Libri per capire

In un periodo in cui si evidenziano le conseguenze degli estremismi religiosi, trovo attuale questo romanzo, anche se datato e per certi aspetti “respingente”.

Flannery O’ Connor è una di quelle donne che quando scrivono ti danno una scossa. Ti fanno entrare in un mondo descritto nei dettagli che non ha mai niente di volutamente accattivante. Anche questo racconto è “forte”, intenso e desta un senso di disagio, proprio per la durezza della situazione e la personalità di personaggi, verso cui non si riesce a provare simpatia. 

Di profonda fede cattolica, l’autrice è cresciuta nella cosiddetta Bible Belt, la regione sud-orientale degli Stati Uniti a maggioranza protestante, e il libro affronta il tema del fanatismo religioso con una vicenda ambientata proprio nell’America rurale del sud.

Questo è il secondo romanzo della scrittrice americana ed è stato pubblicato per la prima volta in lingua originale nel 1960. Il tema però è più che mai attuale e lo stile è curatissimo. Sorprende e scombussola. Il titolo si rifà a un versetto del vangelo di Matteo, che percorre tutto il libro: “che cosa succede se sono i violenti a impadronirsi del Cielo?”

La storia è raccontata con una scrittura vivida e concreta, dove gli elementi naturali partecipano alla rappresentazione degli stati emotivi.

Scritto in terza persona, inizia facendoci incontrare l’adolescente Francis Marion Tarwater, che si trova improvvisamente di fronte alla morte del prozio Mason, estremista religioso, che l’ha tenuto con sé per crescerlo secondo i propri fanatici principi. Mason aveva sottratto anni prima Tarwater al nipote Ryber, fratello della madre di Tarwater, allevandolo e istruendolo per diventare un grande profeta. Secondo Mason il ragazzo ha una missione importante da svolgere: battezzare il piccolo Bishop, il figlio ritardato dello zio Ryber, che a detta di Mason è nato “deficiente” per grazia divina. Dio infatti, privandolo della ragione, lo avrebbe così protetto dall’influenza del padre, maestro di campagna, che cerca di vivere razionalmente, superando i propri conflitti interiori. Proprio dallo zio si reca Francis quando il prozio muore. Già Mason aveva tentato più volte di battezzare il piccolo Bishop, ma non c’era riuscito: Francis è ossessionato dall’idea di dover compiere questa missione. Quando lo zio Ryber vede il ragazzo sulla soglia di casa, stenta a credere ai suoi occhi e alle sue orecchie. Pensa che sia uno scherzo del vecchio, ma poi capisce che finalmente è arrivato il suo momento, ovvero quello di dare al nipote una vita nuova, una vita normale, fatta di istruzione e responsabilità, liberandolo da tutte quelle false idee che Mason gli aveva trasmesso. Il compito di Ryber si rivela molto più complicato del previsto. Il maestro si rende conto che lo attende un grande lavoro di “ricostruzione”. Ryber cerca di far comprendere a Francis che lui non è un profeta e che il vecchio lo ha privato di un’infanzia felice e di un’istruzione adeguata. La scontrosità di Francis, che trapela in ogni suo gesto e parola, ben contrasta con la dolcezza e l’innocenza del piccolo Bishop, un bambino dagli occhi limpidi “come se dall’altra parte sprofondassero, giù, giù in due pozzanghere di luce”.

Se il vecchio incarna la follia del fondamentalismo religioso che crea vittime e si trasmette di generazione in generazione, il maestro dal canto suo ripone la sua fede in una ragione fredda, che usa come scudo per proteggersi da quello che lui considera il male di famiglia, la pazzia che ha travolto il vecchio. Lo zio Ryber e il prozio Mason rappresentano due solitudini e due “prototipi” di pregiudizi, destinati a scontrarsi, in ognuno dei quali Francis non trova risposta alle sue inquietudini. Bishop, il piccolo spontaneo e fiducioso, è l’angelo innocente che nessuno salva.

Il finale tragico rappresenta il risultato di una formazione distorta e il fuoco vorrebbe cancellare tutto il passato del ragazzo, che cerca disperatamente una propria identità.

Questo non è di certo un libro che si presta a una lettura veloce o superficiale, perché ogni pagina è densa di contenuti forti. Affronta un tema che ci tocca da vicino, perché siamo tempestati da storie di violenza originate dal fondamentalismo religioso o da altre forme di pazzia e fanatismo. È una lettura che secondo me trasmette un messaggio profondo e autentico. L’ignoranza e la paura generano violenza e il fanatismo è frutto di entrambe. I costruttori di società dogmatiche sono devastanti.

Inimitabile lo stile della O’Connor, considerata una delle più grandi scrittrici americane di ogni tempo.

