Arte al femminile (430)

Continuando il discorso sulle donne fotografe e abbandonando momentaneamente la ricerca sulle pittrici, trovo il nome di Anne Brigman.

Anne Wardrope Brigman nasce a Nu’uanu Pali, nelle Hawaii, nel 1869. È la maggiore degli 8 figli di una coppia di missionari. La sua infanzia trascorre in un ambiente naturale che offre allo sguardo moltissimi spunti e abitua alla bellezza.

Nel 1886 la famiglia si trasferisce a Los Gatos, in California e torna alle Hawaii per brevi soggiorni.

A 25 anni Anne sposa il capitano di mare Martin Brigman, che segue nei numerosi viaggi, principalmente nei mari del sud. Quando ritornano nella loro casa a Oakland (California), i due coniugi accolgono molti personaggi del mondo culturale: scrittori, pittori, musicisti, accomunati dall’amore per la natura, la ricerca di una nuova spiritualità.

Nel 1901 la fotografia entra nella vita di Anne. Dapprima fa soprattutto ritratti femminili, dalle luci soffuse, dall’atmosfera come sospesa.

Nel 1903 espone al terzo Salone Fotografico di San Francisco entrando in contatto con i foto-secessionisti newyorkesi. Il lavoro aumenta, incomincia a farsi conoscere e apre un proprio studio a Berkeley.

Inizia un rapporto di fiducia e scambio di esperienze con Alfred Stieglitz, fondatore della rivista e della Galleria ispirate al movimento della foto-secessione.

La foto-secessione sostiene che il senso di una fotografia non è da ricercare in ciò che appare di fronte alla macchina fotografica, ma nella manipolazione dell’immagine da parte dell’artista-fotografo, per realizzare una visione soggettiva.

Dal 1903 al 1944 Anne mantiene una corrispondenza costante con Stieglitz, scambiando con lui quasi 100 lettere.

Anne inizia a scegliere come tema per le proprie foto quello dell’identità femminile, del corpo in rapporto a una natura incontaminata.

Nel 1909 si separa dal marito, per realizzare se stessa pienamente e va a New York. Perfeziona la propria tecnica e segue corsi per migliorare il metodo di stampa.

La libertà interiore, l’emancipazione come donna trovano rappresentazione in immagini in cui il corpo diventa strumento espressivo, immerso nella natura, in cui sembra voglia scomparire.

Negli anni ’30 e ’40 il suo lavoro si evolve da uno stile “pittorico” a paesaggi che sono quasi astrazioni in bianco e nero. Scrive come critica d’arte, insegna, dipinge e fotografa, in un’attività incessante.

Si dedica alla scrittura, segue un corso di scrittura creativa e nel 1949 pubblica Songs of a pagan, poesie dedicate a Walt Whitman.

Muore a 80 anni, nel 1950,  in casa della sorella a El Monte, in California.

Donna emancipata rispetto i tempi, amante della montagna, poetessa e artista visionaria, fa scandalo con fotografie in cui il nudo femminile viene inserito in una natura ancora ancestrale, trasformando le donne quasi in ninfe della mitologia antica. Oggettivare il proprio corpo nudo come soggetto delle sue fotografie, all’inizio del XX°, secolo è stato rivoluzionario, farlo all’aperto, in un ambiente deserto quasi desolato è stato una novità assoluta.

Le mie immagini raccontano della libertà della mia anima, della mia emancipazione dalla paura…..ho trovato lentamente il mio potere con la  machina fotografica, tra i ginepri, i pini e i larici”.

Le sue fotografie hanno la caratteristica di avere i negativi ritoccati con vernici, matita e sovrapposizioni, quasi farli divenire “quadri”.

Sue opere si trovano al Wilson Center for Photography di Londra, al Metropolitan Museum of Art, al George Eastman Museum, all’Oakland Museum of California, al MoMa di New York, al Paul Getty Museum e in molte collezioni private.

Arte al femminile (429)

Un’altra donna particolare è Elizabeth “Lee” Miller, la cui abilità come fotografa verrà scoperta dopo la morte, come accaduto per Vivian Maier, di cui ho ricordato la vita in un post (v.arte al femminile-427).

Elizabeth nasce a Poughkeepsie (nello stato di New York) nel 1907.

Il padre Theodore è ingegnere e uomo d’affari di origine tedesca, la madre è Florence, di famiglia canadese-scozzese e irlandese. Ha due fratelli: John ed Erik. Il padre è appassionato di fotografia e insegna ai figli le tecniche fotografiche. Elizabeth apprende con facilità e viene spesso immortalata nelle foto.

A 7 anni subisce una violenza sessuale mentre si trova a Brooklyn, presso amici di famiglia, essendo la madre in ospedale. La dolorosa vicenda viene tenuta nascosta e non si saprà mai chi sia lo stupratore.

Nel 1925 s’iscrive alla Scuola Superiore di Belle Arti e a 19 anni va a New York per studiare scenografia. Elizabeth è bellissima e viene notata per caso dall’editore di Vanity Fair e di Vogue, Condè Nast, affascinato dal suo portamento, dalla sua eleganza e dalla sua conoscenza delle lingue. Le viene proposto un contratto e diventa fotomodella di fama internazionale.

Nel 1929 va in Europa: a Roma e Firenze studia l’arte e la sua storia.

Il suo interesse per la fotografia la porta a Parigi, dove inizia un apprendistato con il famoso fotografo Man Ray, di cui diventa collaboratrice, modella, musa e compagna.

