Arte al femminile (473)

Lee (Lenore) Krasner nasce a Brooklyn nel 1908. Di origine ebrea, sesta di 7 figli, viene da una famiglia originaria di Shpikov, piccolo villaggio vicino a Odessa (Ucraina), dove padre e madre lavorano presso un rabbino.

Pur essendo immersa nella cultura ebraica, Lena viene educata in modo aperto, tanto che legge Nietzsche (filosofo tedesco) e Schopenhauer (altro importante filosofo tedesco) e i classici della letteratura russa.

In seguito alla guerra russo-giapponese del 1905 e all’antisemitismo dilagante, il padre emigra in America, raggiunto nel 1908 dalla moglie.

Nel 1922 (a 14 anni) viene ammessa alla Washington Irwing High School  di Manhattan, unica scuola pubblica newyorchese dove le donne possono studiare arte.

Dal 1926 al 1928 prosegue gli studi alla Women’s Art School che segue i metodi parigini per i corsi di disegno, pittura, moda, storia dell’arte, anatomia e prospettiva.

Lavora come illustratrice, per aiutarsi negli studi. Diventa molto abile nel ritrarre figure anatomicamente corrette, fa autoritratti e nature morte. La gran parte dei suoi primi lavori finisce distrutta in un incendio.

Una vera svolta per lei è l’incontro con l’artista tedesco Hans Hofmann (uno dei maggiori esponenti dell’espressionismo astratto), che apre una scuola di pittura a New York, dove Lee studia il cubismo e le principali tendenze dell’arte europea.

Prosegue il percorso di studi sino ad essere ammessa nel 1929 alla National Academy of Design, prestigiosa istituzione statunitense, dove rimane sino al 1932.

Manifesta uno spirito ribelle e le “va stretto” l’ambiente troppo strutturato della scuola. Qui conosce il pittore Igor Pantuhoff (artista russo), con il quale convive per vari anni, condividendo l’appartamento nel Greenwich Village con il pittore Harold Rosenberg e sua moglie Mary. Tutti questi artisti sono impiegati nel WPA Federal Art Project, il cui scopo è offrire supporto per la propaganda bellica americana.

Dopo un tentativo nel campo dell’insegnamento, continua a studiare disegno dal vero e nel frattempo, per guadagnare, decora cappelle, dipinge porcellane, fa la modella e la cameriera.

Un po’ alla volta si avvicina alle avanguardie, facendo amicizia con artisti importanti, come Piet Mondrian (pittore olandese), Willem de Kooning (pittore e scultore americano, di origini olandesi), per citarne alcuni.

Si avvicina al neoplasticismo, cominciando a esporre. Il Neoplasticismo è un movimento artistico nato nel 1917, fondato sull’esclusione di qualsiasi riferimento alla realtà oggettiva e l’esaltazione dei valori esclusivamente razionali di forme e colori.

S’impegna nel sindacato degli Artisti e il coinvolgimento politico la fa riflettere sulla separazione tra arte e vita.

Nel 1942, invitata a una mostra, conosce ufficialmente Jackson Pollock, di cui si innamora e con cui va a convivere. Pollock è un esponente dell’espressionismo astratto o action painting , uno stile di pittura nella quale il colore viene fatto gocciolare spontaneamente, lanciato o messo a macchie sulla tela, invece che applicato con attenzione.

Nel 1945 i due si sposano: l’unione con questo artista la condiziona molto, sia perché deve sopportare i suoi problemi di alcolismo sia perché si adopera molto per garantire il suo successo, a scapito del proprio lavoro.

Lee è molto critica verso i propri quadri, ma riesce a convertire questa insicurezza in creatività: nella sua carriera ha spesso distrutto le sue opere, strappandole o tagliandole a brandelli che poi ricompone in elaborati collage per dare loro nuova vita.

Nel 1949 i due artisti fanno la prima esposizione insieme. Nel 1951 Lee ha la prima mostra personale. Parallelamente alla flessione della creatività del marito, aumenta l’impegno di Lee: si cimenta con tele molto grandi, realizza collage combinati con la pittura a olio, sua principale innovazione.

Nel 1954 viene selezionata per una mostra di sole donne. Nel 1955 una sua esposizione presso la prestigiosa Stable Gallery di New York ottiene grande successo di critica.

Presto il rapporto con Jackson si incrina: Lee, nel 1956, parte da sola alla volta di Parigi dove, l’11 agosto 1956, riceve una telefonata terribile: Jackson, ubriaco al volante, è morto in incidente d’auto a 44 anni. Lee è inconsolabile, ma non smette di lavorare: torna nello studio di Springs (oggi Pollock-Krasner House and Study Center) e dipinge su quello stesso pavimento dove il marito aveva creato le sue opere; i suoi schizzi di colore si uniscono a quelli di Jackson. Lee dipinge soprattutto di notte, traendo ispirazione dalla propria interiorità più che dal mondo attorno a lei. L’arte la aiuta a elaborare la perdita del marito: “Sono emersa di nuovo verso la vita e il colore. Il colore è la vita”.