“I protagonisti della sua narrativa sono figure profondamente legate alla realtà locale della sua terra e descritte con un realismo sanguigno, ma le loro vicende – quasi sempre pervase di violenza, follia e deformazioni – trascendono a veri e propri simboli della presenza contraddittoria e inquietante del divino, del mistero e della grazia nella vita umana. Il cattolicesimo è infatti una delle componenti basilari della cultura e della scrittura della O’Connor; la sua è una fede profondissima e assolutamente ortodossa ma che non degenera mai nel facile moralismo: ai gusti perbenisti dei bigotti oppone anzi storie a tinte forti e senza finali consolatori, ben consapevole della sua problematica missione di narratrice cattolica…”

Flannery O’Connor è considerata una degli scrittori più geniali e influenti della letteratura americana.

Ha avuto una vita appartata e tragicamente breve.

Nasce nel 1925 a Savannah, in Georgia, e a 7 anni si trasferisce a Milledgeville, dove starà per tutta la vita.

Il padre muore nel 1947 e Flannery e la madre ereditano una grande fattoria, in cui la ragazza inizia un allevamento di pavoni, dedicandovisi con grande passione.

Inizia a scrivere all’epoca del college, frequenta corsi e laboratori di scrittura creativa e letteratura presso la State University of Iowa.

Invia racconti a varie riviste e nel 1952 pubblica il romanzo d’esordio, La saggezza nel sangue, cui seguiranno molti racconti e nel 1960 Il cielo è dei violenti.

Ottiene successo e premi letterari, invitata a tenere conferenze nel sud degli Stati Uniti. Il suo mondo è appunto quello delle zone rurali del Sud degli USA, percorso da conflitti razziali ed estremismo religioso.

A 25 anni si manifestano i primi sintomi della malattia del sistema immunitario, che ha ucciso il padre: il lupus eritematoso. Inizia cure devastanti, che le gonfiano il viso, le fanno perdere i capelli e camminare con le stampelle, senza migliorare la situazione dolorosa.

Nel 1964 le è diagnosticato un tumore, che nelle sue condizioni è incurabile. Viene tentata un’operazione, ma Flannery peggiora e muore a 39 anni.

Arte al femminile (458)

Maria Antonietta Gambaro(Chicca) nasce a Genova nel 1929.

Donna dai molti interessi e dalle grandi passioni, è pittrice grafica, scenografa e costumista, appassionata di musica.

Comincia a dipingere negli anni ’40, traendo i suoi modelli dal mondo del lavoro, dai paesaggi urbani e dall’attualità. Molte le mostre personali.

Diventa scenografa, dapprima per il teatro di prosa e poi per i maggiori teatri dell’Opera.

Lavora per il Teatro della Scala di Milano, per il Teatro Comunale di Bologna, l’Arena di Verona, il Teatro Comunale di Genova. Registi e direttori d’orchestra la ammirano e sollecitano la sua collaborazione.

Fin dagli anni Cinquanta aderisce al Partito Comunista e nelle sue opere riflette le problematiche sociali del neorealismo.

I suoi soggetti sono inizialmente pescatori e lavoratori, in seguito si dedica ai ritratti.

Le sue opere si caratterizzano per il segno incisivo, il colore intenso steso a spatola, uno spazio indefinito, scuro, dal quale emergono personaggi indagati anche dal punto di vista psicologico.

Ormai nota e affermata, si ammala nell’inverno del 1981, proprio quando l’Arena di Verona le commissiona la scenografia del Rigoletto per l’apertura di stagione.

Le sue opere sono custodite in collezioni private, nei musei e negli archivi teatrali.

Arte al femminile (457)

Paula Rego nasce a Lisbona (Portogallo) nel 1935. Il padre è ingegnere elettronico, antifascista convinto. Nel 1936 il padre viene trasferito per lavoro nel Regno Unito e la moglie lo segue, affidando Paula alle cure della nonna sino al 1939. La figura della nonna è molto importante per lei: le storie della tradizione popolare che le racconta stimoleranno la sua fantasia e influenzeranno il suo lavoro futuro.

Paula viene iscritta in una scuola di lingua inglese, San Giuliano di Carcavelos, che frequenta dal 1945 al 1951.

Nel 1951 va in Gran Bretagna e segue per un anno una scuola di perfezionamento, The Grove School, a Evenoaks, nel Kent. Dal 1952 al 1956 segue gli insegnamenti della Slade School of Fine Art, a Londra.

Qui incontra il futuro marito, Victor Willing, anche lui studente.

Nel 1957 Paula e Victor lasciano la Gran Bretagna e si stabiliscono a Ericeira, in Portogallo.

I due si sposano nel 1957, dopo il divorzio di Victor dalla prima moglie. Hanno tre figli: Caroline, Victoria e Nick.

Il padre di Paula acquista alla coppia una casa a Londra e i due si dividono tra Portogallo e Gran Bretagna.

