Arte al femminile (418)

La passione per i fiori si ritrova in molte pittrici…

Blanche Odin nasce nel 1865 a Troyes (cittadina nel nord-est della Francia, famosa per le case colorate).

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Della sua infanzia si sa pochissimo, se non che a 11 anni si trasferisce con la famiglia a Maubourget (comune nel dipartimento degli Alti Pirenei, nella Francia meridionale).

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Da bambina viene educata in un collegio gestito dalle suore orsoline. Intorno ai 17 anni decide di dedicarsi alla pittura, si reca con la madre a Parigi e segue corsi privati. Continua a vivere con la famiglia a Maubourget, lavorando e dando lezioni di acquarello, mandando i suoi lavori al Salon. Si reca spesso a Parigi, continuando a studiare e impratichendosi nel laboratorio di un artista.

Nel 1895 muore il padre. La madre continua a seguire la figlia e ad accompagnarla durante i soggiorni parigini.

Intorno al 1900 incontra l’acquarellista Madeleine Lemaire (v.n.417), di cui diventa allieva e che la introduce nell’ambiente culturale della capitale. Altra conoscenza importante è quella con il pittore e scultore Ulpiano Checa, di cui rimarrà amica sino alla morte. Ulpiano Checa è un artista versatile, di origine spagnola, legato in parte all’impressionismo e pittore principalmente di soggetti storici.

Nel 1893 alcuni acquarelli di Blanche sono esposti al Salon of Women Painters dell’Esposizione Colombiana di Chicago.

Nel 1902 apre un laboratorio a Parigi e ottiene grande successo. Espone per anni i suoi lavori presso la galleria Petit ed esegue molte opere su commissione, soprattutto quadri di soggetto floreale.

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Durante la prima guerra mondiale si dedica anche a soggetti religiosi di ispirazione simbolista, che denotano il triste momento.

Nel 1934 si stabilisce a Bagnères-de-Bigorre (Francia meridionale) , dove apre un nuovo laboratorio. In questa cittadina termale lei e la madre si recavano ogni anno per delle cure.

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Qui Blanche lavora indefessamente sino alla fine.

 Muore nel 1957.

Oggi è riconosciuta come una delle più grandi acquarelliste della sua epoca.

Oltre ai fiori e ai paesaggi, un soggetto da lei amato è quello dell’infanzia.

Nei suoi dipinti ad acquarello sa dare un senso dei volumi, unendo nello stesso tempo colori e forme in modo armonico. In lei si ritrovano elementi dell’impressionismo.

Alcune sue opere fanno parte della collezione del Museo Salles di Bagnères-de-Bigorre.

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Arte al femminile (417)

Sempre in Francia….

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Madeleine Coll Lemaire, nasce ad Arches (nell’Alvernia- Francia centro meridionale) nel 1845.

Studia privatamente e inizia a esporre al Salon dal 1864 e continuerà a farlo sino al 1900, vincendo vari premi. Usa la tecnica dell’acquarello e della pittura a olio.

Nel 1865, a 20 anni, sposa Casimir Louis Lemaire, funzionario del distretto di Parigi.

Diventa famosa come pittrice di eleganti scene d’interni e di fiori. Viene definita dal Montesquiou “l’imperatrice delle rose”.

Tiene un salotto al n.35 di Rue Monceau, che è il più brillante e affollato dei salotti dell’alta borghesia parigina: raccoglie personalità della cultura del suo tempo, fra cui Marcel Proust, Dumas figlio, Anatole France. Quando Proust pubblica Les plaisirs et les jours, il volume contiene una serie di illustrazioni realizzate da Madeleine.Lei stessa poi ispira il personaggio di M.me Verdurin, nel capolavoro A la recherche du temps perdu.

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Ogni martedì, da aprile a giugno, riceve i suoi ospiti nel suo giardino pieno di lillà. In estate invece accoglie gli invitati nel Castello di Réveillon sulla Marna o nella sua villa a Dieppe (v. foto).

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Nel 1890 diventa una delle sole due donne ammesse alla National Society of Fine Arts (l’altra è Louise Catherine Breslau, v.n.320).

