Arte al femminile (451)

Essere una donna artista non è mai stato facile, ma avere anche problemi fisici rende tutto più complesso. Questo è il caso di Maria Blanchard.

Maria Blanchard nasce come María Gutiérrez-Cueto y Blanchard nel 1881 a Santander, figlia di Concepción Blanchard Santisteban e del giornalista Enrique Gutiérrez Cueto.

Fin dalla nascita è affetta da diversi problemi fisici, in particolare da una deformità della spina dorsale (cifoscoliosi), forse conseguenza di una caduta accidentale della madre durante la gravidanza. Sin da bambina è costretta a camminare con un bastone, e a causa di questa infermità, subisce spesso la derisione dei compagni di scuola, che la bullizzano e la chiamano “bruja” (strega). Il dolore fisico e morale saranno presenza costante nella sua vita, cui risponderà però con grinta, ironia e voglia di vivere.

Il padre e il cugino Germán Cueto, artista messicano, la spronano a disegnare. 

Nel 1903 Maria si trasferisce a Madrid per studiare all’Accademia Reale di Belle Arti de San Fernando: qui apprende la precisione e l’uso esuberante del colore che caratterizzano le sue opere iniziali. Il suo carattere forte e ostinato le fa guadagnare il rispetto dei colleghi, che la tratteranno sempre come una loro pari, nonostante l’ambiente all’epoca sia dominato culturalmente dagli artisti uomini.

Nel 1904 muore il padre, che l’ha sempre sostenuta e per lei questo è motivo di grande angoscia.

Nel 1908 Maria vince il terzo premio per il dipinto Primeros pasos alla Exposición Nacional de Bellas Artes e il comune di Santander le assegna una borsa di studio che le consente l’anno dopo di continuare la sua istruzione artistica all’Accademia Vitti a Parigi. Qui fa parte di un gruppo di artisti e critici legati al cubismo. Conosce diversi pittori, con i quali instaura un rapporto di amicizia. Diventa amica intima di Juan Gris, pittore cubista spagnolo, con il quale intraprende un comune percorso artistico. Con l’artista russa Angelina Beloff, diventata sua amica, si reca a Londra e in Belgio. Conosce Diego Rivera, di cui si innamora, non ricambiata.

I primi dipinti di Maria mostrano forme piatte e intrecciate. Il suo stile si fa più figurativo e tradizionale nel corso degli anni. Nei suoi dipinti si alternano contrasti tra colori brillanti e temi malinconici: le sue tele cercano di trasmettere emozioni.

Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, Maria lascia Parigi per fare ritorno a Madrid, nella casa della madre, dove sistema uno studio che poi divide con alcuni degli artisti conosciuti in Francia.

Nel 1915 le sue opere sono presentate al Museo di Arte Moderna di Madrid. Viene contattata per insegnare arte a Salamanca, ma rimane delusa dall’esperienza, per le umiliazioni da parte dei suoi studenti, e nel 1918 si trasferisce nuovamente a Parigi, dove passa il resto della vita. Lascia il cognome Gutiérrez per diventare solo Marie Blanchard, quasi volesse rinunciare alle sue origini spagnole, che invece si manifestano nell’uso dei colori e nell’intensità delle raffigurazioni.

Dopo le mostre in Francia alla Galleria L’Effort Moderne e al Salon des Indépendants di Parigi, in Belgio e la mostra promossa nel 1921 dalla Society of Independent Artists a New York,  la richiesta delle opere di Maria aumenta enormemente. Viene contattata da alcuni importanti commercianti d’arte, ma pochi anni dopo, a causa della crisi economica, molti collezionisti smettono di investire nel suo lavoro. Diventa finanziariamente dipendente dall’amico Frank Flausch (1878-1926), fino alla morte di questi. In seguito si guadagna da vivere con la vendita di qualche dipinto alle gallerie d’arte o a mecenati privati.

Il suo lavoro si evolve tornando all’arte figurativa, avvicinandosi alle opere di Cézanne. Esprime sempre più frequentemente la sua solitudine, il desiderio e la frustrazione per l’impossibilità di essere madre.

Nel 1927, alla morte dell’amico Juan Gris, Maria cade in uno stato di depressione che la porta a riavvicinarsi alla religione. Durante questo periodo pensa all’ipotesi di farsi monaca e trasferirsi in convento, ma ben presto riprende a dipingere. La sorella Carmen e i nipoti vanno a vivere con lei a Parigi, alleviando la sua solitudine, ma peggiorando la sua situazione finanziaria.

La sua salute subisce un progressivo peggioramento negli anni successivi, fino a quando, ammalata di tubercolosi, le diventa impossibile continuare a dipingere. Il 5 aprile 1932 muore all’età di 51 anni a Parigi.  