A Parigi conosce Miche Tapiè, critico francese, che la invita a Torino, all’ICAR (Centro internazionale di ricerca estetica) e che inizia la catalogazione dei suoi lavori.

Pur continuando a dedicarsi alla valorizzazione dell’opera del marito, Lee riprende il proprio spazio. Dipinge grandi quadri sempre legati all’espressionismo astratto.

Agli inizi degli anni ’60 si rompe il braccio destro e impara a lavorare con la mano sinistra. Applica la vernice direttamente dal tubo e usa le dita della mano destra per guidare i movimenti, ottenendo formidabili effetti di colore.

D’estate sta a Long Island e d’inverno a Manhattan, dove le vengono commissionati due monumentali pannelli a mosaico che realizza con i vetri di Murano.

La sua attività è frenetica. Deve fermarsi per un paio d’anni per un aneurisma cerebrale, ma si riprende e la sua carriera non ha freni. Espone in varie città americane e a Londra. Nel 1969 è l’unica donna presente a una mostra del MoMA, dedicata alla nuova generazione di artisti statunitensi. Partecipa alle proteste contro la discriminazione verso le artiste donne.

La sua ricerca artistica si rivolge all’arte giapponese, si mantiene legata alla tecnica del collage. Molteplici i riconoscimenti ufficiali.

Dopo lunga malattia muore al New York Hospital nel 1984.

Lee viene riconosciuta come figura chiave di passaggio all’astrattismo, in collegamento con le nuove idee dell’America del dopoguerra. La sua natura mutevole si riflette nel suo lavoro: durante la sua carriera ha rifiutato di adottare uno stile unico e riconoscibile, variando spesso temi, materiali, composizioni, colori, passando da colori brillanti a tavolozze monocromatiche, da forme libere a strutture rigide.

Tra le opere di Lee e Jackson si nota una stretta relazione: le loro tele sono un inno alla vita, rappresentano l’affermazione dell’esistenza dell’artista tramite un gesto veloce e controllato che si fa colore.

Lee si rendeva conto che l’essere donna fosse un freno per la sua carriera. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta a volte non firmava le proprie opere o al massimo le siglava con le iniziali “L. K.” che non definivano il suo genere: così le sue tele potevano essere guardate per quello che erano, senza pregiudizi.

“Voglio che una tela respiri e sia viva. Essere viva è il punto” diceva. ”Dipingere non è qualcosa di estraneo alla vita. È la stessa cosa. È come se mi chiedessero se voglio vivere”.

Memorie di famiglia e finzione

Giulia Caminito ha scritto questo romanzo quando aveva solo 30 anni, recuperando in parte memorie di famiglia. Il padre è originario di Asmara, i nonni si sono conosciuti ad Assab, per cui c’è un rapporto di affinità con questa parte del territorio africano. È però la bisnonna la figura “mitica” cui ricollegarsi: una donna che agli inizi del ‘900 guida camion, contrabbanda alcolici, personalità vivace della comunità italiana d’Etiopia ed Eritrea.

L’avventurosa vita della bisnonna ispira quella di una delle protagoniste del romanzo.

La vicenda inizia in un paese della pianura lombarda, dove la protagonista, Giada, è affidata dalla madre ad una zia. Adi, la madre, ha lasciato il marito per seguire un proprio sogno di libertà nella regione africana colonizzata dagli italiani. Ha sistemato un figlio in collegio, un’altra presso una coppia di anziani coniugi senza figli e infine Giada dalla sorella.

La prima parte del romanzo ricorda un po’i tristi personaggi di certi romanzi del passato, Giada è una specie di Cenerentola maltrattata dalla zia, che la fa lavorare, le dà poco da mangiare, la picchia per un nonnulla e la fa dormire con un’anziana cieca che non è neanche sua nonna.

Giada è piccola, magra, considerata dalla zia solo un fastidio, eppure la piccola rivela grande capacità di sopportazione e cerca di adattarsi alle varie situazioni, senza commiserazione, cogliendo anche gli aspetti divertenti della vita. Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale, con i bombardamenti, la fame, le lotte partigiane, l’arrivo degli americani.