Nel 1966 muore il padre di Paula e suo marito rileva l’azienda di famiglia.

In seguito agli stravolgimenti politici del 1974 in Portogallo, Paula e la sua famiglia perdono la propria azienda e tornano definitivamente a Londra.

Victor, ammalato di sclerosi multipla, muore nel 1988.

Paula, oltre che artista prolifica, è anche per anni sostenitrice dei diritti delle donne.

Ciò che caratterizza i lavori di Paula è il riferimento a personaggi e atmosfere collegati alla letteratura, ai miti, alle fiabe, ai cartoni animati e ai testi religiosi. Tutto ciò viene rivisitato in chiave moderna. Oltre alla pittura, ha realizzato incisioni e collage.

Inizialmente è influenzata dal surrealismo, in particolare dall’opera di Mirò, per insofferenza verso le tecniche di disegno tradizionali.

Dal 1990 ritorna a disegni chiari, con rappresentazioni di donne in situazioni a volte inquietanti.

Con il tempo abbandona i colori a olio e usa soprattutto i pastelli.

Dagli anni ’50 gioca un ruolo chiave nella ridefinizione dell’arte figurativa in Gran Bretagna, soprattutto rivoluziona la raffigurazione delle donne, cercando di svincolarla dagli stereotipi dell’immaginazione maschile. Le donne si acquattano, strisciano, si inginocchiano e dormono, assumendo atteggiamenti a volte animaleschi, scevri di ogni retorica femminile.

Paula è un pittore narrativo, che racconta storie su tela, storie surreali e misteriose.

Alla fine degli anni ’80 realizza una serie di dipinti per esplorare le relazioni familiari.

Particolare è la serie degli Abortion pastels, fatti come protesta contro la legge portoghese che consente allora l’aborto solo in casi eccezionali. I ritratti di Paula vogliono alzare il sipario sugli aborti illegali, sulle soluzioni pericolose scelte dalle donne che non hanno alternative. All’epoca si stima che ogni anno in Portogallo si verificassero fino a 50000 aborti illegali e Paula è furiosa per la negazione di questa realtà, la crudeltà della polizia e lo scempio dei corpi delle donne. I suoi lavori senza titolo raffigurano donne e ragazze all’indomani degli aborti illegali, piene di stanchezza e dolore. I corpi sembrano pesanti, piegati su un divano o accartocciati sul pavimento o sul letto. Alcune hanno gli occhi chiusi mentre altre fissano il vuoto. L’ambiente circostante è squallido. Questa serie di ritratti fa parte della campagna che porta alla legalizzazione dell’aborto in Portogallo nel 2007.

Paula riceve lauree honoris causa dall’Università di St. Andrews, Scozia, dall’Università dell’East Anglia, Norwich, dalla Rhode Island School of Design, USA, The London Institute, Roehampton University, Londra e Oxford University. Nel 2010 è nominata Dame of the British Empire in the Queen’s Birthday Honours e ha vinto il Mapfre Foundation Drawing Prize, Madrid (2010).

Mostre degne di nota a lei dedicate includono: Fondazione Calouste Gulbenkian, Lisbona (1988); Serpentine Gallery, Londra (1988); Tate Liverpool, Liverpool (1997); Dulwich Picture Gallery, Londra (1998); Yale Center for British Art, New Haven (2001); Museo d’Arte Contemporanea Serralves, Porto (2004); Tate Britain, Londra (2005); MuseoNacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid (2007); Museo Nazionale delle Donne nelle Arti, Washington DC (2008); Whitechapel Gallery, Londra (2010).

Arte al femminile (456)

Mia nonna Emilia mi aveva insegnato a lavorare all’uncinetto e a maglia: per un po’ di tempo mi sono impegnata a realizzare bordi, pizzi e centrini ecc.. Mai avrei immaginato che questa abilità potesse trasformarsi in qualcosa di particolare e che potesse diventare un metodo per realizzare ritratti e rappresentazioni di persone….

Liisa Hietanen nasce a Lohja (Finlandia) nel 1981.

Si è laureata in Design presso L’università di Scienze Applicate di Lahti nel 2007 e nel 2012 ha conseguito un’altra laurea in Belle Arti presso l’Università di Scienze Applicate di Tampere.

Attualmente vive e lavora a Hämeenkyrö.

La particolarità del suo lavoro attuale è che ritrae i suoi compaesani in sculture realizzate all’uncinetto e a maglia, in situazioni quotidiane naturali. I soggetti sono i più svariati: chi ha incontrato in biblioteca, in palestra, chi porta a spasso il cane, chi è seduto al tavolino di un pub… Le sculture fanno parte di una serie chiamata Villagers e ogni scultura, una volta ultimata, viene portata in uno dei siti pubblici di Hämeenkyrö. L’obiettivo è quello di migliorare le relazioni all’interno della comunità e abituare all’attenzione verso le persone.