Libri per pensare

Finchè il caffè è caldo, di Toshikazu Kawaguchi

Il titolo mi è sembrato accattivante, perché sono partita da un dato personale, ossia dal fatto che quello del caffè è per me quasi un rito. Tante volte mi è capitato di dire: “Ci vediamo per un caffè?”, nel cercare un momento di incontro. Che lo si beva appena svegli, in pausa pranzo, o durante le nottate di studio o lavoro, assaporare un caffè è un momento irrinunciabile. Nel romanzo questo forse ha una certa simbologia: la vita va gustata momento per momento come i sorsi di un caffè…

Questo testo sembra scritto per il teatro: ci sono pochi personaggi, la scena è fissa, tutta all’interno di un locale in penombra, pochi i cambiamenti nella scenografia, a parte gli abiti, tutto punta sui dialoghi più che sull’azione. I caratteri sono delineati con pochi tratti essenziali. C’è qualche flashback, ma senza ambientazione precisa. Ci sono poi suoni che sanciscono l’entrata in scena di un personaggio alla volta.

La storia è ambientata in Giappone, in una caffetteria speciale, aperta da 100 anni e su cui circolano varie leggende. C’è un tavolino particolare, davanti a cui è seduta una donna vestita di bianco, intenta a leggere un romanzo d’amore. Quando questa donna, che in realtà è un fantasma, si alza lasciando libera la propria sedia, chi vi si siede può fare un viaggio nel passato. Per realizzare questa eventualità bisogna seguire regole precise e ci si può fermare nel tempo solo fino a che si raffredda il caffè servito appositamente. Il ritorno al passato non può cambiare il presente, ma una volta tornati alla realtà niente è più come prima…Ci sono quattro persone che decidono di intraprendere il viaggio: la bella Fumiko, donna di successo, che non è riuscita a trattenere accanto a sé l’uomo di cui si è innamorata; Kotake, che ha il marito ammalato di Alzheimer e teme di perdere qualsiasi contatto con lui; Hirai, che non è stata sincera con la sorella e ha lasciato la famiglia per la propria indipendenza; infine Kei, che vuole invece andare nel futuro, per conoscere il figlio che ha deciso di far nascere, pur sapendo che questo le costerà la vita.

Una volta fatto questo viaggio nel tempo, i personaggi acquistano una nuova consapevolezza e, se il passato non si può cambiare, ognuno di loro avrà uno sguardo diverso su se stesso e sui propri cari.

Ci sono molte riflessioni che nascono durante la lettura, soprattutto pensare a tutti i momenti mancati della vita di ciascuno. Momenti mancati per la difficoltà di manifestare i propri sentimenti quando se ne ha ancora l’occasione. Non si riescono a capire spesso i sentimenti degli altri, nascono incomprensioni per malintesi dovuti a interpretazioni errate di comportamenti e situazioni. Non ci è purtroppo concessa la possibilità di tornare indietro nel tempo per porre rimedio al nostro non agire! Tanti possono essere questi attimi…Come esseri umani le relazioni sociali sono un nostro bisogno primario, ma alcune volte le diamo per scontate. Pensiamo che ci possa essere sempre un altro momento per poter dire quello che vorremmo, per poi accorgerci troppo tardi che quel momento è passato.

Se il passato non si può cambiare, quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani, quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. Si parla in questo libro del valore del tempo: l’attenzione si sposta su come il nostro atteggiamento possa cambiare il futuro, grazie ai momenti in più che ci prendiamo, grazie a quell’attimo che decidiamo di dedicare all’altro.

Per quanto mi riguarda è proprio questo il messaggio più forte che viene trasmesso da questo libro: diamo importanza ad ogni momento della vita! La nostra vita non scorre su una linea retta nella quale possiamo andare solo in una direzione. Per non rischiare di perderci neanche un attimo della nostra strada, dobbiamo avere il coraggio di rischiare, di esporci, di renderci indifesi, mettendo l’orgoglio da parte, cercando di valutare bene quali siano le nostre priorità.

Si trova infine una caratteristica degli scrittori orientali, ossia unire il fantastico alla dura e cruda realtà, rendendo tutto un po’ malinconico, ma mai davvero triste.

Arte al femminile (450)

Ci sono artiste, che avendo sposato uomini illustri, sono rimaste per questo un po’ in ombra.

Leonetta Cecchi Pieraccini nasce a Poggibonsi (in provincia di Siena) nel 1882 da Ottaviano Pieraccini e dalla sua terza moglie Argene Zani.

Il padre è un medico, convinto socialista. Leonetta ha 4 fratelli: Guido (che diventerà medico condotto), Gaetano (che diventerà primo sindaco di Firenze e poi senatore), Arnaldo (che dirigerà il manicomio di Arezzo) e Giulia.

La sua vita non è facile, perché nel 1891 il padre perde il proprio patrimonio, per risarcire gli azionisti della banca popolare da lui fondata, in seguito alla truffa di un suo socio. Viene condannato a 3 anni di carcere, che sconta in parte nel carcere di Siena e in parte agli arresti domiciliari. Uscito dal carcere, si trasferisce con la famiglia a Firenze, dove Leonetta, che ha dimostrato precoci doti artistiche, prende lezioni private di disegno.