La passione per i soggetti surreali e metafisici la porta a partecipare attivamente al movimento surrealista con immagini particolarmente efficaci. Diventa amica e modella di Pablo Picasso, interpreta un film di Jean Cocteau.

Nel 1932 lascia Ray e Parigi e torna a New York, dove apre un proprio laboratorio fotografico, in collaborazione con il fratello Erik. Nel 1933 espone nella mostra Moderna fotografia europea, e nel 1934 presenta una propria personale, sempre a New York.

A 27 anni conosce il facoltoso uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey, recatosi a New York per acquistare attrezzature per le ferrovie del suo paese. I due si sposano nel 1935 e si stabiliscono a Il Cairo. Abbandonata l’attività di fotografa professionista, Elizabeth continua però a fotografare per passione, affascinata dal deserto, dalle rovine, dalle piramidi…

Stancatasi della vita in Egitto, lascia il marito e torna a Parigi. Conosce il pittore surrealista e curatore d’arte britannico Roland Penrose, cui si lega sentimentalmente e con cui viaggerà per l’Europa, scattando foto molto belle. Trascorre lunghi periodi nel sud della Francia, dove frequenta vari artisti e ritrova Picasso, che la dipinge in ben 6 tele.

Nel 1939 la troviamo a Londra.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale inizialmente torna a New York, poi decide di diventare fotoreporter di guerra per Vogue, va in Gran Bretagna e documenta il bombardamento nazista. Riesce a farsi riconoscere come corrispondente di guerra dall’esercito degli Stati Uniti, fatto inusuale per una donna. Le sono affidati molti incarichi e continua a fotografare anche nelle condizioni più disagevoli.

Recatasi in Francia documenta con le sue immagini tutte le drammatiche tappe della guerra.

Evento fondamentale è la sua presenza in Germania negli anni 1944-1945. Sue sono le prime testimonianze sull’orrore dei campi di concentramento di Buchenwald e Dachau, tanto tremende che deve esserne certificata l’autenticità per la pubblicazione su Vogue.

Elizabeth entra nell’appartamento di Hitler, dopo la sua fine, e si fa fotografare nella vasca da bagno del fuhrer, con intenti simbolici: il gesto si configura come una purificazione dalle tragedie della guerra., completamento di una storia personale e collettiva.

Il suo lavoro durante la guerra le permette di essere finalmente valutata per la sua bravura e non per la sua bellezza.

Finita la guerra si occupa dei bambini ricoverati a Vienna e della vita dei contadini in Ungheria.

Nel 1955 espone le sue opere a New York.

Tornata in Gran Bretagna inizia a soffrire di depressione e di disturbo post traumatico da stress, eccedendo con l’alcol.

La troviamo di nuovo a New York con Roland Penrose, da cui aspetta un figlio. I due si sposano e nel 1947 nasce Antony, suo unico figlio. La famiglia Penrose acquista una proprietà nell’East Sussex, la Farley Farm House, che negli anni cinquanta e sessanta diventa meta di molti artisti. Elizabeth fotografa solo per hobby. Il suo stato depressivo si aggrava sia per il ricordo delle tremende esperienze vissute che per i tradimenti del marito.

Negli anni quaranta e cinquanta viene indagata dal servizio di sicurezza britannico perché sospettata di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica.

Muore di cancro nel 1977, a 70 anni.

Il figlio Antony, che nulla sapeva dei trascorsi della mamma, scopre fotografie, scritti, quadri, lettere…gli si rivela una donna a lui sconosciuta, di grande valore artistico. Egli dedicherà tutti i suoi sforzi per far conoscere le opere della madre , riabilitarne la figura e farne conoscere la vita.

Farley Farm House diventa uno splendido museo.

Bellissima, geniale, Elizabeth si doveva chiudere in un carattere duro e poco incline ai compromessi, per salvaguardare se stessa. Diceva: “Preferisco fare una foto che essere una foto”. Ha voluto far sentire la sua voce attraverso l’arte.

Il romanzo La vasca del fuhrer di Serena Dandini, edito da Einaudi, ripercorre la vita di questa donna straordinaria.

Una mostra a lei dedicata si è tenuta a Bologna nel 2019.

Fotografia: Bologna, prima retrospettiva Lee Miller

Donne che anticipano i tempi

Il collegamento tra le arti di cui ho parlato nel post precedente, lo troviamo anche in un’altra artista, famosa al suo tempo.

Valentine de Saint-Point nasce a Lione nel 1875.

A 8 anni perde il padre.

Si sa che aderisce all’avanguardia letteraria e artistica parigina e diventa amica di molti intellettuali.

Giovanissima, a 18 anni, sposa un professore di Lettere più grande di lei di 14 anni. Rimasta vedova a 24 anni, si risposa un anno dopo con un collega del marito, insegnante di Filosofia a Parigi, Charles Dumont (che diventerà famoso come politico e senatore della Repubblica) da cui divorzia nel 1904. Instaura quindi una “libera unione” con Ricciotto Canudo, poeta, romanziere, critico d’arte, giornalista, nonché grande teorico del cinema.

Inizia un’intensa fase creatrice, dedicandosi alla letteratura, alla pittura, alla scultura e alla danza.

Nel 1905 pubblica la prima raccolta poetica (Poèmes de la mer e du soleil), in cui canta le forze della natura, nel 1906 escono tre libri: Trilogia sull’amore e sulla morte.

Conosce lo scultore Auguste Rodin, riguardo al quale pubblica nel 1906 La doppia personalità di Auguste Rodin e di cui diventa musa ispiratrice e forse amante. Studia con lui l’arte della ceramica e Rodin la definisce “La dea di carne della mia ispirazione marmorea”.