Per questa artista le lente tecniche artigianali sono una scelta per rispondere al ritmo accelerato della vita e per incontrare e conoscere l’altro. I soggetti sono rappresentati accuratamente con i loro abiti preferiti. Creare una scultura a maglia di dimensioni reali richiede mesi di tempo e pazienza, permettendo una migliore conoscenza del soggetto.

Lisa lavora a maglia da quando aveva 10 anni. Prima fa misurare i suoi soggetti, li fotografa e studia la fotografia, forma una base usando armature metalliche e cemento. La lana è un materiale particolare, che dà una sensazione di familiarità e calore.

“I lavori riguardano piuttosto l’incontro con qualcuno in modo molto concreto, il vedere l’altro per davvero e conoscerlo lentamente. Li vedo come valori rilevanti e azioni di bilanciamento, soprattutto in contrasto con i rapidi movimenti e gli incontri sottili nei social media”.

Quotidianità del passato

La venturina è un bel romanzo che ha come protagonista e voce narrante una “venturina”, ossia una figlia di N.N., Gemma, abbandonata in ospedale alla nascita.

“Perché so cosa vuol dire “venturina”. Me l’ha spiegato Lina. Non sono la sola, questo no: qui da noi, sono tante le famiglie, specialmente le più povere, che prendono in affidamento dall’Ospedale un trovatello. Non tanto per fare un’opera buona, quanto per godere dei pochi soldi che l’Istituto gli corrisponde ogni mese. Una miseria, ma tutto guadagno, si può dire. Ché il venturino viene vestito di stracci vecchi e mangia meno di un cagnetto.”

Affidata a una famiglia adottiva, che l’ha accolta solo per poter incassare un modesto assegno di adozione, viene trattata crudelmente. Pietrino, contadino benestante e onesto, la trova un giorno in condizioni pietose, spaurita, sporca e mal nutrita, e decide di portarla a casa sua, la Torretta. Qui Gemma trova il calore di una famiglia, l’affetto della nonna (che la chiama ratin=topolino) e un po’ alla volta le sembra di poter avere una vita normale, migliore rispetto a quella di tante altre bambine del paese. La Venturina scopre il calore di una famiglia, il piacere di essere pulita e ben vestita, la soddisfazione di poter sfamarsi a volontà. Rivela un’intelligenza vivace, tanta voglia di apprendere e un forte desiderio di studiare. Cerca di ripagare i suoi benefattori con l’ubbidienza, un grande impegno ed eccellenti risultati scolastici.

Siamo in un piccolo paese delle Langhe e vi viene descritta la vita fra gli anni Trenta e Quaranta, con il lavoro dei campi, le feste, le tradizioni, le abitudini, i pregiudizi…La guerra però sconvolge tutto. Anche alla Torretta si vivono momenti di ansia e dolore. Gemma è brava e studiosa, per cui viene mandata a Mondovì, per frequentare le scuole medie e poi le magistrali. Lì c’è anche Nino, il figlio più piccolo di Pietrino, che studia da geometra. Tra i due nasce un’amicizia, che si evolve nel tempo in un sentimento più profondo.

Gemma spera di poter un giorno trovare un lavoro come maestra e ricompensare la famiglia che l’ha accolta. Purtroppo alla fine si accorge che, nonostante l’affetto e le cure ricevute, lei rimane comunque una trovatella e anche la madre adottiva tale la considera. Nella società chiusa e moralista del tempo ogni suo progetto è destinato a fallire: non verrà mai considerata come una “pari”, rimarrà sempre un’emarginata nell’ambiente in cui è cresciuta. Questa consapevolezza la porterà a una tragica decisione…

È un romanzo di formazione. L’autrice segue e descrive il percorso evolutivo di Gemma, ma anche gli avvenimenti storici di quel periodo. Un pezzo di storia d’Italia viene raccontato attraverso lo sguardo di una bambina prima e di un’adolescente poi, dal punto di vista di una famiglia contadina del tempo: la guerra, il Fascismo, l’invasione nazista, le lotte partigiane, la liberazione, la ricostruzione post-bellica…

Libro che mi è molto piaciuto, perché vivo, intenso e commovente. Una storia realistica, che presenta le fatiche, le difficoltà, i sogni e le crisi di una trovatella, che insegue con sforzo e tenacia il sogno di una vita normale, che la liberi dal “marchio” legato alla sua nascita. Un’immersione nel passato, nella sua quotidianità!