Nel 1898 Leonetta e i genitori si spostano di nuovo e vanno a Colmurano, nel Maceratese, dove il figlio Guido esercita la professione di medico condotto. Leonetta si dedica alla pittura di ritratti e paesaggi.

A 20 anni decide di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, diventando allieva tra gli altri di Giovanni Fattori (tra i principali esponenti del movimento dei Macchiaioli) e ottenendo i primi riconoscimenti (4 medaglie d’argento). Consegue il diploma e nel 1906 espone la prima opera in una mostra a Firenze, dimostrando la propria propensione per lo stile romantico classicheggiante. Purtroppo proprio in quello stesso anno viene colpita da un altro evento doloroso: il padre rimane paralizzato in seguito a una emorragia cerebrale. In questo periodo conosce Emilio Cecchi, che diventerà un celebre letterato e saggista.

I due si sposano nel 1911 a Poggibonsi e si stabiliscono a Roma, avendo il marito avuto un incarico importante nella città. La loro casa diventa luogo di incontro di intellettuali e artisti.

Fin da ragazza Leonetta annota su dei taccuini i fatti del giorno e continua questa abitudine anche da sposata. Oltre agli avvenimenti della famiglia, annota gli incontri con personaggi importanti, riporta notizie di attualità, fa osservazioni personali, riflessioni critiche…Queste Agendine sono preziosa testimonianza della sua vita.

Leonetta si prende cura della casa, dei 3 figli, regola l’intensa vita sociale del marito e non trascura la sua passione per la pittura.

Durante la prima guerra mondiale il marito va in Inghilterra come inviato speciale e Leonetta si sposta a Firenze. Nel 1919 raggiunge il marito a Parigi, poi si stabilisce ad Ariccia e infine ritorna a Roma.

Nel 1921 tiene la prima mostra personale, presentando 50 opere. Seguono altre presentazioni dei suoi lavori, che ottengono lusinghieri giudizi di critica.

Negli anni Trenta e Quaranta espone alla I Quadriennale di Roma, poi alle Biennali di Venezia, partecipa alla I Permanente di Milano, all’Esposizione di Arte Moderna di Brighton e a molte altre manifestazioni. Nel 1936 è in Brasile, per una mostra personale a San Paolo. Tiene anche due conferenze nelle sale della Società Dante Alighieri sulla pittura dell’Ottocento e del Novecento.

Nel 1952 pubblica le note autobiografiche Visti da vicino, descrivendo incontri e conversazioni con letterati e pittori che hanno frequentato il suo salotto.

Vengono poi pubblicate le sue Agendine.

A un progressivo rarefarsi delle mostre corrisponde un sempre maggiore impegno letterario. Collabora in qualità di giornalista di costume a diversi periodici e quotidiani.

Leonetta muore a Roma nel 1977.

*temp*

Arte al femminile (449)

Ci sono pittrici di cui non è rimasto neanche il nome proprio e di cui si hanno pochissime notizie biografiche, come la misteriosa mademoiselle de La Morinière.

La fondazione CariPisa raccoglie ben 115 opere di questa artista, che rappresentano paesaggi della città o della campagna circostante, perché a Pisa questa artista ha trascorso parecchio tempo. Come termini cronologici più precisi si possono tenere le date, che lei stessa annota in margine ai disegni eseguiti sui fogli del taccuino di viaggio: 16 maggio 1837 e 20 marzo 1841.

In questo periodo la giovane è ospite del nonno, Jean-Baptiste-Etienne Poussielgue, vecchio impiegato delle finanze parigino, rifugiatosi in Italia per sfuggire a pesanti accuse di calunnia e tradimento. La casa del nonno è al primo piano del palazzo Parra, da cui si possono ammirare i dintorni, che la nipote dipinge, soprattutto i “lungarni”.

M.lle De La Morinière è già stata in precedenza presente alle esposizioni del Salon di Parigi, dal 1834 al 1837.

La sua specialità sono i ritratti in miniatura.

Oltre che per trovare il nonno, la sua presenza a Pisa è dovuta al desiderio di approfondire le proprie conoscenze artistiche, migliorando la propria tecnica, dedicandosi al genere abbastanza impegnativo delle vedute, dei paesaggi, degli studi di monumenti e antichità.

Usando matite ed acquarelli la De Morinière ci lascia stupende vedute della città toscana. Annota tutto con curiosità ed attenzione, curando i particolari.

Alle pagine del suo taccuino è stata dedicata una mostra a Pisa nel 1995, ed un volume intitolato Pisa Romantica, in cui i contributi di R.P. Ciardi, L. Tongiorgi Tomasi e A. Tosi offrono il quadro completo del panorama artistico pisano, e ancor meglio toscano, col quale la pittrice francese si confrontava per la prima volta con ottimi risultati.

