane…Le transazioni da un periodo all’altro sono rintracciate anche nel rapporto con le cose: c’era un tempo in cui si desideravano e si conservavano, mentre oggi si consumano velocemente, in una corsa contro l’invecchiamento, che pervade ogni ambito quotidiano.

In questo libro c’è un po’ tutto: il senso di un’epoca, del tempo che passa, la ricerca di ideali, l’importanza delle relazioni umane, la riflessione sul proprio destino e quello degli altri, l’amore, la famiglia…

Ognuno di noi può trovare qualcosa di sé in questo libro, scritto in modo lucido e incisivo.

“Sbarazzarci delle ombre. E mettere via un po’ di vita, salvandoci dalla sparizione futura. Non voglio concentrarmi su una fede, non voglio strizzare l’occhio al lettore, non posso concepire opere che vadano incontro all’opinione pubblica. Scrivere, senza pensare a cosa diranno gli altri: è questo che chiedo. Scrivere nel silenzio della mia casa, sola, per lottare contro la lunga vita dei morti”.

 

Annie Ernaux nasce a Lillebonne nel 1940. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Yvetot, in Normandia. La famiglia è di condizioni economiche modeste, ma Annie riesce a studiare a laurearsi in Lettere Moderne e a diventare insegnante. Esordisce nel 1974 con il romanzo autobiografico “Gli armadi vuoti”. Nel 1984 ottiene il premio Renaudot per “il posto”, libro che la consacra come una delle più importanti scrittrici francesi. Nel 2008 pubblica “Gli anni”, in cui il racconto della sua vita si colloca nel quadro completo degli eventi dal dopoguerra ai giorni nostri. Questo romanzo ottiene vari importanti premi. Nel 2011 esce “L’altra figlia” e “L’atelier noir”, che raccoglie note e riflessioni sulla redazione delle sue opere. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera viene raccolta dall’editore Gallimard in un unico volume della prestigiosa collana Quarto.

Arte al femminile (221)

Gli influssi dei movimenti artistici europei si avvertono anche nella pittura italiana, rivisitati e adattati alle realtà locali.

FERRETTINI ROSSOTTI EMILIA nasce a Torino nel 1866. Come gran parte delle artiste del tempo ha una formazione da autodidatta. Frequenta lo studio del pittore Lorenzo Delleani, che influisce sulle sue scelte stilistiche. Delleani, dopo l’esperienza parigina, si dedica a una pittura en plei air, con dense pennellate di colore che catturano la luce, scegliendo come soggetti vedute del Piemonte, soprattutto paesaggi di montagna.

Emilia dipinge nature morte dai colori morbidi, “sommessi”: fiori e paesaggi (Mattino grigio, Tramonto sul Po, inviati nel 1900 alla I Esposizione Internazionale Femminile di Torino). Espone a Genova nel 1902, a Roma nel 1904 (Nota bianca), al Salon di Parigi nel 1911 (Autunno). I paesaggi sono soprattutto della campagna torinese.

Nulla traspare ufficialmente della sua vita privata.

Muore a Torino nel 1951 all’età di 85 anni.

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Arte al femminile (211)

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Angela Carugati nasce a Firenze nel 1881. Rimasta orfana dei genitori a otto anni si trasferisce presso zii piemontesi che vivono a Napoli. Alla scuola complementare merita lodi solo in disegno e in italiano, perché le altre materie non la interessano. Viene iscritta (con poca convinzione da parte degli zii) presso l’Istituto di Belle Arti di Napoli, dove ha tra i suoi insegnanti Paolo Vetri, che considera maestro indimenticabile d’arte e di vita, tanto da dire di lui “ imparai a considerare il valore e la varietà dell’arte e come a essa ci si debba accostare “. Presso l’Accademia ottiene affermazioni e vittorie, con relative medaglie d’oro vinte nei concorsi interni. Diventa l’allieva prediletta di Domenico Morelli, che si alterna alla presidenza dell’istituto. In seguito accede all’insegnamento di Disegno professionale e nozioni di arte applicata presso l’Istituto Regina Elena di Napoli. Avrebbe voluto essere indipendente, ma le esigenze di vita l’obbligano a darsi all’insegnamento. Pittrice versatile dipinge paesaggi e ritratti, sia con la tecnica dell’olio che con quella del pastello. La troviamo alla Promotrice di Napoli del 1906. Si dedica anche alla poesia e scrive: Come un solitario ragno tesso, sospesa nell’aria, una inutile tela leggera di sogni e d’illusioni, che il vento presto lacera. Ma sostare non posso… Ritessere devo ancora, e per tutta la vita, la tenue inutile tela sospesa nel vuoto del tempo.”

Dell’arte dice: “Tremenda passione, l’Arte! La sola che non conosca stanchezze. Liberarsi da questa passione, sarebbe morire”

Contemplativa, amante del silenzio e della solitudine, partecipa a più di 150 mostre collettive. Allestisce a Napoli e in altre città italiane moltissime personali tra il 1932 e il 1962.

Muore a Napoli nel 1980.

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La continua catena di uccisioni di donne incolpevoli…

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Un libro sempre attuale, purtroppo…

Ferite a Morte è un’antologia di monologhi sulla falsariga della famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master. I testi attingono alla cronaca e alle indagini giornalistiche: parlano in prima persona le donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante o un “ex”.