Venturina! Figlia d’una troia!Ba-star-da!Bas-tar-da!Ba-star-da!” Mi turbinano intorno come calabroni impazziti. In sette. Mi strappano la cartella dalle mani. La buttano giù dalla ripa, tra le erbacce marce. Turu ni agguanta per le spalle e mi scaraventa contro Fredo che mi rilancia a Gigi. Mi palleggiano a spintoni, mi picchiano, gridano tutti insieme. Io piango. Vorrei liberarmi. Vorrei scomparire.(pag.7)

L’astio nei primi momenti mi ha accecata, a poco a poco lascia il posto a un ragionamento spassionato: Luisa è stata buona con me, a modo suo. I suoi pregiudizi sono quelli di tutta la gente per bene. La mentalità, nel bene e nel male, si forma assorbendo dall’ambiente n cui si cresce i modi di ragionare e di vivere. Ogni persona normale se la forgia senza nemmeno rendersene conto…(pag.331)

Maria Tarditi nasce a Monesiglio nel 1928 ed è vissuta a Pievetta, frazione di Priola (Cuneo), in val Tanaro, dove è stata maestra nella scuola elementare dal 1946 al 1989.

Una volta arrivata alla pensione, a 70 anni scopre la passione per la scrittura e inizia a raccontare le sue memorie. Scrive a mano e produce oltre 20 libri, tutti pubblicati dall’editore Araba Fenice.

“Non sono una storica, mi limito a narrare quanto ho sentito raccontare oppure ho vissuto in prima persona”.

Muore a Grugliasco, nella casa della figlia, nel 2017 a 90 anni.

Arte al femminile (455)

Rimango ancora un po’ nell’Europa centrale, agli inizi del Novecento…

Lotte Laserstein nasce a Proussisch Holland (Prussia orientale, Impero tedesco) nel 1898.

Il padre è farmacista e la madre una pianista, insegnante di pianoforte e pittrice di porcellane. La famiglia, di origine ebraica, si è convertita al protestantesimo. Rimasta orfana di padre nel 1902, cresce in un ambiente molto femminile, con la madre, la sorella Kate, la zia e la nonna. La zia Elsa Birnbaum dirige una scuola privata di pittura ed è la sua prima maestra.  

Lotte studia all’Accademia d’Arte Prussiana (v.foto), dove si distingue per il suo talento, tanto che negli ultimi due anni può usufruire di un proprio studio e può dipingere con le modelle. Si diploma nel 1925. Pe integrare il suo reddito, oltre all’insegnamento, svolge vari lavori di arte decorativa e illustra un volume di anatomia.

Va a vivere a Berlino, dove espone in gallerie e musei della città.

Siamo nel periodo della controversa Repubblica di Weimar della Germania ex-imperiale, ridotta alla fame dalla crisi economica e dalle pesantissime condizioni di pace impostole dopo la prima guerra mondiale. Tuttavia la vita culturale conosce un periodo di grande creatività, con una modernità che irrompe con le luci, il cinema, le automobili, una certa libertà sessuale e l’emancipazione femminile, conseguenza dei rivolgimenti sociali degli anni della guerra, con le donne entrate forzatamente nel mondo produttivo.

Lotte rappresenta questo clima, evidenziandone anche i lati deboli, le miserie morali e materiali.

Donna indipendente, interamente votata all’arte, Lotte concentra la sua attenzione principalmente sulle nuove figure femminili, dotate di maggiore indipendenza materiale e psicologica.

L’avvento del nazionalsocialismo di Adolf Hitler porta a un precipitare della situazione politica e sociale: i quadri di Lotte manifestano in questo momento l’angoscia dei tempi, con ritratti che danno una sensazione di inquietudine.

La pittura di Lotte viene inclusa nel famigerato elenco della cosiddetta arte degenerata, secondo i parametri hitleriani, per cui Lotte non riesce a lavorare e a guadagnarsi da vivere.

Il regime nazista la costringe a lasciare la Germania nel 1937 ed emigra in Svezia, a Stoccolma, città che aveva ospitato una sua mostra personale e in cui può recarsi con il pretesto di recuperare le proprie opere. Da qui tenta in tutti i modi di salvare la madre e la sorella Kate dalla persecuzione antisemita. Purtroppo la madre viene uccisa nel 1943 nel campo di concentramento di Ravensbruck, mentre la sorella, anche lei deportata, sopravvive alla detenzione, ma rimane talmente traumatizzata da morire pochi anni dopo la liberazione.

Lotte rimane in Svezia, a Kalmar (v.foto), sino alla morte (1993) lavorando come ritrattista e pittrice di paesaggi.

Vive appartata, rinunciando alla fama artistica di cui pur aveva goduto in passato.

Dimenticata per anni, Lotte viene riscoperta nel 1987, quando la Belgrave Gallery di Londra espone alcune sue opere, così che negli ultimi anni della sua vita Lotte riprende il posto che le spetta nella scena artistica del Novecento, riguadagnando visibilità internazionale.