Alcuni suoi lavori si trovano anche al British Museum.

Arte al femminile (448)

Vivendo a Padova, non posso non ricordare un’artista che si è distinta proprio in questa città.

Silvana Weiller nasce a Venezia nel 1922, in una famiglia di religione ebraica. Dopo qualche anno la famiglia si trasferisce a Milano, dove nel 1925 nasce il fratello Guido. Viene educata privatamente sino all’iscrizione al liceo classico Parini, che frequenta a Milano. In seguito alle leggi razziali del 1938, è costretta a ritirarsi dalla scuola pubblica e termina gli studi in un istituto privato.

Nel 1943 la famiglia abbandona Milano, si rifugia inizialmente a Binasco (v.foto), poi in Val d’Ossola (v.foto) e infine, grazie all’aiuto di un gruppo di partigiani, raggiunge un campo di raccolta in Svizzera.

Il padre ottiene un incarico di insegnamento a Losanna, dove la famiglia può riprendere una vita normale. Silvana s’iscrive alla Scuola d’Arte, conseguendo il diploma.

A Losanna Silvana conosce e sposa Leo Romanin Jacur. Finita la guerra si trasferisce con il marito a Padova.

Ha tre figli: Giorgio, Davide e Lia. Riesce a conciliare la passione per la pittura con la cura dei figli e della famiglia. Per i bambini illustra fiabe e inventa giochi. Produce disegni ispirati alla storia biblica e le Storie della Regina di Saba tratte dal Talmud (testo sacro dell’ebraismo).

Si presenta al pubblico nel 1948, con una serie di bozzetti di scena, in occasione della Mostra del Quarantotto presso il famoso caffè Pedrocchi.

Continua a esporre regolarmente a Padova, in tutte le rassegne cittadine. Nel 2011 il Comune di Padova le dedica l’antologica Dipinti e parole, presso la Sala della Gran Guardia, esponendo 25 dipinti di grandi dimensioni e parecchi inediti: disegni e incisioni.

A partire dagli anni ’60 alterna l’attività di pittrice con quella di critica d’arte, collaborando alle riviste Arte Triveneta e Eco d’Arte Moderna, oltre che curare la rubrica Cronache d’Arte del Gazzettino di Padova. Si dimostra un’intellettuale vivace e attenta alle novità dei tempi, mente brillante ed eclettica.

Si distingue anche per le recensioni letterarie e l’attività di poetessa.

Partita da una ricerca artistica di tipo figurativo, giunge negli anni ’70 a una pittura materica informale.

“Pittrice materica, a volte le sue opere appaiono come bassorilievi su cui la luce gioca un ruolo fondamentale, facendo mutare la visione a seconda del momento e del punto di osservazione: opere monocrome, nero su nero, bianco su bianco, sono di grande suggestione, non meno interessanti sono anche le ricerche con altri cromatismi dove i rossi puri si alternano ai neri o ai viola in accensioni improvvise quasi a creare dei vortici di materia incandescente, primordiale.”

Una nuvola trasparente
nel nulla della sera
sopra il deserto steso
attorno al mare
lucido specchio ardente
bianche onde rare
in solitudine leggera
e il cielo lontano
nell’azzurro arcano:
il mondo aspetta ancora di girare
solo il sogno vola.

(dalla raccolta Eco dell’eco)

Un filo sottile
da terra a cielo
un filo leggero
curvo di vento
nel sole spento:
di notte un velo
d’attesa febbrile,
di notte un mistero
che annulla il pensiero:
gira la terra senza profilo
.

Vita e letteratura

Due vite di Emanuele Trevi, ed. Neri Pozza

Questo libro è innanzitutto il racconto di due vite singolari, come lo sono un po’ tutte le vite, ma c’è anche un terzo personaggio, che è l’autore stesso, presente sia in molte delle situazioni descritte sia nelle riflessioni che ogni tanto appaiono nel testo.

I personaggi principali sono uniti da una fine triste e insensata: Rocco Carbone è deceduto nel 2008 a quarantasei anni a causa di un incidente in motorino, dinanzi alla statua di Scanderbeg (di piazza Albania a Roma), l’eroe albanese molto celebrato nella sua natia Calabria; Pia Pera è morta nel 2016 a sessant’anni, falcidiata dalla Sla nel rigoglioso podere nei pressi di Lucca in cui si era ritirata.

Trevi ricorda i suoi amici credendo nella potenza evocatrice della scrittura. “La scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti”, “Consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo, ma scriverne”. La scrittura come strumento per vivere e far rivivere!

Dovendo però parlare di qualcuno, farne il personaggio di un libro, si richiedono alcune attenzioni. Dice ancora Trevi: “più ti avvicini a un individuo più assomiglia a un quadro impressionista, a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani viceversa e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri….L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità.” Per questo non abbiamo dei ritratti lineari, delle sequenze temporali, ma si procede per flash, per momenti, alternati a pensieri, riflessioni in cui possiamo ritrovare un senso anche noi lettori.