La pittrice fa parte della delegazione di artiste francesi presenti nel 1893 al Palazzo della Donna della Fiera Internazionale Colombiana di Chicago (v.n.327). Suo è il compito, in questa occasione, di realizzare il poster ufficiale e l’illustrazione per la copertina del catalogo.

Nel 1900 è impegnata come insegnante della tecnica dell’acquarello.

Nel 1906 viene insignita della Legione d’Onore.

Muore a Parigi nel 1928.

Suoi quadri si trovano al museo di Dieppe e in quelli di Mulhouse e Tolosa. Nel 2010 una mostra parigina, dedicata alle donne pittrici, ne ravviva il ricordo.

La sua personalità, indipendente, intuitiva, sensibile, socievole, la porta ad essere all’avanguardia, in un periodo in cui le donne non hanno diritti civili. Ha dedicato la sua vita alla condivisione della cultura e delle arti.

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Memorie di una donna e di una villa

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Questo libro ci presenta una donna straordinaria e un ambiente agricolo del passato, osservati con attenzione dall’autrice del racconto, Margaret Symonds.

La contessa Pisani, in origine Evelina van Millingen, nasce a Costantinopoli nel 1830. Il padre è il dottor Julius von Millingen, di ascendenza anglo-olandese, un tipo avventuroso, noto come antiquario e archeologo, divenuto medico di corte del Sultano. La madre è Marie Dejean, una giovane dalle origini miste (franco/greco/armene) cresciuta nell’harem del Sultano nel Topkapi.

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Quando si sposa Marie ha solo 15 anni: ha 3 figli, ma presto il matrimonio entra in crisi, per le troppe differenze culturali e di educazione. Marie abbandona la famiglia ed Evelina non la rivedrà mai più. Da bambina viene mandata a Roma dalla nonna, che si occuperà della sua formazione. Dopo un periodo ad Istanbul, presso il padre, Evelina a 21 anni si reca a Venezia con un’amica. Qui viene notata per la sua bellezza e viene invitata nei migliori salotti della città.

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Conosce Almorò Pisani, appartenente a una nobile famiglia in decadenza, più vecchio di lei di 15 anni. Un tempo ricchissimi, ai Pisani rimane solo un palazzo a Venezia e 1200 ettari di campagna, tra i colli Euganei e l’Adige, gravati da debiti e ipoteche, con la Villa padronale di Vescovana. Evelina e Almorò si sposano, sebbene nessuno se l’aspetti, e si stabiliscono a Vescovana. La Villa è malmessa, immersa in una campagna desolata, dove malaria e pellagra mietono molte vittime. I due sposi non si scoraggiano e mentre Almorò dedica tutti i suoi sforzi per saldare i debiti e risollevare le sorti dei suoi possedimenti, Evelina si dedica alla sistemazione della casa e del giardino.

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Rimasta vedova nel 1880 Evelina, che viene chiamata la “Contessa”, prende in mano la gestione di tutta la proprietà, che porta a un livello di progresso e prosperità impensabile, rivelando un carattere forte, capacità organizzative e uno spirito combattivo. “Chi ha terra ha guerra”, afferma, riferendosi ai continui problemi cui deve quotidianamente far fronte. Crea lo stupendo giardino inglese che si può ancora visitare, lo riempie di alberi, piante e innumerevoli fiori: tamerici, iris, lillà, rose, ninfee…

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A sera, accoglie nel suo salotto don Antonio, il parroco di Vescovana, col quale discute di arte e letteratura. Ospita nella sua villa nobili e uomini di cultura da mezza Europa. Margaret Symonds, l’autrice di questo libro, fa parte di questi ospiti, diventa amica della Contessa, nonostante la differenza d’età (lei ha 19 anni ed Evelina 58) e ha il privilegio di fare lunghi soggiorni a Vescovana.

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Margaret viaggia per l’Italia in compagnia del padre, studioso ed esperto del Rinascimento italiano, ed è curiosa di tutto. Scrive una specie di diario, raccontando il “sistema” della Contessa riservato agli ospiti: visite alle fattorie e alle stalle, passeggiate in giardino per ammirarne le novità e l’organizzazione, lunghe escursioni sui Colli Euganei (v.foto), visite a Praglia, a Teolo, ad Arquà Petrarca, a Padova, a Vicenza, a Trissino…..