L’autrice descrive il tutto con mano leggera, senza pietismi, come quando gli effetti di un bombardamento sono così riportati: “Erano andati a vedere questi scoppi cosa facevano. Giadina aveva intravisto solo un paio di pantaloncini finiti su un albero…”

Oltre a una propria capacità di resilienza, Giadina resiste in attesa del ritorno della mamma, Adi, la grande A,la speranza di una svolta: “Lei ogni pomeriggio guardava dalla finestra oltre il cortile, aspettando un clacson in lontananza, profumo francese, vestiti a colori e pacchi di biscotti”.

La mamma è da subito descritta come donna forte, anticonformista: dopo aver fatto l’autista di taxi prima e camion poi, si è data al commercio di alcolici e ghiaccio, aprendo un bar nel porto di Assab, in Eritrea. “Tutti dicono che la Mamma ha i grilli addosso, se li porta nelle tasche. Tutti dicono che sgobba come un uomo, che non ha saputo neanche tenersi una bottega di scarpette per neonati, che usa parole sconvenienti su cose che a Dio non piacciono, che ride troppo. Tutti dicono che una donna col camion è come una capra in bicicletta”.

Finalmente la madre ritorna e inizia la seconda parte della storia, con Giadina in Africa con la madre e il compagno di lei, Orlando. Niente è come nei suoi sogni, perché Giadina deve lavorare nel bar sino alle due di notte, non ha neppure una stanza propria: “aveva immaginato una cameretta, le tende rosa e traforate alla finestra, un lenzuolo ricamato a mano, lo scendiletto di corda che però non pizzicasse ai piedi, un lavabo di ceramica tutto suo, una cassettiera spaziosa, piena di vestiti estivi e colorati….”

Giada descrive questo angolo d’Africa con lo spirito curioso e privo di pregiudizi che le è proprio. Cerca di aiutare Hamed, il garzone del bar, addomestica un’antilope salvata da morte certa, che chiama Checco, cerca di studiare l’inglese e impratichirsi nella lingua locale. Osserva la differenza tra lo stile di vita dei coloni italiani e quello delle popolazioni autoctone senza pregiudizi razziali.

Molto dettagliate e pertinenti le descrizioni della scrittrice, che dimostra di conoscere gli ambienti, i luoghi, le abitudini locali e la storia del periodo.

Spinta dalla madre, Giada sposa giovanissima Giacomo, rampollo di una ricca famiglia di Asmara, affascinante avventuriero. Il matrimonio per lei è una nebulosa, non vi è preparata, non sa come comportarsi, Giacomo le è quasi sconosciuto. Quando, dopo la nascita di un figlio, il marito l’abbandona, dopo un momento di stordimento, Giada matura, nel dolore di chi si sente deposto all’angolo. Inizia così il suo processo di presa di coscienza della propria identità. Trova un lavoro, una sistemazione indipendente, si prende cura del proprio aspetto, ha una collega che le diventa amica, con cui va al cinema, a ballare.

Interessante, in questa fase della storia, la descrizione della vita degli italiani nella colonia, i luoghi di ritrovo, le abitudini, i pregiudizi, le attività, la politica.

Quando Giada è sul punto di avere una svolta sentimentale, torna il marito e lei riprende la vita matrimoniale con spirito piò forte e combattivo. Inizia una fase brillante, di lavoro e divertimento, che dura poco perché scoppia una guerra civile nel paese.

Adi, la madre, intuendo il destino che attende i coloni italiani, vende tutto e torna in Italia, acquistando un podere nella campagna ravennate. Dopo un po’ Giada la raggiunge col figlio.

Adele, detta Adi, al modo dei maschi, la madre che madre non sapeva fare, la donna che donna non sapeva fare, tutta contorta, raggrumata come una besciamella venuta male, testuggine e sirena, con le sue fisse da montanara e le sue pose bislacche da diva del grande schermo, le sue opinioni che guai a contraddirle. Le scarpe di cavallino che guai a rovinarle, peste e bubboni assicurati, il parlare con il fumo in bocca. Ancora non invidiava la sicumera con cui teneva a bada il mondo, messo alla catena, affamato. Una forza che la Giada non si sentiva addosso, non era sua, da tutta la vita ne andava cercando le tracce, sui sentieri mai battuti dal sole. Lei, solo lei, era la sua grande A.”

C’è qui il dato storico della difficoltà dei coloni italiani a reinserirsi in un’Italia appena uscita dalla guerra, con tante ferite da rimarginare. Giada ancora una volta “si tira su le maniche”, trova un lavoro a Ravenna. Riappare il marito e questa volta pare sia un rientro definitivo. Lo scopo di Giada è assicurare al figlio un futuro di studio e realizzazione personale. La famiglia si trasferisce a Roma e inizia un’altra fase di vita…  

Il finale contrasta con la forza delle vicende precedenti, ma la vita vera si banalizza sempre un po’ quando rientra nei binari della normalità…

Il merito del romanzo è prima di tutto quello di avere tratteggiato con grande abilità due figure di donne indimenticabili , “dipinte” nelle tante sfaccettature. Viene poi presentato un aspetto spesso dimenticato della storia italiana, quello della vita degli italiani nelle colonie di Etiopia ed Eritrea. Vi è stato in proposito un lungo lavoro di ricerca e approfondimento documentale da parte della scrittrice.