«Scrivere di una persona reale e scrivere di un personaggio immaginato alla fine dei conti è la stessa cosa: bisogna ottenere il massimo nell’immaginazione di chi legge utilizzando il poco che il linguaggio ci offre. Far divampare un fuoco psicologico da qualche fraschetta umida raccattata qua e là. (…) Che differenza c’è tra la Pia Pera registrata all’anagrafe di Lucca il 12 marzo del 1956 e la Tat’jana di Puškin? Dal punto di vista del linguaggio, sono solo due pupazzetti fatti di scampoli lisi e fil di ferro, un ciuffetto di crine per i capelli, due bottoni spaiati per gli occhi.» (p. 83)

C’è tanta letteratura in questo libro!

Siamo nel campo della letteratura e la letteratura è una ricerca della verità pigra, che non tende all’universale, ma si concentra sul particolare, sulla singolarità. Lo ripete Trevi anche nel libro, esplicitamente: “la letteratura deriva la sua stessa ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità”. La letteratura è ancorata al racconto di un caso, non può essere un criterio di conoscenza generale e definitivo. Il meccanismo della scrittura porta in alcuni casi a una vera dilatazione dei confini dell’io individuale: attraverso la scrittura noi creiamo altri dati memoriali rispetto a quelli di partenza, la scrittura crea il senso di ciò che ricordiamo, rende vivide le cose. “Tocchi quello che sapevi, ma non sapevi di sapere e questo ha a che fare con l’evocazione, il dialogo con le ombre.”

Scrivendo di Pia e di Rocco, i protagonisti di Due vite, l’autore dice di avere sentito realmente, concretamente la loro presenza. Trattandosi di due scrittori, si osserva un intreccio tra personalità e stile di scrittura. Lo scrivere è un po’ uno svelamento, c’è un collegamento tra personalità e scrittura. I tre amici hanno trascorso la loro vita tra letteratura ed esperienza condivisa.

Elementi che caratterizzano i due personaggi e il loro stile:

  • Rocco= fobia dell’ornamento, idea sobria dello spazio e della presenza umana, mancanza di eloquenza. Muoversi verso l’essenza, il nitore, la coincidenza più stretta possibile del nome e della cosa. Uniformità come principio della scrittura, controllo razionale, mondo fatto di nomi comuni. I suoi personaggi non suscitano l’emozione capitale, ossia l’identificazione.
  • Pia=intensa, dotata di un’anima prensile e sensibile, incline all’illusione, facile a risentirsi. In Pia congruenza di parole e cose…il terreno considerato come una pagina e la coltivazione come scrittura.

L’apparire dell’altro nel ricordo significa l’emergere di una parte nascosta o rimossa della coscienza. “Noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.”

Continuo è il passaggio dal particolare all’universale: “Da pochi mesi ho compiuto l’età esatta in cui Pia si è ammalata, cominciando a perdere progressivamente, inesorabilmente, giorno dopo giorno, l’uso del suo corpo. Gli anni di Rocco, invece, ormai li ho superati abbondantemente. I nostri amici sono anche questo, rappresentazioni delle epoche della vita che attraversiamo come navigando in un arcipelago dove arriviamo a doppiare promontori che ci sembravano lontanissimi, rimanendo sempre più soli, non riuscendo a intuire nulla dello scoglio dove toccherà a noi, una buona volta, andare a sbattere.”

Interessante la simbologia del quadro di Courbet, di cui si parla all’inizio e alla fine del romanzo: la vita all’inizio sembra nascondere qualche promettente segreto, ma rimane sino alla fine un mistero.

Parlando di scrittori si parla poi di vocazione di ognuno: un’autentica vocazione valorizza al massimo fatti o predisposizioni già presenti nella vita in modo embrionale o marginale… le vere rivoluzioni sono trasformazioni di ciò che già sappiamo, di ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi.

“Come è possibile che conteniamo in noi tante cose così disarmoniche e spaiate, manco fossimo vecchi cassetti dove le cose si accumulano alla rinfusa, senza un criterio?”

“Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.” È la realistica conclusione

Questo libro l’ho dovuto leggere due volte per apprezzarlo veramente e cogliere quanto poteva risuonare in me come in ogni altro lettore. Vi ho trovato considerazioni sulla vita così incisive da essere spunti di riflessione e ripensamento soprattutto sul valore dello scrivere. Una bella esperienza!

Arte al femminile (447)

Antonietta Raphaël nasce Kovno, un piccolo villaggio nei pressi di Vilnius (Lituania)nel 1895, in una famiglia di religione ebraica, ultima di dodici figli: il padre è un rabbino.