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Con entusiasmo, curiosità e una notevole competenza botanica, Margaret  ci dà uno spaccato dei costumi, dei lavori e del folclore delle genti contadine del Basso Veneto. Ritrae uomini, donne, bambini e ragazzi con grande attenzione ai particolari e ai caratteri. Descrive la pianura vicino al «terribile» Adige nelle caldissime estati, nei giorni della mietitura, della spigolatura e della trebbiatura. Guarda con ammirazione i grandi buoi bianchi che sopportano pazientemente le fatiche, i vitellini allevati con cura, distingue il canto degli usignoli e le particolarità delle gazze… Ci parla delle passeggiate sui colli per vedere eremi e monasteri, dei viaggi in treno e in carrozza….

Ci fa partecipi della sua permanenza presso la Contessa e di tutto quello che le capita.

 

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In questo libro si rivivono un’epoca e un mondo scomparsi, oltre ad avere la possibilità di conoscere una donna straordinaria, qual è stata la Contessa Pisani.

MARGARET SYMONDS nasce a Londra nel 1869 e muore nel 1925. Ama profondamente l’Italia, soggiornandovi spesso per lunghi periodi. Alla Villa del Doge di Vescovana (PD) è ospite della Contessa Pisani anche per l’intera estate, per parecchi anni.

 

Arte al femminile (416)

La scultura viene considerata a lungo non adatta alle donne, fondata com’è sulla necessità di usare materiali duri, richiedenti un certo sforzo fisico: bronzo, ferro, marmo, legno…Per quest’arte sono poi necessari spazi difficili da reperire, per le dimensioni di alcuni lavori.

La scultrice più famosa nella storia dell’arte è certamente Camille Claudel (v.n.292), geniale e dalla vita tragica, a cui si sono ispirati libri e film. Camille, bella e coraggiosa, allieva e amante di Auguste Rodin, viene fatta rinchiudere in manicomio dalla madre, che non capiva e non sopportava le sue trasgressioni e la sua arte. In manicomio rimarrà per 30 anni, isolata dal mondo e incapace di dedicarsi alla sua arte, diventando simbolo di un mondo artistico ostile alle donne.

Come osservato nel nostro percorso, altre donne si sono cimentate nella scultura, con caparbietà e fiducia nelle proprie potenzialità, ottenendo riconoscimenti, che spesso hanno avuto come prezzo la rinuncia a una vita familiare. Qualcuna è stata più fortunata, potendo contare sull’appoggio dei genitori, soprattutto se il padre era a sua volta un artista.

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Jeanne Itasse- Broquet nasce a Parigi nel 1867. È la prima dei 5 figli che lo scultore Adolphe Itasse ha avuto da Marie-Félicité Arnaud, pure lei scultrice ed ex allieva del marito.

Jeanne riceve la prima formazione dai genitori.

(Sarà lei a realizzare il monumento funebre per il padre nel cimitero Pére- Lachaise, di Parigi -v.foto)

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Viene ammessa molto presto alla Scuola di Belle Arti di Parigi. Inizia a esporre giovanissima al Salon, nel 1881, a 14 anni, e continua a farlo sino al 1938. Con il termine Salon si indica l’esposizione periodica di pittura e scultura che si tiene presso il Louvre di Parigi. Fino al 1863 ha una cadenza biennale, mentre in seguito si tiene ogni anno, per decreto imperiale. Poter esporre al Salon è importante, anche perché si può farlo solo dopo aver ottenuto il beneplacito di una giuria opportunamente costituita.

Nel 1891 ottiene una borsa di studio e un invito dal Vicerè d’Egitto per alcuni lavori.

Nel 1893 è presente con la delegazione francese alla Fiera Colombiana di Chicago (v.n.327), importante vetrina internazionale.  La troviamo poi nel 1900 a un’altra Esposizione Internazionale a Parigi.  In entrambe i suoi lavori sono molto ammirati e riceve riconoscimenti ufficiali e una medaglia in ognuna delle due esposizioni.

Sposa il collega scultore Gaston Broquet nel 1911.