Nel 2003 si è tenuta a Berlino la prima retrospettiva completa del suo lavoro. Nel 2019 ne è seguita un’altra a Francoforte sul Meno. Viene considerata una delle più interessanti artiste protagoniste del nuovo corso della pittura tedesca tra le due guerre.

Nota per i suoi ritratti realistici di donne, Lotte unisce una notevole capacità di introspezione psicologica a un naturalismo dalle forme precise e dai colori uniformi, prestando molta attenzione alla composizione formale delle varie scene che rappresenta.

I suoi quadri si trovano nelle collezioni del National Museum of Women in the Arts di Washington e nel Deutsches Historisches Museum di Berlino.

Libri per pensare

La casa delle giovani spose (di Ashley Hay, ed. Serling&Kupfer)

Una delle protagoniste, Elsie Gormley, ormai anziana, ha improvvisamente un ictus, mentre è in casa da sola. Così inizia il romanzo: “Era una mattina presto, d’inverno, quando cadde. Il giorno più corto del 2010, disse la donna alla radio. Immobile a terra, comodamente rannicchiata sulla morbida moquette verde tra il divano e la credenza, Elsie vedeva filtrare il sole dalla porta sul retro, e il triangolo che la luce formava sul pavimento…”

I suoi figli, i gemelli Don ed Elaine si rendono conto che la madre non può più stare da sola, avendo ormai novant’anni e la trasferiscono in un istituto. Elsie è stata per oltre 60 anni nella sua casa, che è piena dei suoi ricordi, degli echi delle parole della sua famiglia, della sua vita di sposa. Felicemente sposata con Clem, ha dedicato tutta la vita al marito e ai figli, per scelta personale. Ha attraversato le difficoltà della guerra, di una tremenda alluvione, mantenendo la serenità della giovane intraprendente e allegra che era stata.

La casa di Elsie viene venduta a Lucy e Ben, una giovane coppia con il figlioletto Tom. Lucy non riesce a vincere il senso di estraneità nella nuova casa e nella città in cui si è trasferita.  Fatica ad ambientarsi in una casa che sente appartenere a una donna tanto diversa da lei e che sembra risuonare degli echi del passato. Il marito giornalista è sempre in viaggio e la maternità a tempo pieno incomincia a pesare, come impedimento alla realizzazione di una parte di sé. Per quanto si sforzi di dedicarsi al figlio, a volte sente il suo ruolo come un peso.

Tra Elsie e Lucy un po’ alla volta si crea una comunicazione immaginaria, in quanto ognuna recupera la storia dell’altra, attraverso fotografie, incontri, ricordi…  

Il romanzo racconta le sensazioni e i sentimenti delle protagoniste con grande sensibilità, descrivendo tutte le fasi della loro vita con partecipazione empatica. Sono rappresentati sia i momenti salienti che quelli di giornate apparentemente insignificanti.

La casa è l’altra protagonista: quasi essere pensante, capace di reazioni emotive.

Poi anche la casa cominciò a borbottare, con le assi dell’impiantito che scricchiolavano, stiracchiandosi al tepore del giorno. Un suono rassicurante. Era da oltre sessant’anni che la casa conversava con Elsie Gormley. Aveva assistito a tutte le sue arrabbiature e ai suoi malumori, e di solito li placava. Aveva contenuto la sua voce, quella di suo marito, dei figli, e ora anche dei nipoti: echi e rimbombi depositati dietro il battiscopa e gli infissi delle finestre, come quei pallidi granellini di polvere, incastrati ai bordi del pavimento della cucina.”

Un libro sul senso della felicità. Per Elsie è fatta di tanti episodi con le persone che ama, per Lucy è un giardino pieno di alberi e fiori, è il ritorno a casa dopo una fuga per capire quello che veramente desidera. Nella storia l’amore, il matrimonio, la maternità sono considerati dal punto di vista di due donne di diversa generazione. C’è un costante alternarsi tra presente e passato, scandito dai diversi capitoli. La vita è fatta anche di dettagli e piccole decisioni!

Un romanzo che fa riflettere sulla quotidianità al femminile, delicato e introspettivo.

Le domande sono quelle di sempre: Come conciliare realizzazione personale e cura della famiglia? Che cosa conta veramente nella vita? Come capire quello che si vuole veramente? Quanto dobbiamo prima di tutto a noi stesse?

Elsie e Lucy hanno una certa consapevolezza di sé e non smettono di cercare un giusto equilibrio. Anche Lucy alla fine decide quello che è meglio per lei…

Fanno da sfondo giardini descritti con precisione botanica e personaggi minori, che affiancano le due donne, evidenziandone ancor più la personalità.