Altro aspetto molto interessante è lo stile della scrittura, con periodi che scorrono rapidi, fluidi, uno scrivere asciutto, con momenti di vera e propria poesia e metafore che appaiono improvvise. In un’autrice così giovane è sorprendente la padronanza delle situazioni descritte, senza compiacimenti e pietismi, a volte con una vena di umorismo. Si mantiene un giusto distacco dall’intreccio, accompagnando i personaggi con obiettività, senza interferenze di alcun tipo. 

Oltre che un bel libro, questo rimane un ottimo esempio di rielaborazione di memorie familiari. 

Giulia Caminito nasce a Roma nel 1988. Si laurea in filosofia politica ed esordisce nella narrativa nel 2016, proprio con questo romanzo. Ottiene subito vari riconoscimenti. Pubblica la raccolta di racconti Guardavamo gli altri ballare il tango (2017), la fiaba La ballerina e il marinaio (2018) e il romanzo Un giorno verrà (2019.

Nel 2021 il suo terzo romanzo, L’acqua del lago non è mai dolce risulta finalista al Premio Strega e vince il Premio Campiello.

Oltre alla narrativa, collabora con l’Espresso.

Arte al femminile (472)

A Palermo, nella Chiesa di San Giorgio dei Genovesi è sepolta la pittrice Sofonisba Anguissola (v.n.2).

Non a caso si trova in questa città, perché, come visto nel caso di Otama Kyohara (v.n.469), questa città è stata, per un certo tempo, aperta nei confronti della pittura al femminile.

Ricordiamo una figura particolare, Adelaide Atramblè, giovane aristocratica d’origine francese, vissuta a metà del XIX secolo, amica di artisti e pittrice lei stessa.

Adelaide Atramblè nasce a Parigi nel 1822.

Viene chiamata alla corte di Napoli, come dama d’onore della Regina delle Due Sicilie, Maria Teresa d’Austria, moglie di Ferdinando II (v. ritratto).

Nel 1850 si trasferisce a Palermo, andata in sposa al magistrato palermitano Domenico Sommariva Grenier.

Essendo molto legata al padre, il generale Horace Atramblè, inizia a scrivergli con cadenza quasi giornaliera, raccontando lo svolgersi delle sue giornate, le gite, le visite, i personaggi che incontra, i monumenti che vede…L’epistolario si interrompe nel dicembre del 1850, per la morte del padre.

Le sue lettere, scritte in francese, vengono scoperte e tradotte da Giulia Sommariva, che approfondisce la storia di questa donna e scopre il suo lavoro artistico. Da questa ricerca nasce il libro: Un anno a Palermo, 1850. Memorie di Adelaide Atramblè, ed. Kalòs.

Adelaide dipinge piccoli ritratti e alcune vedute. Smette di dipingere in seguito ad eventi dolorosi che la colpiscono.

Nel libro della Sommariva emerge questa figura colta e sensibile, che si dedica alla pittura saltuariamente, per le restrizioni imposte alle donne dalla società del tempo. Le lettere di Adelaide ci danno il quadro della Sicilia del tempo, nel periodo tra le due fasi rivoluzionarie, quella del 1848 e quella del 1860.

Adelaide muore nel 1859, a 37 anni.

Di lei sono rimaste pochissime opere, la più conosciuta è una veduta di Capaci, paese in provincia di Palermo.

Il suo lavoro artistico è stato ricordato nella mostra ARTE DONNA. Cento anni d’arte femminile in Sicilia 1850 – 1950, presso Il Reale Albergo delle Povere di Palermo, tenutasi nel 2012.

   

Tra realtà e finzione

Cuore di ghiaccio è un libro impegnativo sia per il numero delle pagine (1000) sia per l’arco temporale in cui si svolge la vicenda, che è un affresco della Spagna del XX° secolo.

Il titolo riprende alcuni versi del poeta Antonio Machado: “Difenditi dalle domande, dalle risposte e dalle loro ragioni, o una delle due Spagne ti gelerà il cuore. Il mio cuore era di ghiaccio, e bruciava.”

I riferimenti sono alla crudele guerra fratricida che sconvolge la Spagna dal 1936 al 1939, alla dittatura di Franco sino alla sua morte nel 1975 e agli strascichi che questi momenti storici hanno lasciato per anni nella vita di tante persone.