Durante la prima guerra mondiale Jeanne continua a lavorare, mentre il marito è al fronte, dove viene ferito nel 1915. L’esperienza della guerra e delle trincee daranno al Broquet l’ispirazione per i suoi monumenti mortuari, che lo renderanno famoso. Dopo momenti di difficoltà il marito trova occupazione presso un importante laboratorio di terracotta e Jeanne continua le sue opere di vario carattere, per commissioni sia pubbliche che private.

Jeanne muore a Parigi nel 1941, nel pieno della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca della Francia.

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Arte al femminile (415)

Rimanendo in Francia…

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Virginie Demont-Breton nasce a Courrières en Artois (Francia settentrionale) nel 1859. Il suo paese verrà segnato nel 1906 da una tragedia tremenda: l’esplosione di polveri di carbone provocherà ben 1099 vittime nel bacino carbonifero della zona, facendo saltare 110 km di gallerie.

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Il padre Jules Breton (v. foto) e lo zio sono pittori famosi, per cui viene presto introdotta nel mondo dell’arte.

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Le sue doti artistiche si sviluppano sotto la guida del padre, che la incoraggia a sviluppare l’osservazione e l’immaginazione, guardando attentamente la natura intorno a lei. La sua carriera inizia presto e a 20 anni espone al Salon di Parigi. A 24 anni vince una medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Amsterdam.

Nel 1880 sposa Adrien Demont, pittore paesaggista (v. ritratto).

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Nel 1890 la coppia si stabilisce a Wissant (passo di Calais), dove si fanno costruire una villa in stile neo-egiziano che diventerà monumento storico.

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Dal 1895 al 1901 Virginie ricopre il ruolo di Presidente dell’Unione delle Donne pittrici e Scultrici , impegnandosi per aprire la Scuola di Belle Arti anche alle studentesse, il che avviene nel 1897.

Nel 1893 è presente alla Fiera Internazionale Colombiana di Chicago.

Nel suo paese riceve vari riconoscimenti ufficiali, tra cui la Legione d’Onore.

Inizialmente dipinge soggetti storici, poi si dedica a ritrarre i pescatori della baia di Wissant e le loro famiglie, soprattutto scene di maternità di particolare intensità. Rappresenta anche i drammi suscitati dal mare, l’attesa del ritorno dei pescatori e i lutti.

Attorno alla coppia si radunano giovani pittori sedotti sia dal luogo che dagli abitanti. Nasce la Ecole di Wissant.

Virginie muore a Parigi nel 1935.

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Arte al femminile (414)

Ancora in Francia…

 Marie Cazin (Marie Clarisse Marguerite Guillet) nasce nel 1844 a Paimboeuf, comune del dipartimento della Loira, sull’estuario affacciato sull’Atlantico.

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Studia a Parigi alla “Scuola speciale di Disegno d’Architettura” e ha come maestro Jean-Charles Cazin, che sposerà nel 1868. Jean-Charles Cazin, paesaggista, pittore di temi storici e biblici, diventa famoso per la particolare sensibilità, il gusto per i tramonti e le atmosfere crepuscolari. È anche scultore e ceramista. Alterna l’attività creativa con quella didattica.

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Nel 1869 nasce il figlio Michel, che diventerà abile incisore.

Dal 1870 al 1875 Marie è in Inghilterra con il marito per studiare la pittura su ceramica.

Tornata a Parigi, inizia a presentarsi al pubblico dal 1876, esponendo al Salon e alla Royal Academy of Arts.

Oltre alla pittura, con attenzione particolare ai paesaggi, si dedica alla scultura. Nel 1888 segue il marito nei suoi viaggi in Italia e nelle Fiandre, studiando sia la natura dei posti che i maestri del passato.

La coppia alterna la residenza tra il nord e il sud della Francia, tra il Pas-de- Calais e il dipartimento del Var, con le colline coperte di lavanda.

Nel 1891 Marie diventa membro della Société Nationale des Beaux  Arts.

Nel 1893 è presente alla Fiera Colombiana di Chicago con il marito e il figlio.

Rimasta vedova nel 1901, realizza il monumento funebre per il marito e in seguito progetta altre importanti strutture tombali.

Durante la prima guerra mondiale continua a dipingere nel suo studio nel quartiere latino. Realizza diversi affreschi, e alcuni progetti per la Manifattura dei Gobelins, storico laboratorio di arazzi di Parigi (v.foto).