Rimasta orfana di padre nel 1903, si trasferisce con la madre a Londra, anche perché nel paese inizia la propaganda antisemita. Inizialmente si dedica alla musica, diplomandosi in pianoforte presso la Royal Academy. Parla russo, tedesco, yiddish, impara correttamente l’inglese.  Tiene corsi di solfeggio, mantenendo la madre Kaja con le sue lezioni di musica. Nel 1919 muore anche la madre e Antonietta si sposta prima a Parigi, poi a Roma. Nel 1925 frequenta L’Accademia di Belle Arti. Qui conosce il pittore Mario Mafai, allora di 22 anni (più giovane di lei di 7 anni) cui si lega sentimentalmente e da cui ha 3 figlie, che avranno un futuro importante. Miriam, la maggiore,  diventerà scrittrice, giornalista, compagna del politico Gian Carlo Paietta. La seconda, Simona, sarà senatrice, scrittrice, attiva nel movimento femminista. Infine Giulia sarà scenografa e costumista.

Nel 1929 inizia l’attività espositiva. Tra il 1930 e il 1933, prima con il marito poi da sola, vive tra Parigi e Londra, dove frequenta lo scultore e pittore Epstein, russo-polacco, e nasce il desiderio di dedicarsi alla scultura.

A causa delle leggi razziali fasciste e delle relative conseguenze, si rifugia prima in campagna, vicino a Forte dei Marmi, poi a Genova con la famiglia e viene protetta e aiutata da alcuni amici. Antonietta vive appartata, ma lavora intensamente. Il marito è chiamato alle armi fino alla fine del 1942.

Dal 1943 al 1945 Antonietta è a Roma con la figlia Giulia, poi torna a Genova. Vive un periodo di difficoltà e ristrettezze economiche. Finalmente, a guerra finita, nel 1948, è presente alla Biennale di Venezia. Gli anni ’50 sono anni di viaggi: Sicilia, Spagna, Cina.

Il suo lavoro ottiene lentamente attenzione di pubblico e critica. Espone in Italia (Roma e Spoleto), poi nel 1956 va in Cina, con un gruppo di artisti italiani, e presenta suoi lavori a Pechino. Partecipa a molte collettive in Europa, Asia e America.

Nell’ambito dell’VIII Quadriennale (1959-1960) di Roma le viene finalmente riconosciuto un ruolo di primo piano nella storia artistica italiana.

Nel 1965 perde l’amato compagno di vita, cui dedica il dipinto Omaggio a Mafai.

Negli anni ’70 sperimenta la litografia.

Muore a Roma nel 1975.

Personalità complessa e originalissima, Antonietta rivela, soprattutto nelle sculture, una grande potenza espressiva. I critici sono concordi nel considerarla anticipatrice di movimenti artistici recenti, come la Transavanguardia. Quest’ultimo movimento teorizzava il ritorno alla manualità, alla gioia di dipingere, l’uso del pennello e della tela, unito all’interesse per le tradizioni popolari. 

La figlia Giulia le ha dedicato la biografia La ragazza con il violino (ed.Skira).

 “Mia madre – racconta Giulia- era molto riservata e ingenua, non sapeva affrontare la vita reale. Era indipendente, anticonformista, vestiva in modo originale, non si truccava. Diceva che Dio è donna perché sono le donne a saper creare. A noi ragazze ha dato la coscienza che la nostra vita non dipendeva dal matrimonio. Come donna però ha sofferto molto, per fortuna sfogava tutto nella sua arte. Credo che nella pittura ci fosse il lato luminoso del suo carattere, mentre nella scultura riversava tutto il suo dramma”.

Libri per capire

La signora della porta accanto di Yewande Omotoso è un delizioso divertente romanzo ambientato in un ricco quartiere di Città del Capo, Katterijn. Qui ci sono belle ville e famiglie benestanti. Da vent’anni si fanno una “guerra sotterranea” due donne: Marion e Hortensia. La prima è un architetto di successo, sposata con 4 figli, bianca e razzista (anche se lo nega), la seconda è nera, disegner di successo dopo tanta fatica, sposata con un bianco benestante, senza figli. Una è bionda, dalle forme generose, presidente del comitato di quartiere, l’altra è sottile, critica nei confronti delle altre signore e acerrima rivale di Marion. Hortensia ha vissuto in Inghilterra, si è sposata con l’inglese Peter e con lui si è trasferita prima in Nigeria poi a Città del Capo. Le vicende della sua vita l’hanno fatta diventare una donna burbera, astiosa, dall’ironia caustica, che la rende sgradevole. Marion viene da una famiglia di origini ebraiche, che ha fatto di tutto per cancellare le proprie radici. Ha un razzismo subdolo, che la porta ad atti profondamenti ingiusti verso le domestiche di colore.

Nel corso degli anni le due donne avevano litigato su molte cose e ogni nuovo incontro era carico di ostilità.In effetti non potevano essere più diverse. Hortensia era nera e minuta. Marion bianca e grossa. Il marito di Marion era morto, quello di Hortensia ancora teneva duro. Marion e i suoi quattro bambini, Hortensia senza figli.”