Una volta che si entra nel vivo del romanzo, si viene trascinati dall’intreccio di due storie di famiglie che sono su fronti contrapposti, ma in qualche modo si ritrovano e in cui le scelte personali sono importanti e influenti nel contesto specifico.

Si parte dal 2005, con il funerale di Julio Carriòn, affascinante e abile uomo d’affari, nel piccolo cimitero di Torrelodones, suo paese natale. C’è la sua bella famiglia: la moglie, cinque figli, generi, nuore, nipoti. Fa un’apparizione fugace anche una giovane e bella donna, che nessuno nota, tranne Alvaro, il ribelle e anticonformista del gruppo. La donna è Raquel Fernandez Perea, figlia e nipote di repubblicani, finiti esuli in Francia per sfuggire alla persecuzione franchista.

Alvaro e Raquel, consulente finanziaria, si incontrano di nuovo, in occasione delle pratiche di successione di Carrion e un po’ alla volta si innamorano. Niente è facile nella loro relazione, per il peso di un passato di cui Raquel è stata in parte testimone e che ha avuto come figura ambigua e discutibile il padre di Alvaro.   

In un alternarsi di passato e presente si ricostruiscono le storie delle due famiglie; quella dei Carrion e quella dei Fernandez, che simboleggiano le due diverse fazioni che si sono scontrate durante la guerra civile.

Il presente è narrato in prima persona da Alvaro e il passato in terza persona. Emergono un po’ alla volta i tradimenti, gli arresti, le fucilazioni, le fughe, la nascita della famigerata Division Azul alleata di Hitler, la campagna di Russia, i campi di internamento, l’esilio, la durezza della vita da rifugiati, il difficile ritorno in patria e la perdita di tutto, per colpa di chi si è arricchito con la truffa…Un susseguirsi di tradimenti a ogni livello.

Un romanzo notevole, sia per la ricchezza di riferimenti storici, che per la varietà di voci, la profondità dello sguardo della scrittrice, la capacità di analisi psicologica, la vivacità delle voci dei protagonisti.

Una storia appassionante, che ti coinvolge e ti fa capire un momento importante della storia spagnola, con i lati oscuri e gli eroismi. Anche una storia personale, quella dei due protagonisti, in cui si mettono in gioco la coerenza, la capacità di scelta degli indirizzi della propria vita, la sincerità con se stessi e gli altri.

Viene considerato il romanzo più ambizioso e più riuscito di Almudena Grandes.

“Pensai all’ordine e al caos, al passato e al futuro, pensai a Teresa, pensai a Raquel. Che sfortuna, nonna, che sfortuna, Álvaro, che sfortuna, amore mio, che sfortuna abbiamo avuto, che sfortuna continuiamo ad avere, che sfortuna avremo sempre. Come si fa a cominciare una nuova vita in questo modo, come si fa ad accettarlo? Non saremo mai soli, tu e io non potremo mai vivere insieme e soli, perché ci sarà sempre troppa gente attorno, vivi e morti, con te e con me, e verranno a letto con noi, si alzeranno con noi, mangeranno, berranno, cammineranno con noi”

Almudena Grandes nasce a Madrid nel 1960. Esordisce nel 1989 con Le età di Lulù, che vince un premio e viene adattato per un film da Bigas Luna.Nel 1991 esce Ti chiamerò Venerdì, nel 1994 Malena, un nome da tango,e nel 1998 Atlante di geografia umana. Ottiene in Italia il Premio Rosone d’Oro, prima autrice spagnola a riceverlo, per l’insieme delle sue opere.Nel 2002 abbiamo Gli anni difficili e nel 2004 Troppo amore.

Dal 2010 inizia un grande lavoro di ricerca e documentazione sulla lotta clandestina della resistenza antifranchista, per raccontare episodi rimasti nel silenzio, scrivendo 6 romanzi di un ciclo che intitola Episodi di una guerra interminabile. Abbraccia un periodo che va dal 1939 al 1964. Almudena vuole colmare il vuoto sulla memoria dei vinti della guerra civile spagnola, gli anti-franchisti, i repubblicani. Partecipa al dibattito politico del suo paese, scrivendo sul quotidiano El Paìs.

Attraverso i suoi libri ha ripercorso le vicende tragiche della storia del suo paese, ha interpretato le contraddizioni nella transizione dalla dittatura alla democrazia, nel desiderio di progresso e libertà della società spagnola.

Muore a Madrid a 61 anni, il 27 novembre 2021.

Arte al femminile (471)

Parlando di Gina Pane (n.470), abbiamo incontrato Anne Marchand, compagna dell’artista.

Anne Marchand nasce a New Orleans, in Louisiana (Stati Uniti).