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Un tema ricorrente nei suoi dipinti diventa quello delle donne al lavoro e la loro funzione sociale. La sua opera è valutata con rispetto nella scena culturale parigina.

Continua a lavorare sino alla fine, nel 1924, a Equihen (Pas-de-Calais).

Nei suoi lavori si possono riscontrare influssi simbolisti: fascino e mistero, presenza della morte e precarietà dell’esistenza, valorizzazione dell’esperienza mentale, malinconia…

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Arte al femminile (413)

La Francia ha un ruolo centrale nell’arte dell’Ottocento-inizi Novecento. In questo periodo ancora la differenziazione di genere svolge un ruolo importante nell’ostacolare le carriere artistiche delle donne. Il disegno e la pittura sono incoraggiati a livello amatoriale, come parte integrante di una buona educazione borghese, ma poi le donne non sono socialmente autorizzate a intraprendere carriere professionali considerate importanti per la società e che disturbassero il ruolo percepito per loro, ossia quello di essere pienamente funzionali come mogli e madri. Molte artiste di questi anni sentono di dover scegliere tra una carriera e il matrimonio e solo poche riescono a mantenere equilibrio tra le due aspirazioni. Le studentesse poi ricevono la propria formazione da un artista esperto, con aspettative limitate nei loro confronti e generalmente lasciate a svolgere soltanto i compiti artistici più semplici.

Sono quindi da ammirare le donne che pur in contesti sfavorevoli sono riuscite a perseverare e a lasciare testimonianze del loro valore.

Torno in Francia…

A Parigi le donne vengono ammesse alla Scuola di Belle arti dal 1897.

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Berthe Burgkan nasce a Parigi nel 1855.

Frequenta la Scuola di Belle Arti e l’Accademia Julian.

Espone i suoi dipinti al Salon di Parigi dal 1878 al 1920.

Si presenta all’Arts de la Femme.

Nel 1883 diventa membro della Società degli Artisti Francesi.

Suoi lavori sono esposti alla Fiera Colombiana di Chicago del 1893.

Pittrice di scene di genere e di composizioni floreali, ha prodotto opere di ispirazione simbolista, con un proprio carattere e senso del mistero. Oltre a lavorare sia con colori a olio che con pastelli, ha sperimentato la pirografia, una tecnica molto usata tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo. La pirografia (dal greco “scrittura col fuoco”) è una tecnica di incisione, per mezzo di una fonte di calore, su legno, cuoio, sughero o altra superficie, praticata usando punte di ferro arroventato. Con questa tecnica Berthe ha realizzato cornici di particolare pregio per i suoi lavori (v.particolare).

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Pochissimi i dati biografici che la riguardano.

Muore nel 1936.

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Arte al femminile (412)

L’insofferenza verso l’arte accademica caratterizza la fine dell’ ‘800 e i primi del ‘900 e muove gli artisti di tutti i paesi.

Nei post precedenti mi sono soffermata sulle artiste russe dei primi anni del Novecento, evidenziandone la vivacità artistica in un paese travagliato da guerre sia interne che esterne. L’arte resiste in ogni tempo e in ogni situazione…C’è fermento in tutta Europa!

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Broncia Koller-Pinell (in origine Bronislawa Pineles) nasce a Sanok (nell’allora Galizia austriaca e nell’attuale Polonia) nel 1863.

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La sua è una famiglia ebrea ortodossa, il padre Saul Pineles è un progettista di fortificazioni militari e la madre è Clara Herzig. Broncia ha quattro fratelli. Il padre comprende le doti artistiche della figlia e sostiene le sue aspirazioni.

Nel 1870 la famiglia si trasferisce a Vienna, per avviare un’attività manifatturiera di lavorazione della lana, e il cognome diventa Pinell.

Broncia prende lezioni private di arte, essendo preclusa alle donne l’Accademia. Nel 1885, a 22 anni,  partecipa alla prima mostra pubblica.

Si reca poi a Monaco, per frequentare la Damenakademie, della Munich Artists’ Association, un atelier privato aperto anche alle donne.