Marion e Hortensia rimangono vedove quasi nello stesso tempo e un incidente le costringe a vivere per un periodo nella stessa casa. Una gru, destinata ai lavori nella casa di Hortensia, si è infatti abbattuta sulla casa di Marion, provocando nello stesso tempo una frattura alla gamba della stessa Hortensia, che deve pertanto avere assistenza.

Flashback chiarificatori fanno capire come le due donne abbiano più aspetti in comune di quello che pensano. Marion cerca in Hortensia perdono per i suoi pregiudizi. Hortensia cerca di liberarsi della rabbia e dell’astio verso se stessa e il marito, che l’ha tradita per anni e l’ha incaricata per testamento di contattare la figlia nata dalla sua relazione.

Marion non è stata la madre che avrebbe voluto essere per i suoi quattro figli, mentre Hortensia rimpiange di aver rifiutato il figlio che aveva in grembo e dopo il quale non ha più potuto averne altri.

Quello che accomuna le due signore è l’amore per l’architettura, per gli oggetti belli, per la natura e la luce che inonda le stanze. Entrambe hanno lottato per emanciparsi.

In questo libro ci sono tanti spunti di riflessione: il razzismo nelle sue varie forme, la fuga dal proprio paese, l’equilibrio tra il ruolo di madre e quello di donna in carriera, l’amore, il tradimento, l’amicizia e la vecchiaia.

“Hortensia si rese conto che la qualità della sua vita sarebbe sensibilmente migliorata se la rabbia avesse lasciato posto al rancore. Erano due cose differenti. La rabbia era come un drago, che bruciava tutte le altre cose. Il rancore ti scava un buco nello stomaco, ti bruciava le viscere.”

Marion e Hortensia sono donne che si sono emancipate a caro prezzo e che devono fare i conti con quello di cui sono state private. Una volta che si sono sgretolati tutti i pregiudizi e le convinzioni che hanno da sempre condizionato il loro rapporto, le due donne potranno instaurare un’amicizia e cominciare una nuova fase della loro vita.

Hortensia cedette le sue chiavi senza sorridere. Osservò Marion allontanarsi, gelosa suo malgrado dei suoi movimenti sciolti, mentre lei, con tutta la buona volontà, continuava a zoppicare. “Che cosa cucini?” Per tutta risposta Marion agitò la mano in aria, senza voltarsi…”

Le vicende personali delle protagoniste si intrecciano con quelle del Sudafrica e la lotta contro l’apartheid.

Un bel romanzo, con uno stile incisivo e grande capacità espressiva. Fa da sottofondo un umorismo caustico.

Offre molti spunti di riflessione.

Nata nell’isola di Barbados nel 1980 e cresciuta in Nigeria, Yewande Omotoso si è trasferita in Sudafrica con la famiglia nel 1992. Scrittrice, architetto e designer, ha pubblicato il suo primo libro, Bom Boy, nel 2011, aggiudicandosi il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio. Con La Signora della porta accanto (2016), è entrata nella longlist del Baileys Women’s Prize for Fiction 2017 ed è tra i finalisti dell’International Dublin Literary Award 2018.

Arte al femminile (446)

Continuo il ricordo delle artiste italiane accomunate dal fatto di essere ebree.

Adriana Pincherle nasce a Roma nel 1905 in una famiglia dell’alta borghesia di origini ebraiche da parte di padre, l’ingegnere Carlo Pincherle, mentre la madre Isa De Marsanich è cattolica e di nobile lignaggio, di una dinastia ungherese nobile ma decaduta. Adriana è sorella maggiore di Alberto, che diventerà famoso con lo pseudonimo di Alberto Moravia, grande scrittore (v.ritratto)

Sin da piccola si appassiona alla pittura ad acquarello e dimostra innata sensibilità per l’uso dei colori. Dopo gli studi classici si iscrive alla Scuola libera del nudo dell’Accademia e inizia a frequentare l’atelier “per signorine” di Alfredo Petrucci, figura poliedrica, storico dell’arte, narratore, poeta, incisore e disegnatore.

Adriana esordisce nel febbraio 1931 alla “Prima mostra romana d’arte femminile” e nell’aprile del 1932 tiene, assieme a Corrado Cagli, la prima personale presso la Galleria di Roma. Il Cagli è il fondatore del Gruppo dei nuovi Pittori Romani.

Nel 1933 va a Parigi con il cugino Carlo Rosselli (uno dei leader del movimento antifascista “Giustizia e libertà”). Qui approfondisce lo studio degli impressionisti e soprattutto di Matisse, studio che si rivela decisivo per la sua evoluzione pittorica. Per la pittura di Henri Matisse ha una vera e propria passione, soprattutto pe l’uso dei colori.