Capisce la propria vocazione artistica ben presto, verso gli 11 anni. Decide di dedicarsi alla pittura, seguendo un percorso di studi idoneo.

Si laurea in arte presso la Auburn University in Alabama.

Consegue poi una specializzazione presso l’Università della Giorgia.

Apre uno studio artistico a Washington.

Inizialmente si interessa alle potenzialità espressive del corpo umano e studia la figura nei suoi movimenti e possibilità.

Segue poi le tendenze artistiche dei modernisti del XX° secolo, degli espressionisti e contemporaneamente s’interessa alle teorie di Jung (psichiatra, psicoanalista, filosofo, antropologo, accademico svizzero) sull’immaginario onirico e sugli stati psicologici.

Ha interesse per la natura e il paesaggio. Fonte d’ispirazione per questo sono le pratiche sacre dei nativi americani del sud-ovest, che ispirano opere che espone nelle mostre degli anni ’80.

Negli anni ’90 lavora con materiali diversi e sperimenta performance personali.

Nel 2001 realizza un grande murale, vincendo un concorso di arte pubblica a Washington.

Nel 2005 i suoi quadri dalle linee arcuate e dai colori vividi esprimono il desiderio di esplorare lo spazio profondo. Temi mistici sono stimolati dalla lettura delle poesie di Garcia Lorca, dallo studio di Kandinsky, precursore della pittura astratta e dalla lettura dei testi di Gialal al-Din Rumi, teologo e poeta mistico persiano.

Un viaggio in India porta nuovi colori per la sua tavolozza e l’inserimento di tessuti nel suo lavoro.

Dal 2010 sperimenta colori acrilici e pigmenti perlescenti, cercando di riprodurre la radiosità della luce. Nasce l’attenzione per lo spazio: nebulose, galassie, pianeti visti al telescopio ispirano immagini circolari, cercando connessione tra spazio e corpo.

La ricerca su materiali e colori continua e si perfeziona negli anni: usa vernice, carbone, filo, perline di vetro e altri elementi.

Molteplici le mostre cui partecipa.

Attualmente continua a promuovere gli artisti locali e cura sue piattaforme di social media.

Anne espone con Zenith Gallery a Washington, DC, Green Chalk Contemporary in California, Cross Contemporary Art a New York e ha esposto con prestigiose gallerie in Maryland, Florida, North Carolina, California, New Mexico, Arizona e Hawaii. Ha ricevuto numerosi premi e borse di studio per il suo lavoro, più recentemente una borsa di studio per artisti dalla DC Commission on the Arts and Humanities nel 2020.

Il suo lavoro è presente in numerose collezioni aziendali e private negli Stati Uniti. 

“Quando ho iniziato questo viaggio di scoperta, ho pensato che sarei sempre stata un pittore di figure. Nel corso degli anni, il mio immaginario è cambiato. Ho immaginato e trovato nuovi modi per comunicare e condividere la mia visione. Quella crescita continua è il lavoro della mia vita.”

L’astrazione è il suo modo di esplorare la vita nelle sue manifestazioni. L’insieme delle sue opere riflette un fascino per lo spazio interiore ed esterno. Il mezzo preferito è la pittura acrilica, che permette di ottenere lucidità, opacità e trasparenza secondo i casi.

Costruisce strati complessi di colori, materiali, parole e forme. Crea collage con cose che unite acquisiscono un nuovo significato.

Rivisitare i miti

Incuriosita da questi romanzi che rivedono un po’ i miti classici, ho letto anche l’ultima pubblicazione della Miller. Ho trovato in complesso una bella storia, pur con i limiti che hanno questi racconti che stravolgono le versioni originali, legate a contesti storicamente definiti.

Di questo personaggio sappiamo quello che dice Omero, ossia che trasforma i compagni di Ulisse in maiali e ama questo eroe greco. Circe dà indicazioni a Ulisse su come affrontare ulteriori difficoltà nel percorso per tornare a Itaca.

Nel romanzo invece Circe viene seguita dalla nascita sino alla svolta finale della sua esistenza. È sua la voce narrante, come se si trattasse di ricordi che riaffiorano lentamente.

Figlia di Elios, dio del sole, e della naiade Perseide, si distingue dai genitori e dai fratelli per un temperamento indipendente, un voce mortale e un aspetto meno luminoso. Sensibile nei confronti dell’umanità, tanto da addolorarsi per la sorte di Prometeo, castigato per aver dato il fuoco ai mortali, si innamora del pescatore Glauco. Lo aiuta, lo trasforma in semidio, ma quando questi le preferisce la bellissima ninfa Scilla, spinta dalla gelosia, usa le proprie doti magiche per trasformare la rivale in terribile mostro.