Asheley Hay è una scrittrice australiana, che vive a Brisbane. È stata finalista al Miles Franklin Literary Award, il più importante premio letterario in Australia, grazie al romanzo La biblioteca sull’oceano (Sperling & Kupfer, 2017), diventato un best-seller in patria e pubblicato con successo negli USA e in Europa. Ha pubblicato 3 romanzi e 4 libri di saggistica. Dal 2018 è direttrice della Griffith Review.

Arte al femminile (454)

Fanny Harlfinger- Zakucka nasce nel 1873 a Mank, in Austria.

Studia dal 1899 al 1903 alla Scuola d’Arte per Donne e Ragazze, poi all’Università di Arti Applicate di Vienna.

Dopo aver completato gli studi si fa un nome come pittrice, artigiana e designer per la decorazione d’interni e di tessuti.

Sposa il pittore Richard Harlfinger e con lui è molto attiva nella Secessione Viennese.

L’ideale di questo movimento è la fusione completa delle arti. Vienna, al termine del XIX secolo, vive un periodo pullulante di idee, creatività, indipendenza e trasformazione. Si rifiuta l’accademismo per immergersi in un nuovo vortice creativo, giovane, spigliato e fresco. Nasce il modernismo. In questo clima di creatività esuberante, architetti, grafici, pittori, artisti compartecipano alla fondazione nel 1903 della rivista Ver Sacrum, la Primavera Sacra dell’arte. Il simbolo della vitalità organica compare sulla copertina del primo numero: un arbusto ornamentale le cui radici vitali sono rappresentate nell’atto di irrompere nella terra sottostante. Il formato rispetta gli stilemi dell’epoca: fascicolo quadrato, compattezza del blocco tipografico semplice e pratico. 

Fanny diventa membro dal 1914 dell’Associazione Austriaca delle Donne Artiste e partecipa alle loro mostre.

Nel 1926 contribuisce a organizzare il movimento dell’Arte Femminile Viennese.

Muore a Vienna nel 1954.

Artista eclettica si è distinta in vari campi artistici, curando illustrazioni per libri, realizzando quadri, sculture, mobili, oggetti d’arredo, tessuti….

Arte al femminile (453)

La street-art vive un momento di progressiva rivalutazione e in molte città, compresa la mia (Padova), ci sono opere di notevole bellezza. Si tratta di una forma d’arte diretta, rivolta a tutti, che vuole raccontare, comunicare, coinvolgere e tanto altro, come ogni forma artistica.

Panmela Castro, alias Anarkia Boladona, street artist brasiliana, è tra le 150 donne più importanti al mondo per il suo impegno sociale contro la violenza sulle donne attraverso l’arte. Viene chiamata la Regina dei graffiti.

Nasce a Rio de Janeiro nel 1981.

Sua madre deve affrontare problemi finanziari e violenze domestiche con il suo primo marito: scappa e si risposa con un uomo che le dà una vita dignitosa e cresce Panmela come fosse sua figlia. Con quasi nessuna istruzione formale, il nuovo padre le permette di dedicarsi ai suoi studi fino a quando, all’età di 15 anni, è costretta a lavorare in seguito al fallimento dell’attività paterna. Con la famiglia destabilizzata, abbandona la casa dei genitori e vive in una delle baraccopoli più pericolose della città. Per pagare le bollette e la scuola, oltre a insegnare, inizia a disegnare persone per le strade e a vendere i pezzi per 1 Real brasiliano. 

Usando lo pseudonimo di Anarkia Boladona, diventa la prima ragazza della sua generazione a scalare edifici per lasciare suoi graffiti. Panmela è una delle prime writer a dipingere i treni a Rio e ha fatto interventi “illegali” in tutta la città.  Nel 2005 inizia a dedicarsi seriamente alla pittura murale dopo un’esperienza negativa di violenza domestica: viene picchiata e segregata dal suo compagno. Questo dramma influenza la natura politica delle sue opere. Viene aiutata a fuggire dalla madre.

Si laurea in Belle Arti presso l’Università Federale di Rio de Janeiro e consegue un Master in Processi artistici contemporanei.

Nel 2006 collabora con l’organizzazione With cause per promuovere i diritti delle donne e combattere la violenza domestica. Nello stesso anno fonda Rede Nami, un’organizzazione formata da artiste che combattono contro le violenze e i soprusi. Si battono per la libertà d’espressione e l’uguaglianza di genere attraverso le loro opere di street-art, informando ed educando le donne soprattutto nei bassifondi brasiliani. Organizzano workshop e campagne di sensibilizzazione.

In tutto il mondo, secondo i dati dell’OMS, il 35% delle donne è vittima di violenza, prima causa di morte e di invalidità per le donne tra i 16 e i 44 anni. In Brasile la percentuale è molto più alta. I suoi murales raccontano il dolore, ma vogliono essere anche un modo per informare le donne sui loro diritti e sulle poche leggi che le tutelano.