“Tutti i monologhi di ‘Ferite a morte’ – spiega Serena Dandini – ci parlano dei delitti annunciati, degli omicidi di donne da parte degli uomini che avrebbero dovuto amarle e proteggerle. Non a caso i colpevoli sono spesso mariti, fidanzati o ex, una strage familiare che, con un’impressionante cadenza, continua tristemente a riempire le pagine della nostra cronaca quotidiana. Dietro le persiane chiuse delle case italiane si nasconde una sofferenza silenziosa e l’omicidio è solo la punta di un iceberg di un percorso di soprusi e dolore che risponde al nome di violenza domestica. Per questo pensiamo che non bisogna smettere di parlarne e cercare, anche attraverso il teatro, di sensibilizzare il più possibile l’opinione pubblica”.

Non basta un megafono per farti sentire se da tre mesi sei in fondo a un pozzo, nessuno ti trova e non sai più come gridarlo che sei lì, proprio dietro casa, e che è stato tuo marito a buttartici. Non bastano le parole per chi è costretta a lucidare il superattico di un petroliere per pochi euro al mese, tra botte e tentativi di violenza, finché un giorno, per non impazzire, “sceglie di diventare un raggio di luce dorata” impiccandosi al lampadario di cristallo. O per chi faceva la commessa in un negozio di intimo: suo marito l’ha strangolata “con un paio di mutandine modello Folie de Paris, nuova collezione pura seta, taglia 42, inserti in pizzo sintetici. Euro 27. Ottima scelta”.

Dopo i racconti delle donne vittime di femminicidio c’è una sezione dedicata alla diffusione del fenomeno nel mondo: una impressionante carrellata di dati su un fenomeno che non registra flessione.

Una lettura che lascia tanta amarezza!

Superare il dramma dell’abbandono…

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I giorni dell’abbandono narra il dramma interiore di Olga, una donna di 36 anni, madre di due figli, lasciata improvvisamente dal marito Mario, ingegnere di mezza età, che si è innamorato di Carla, una ragazza con vent’anni meno di lui. Quella che sembrava una vita serena e appagante si svuota improvvisamente di senso. Abbiamo il flusso dei pensieri di Olga, che inizialmente si lascia andare alla disperazione, non riesce più ad accudire adeguatamente se stessa, i figli, la casa, il cane Otto, le amicizie…cade progressivamente in una forma di depressione. Il senso di vuoto la pervade ed è un vortice che le fa mettere tutto in discussione, unito a una profonda rabbia contro tutto e tutti. Un po’ alla volta recupera rispetto di se stessa, riesce a vedere il marito in modo più oggettivo e alla fine sceglie come nuovo compagno il musicista Carrano, uomo sensibile e pieno di attenzioni.

Il tema non è nuovo, ma la Ferrante sa entrare in profondità nell’animo di una donna, analizzando quello che si prova nel momento dell’abbandono: il “che cos’ha lei più di me?”, l’isterismo, la perdita di contatto con la realtà, l’introspezione ossessiva alla ricerca nel passato dei segnali del proprio fallimento, lo smarrimento, la graduale accettazione, il disincanto, la condanna del compagno e la disanima generale di tutti i sentimenti…

“…il dolore si è distillato, mi ha avvilita ma non mi ha spezzata.”

“Sì, ero stupida. I canali dei sensi si erano chiusi, non vi scorreva più il flusso della vita chissà da quando. Che errore era stato chiudere il significato della mia esistenza nei riti che Mario mi offriva con prudente trasporto coniugale. Che errore era stato affidare il senso di me alle sue gratificazioni, ai suoi entusiasmi, al percorso sempre più fruttuoso della sua vita. Che errore, soprattutto, era stato credere di non poter vivere senza di lui, quando da tempo non era affatto certa che con lui fosse vita.”

“Esistere è questo, pensai, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare.”

Elena Ferrante è una scrittrice nata e cresciuta a Napoli. Ha fatto studi classici. Di lei non si sa quasi nulla ed è opinione diffusa che il suo nome sia in realtà uno pseudonimo. É autrice dell’Amore molesto, da cui Mario Martone ha tratto il film omonimo. Da I giorni dell’abbandono è stata realizzata la pellicola di Roberto Faenza. Nel saggio La frantumaglia (2003) racconta la sua esperienza di scrittrice: questo volume nasce per soddisfare la curiosità del pubblico nei confronti dell’anonima autrice. In esso sono raccolte le lettere della Ferrante al suo editore, le poche interviste e le corrispondenze con lettori d’eccezione. Sua funzione principale è far comprendere al lettore i motivi che spingono l’autrice a rimanere nell’oscurità. La scrittrice parla di desiderio di autoconservazione del proprio privato, di necessità di mantenere una certa distanza e non prestarsi ai giochi giornalistici che spingono gli scrittori ad apparire come ritengono che il pubblico si aspetti. La Ferrante è fermamente convinta che i suoi libri non abbiano bisogno di una sua foto in copertina né di presentazioni promozionali: devono essere percepiti come “organismi autosufficienti”, a cui la presenza dell’autrice non potrebbe aggiungere nulla di decisivo.

Nel 2006 le Edizioni E/O pubblicano il romanzo La figlia oscura, nel 2007 il racconto per bambini La spiaggia di notte e nel 2011 il primo volume dell’Amica geniale, seguito nel 2012 dal secondo volume, Storia del nuovo cognome, nel 2013 dal terzo, Storia di chi fugge e di chi resta, e nel 2014 dal quarto e ultimo, Storia della bambina perduta. Molto apprezzata in America, ha raccolto critiche positive da giornali prestigiosi, come il New Yorker.