Si susseguono altre pubblicazioni: poesie, lavori teatrali, romanzi.

Intraprende l’attività di pittrice e scultrice, esponendo le sue opere al Salone degli Indipendenti.

Quando legge il Manifesto Futurista di Marinetti, rimane colpita dall’articolo 9 dello stesso, quando si parla delle donne con disprezzo. Valentine risponde subito stampando un volantino diffuso a Parigi e Milano. Scrive poi Il Manifesto della donna futurista, che legge in conferenze pubbliche a Bruxelles e a Parigi. Rivendica la libertà femminile e la forza vitale delle donne.

Marinetti rimane colpito da questo scritto e la invita a far parte della direzione del movimento futurista, come rappresentante di “azione femminile”.

In un secondo manifesto del 1913 (“Manifesto futurista della lussuria”) rivendica la libertà del corpo e l’emancipazione da ogni falso moralismo. Nasce uno scandalo, ma c’è anche chi la difende.

Debutta come coreografa nel balletto, inventando il termine “metacoria”, ossia danza che esprime un’idea. Danza sul palco con il volto velato, per dare risalto alle linee del movimento, mentre un attore legge le sue poesie. Il suo contributo alla danza è stato importante, tanto che ha condizionato i propugnatori del balletto contemporaneo.

Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruola come infermiera della Croce Rossa. Scandalizzata dalle speculazioni che osserva nella gestione della CRI e disillusa dalla retorica sulla guerra, va in Spagna e da lì negli Stati Uniti, dove riprende il progetto di “metacoria”. Sogna di fondare in Corsica un centro per gli intellettuali di tutto il mondo, il Tempio dello Spirito.

Dopo la guerra va in Marocco e poi in Egitto, si converte all’islamismo, prendendo il nome di “luce spirituale della religione”. Tornata in Francia apprende che il suo compagno Canudo ha sposato un’altra donna, per cui torna a Il Cairo, dove pubblica Il segreto delle inquietudini.

Abbraccia il nazionalismo egiziano, si dedica alla politica attiva, che abbandona per avvicinarsi a correnti mistiche ed esoteriche.

Negli ultimi anni della sua vita si dedica all’agopuntura e agli studi esoterici.

Muore nel 1953 a Il Cairo, in stato di estrema povertà. Dice: “Pesante è la mia solitudine/ la sua asprezza è insanabile”.

Bella, intelligente e inquieta.

“Valentine De Saint Point fece dell’arte il suo codice identitario. Animatrice della scena intellettuale parigina inizio ‘900, impegnata sul versante della libertà al femminile, suscitò scalpore per le sue idee e per le sue pose. Frequentò i più grandi, stringendo con Marinetti una collaborazione scintillante” (v.succedeoggi).

Musica come pittura

Tra musica e pittura si creano spesso intrecci, come nel caso del cosiddetto “Gruppo dei sei”, sei compositori francesi (Arthur Honegger, Louis Durey, Darius Milhaud, Georges Auric, Francis Poulenc e Germaine Tailleferre) che collaborano per un periodo, cercando un rinnovamento musicale parallelo a quello delle avanguardie pittoriche e stilistiche del tempo: dadaismo, futurismo, cubismo. Rifiutando le complesse forme della tradizione, ricercano semplicità ed essenzialità, collegandosi in qualche modo al jazz, alla musica popolare francese, alla musica da circo…contribuendo all’innovazione musicale del primo Novecento.

Nella cerchia dei sei , Germaine Tailleferre viene considerata un’artista alla pari, padrona del mestiere di compositrice e dotata di un proprio stile.

Germaine Tailleferre (Marcelle Taillefesse) nasce nel 1892 a Saint-Maur-des-Fossés, nella banlieu parigina. Il matrimonio della madre Marie-Desirée non è felice, non può soffrire il marito, che ha sposato per decisione paterna e l’unica consolazione sono i figli. Germaine inizia prestissimo a studiare il pianoforte grazie a sua madre, che ne comprende le potenzialità, e compone piccoli pezzi musicali. All’insaputa del padre, che è contrario, s’iscrive al Conservatorio di Parigi, nella classe di pianoforte e solfeggio. Autorizzata dal padre a continuare i suoi studi solo in seguito a un primo premio vinto a solfeggio, non viene però da lui aiutata finanziariamente.

Nel 1912 compone 18 pezzi per arpa, dedicati all’assistente del titolare della cattedra di arpa.

Frequenta l’ambiente artistico di Montmartre e Montparnasse, facendo amicizia con Guillaume Apollinaire, Marie Laurencin (pittrice e illustratrice, nonché modella) e altri valenti personaggi.

Nel 1913 ottiene il primo premio in Armonia e Contrappunto al Conservatorio parigino, nel 1915 il primo premio nella Fuga.

Nel 1917 comincia a frequentare gli atelier di Pablo Picasso e Amedeo Modigliani. Viene anche ritratta.

Inizia un periodo di intensa produzione musicale, che va da sonatine per quartetti d’archi, a sonate per pianoforte e violino, sino a un concerto per pianoforte eseguito con successo nel 1923.

Nasce in questo periodo l’amicizia artistica con Maurice Ravel (compositore, pianista e direttore d’orchestra), che le dà consigli sia sulla scrittura musicale che sull’orchestrazione. I due fanno lunghe passeggiate e passano ore interminabili al pianoforte. Nel 1930 il rapporto si conclude bruscamente e Germaine non spiegherà mai il motivo.