Espone a Vienna, a Monaco e a Lipsia. Nel 1893 suoi lavori sono presenti alla Fiera Colombiana di Chicago. Appassionata di musica, conosce musicisti e compositori.

Nel 1896, a 33 anni, sposa il medico e fisico Hugo Koller, contro i desideri della famiglia, in quanto questi è cattolico. Ha due figli: Rupert, che diventerà direttore d’orchestra e Silvia, che sarà pittrice.

I due coniugi vivono prima a Salisburgo, poi a Norimberga, tornando poi a Vienna nel 1902.

Broncia viene accettata come membro della Secessione di Vienna (corrente artistica caratterizzata da sensualità e opulenza estetica) e conosce Gustav Klimt. Nel 1904 eredita una casa a Oberwaltersdorf (bassa Austria) e qui si trasferisce. Apre un proprio studio e un salone, che diventa centro d’incontro per tanti artisti e scienziati, grazie alla sua personalità magnetica e calorosa.

È presente a livello internazionale in occasione di mostre a Roma, Bruxelles, Budapest e Monaco. In totale partecipa a più di 50 mostre.

Sperimenta la tragedia della prima guerra mondiale, continuando la propria attività, e la crescente tensione postbellica, con i tumulti e le manifestazioni antisemitiche.

Muore a Oberwaltersdorf nel 1934 a 71 anni.

Broncia è una sperimentatrice curiosa, si avvicina a vari movimenti, dall’impressionismo all’Art Nouveau, dall’espressionismo al cinetismo (versione austriaca del futurismo italiano).

Dipinge ciò che la circonda: scene cittadine, ritratti, il suo studio, il suo giardino, nature morte…

Il suo lavoro è stato spesso sottoposto a dure critiche, il che non l’ha mai scoraggiata. Nonostante i successi artistici viene spesso etichettata come “la moglie di talento di un marito di spicco”… La sua creatività viene spesso “tollerata” per la sua posizione sociale.

Nel 1993 il Museo Ebraico di Vienna le ha dedicato una mostra.

Suoi quadri si trovano al Museo Belvedere di Vienna, nell’omonimo castello (v.foto).

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Una persona eccezionale

La notizia della morte di Ezio Bosso mi ha molto colpito e addolorato. Oltre che per il suo talento musicale, penso sia stato un grande uomo: le sue parole hanno un “suono” di profonda umanità e intensità. Anche durante il periodo della pandemia ha saputo trasmettere messaggi di confortante calore umano, andando oltre le sofferenze personali..

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Io li conosco i domani che non arrivano mai
Conosco la stanza stretta
E la luce che manca da cercare dentro

Io li conosco i giorni che passano uguali
Fatti di sonno e dolore e sonno
per dimenticare il dolore

Conosco la paura di quei domani lontani
Che sembra il binocolo non basti

Ma questi giorni sono quelli per ricordare
Le cose belle fatte
Le fortune vissute
I sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci

Questi sono i giorni per ricordare
Per correggere e giocare
Si, giocare a immaginare domani

Perché il domani quello col sole vero arriva
E dovremo immaginarlo migliore
Per costruirlo

Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare

Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno

Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo
Il gioco più bello
Cominciamo…
(Enzo Bosso)

“I silenzi hanno un suono, anche in musica. Non esiste l’ultima nota, è un dato di fatto. Perché l’ultima nota che suona uno strumento è la nota che inizi l’altro.”

 

Atmosfere di Sardegna

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Da tempo ho nella mia libreria l’edizione dei romanzi e delle novelle di Grazia Deledda, nella collana I Meridiani della Mondadori.

I caratteri tipografici piuttosto piccoli e la consistenza del volume mi avevano scoraggiato in passato dalla lettura  e, in alcuni casi, rilettura di questi testi. Avendo ultimamente più tempo a disposizione mi sono buttata nella magia della scrittura della Deledda.

L’edizione comprende i romanzi: Elias Portolu, Canne al vento, La madre, Annalena Bilsini e Cosima, più alcune novelle.