Sposatasi con il pittore e letterato Onofrio Martinelli e trasferitasi a Firenze, porta avanti per lunghi anni un’intensa attività artistica incentrata su un solido linguaggio figurativo, non strettamente realista e dall’acceso cromatismo. Con il marito ha un forte rapporto umano e artistico. Insieme frequentano il caffè delle Giubbe Rosse, luogo d’incontro degli intellettuali legati alla rivista Solaria, i quali rappresenterà in molti ritratti.

Espone nel 1934 all’Exhibition of Contemporary Italian Ar ,  mostra itinerante negli USA, poi a Roma, Firenze, Milano e Venezia.

Con l’arrivo della seconda guerra mondiale e delle discriminazioni razziali, Adriana e il marito sono costretti a nascondersi per le loro origini ebraiche, prima a Bibbiena, poi a Vallombrosa e Taranto. Dopo la liberazione, Adriana e il marito si recano regolarmente a Parigi, influenzati dal movimento artistico dell’impressionismo e da quello dei cosiddetti Fauves. Il termine fauves (“belve, selvaggi”) indica un movimento artistico d’avanguardia nato in Francia, così chiamato dal critico d’arte francese Louis Vauxcelles, che definì la prima esposizione del gruppo “una gabbia delle belve” (cahe aux fauves), per la violenza espressiva dei colori. L’arte degli aderenti a questo movimento si basava sulla semplificazione delle forme, sull’abolizione della prospettiva e del chiaroscuro, sull’uso di colori vivaci e innaturali, sull’utilizzo del colore puro, spesso spremuto direttamente dal tubetto sulla tela, sulla mancanza di linee di contorno.

La preferenza di Adriana va ai ritratti, prediligendo le tempere alla pittura a olio. Il suo stile si caratterizza per i colori fiammanti. Lo scrittore, traduttore, critico editoriale Elio Vittorini, in occasione di una mostra, definisce la sua opera come “una pittura gridata”.

Adriana continua a dipingere sino al momento della morte, nel 1996,  a Firenze.

L’artista è stata particolarmente interessata all’esplorazione di se stessa, ritraendosi in infiniti modi diversi. Negli ultimi decenni della sua carriera riscopre gli interni domestici, motivo spesso dipinto negli anni ’40.

Suoi dipinti si trovano presso il Gabinetto Vieusseux di Firenze, nella Sala lettura dell’archivio contemporaneo.

Il suo “Autoritratto in piedi” è agli Uffizi, sempre a Firenze.

Arte al femminile (445)

Paola Levi Montalcini nasce a Torino il 22 aprile 1909 , sorella gemella della più famosa Rita Levi- Montalcini. Ha altri due fratelli: Gino e Anna.

Verso la fine degli anni Venti è vicina a Felice Casorati (il cui studio rappresenta il punto di riferimento per la giovane avanguardia torinese), pittore dalle forme essenziali, e a Italo Cremona.

Nel 1931 espone alla prima Quadriennale dell’Arte Nazionale di Roma al Palazzo delle Esposizioni e nel 1934 al “Primo Raduno d’arte contemporanea”.

Nel 1939 Giorgio de Chirico riassume, nella prima monografia dedicatale, la fase iniziale della sua storia creativa e formale.

Verso la fine degli anni quaranta si assiste ad un netto sganciamento dal vero e ad un’elaborazione che la condurrà verso l’espressionismo astratto, sino ad arrivare ad un solido avvicinamento alla produzione astratto-concreta del MAC (movimento arte concreto).

Durante la guerra sceglie il silenzio e deve salvaguardarsi dalle persecuzioni razziali, essendo ebrea: si nasconde a Firenze.

Dopo la frequentazione dell’atelier di S.W. Hayter a Parigi (che la introduce all’estetica surrealista della scrittura automatica) si dedica alla scultura e realizza strutture cinetico-luminose. Sperimenta nuove soluzioni tecniche. Inizia un percorso che unisce arte e matematica: ad esempio studia le varie curve, che incide su rame. Crea sculture in alluminio con incastri di piani geometrici.

Nel 1992 pubblica Discordanze, chiara sintesi del suo pensiero. Lo stesso anno istituisce con la sorella Rita la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del padre, per formare dei giovani in campo scientifico e conferire borse di studio a giovani studentesse africane che vogliano iscriversi all’Università, per impegnarsi poi nel proprio paese.

Muore a Roma nel 2000.

Nel 2001 la sorella Rita le dedica il volume: Un universo inquieto: vite e opera di Paola levi Montalcini.

Sua caratteristica è la continua ricerca espressiva, che la spinge verso sperimentazioni in bilico tra razionalismo e irrazionalismo: è fantasiosa e visionaria.

Schiva ed appartata, è stata molto stimata dagli intenditori d’arte, come Giulio Carlo Argan e Federico Zeri, per citarne alcuni.

Parte delle sue opere sono esposte alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.