Nel 1925 sposa il caricaturista americano Ralph Barton e va a vivere con lui a Manhattan. Questi aveva regalato a Germaine, per le nozze, un pianoforte giocattolo, quasi a schernire il suo lavoro: non vuole come moglie una musicista celebre, ma una brava donna di casa… Germaine frequenta gli amici del marito, in particolare Charlie Chaplin. Purtroppo Barton è geloso del successo della moglie e le crea molte difficoltà.

Tornati in Francia, Germaine scrive una partitura per Paul Claudel (poeta, drammaturgo e diplomatico) e la musica per la stagione dei balletti russi.

Nel 1929 finisce il matrimonio con Barton, che, tornato in America, si suicida. Utilizzando testi risalenti al XV-XVII secolo, riguardanti la situazione di una donna maltrattata dal marito, Germaine mette in musica la propria intima esperienza.

Nel 1931 lavora a un’opera comica.

A 39 anni ha una figlia dal giurista francese Jean Lageat, che sposa nel 1932. Anche questa volta il matrimonio le rende difficile continuare a produrre musica, ma nonostante tutto crea un concerto per violino, una suite per orchestra da camera e nel 1934 quello che è considerato il suo capolavoro, il Concerto Grosso per due pianoforti, quartetto di sassofoni, otto voci soliste e orchestra. Scrive poi una lunga serie di musiche da film.

Continua a lavorare sino agli inizi del 1942.

L’occupazione nazista della Francia la induce a fuggire negli Stati Uniti con la sorella e la figlia, imbarcandosi fortunosamente in Portogallo.

Si stabilisce a Filadelfia e per un po’ smette di comporre, per dedicarsi interamente alla figlia.

Nel 1946 torna in Francia e si stabilisce a Grasse, vicino a Nizza.

Riprende a comporre.

Nel 1955 divorzia dal marito Bernard Lefort.

Si dedica alla musica da film, a documentari, a opere per la TV e la radio. La produzione cameristica è fatta invece di pezzi brevi.

Pur malata di artrite, lavora sino alla fine. A 84 anni fa l’accompagnatrice al pianoforte in una scuola per bambini.

Muore a 91 anni, nel 1983,  a Parigi.

Arthur Rubinstein, famoso pianista polacco naturalizzato statunitense, considerava Germaine un’erede di Domenico Scarlatti (clavicembalista e compositore) famoso per la mobilità espressiva e l’inventiva armonica.

Su WikiMusic si può ascoltare il racconto che Alessandro Macchia fa di questa musicista, con interessanti ascolti.

Arte al femminile (428)

Il Futurismo rimane per me una scoperta…

Maria Luisa Lurini (Marisa Mori) nasce a Firenze il 9 marzo 1900 da Mario Lurini, impiegato in una compagnia assicurativa e da Edmea Bernini, discendente del celebre scultore Gian Lorenzo Bernini.

Nel 1918 la famiglia si trasferisce a Torino. Marisa si avvicina alla pittura, incoraggiata da un artista amico di famiglia.

Nel 1920 sposa Mario Mori, cugino di primo grado, tecnico minerario, agronomo e topografo alle dipendenze del governo argentino, nonché giornalista e poeta. Dopo 4 anni i due si separano, anche a causa delle lunghe permanenze all’estero del marito. Il figlio Franco e la pittura diventano per Marisa le ragioni di vita.

Dal 1925 al 1931 s’iscrive alla scuola privata fondata e diretta da Felice Casorati, di cui diventerà assistente.

Nel 1926 partecipa a un’esposizione di vedute di Torino a palazzo Bicherasio. Continua a presentare suoi lavori in molte mostre organizzate per Casorati e i suoi allievi a Torino, poi a Milano, a Genova, a Venezia, a Padova, Parigi e Londra.

I suoi lavori inizialmente sono ritratti, studi di figura, paesaggi immersi in atmosfere silenziose e nature morte. Le forme e figure hanno volumi nitidi e definiti, con ampie distese di colore uniforme.

Un po’ alla volta si avvicina alle avanguardie del tempo, soprattutto al Futurismo. Nel 1931 partecipa a Chiavari(Genova) alla Mostra futurista di pittura, scultura e arti decorative con una serie di ceramiche di sua produzione.

Dal 1932 aderisce ufficialmente al Futurismo e partecipa a tutte le esposizioni organizzate dal movimento artistico in Piemonte e in Liguria. Su desiderio del figlio fa un nuovo tentativo di convivenza col marito, che aderisce anche lui al Futurismo come poeta. Del movimento artistico apprezza soprattutto la possibilità di arricchire tutto di ritmo e colori. Si stabilisce a Firenze.

Inizia a dipingere quadri ispirati al mito futurista della radio e dell’ascolto radiofonico, interessandosi anche di fotografia e di progetti scenografici per il cinema e per il teatro.

Continua a perfezionarsi e, appassionata di teatro, s’iscrive alla scuola di recitazione dell’Accademia dei Fidenti di Firenze, dove diventerà poi insegnante di storia del costume.

Si sperimenta nell’aeropittura e la troviamo alle esposizioni futuriste di Roma, Parigi e New York. Sperimenta l’ebbrezza della velocità aerea in prima persona, sorvolando il cielo di Roma in un’esperienza che l’entusiasma e le fa cambiare prospettiva nei paesaggi.

Verso la fine degli anni Trenta manifesta il proprio dissenso verso il Fascismo per le leggi razziali, avendo vari amici ebrei. Mette in discussione il proprio rapporto con il Futurismo, che abbandona definitivamente nel 1943.