Esiliata per punizione nell’isola di Eea, non tanto per aver mutato Scilla, ma per le sue arti magiche, non si perde d’animo, ma sviluppa le proprie capacità di maga, studia le virtù delle piante, addomestica gli animali selvatici, diventa amica di una leonessa.

La magia impregna la sua vita, strumento e protezione nella sua solitudine.

Il destino le fa incontrare Minosse, Dedalo, il mostruoso Minotauro, figlio di sua sorella Pasifae, Arianna, Medea, Ulisse e alla fine Penelope e il figlio Telemaco. C’è un intreccio di riferimenti mitologici, tutti abbastanza aderenti al racconto classico.

Le trasformazioni che opera sugli uomini sono la conseguenza della violenza subita quando ha offerto accoglienza. Si tratta di una vendetta sottile, anche se poco giustificabile in molti casi.

Con Odisseo ha un rapporto di scambio, di reciproca comprensione. L’incontro con Ulisse (Odisseo) occupa una parte limitata nel contesto della storia. Da lui ha il figlio Telegono, che cura e segue con grande amore.

Circe ha le sue ansie , i suoi timori, le proprie debolezze, ma anche determinazione nella scelta del proprio destino. Alla fine dovrà scegliere se appartenere al mondo degli dei o a quello dei mortali, che ha imparato ad amare.

Il romanzo ci presenta un mondo fatto di litigi, guerre fratricide, amori, gelosie sia degli dei che dei mortali.

La figura di Circe è controversa, in quanto viene messa più in relazione con figure maschili, che solidale con gli altri personaggi femminili. Questa mancanza di solidarietà tra donne sfata un po’ l’idea che vi sia un messaggio “femminista” nelle opere della Miller.

Nel complesso un racconto ben costruito, di piacevole lettura, che ha il merito di invogliarti a rileggere l’Odissea e i miti classici.

Arte al femminile (470)

Gina Pane nasce a Biarritz (v.foto), in Francia, nel 1939, da padre italiano e madre austriaca. Trascorre parte dell’infanzia a Torino e qui inizia a dedicarsi all’arte.

Si trasferisce a Parigi per studiare pittura e litografia all’Accademia di Belle Arti dal 1961 al 1966 e all’Atelier di Arte Sacra.

Fino al 1967 realizza dipinti geometrici e sculture stilizzate monocromatiche.

Dopo le prime esperienze con la scultura, Gina si dedica alla cosiddetta Arte Povera: i suoi interventi sul e nel paesaggio vengono documentati da sequenze fotografiche, le basta scostare le pietre dall’alveo del torrente, verso il sole e la luce, o farsi riprendere tra la terra e il cielo.

La pesca a lutto in memoria dei pescatori giapponesi morti durante gli esperimenti americani, e lo straordinario Dessin verrouillé in cui all’interno di una scatola di ferro si nasconde un disegno sconosciuto, sono momenti di una stagione artistica dura e pura come è Gina.

Conclusi gli studi, insegna presso la Scuola di Belle Arti di Le Mans tra il 1975 e il 1990.

Conduce laboratori sulle performance al Centro Georges Pompidou tra il 1978 e il 1979.

Negli anni 1980-1989 si dedica a produzioni di carattere religioso.

Ha una relazione con Anne Marchand, artista statunitense, sua collaboratrice.

Muore nel 1990 a Parigi.

Viene considerata una delle più grandi rappresentanti della body art. Ha donato letteralmente il proprio corpo all’arte, con un percorso professionale che la porta alla realizzazione di performance anche dolorose, con una documentazione fotografica sempre dettagliata.

Nel 1972 a Los Angeles mette in scena un’azione chiamata Il bianco non esiste. L’artista inizia a ferirsi il viso con una lametta, di fronte alla folla sbigottita. Il messaggio è quello di volersi liberare dalla gabbia estetica che condiziona le donne. Una delle più suggestive è Azione Sentimentale, una performance messa in scena nel 1973 presso il Centre Pompidou a Parigi. Vestita di bianco, con un solo bouquet di rose rosse tra le mani, l’artista stacca una ad una le spine dai gambi per provocarsi ferite con queste lungo le braccia e lasciarsi macchiare dal sangue. Si ricorda il martirio religioso attraverso l’automutilazione. In Escalade non anethésièe Gina sale una scala con chiodi a piedi e mani nude, ferendosi inevitabilmente. Il tema della sopportazione del dolore fisico è costante in ogni sua performance. Ferirsi non è per lei un atto masochista, ma diventa un modo per condividere con l’altro il proprio dolore. La sua poetica, attraverso linguaggi differenti, vuole comunicare amore verso il prossimo, vicinanza e partecipazione.