I racconti ci portano in una Sardegna profonda, coi paesi dalle consuetudini consolidate, dalla vita agreste dura e silente, con una serie di pregiudizi che ostacolano a volte la realizzazione di se stessi, soprattutto delle donne. La scrittrice sente il fascino della sua gente e della sua terra, ma anche i limiti e le tensioni sociali che la caratterizzano. I suoi paesaggi sono pieni di colori, sfumature e profumi. Gli ambienti sono delineati in modo accurato, così che ti pare di entrare nelle case, nelle capanne, negli ovili, nelle chiese, nei luoghi pubblici…

Ci sono aspetti psicologici ben presentati: la lotta tra il bene e il male, lo smarrimento delle coscienze, spinte da opposti istinti, le tensioni passionali in contrasto con i doveri morali…Da aspetti locali i drammi di alcuni personaggi diventano esempi di tormenti universali.

Nel romanzo Cosima, pubblicato postumo, vi è un po’ la sua autobiografia: la sensibilità malinconica che la contraddistingue, gli ostacoli culturali che deve affrontare, l’ipocrisia e l’arretratezza della realtà nuorese, contro cui deve combattere.

I suoi scritti risentono dei racconti che ascoltava da bambina: storie di pietà religiosa, di superstizioni, di quotidianità, di lavoro e di feste, di banditi, di emarginati, di donne isolate e inquiete, di matrimoni combinati, di vocazioni imposte…

La Deledda, unica scrittrice italiana a vincere il Nobel per la Letteratura, non è stata secondo me adeguatamente valutata, con una critica letteraria prevalentemente “al maschile”…

“Il mare: il grande mistero, la landa di cespugli azzurri; con a riva una siepe di biancospini fioriti; il deserto che la rondine sognava di trasvolare verso le meravigliose regioni del Continente. Se non altro ella avrebbe voluto restare lì, sullo spalto dei macigni, come la castellana nel solitario maniero, a guardare l’orizzonte in attesa che una vela vi apparisse con i segni della speranza, o sulla riva balzasse, vestito dei colori del mare, il principe dell’amore.”

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Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871, quinta di sette figli, in una famiglia di piccoli proprietari terrieri e commercianti, con una madre sposatasi senza amore con un uomo più anziano di lei e un padre attento alle esigenze dei figli, onesto e severo. In poco tempo si susseguono una serie di disastri, che rendono sempre più difficile la vita familiare: nel 1892 muore il padre, seguito dalla figlia Vincenza. Il fratello Santus abbandona gli studi di medicina, rifugiandosi nell’alcool, il fratello Andrea prende in mano la gestione economica della famiglia, sperperando denaro per i propri vizi. Grazia e altre due sorelle più piccole si trovano un po’ allo sbando.

Grazia si rifugia nella scrittura e decide di trovare una propria strada come scrittrice. Non ha una preparazione culturale regolare, avendo studiato con maestri privati e senza entusiasmo. È un’autodidatta. A 17 anni invia alla rivista “Ultima moda” di Roma il racconto “Sangue sardo”. Pubblica a puntate il primo romanzo, Stella, seguito da numerose collaborazioni con varie riviste letterarie, romane, sarde e milanesi.

L’opera che segna l’inizio della carriera letteraria vera e propria  è Fior di Sardegna del 1892, che ottiene qualche buona recensione.

Nel 1895 esce a Milano Anime oneste, nel 1896 La via del male.

Nel 1899 si reca a Cagliari, dove pubblica Il vecchio della montagna e dove incontra Palmiro Modesani, impiegato nell’intendenza di finanza, che sposa nel 1900.

I due si trasferiscono a Roma e qui Grazia riesce a dedicarsi con successo alla scrittura, pubblicando vari romanzi. Sebbene conduca vita appartata, viene a contatto con alcuni dei maggiori interpreti della cultura italiana del tempo. Ha due figli: Sardus e Franz. La sua vita si divide tra gli impegni familiari e quelli della scrittura, cui dedica alcune ore tutti i pomeriggi.

Scrive: Elias Portolu, Cenere, Colombi e sparvieri, Canne al vento, Le colpe altrui, Marianna Sirca, La madre, vari racconti… La sua produzione è numerosa e intensa.

Il 10 settembre 1926 vince il premio Nobel per la Letteratura, con la seguente motivazione:

“per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi”.

Annalena Bilsini, La chiesa della solitudine e Cosima sono tra gli ultimi lavori.

Muore di tumore nel 1936, a 65 anni.