Torna a una pittura di stampo naturalistico, concentrandosi ancora su ritratti, nature morte e maschere.

Nel 1950 s’iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze e frequenta i corsi per un biennio.

Un po’ alla volta si allontana dalla vita pubblica e partecipa solo alle mostre di pittura femminile patrocinate dal circolo culturale fiorentino Lyceum. Nel 1954 allestisce una personale con disegni e pitture presso la Casa di Dante a Firenze.

Il suo lavoro viene dimenticato sino al 1980, quando due suoi quadri sono inclusi a Palazzo Reale a Milano, nella mostra “L’altra metà dell’avanguardia”, prima grande rassegna dedicata alle artiste del Futurismo.

Muore a Firenze nel 1985.

Pittrice potente e determinata, ama la sintesi astratta e il dinamismo nelle rappresentazioni.

Una personale a lei dedicata è stata organizzata presso il Castello S. Michele di Cagliari nel 2014.

Nel 2018 viene presentata una mostra di suoi disegni e dipinti presso la galleria Laocoonte di Roma.

Marisa Mori Donna che legge, 1929-30, Olio su cartone, 35×33 cm
Marisa Mori Maternita futurista__Olio su tavola_70x50,5
Marisa Mori Marina di Andora, 1932, olio su compensato, cm 58×43

Donne d’ombra

Ci sono donne vissute nell’ombra la cui vita è particolare.

Adelia Maria McAlpin Pyle nasce in una ricca famiglia americana di origine irlandese e religione presbiteriana nel 1888. Il padre ha preso in mano la redditizia attività paterna, per la produzione e commercializzazione di sapone e materiale per lavare (il Pearline), ampliandola e pubblicizzandola ulteriormente.

La madre è una dei dieci figli di David Mc Alpin, produttore e commerciante di tabacco, nonché proprietario del grandioso McAlphin Hotel di New York, considerato allora uno dei più grandi al mondo.

I coniugi si stabiliscono in una grande villa a Morristown, nel New Jersey, con 33 stanze spaziose, 9 bagni e un ascensore. La vita di Adelia si svolge in un ambiente agiato, che offre molte opportunità. Frequenta prestigiose scuole private e ha insegnanti che la seguono anche a casa, per cui impara 5 lingue: inglese, italiano, francese, tedesco, spagnolo, oltre a conoscere il latino. Coltiva con profitto musica, danza, canto e pedagogia. Ama ballare e cavalcare.

Nel 1912 il padre muore improvvisamente per problemi di cuore solo a 57 anni.

 Durante gli anni dell’adolescenza Adelia si reca spesso in Europa. In un’occasione incontra e ascolta la celebre pedagogista italiana Maria Montessori, ideatrice di un nuovo metodo per l’educazione per l’infanzia.

Nel 1912-1913 Adelia frequenta regolarmente la Montessori, che, recatisi a New York, le chiede se vuole collaborare con lei in qualità di interprete. Adelia accetta e per 10 anni diventa aiuto importante della Montessori, che segue nei suoi viaggi in Europa e nel mondo.

Incomincia a porsi problemi di carattere religioso e ogni tanto si reca al santuario di Monserrat, in Spagna. Dopo un percorso di studio e preghiera, a 25 anni, diventa cattolica e riceve il battesimo a Barcellona.

La famiglia non accetta la sua decisione e la madre le toglie il sostegno economico.

Nel 1918 Adelia segue la Montessori in Italia, per occuparsi di un programma di aiuto ai bambini con il padre in guerra.

Nel 1923 incontra per la prima volta padre Pio, da cui rimane molto colpita. Con la Montessori riprende il lavoro di interprete, va a Londra e poi ad Amsterdam. Tornata a San Giovanni Rotondo, da padre Pio, decide di fermarsi lì, dopo aver ottenuto il consenso della Montessori.  Si stabilisce in paese in una modesta locanda. Abbandona la sua grande amica Maria Montessori e con lei la possibilità di carriera e fama internazionale per seguire un allora sconosciuto frate del Gargano.

Un po’ alla volta fa costruire una casa sulle pendici di un colle vicino al convento dei cappuccini, diventa terziaria francescana con il nome di Mary e inizia una nuova vita.

La sua casa diventa luogo di accoglienza e di preghiera, aperto a tutti. Mary rinuncia a tutto: regala i propri gioielli, aiuta economicamente chiunque a lei si rivolga, fa da interprete ai pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo e cura la corrispondenza che giunge abbondante al convento.

Fa edificare a Pietrelcina, con capitali propri, il convento con l’annesso seminario e la chiesa della Sacra famiglia.

Accoglie nella propria casa e assiste sino alla morte i genitori di padre Pio, donna Peppa e Grazio.

Chiamata “l’americana”, le viene da tutti riconosciuto un animo sensibile, aperto e disponibile ad aiutare tutti.

A lei si deve il grande impegno per la realizzazione della Casa del Sollievo, il grande ospedale di San Giovanni Rotondo.

Muore nel 1968.

Una straordinaria donna!

Arte al femminile (427)

Anche la fotografia rappresenta una forma d’arte estremamente interessante. Solo pochi anni prima della scomparsa, la fotografa statunitense Vivian Maier vede riconosciuta la propria attività artistica. La sua arte fotografica è particolarmente interessante.