“La ferita è un segno dello stato di estrema fragilità del corpo, un segno del dolore, un segno che evidenzia la situazione esterna di aggressione, di violenza cui siamo esposti”

Le sue opere tendono a farsi espressione di un disagio, affermazione di diversità esistenziale. Uno dei nodi teorici intorno a cui ruota la sua arte è la condizione di subalternità femminile.

“Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che non sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società”.

Al Mart di Rovereto le è stata dedicata un’interessante retrospettiva nel 2012.

 

Rivisitare i miti

Il silenzio delle ragazze ( pubblicato da Einaudi nel 2019) è un romanzo che riprende le vicende dell’Iliade di Omero dal punto di vista delle donne, le donne catturate, schiavizzare e stuprate, senza che la mitologia abbia dato loro voce.

La voce narrante è quella di Briseide, giovane sposa del re Minete di Lirnesso (antica città dell’Asia minore), catturata durante la razzia guidata da Achille. Briseide, bellissima e piena di qualità, viene assegnata ad Achille come premio: a diciannove anni diventa concubina, schiava, infermiera, assecondando tutte le necessità del condottiero.

La fanciulla trova conforto inaspettato in Patroclo, amico di Achille, che cerca di renderle meno dura la prigionia. Si crea poi una rete di solidarietà tra le donne troiane imprigionate e rese schiave, il cui corpo diventa semplice strumento ad uso dei voleri dei nemici. Queste donne sono costrette a giacere con chi ha ucciso i loro padri, i mariti, i fratelli e i figli. I loro silenzi sono più espressivi di ogni parola. Sviluppano un’inimmaginabile capacità di resilienza, trovando un senso in attività del vivere quotidiano: lavorare al telaio, curare i feriti, preparare i pasti… , gesti di cura e aiuto reciproco.

Attraverso lo sguardo di Briseide si rivivono episodi saliente della guerra di Troia: gli scontri, le razzie, il contrasto tra Achille e Agamennone, la pestilenza che colpisce i greci, la maledizione del sacerdote Crise, la morte di Patroclo, il duello tra Achille ed Ettore, la fine di Troia. Tutto è narrato in modo non convenzionale, originale, presentando i momenti più intimi di uomini e donne resi famosi da Omero. Achille è uno dei protagonisti, con i suoi conflitti interiori, la crudeltà, l’inquietudine, il difficile rapporto con la madre Teti, l’orgoglio, l’amore per Patroclo: è molto umanizzato rispetto alla mitologia ufficiale.

Appare la guerra in tutta la sua bestialità e negli aspetti quotidiani della vita negli accampamenti e nella città assediata.

La scrittrice è abile nel delineare i caratteri dei personaggi, tratteggiandoli attraverso azioni, situazioni e dialoghi. Precise le descrizioni di ambienti, luoghi, oggetti…

Gli occhi di Briseide sono quelli di una donna che si è vista privare di tutto, famiglia, casa, libertà, dallo stesso uomo con cui deve convivere. Non riesce a provare affetto nei suoi confronti, ma impara a rispettarlo, quando Achille dimostra una parvenza di umanità.

Dopo una prima parte affidata interamente alla giovane principessa, si hanno capitoli in cui si alternano prima e terza persona. Il narratore, esterno alla vicenda, recupera alcuni spazi, per oggettivare il racconto.

Si tratta di una storia romanzata, cruda e realistica. La condizione delle donne prigioniere di guerra è stata ed è quasi sempre così. Da questo punto di vista è un romanzo molto attuale.

Scrittura fluida e vivace. Storia nel complesso avvincente.

Pat Barker  (Patricia Mary Drake) nasce in Inghilterra nel 1943, da Moyra, ragazza madre, sconosciuta l’identità del padre. Cresce con la nonna in condizioni di miseria, usufruendo dell’assistenza nazionale. A 11 anni vince un posto al liceo e si laurea poi presso la London School of Economist nel 1965.

Sposa nel 1978 David Barker, più anziano di lei di 20 anni, da cui ha 2 figli. Nel 2009 rimane vedova.

La passione per la lettura e la scrittura inizia presto. A 25 anni scrive i primi romanzi che non vengono pubblicati. Il primo libro pubblicato è Union Street nel 1982, 7 vicende di donne della classe operaia inglese. Seguono Blow Your House Down e Liza’s England, con protagoniste tutte femminili e appartenenti a classi sociali emarginate.

Segue la cosiddetta trilogia della rigenerazione, romanzi che esplorano la storia del primo conflitto mondiale attraverso i traumi che ha lasciato.

Un po’ alla volta ottiene premi e riconoscimenti.

Nel 2019 esce Il silenzio delle ragazze, definito da The Guardian un libro importante, potente e memorabile.