Vivian Maier nasce a New York nel 1926. Il padre, Charles, impiegato in una drogheria, è americano, ma discende da una famiglia di emigrati austriaci, mentre la madre, Maria Jaussaud, è francese, figlia anche lei di emigrati. Dal matrimonio nascono due figli: William Charles e Vivian. I genitori si separano nel 1929: il fratello William viene affidato ai nonni paterni, mentre Vivian rimane con la madre, che si stabilisce presso un’amica, Jeanne Bertrand. Quest’ultima è una fotografa professionista, che trasmette a Maria e alla figlia la passione per la fotografia.

Dai sei-sette anni fino ai dodici Vivian è in Francia con la mamma, tornata nel paese natale, presso una zia single e senza figli: Vivian frequenta la scuola del paese.

Nel 1938 Maria e Vivian tornano negli Stati Uniti, a New York. Non avendo seguito studi regolari Vivian lavora come commessa e operaia.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1950-1951, Vivian torna in Francia per mettere all’asta una proprietà lasciatale in eredità dalla prozia. Nel 1951 è di nuovo a New York e compra una macchina fotografica professionale, una Rolleiflex, macchina fotografica di fabbricazione tedesca di alta qualità, prodotta dal 1928. Viaggia nel nord America e fa fotografie di notevole fattura. In seguito assume il lavoro di bambinaia presso una famiglia di Southampton.

Nel 1956 si stabilisce definitivamente a Chicago, dove viene assunta dai coniugi Gensburg, per prendersi cura dei loro figli.

Continua a coltivare la passione per la fotografia e sviluppa da sola le proprie foto, utilizzando il bagno personale come camera oscura. Rappresenta la vita quotidiana nelle strade cittadine: i bambini, i lavoratori, persone benestanti e miserabili, mendicanti ed emarginati…Coglie momenti di vita di strada. Preso un periodo di aspettativa come baby-sitter, viaggia per 6 mesi intorno al mondo, visitando le Filippine, la Thailandia, l’India, lo Yemen, l’Egitto, l’Italia e la Francia, sempre fotografando il più possibile.

Passa alla fotografia a colori con diverse fotocamere, ma non sempre riesce a sviluppare i rullini, per problemi economici.

Nel 1975 muore la madre e Vivian si trova sola a 49 anni. Continua a lavorare come bambinaia e ovviamente a fotografare.

Con l’età avanzata si trova in gravi difficoltà economiche, ma viene aiutata dalla famiglia Gensburg, con cui è rimasta in contatto. Pur non amando il lavoro di bambinaia, riusciva ad avere bei rapporto con i bambini, che le si affezionavano molto. Molti la ricordano a distanza di anni.

Muore nel 2009 in una casa di cura di Highland Park.

Vivian conservava i propri averi in un box in affitto, non avendo una propria abitazione. Durante gli ultimi suoi anni di vita, non avendo pagato i canoni di affitto, il box viene venduto all’asta. Nel 2007 John Maloof, appassionato di fotografia, volendo fare una ricerca sul suo quartiere, (Portage Park, di Chicago), avendo poco materiale iconografico a disposizione, decide di comprare in blocco a un’asta, per 380 dollari, il contenuto di un box pieno zeppo degli oggetti più disparati. Si tratta del box in cui Vivian ha raccolto un po’ di tutto e una cassa contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Maloof si ritrova a essere così unico erede e curatore di un vasto archivio fotografico: oltre 100.000 negativi di foto, molti filmati in Super-8, registrazioni su audiocassette, ritagli di giornali…

Maloof sviluppa e stampa alcune di queste foto e le pubblica, ottenendo molto interesse di pubblico. In seguito a questo decide di sviluppare tutti i rullini e conoscere l’autrice delle foto, che però nel frattempo è morta. In seguito Maloof s’impegna a rendere nota Vivian e a valorizzare il suo operato.

“Chi era la sconosciuta che per tutta la vita ha scattato migliaia di fotografie in ogni istante del proprio tempo libero sviluppando solo poche immagini? Una donna “coraggiosa, eccentrica, paradossale, misteriosa, riservata, segreta”, non senza qualche aspetto oscuro (forse oppressa dal proprio carico biografico ed emotivo a causa di un trauma infantile?), rivelano le interviste di coloro a cui Vivian aveva fatto da nanny. Un’anima inquieta con l’immancabile Rolleiflex appesa al collo e, racconta lo stesso Maloof, affetta da una mania ossessiva che la spingeva ad accumulare ogni tipo di oggetto, come se fossero “ricordi e stralci di momenti”: gioielli, scarpe, cappelli, ricevute, biglietti.”

La prima mostra sul lavoro di Vivian si tiene nel 2010.

Su di lei è stato realizzato il docufilm: “Alla ricerca di Vivian Maier “.

Molte le mostre a lei dedicate, organizzate in varie città. In Italia sono state fatte importanti esposizioni negli anni 2019-2020: una a Trieste nel “Magazzino delle idee”, una a Torino al Castello di Stupinigi e un’altra  presso la galleria Forma Meravigli di Milano.

Vivian era una persona solitaria e la fotografia era il suo modo di mettersi a contatto con il mondo. Personaggio enigmatico, non voleva svelarsi.

I suoi autoritratti vedono la sua figura quasi sempre come velata o “disturbata” da altri elementi.

1954, New York, NY

Libri per capire

Tutti i giorni  di Terézia Mora ( Keller editore, traduzione di Margherita Carbonaro) è un romanzo salutato in Germania come uno dei casi letterari più importanti degli ultimi anni e per il quale l’autrice ha ricevuto numerosi premi letterari. Il titolo fa riferimento a una lirica di Ingeborg Bachmann (1926-1973), una delle maggiori scrittrici di lingua tedesca del Novecento.

Si tratta di un racconto particolare, straniante, in una prosa in cui varia continuamente la voce narrante, un labirinto narrativo in cui “il filo d’Arianna” è rappresentato dalle vicende del protagonista, Abel Nema. Questi viene trovato in fin di vita, bastonato e appeso a testa in giù in un parco cittadino. Viene salvato per miracolo, ma la sua memoria è definitivamente persa.

Un po’ alla volta si viene a sapere del suo passato: è un uomo bello e misterioso, silenzioso e inafferrabile, capace di parlare correttamente 10 lingue, un genio. Giovane profugo omosessuale, di padre ungherese e madre tedesca, è fuggito ventenne da una guerra civile, da un paese che non esiste più per approdare in una città denominata B. Qui entra in contatto con la variegata umanità di emarginati come lui: musicisti balcanici, ragazzini di strada, avventurieri e mendicanti…L’unica figura positiva è Mercedes, che lo sposa per permettergli di avere documenti in regola e poi c’è Omar, il figlio di Mercedes, che è forse l’unica persona che riesce ad avere un rapporto di affetto e confidenza con Abel.

Abel vive la sensazione di totale straniamento, di difficoltà a riconoscersi e a farsi riconoscere tipica di chi è dovuto fuggire dal proprio paese. Non sa più quale sia il suo posto nella società, non trova punti di riferimento, vive in uno stato di apparente apatia: esclusione e isolamento sono i tratti distintivi della sua situazione. Indossando un cappotto nero sempre uguale, non dà importanza a nulla: mangia quello che capita, dorme dove può, accetta la compagnia di chi capita, mantenendosi apparentemente indifferente a tutto. Ha un nome dai molti significati (il muto- il tedesco- il barbaro), così come la sua personalità, capace di destare tenerezza o odio. Attraversa incolume varie disavventure, chiudendosi in una strategia di resistenza passiva.

Rimane enigmatico sino alla fine.

 “Mentire non è necessario. La vita è densa di casi atroci e di eventi infiniti. Lei capisce”. 

Attorno ad Abel ruotano personaggi ben caratterizzati: Gabor, il docente che gli dà alcuni lavoretti da svolgere, Kinga, di origine armena, che lo accoglie con i compagni musicisti, Eka, la ladruncola con un neonato al collo, Danko, figlio di padre violento e pronto a prostituirsi pur di essere protetto e Kosma, dalla ferocia irrimediabile…oltre a Mercedes e al dodicenne Omar.

Abbiamo un intreccio di differenti punti di vista narrativi, quasi a rimarcare la complessità della situazione.

Un libro da leggere per meglio capire l’amara solitudine di tanti immigrati e quindi la realtà attuale dell’Occidente.

Tutti i giorni/Alle Tage (di Ingeborg Bachmann)

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.

Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l’ombra d’eterno riarmo
ricopre il cielo.

Viene conferita
per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’inosservanza
di tutti gli ordini.

Terézia Mora, è nata nel 1971 a Sopron, centro commerciale ungherese incuneato in territorio austriaco, da una famiglia appartenente alla minoranza etnica tedesca. Frequenta in Ungheria una scuola molto severa, normativa, che le suscita un impulso libertario. Trasferitasi a Berlino dal 1990, ossia dalla caduta della Cortina di ferro, completa gli studi universitari (Letteratura Ungherese), studia drammaturgia e si specializza come sceneggiatrice. Sposa un informatico. Nel 1997 pubblica i primi racconti.

Per il suo lavoro di scrittrice e traduttrice ha ricevuto numerosi e importanti riconoscimenti, fra cui il Premio Ingeborg Bachmann, l’Adelbert von Chamisso Preis, il premio della fondazione Rowohlt per la traduzione di Harmonia Caelestis di Péter Esterházy e la borsa di studio dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo, a Roma, attestandosi come una delle voci più intense della nuova letteratura tedesca. Il suo romanzo Tutti i giorni (Alle Tage, 2004), per il quale ha ricevuto, tra gli altri, il Premio della Fiera del Libro di Lipsia, è stato tradotto in oltre dieci lingue. Nel 2013 ha vinto il German Book Prize per il libro Das Ungeheuer. Nel 2018 ha ricevuto il prestigioso Georg Büchner per l’opera completa.

Arte al femminile (426)

Luce ed Elica Balla, figlie del più famoso Giacomo Balla, sono esempio emblematico di come i condizionamenti familiari pesino sulle donne artiste.

Le sorelle Balla seguono le orme paterne nelle arti applicate e in pittura, ma vivono quasi recluse all’interno della Casa d’Arte Balla di via Oslavia a Roma, ricevendo un’educazione rigida e anacronistica, soffocate dall’attenzione paterna.

Le sorelle si occupano dell’arredo della casa, decorano mobili, pareti, porte e oggetti, per creare un perfetto esempio di ambiente futurista. Realizzano panche, paraventi, portaombrelli, sedie, abbigliamento…Impartiscono lezioni private e fanno ritratti su commissione.

Sino alla fine della loro vita si impegnano a conservare la casa come la voleva il padre e a mantenere costante la memoria del genitore e del suo lavoro.

Belle, piene di ingegno e abilità artistiche, vivono come vestali nel culto del padre.

Lucia (Luce), la maggiore, nasce a Roma nel 1904. Viene educata da precettori privati in casa. Sin dai 12 anni inizia a cucire e ricamare con grande perizia. Il padre scoraggia la sua aspirazione a una vita autonoma e al matrimonio. Lucia trascorre tutta la vita nella casa romana, traducendo gli studi e i disegni del padre su arazzi, tappeti, ricami.

Dagli anni Trenta si dedica alla pittura, dipingendo all’acquarello, con un uso luminoso del colore.

Muore a Roma nel 1994.

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Elica nasce a Roma nel 1914. Anche lei è legata ai condizionamenti paterni, ma riesce ad affermarsi in modo diverso, essendo riconosciuta ufficialmente come pittrice futurista con lo pseudonimo di “Ballelica”

Partecipa a mostre a Venezia (XVII Biennale), a Milano, a Trieste…

Scrive e illustra il libro Luce sulle stelle pubblicato da Mondadori nel 1985.

Nel 1953 esce il libro di poesie Vivendo di cielo (ed. Tipografia Poligrafica Italiana).

Scrive un prezioso libro biografico, Con Balla, edito in 3 volumi da Multhipla Edizioni tra il 1984 e il 1986. Si tratta di una specie di diario quotidiano, ampiamente illustrato, che si riferisce agli anni della seconda guerra mondiale e del dopoguerra. Elica racconta rastrellamenti, il freddo, la fame, il coprifuoco del pomeriggio, gli aeroplani sulla città…uniti ad aneddoti, barzellette, memorie, presentando un quadro sia della sua vita familiare che della città in cui vive.

Negli anni della guerra Elica e Lucia, pur non rinunciando alla pittura all’aperto, si dedicano a un lavoro di reciproci ritratti e autoritratti.

Elica muore a Roma nel 1993.

Viaggiare verso il passato

Il contrario della nostalgia è un romanzo (edito da Minimum fax) in cui, come dice il titolo, il passato è il motore dell’azione, ma non per motivi nostalgici. La vicenda è raccontata da Alex, adolescente di 13 anni, uno/a dei protagonisti della storia. Tutto parte da un litigio tra i suoi genitori: “Li sentii litigare, come ormai facevano praticamente ogni sera, le voci roche e strozzate, che secondo loro avrebbero dovuto essere abbastanza basse da non svegliarmi….”

Dopo questo viene svegliato/a dalla madre, che decide di partire all’improvviso, portando con sé solo uno zaino che ha pronto da mesi. Alex si ritrova in macchina in pigiama, senza la minima idea di quello che lo/a aspetta. L’autrice non dice chiaramente il sesso della voce narrante, lasciandolo in sospeso sino alla fine.

Comincia un viaggio che sembra senza meta: Virginia, Michigan, Texas, California, breve sconfinamento in Canada, con pernottamenti in motel uno più squallido dell’altro e soste di alcune settimane, per permettere alla mamma di lavorare e recuperare un po’ di soldi. Un po’ alla volta si capisce che la mamma ripercorre le tappe della sua vita inquieta, i luoghi e le persone con cui in qualche modo deve “fare i conti”: i genitori immigrati dalla Sicilia incapaci di prendersi cura dei due figli, l’infanzia e l’adolescenza trascorse tra orfanatrofi e famiglie in affido, le donne che ha amato, accomunate dal nome Laura, le esperienze di abusi, i lavori saltuari, il matrimonio… Questa donna ha dovuto crescere in fretta, affrontare da sola le più disparate situazioni, ha molto amato e sofferto, ma non ha perso la voglia di continuare a cercare una propria dimensione. Si fermerà solo quando avrà recuperato chi veramente l’ha amata.

Alex inizialmente ha paura, sente la mancanza del padre, della vita di prima, poi un po’ alla volta perde il senso del tempo, rinuncia a relazionarsi con gli altri e vive il problema della propria identità, con l’estremo rifiuto di connotarsi come maschio o femmina.

Alex e la madre, Ma come la chiama, hanno in comune il non voler conformarsi alle aspettative della società. Comprendendo un po’ alla volta l’unicità di sua madre, la sua personalità e la sua storia, Alex “cresce”, capisce le potenzialità della propria situazione, impara che ci si può non sentire bene, che si può sbagliare e dubitare, ma quale grande valore sia la libertà  e decide infine di proseguire da solo/a il proprio cammino.

Un tema dominante nel racconto è il rapporto tra identità, libertà e realizzazione personale. Si tratta di un romanzo di formazione, in cui si evidenzia l’importanza degli incontri, delle relazioni, della qualità umana di chi incontriamo, di chi con la sua presenza e partecipazione ci accompagna nel nostro percorso di vita.

Sullo sfondo l’America dei grandi spazi, delle strade che sembrano perdersi nel nulla, dei paesi fatti di poche costruzioni trascurate, dei motel a poco prezzo, con camere che sembrano tutte uguali, dei bar aperti giorno e notte, delle pompe di benzina perse nel nulla, dei grandi centri affollati, con anonimi casermoni illuminati da cartelloni pubblicitari, dai cieli coi colori mutevoli: viaggio on the road con il classico macchinone, la musica per superare i silenzi. Una storia di rimpianti, ripensamenti, ricordi, ma anche di maturazione individuale e crescita interiore.

Un libro avvincente!

Sara Taylor  è nata nella Virginia rurale dove ambienta le sue storie. Si è diplomata al college, ha aperto una caffetteria e ha completato la sua formazione con un Master of Education presso la University of East Anglia, ricevendo un dottorato in Scrittura Creativa e Critica. Lavora come direttore ed editor per la casa editrice indipendente Seam Editions e gestisce il blog An innocent abroad. Nel 2018 è stata eletta come Fellow of the Royal Society of Literature. Nel 2015 è uscito il primo romanzo: “Tutto il nostro sangue”.