Collabora con numerosissime organizzazioni internazionali per i diritti delle donne e le politiche sociali tra cui l’OAS, la Nike Company e la Fondazione Rosa Luxemburg. Le sue opere si possono ammirare in molti paesi del mondo: Cile, Bolivia, Brasile, Inghilterra, Canada, Colombia, Repubblica Ceca, Israele, Austria, Turchia, Norvegia.

Tramite le sue opere rappresenta il corpo femminile nel contesto urbano, evidenziando soprattutto le situazioni di coercizione sia fisica che psicologica. Vuole che la sua arte sia educativa a livello sociale. Ultimamente si è dedicata anche a performance.

“Ho giurato di non stare mai in silenzio, in qualunque luogo e in qualunque situazione in cui degli esseri umani siano costretti a subire sofferenze e umiliazioni. Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato. Èlie Wiesel”

Ha esposto al Museo della Cultura brasiliana e al Rosário Contemporary Art Museum, è presente nella collezione permanente dell’Inter-American Development Bank a Washington e alla Camera dei Rappresentanti a Brasilia.

È attualmente impegnata in un grande progetto per la costruzione di una fitta rete di centri per l’impegno sociale, soprattutto nelle zone ai margini delle società: centri d’ascolto e laboratori dove le donne possono imparare qualsiasi forma d’arte e, contemporaneamente, essere informate, aiutate e seguite in caso di bisogno o richiesta d’aiuto. Luoghi in cui vengono insegnati la consapevolezza di sé, il valore e la dignità.

Nel 2012 è stata candidata tra le 150 donne più importanti dell’anno per Newsweek, le è stato conferito un premio dalla fondazione Diller che promuove le organizzazioni no-profit. Il Premio Hutuz l’ha nominata artista dell’anno e del decennio (rispettivamente nel 2007 e 2009).

Le Nazioni Unite conservano alcuni dei suoi lavori e l’organizzazione Vital Voices, fondata da Hillary Clinton, le ha conferito il Global Leadership Award for Human Rights.

Un personaggio di romanzi si racconta

Autobiografia di Petra Delicado è un romanzo sorprendente, in quanto la protagonista dei famosi gialli di Alicia Giménez-Bartlett, la poliziotta Petra Delicado, racconta la propria storia, in un’autobiografia intensa e ricca di riflessioni sul senso della vita e sulla complessità dei rapporti umani.

Nei romanzi della Bartlett Petra rappresenta l’ispettrice brusca, decisa, determinata, interessata sia al passato politico del suo paese che alla società in cui vive, con i suoi angoli segreti e bui. Petra è la protagonista di ben dodici romanzi, in cui si manifesta figura indipendente, forte, a volte scostante, ma sempre brillante e con una profonda umanità.

Troviamo Petra in un convento di suore in Galizia, per un ritiro di una settimana, per capire se stessa e riprendere il filo di una vita in quel momento troppo movimentata.

In un quaderno raccoglie i ricordi della sua vita.

Nasce durante il periodo franchista in Spagna. Il padre è professore di liceo e la madre casalinga, piena di interessi, con un’infanzia difficile. Ha due sorelle: la bellissima Celia, “gioiello della corona di famiglia”, infermiera, e Amanda, vivace e ribelle. Petra è la più giovane. Viene mandata a scuola dalle suore in una classe ovviamente tutta femminile. Non sopporta la disciplina, le messe obbligatorie e tutte le altre caratteristiche di una scuola religiosa. Non viene espulsa, nonostante sia abbastanza ribelle, perché ha buoni risultati scolastici.

All’Università, iscritta a Lettere e Filosofia, si trova coinvolta nelle manifestazioni studentesche contro il regime di Franco. Conosce Hugo, che la convince a cambiare facoltà e a seguire con lui i corsi di Giurisprudenza. Hugo è il suo primo amore

  “Mi innamorai. Mi innamorai fino al midollo, fino al nucleo di ciascuna delle cellule che costituivano il mio giovane corpo. Il mio era un amore assoluto, totale, che non ammetteva analisi né radiografie […] Era tale la grandezza di quello che provavo che l’amore finiva per impedirmi di osservare l’oggetto amato”

I due si sposano, finiscono gli studi e aprono uno studio insieme, che ottiene molto successo. Il matrimonio però si configura sempre più come lavoro, con il lavoro sempre al primo posto e per Petra una vita da borghese benestante. Insoddisfatta, dopo alcune avventure amorose, decide di lasciare il marito.

Dopo un iniziale disorientamento, dopo aver ascoltato alcuni poliziotti che parlano del loro lavoro, decide di intraprendere la carriera in polizia. S’iscrive a un corso di tre anni, che si presenta impegnativo e pieno di momenti in cui vorrebbe lasciar perdere e smettere immediatamente. Riesce invece a diplomarsi e inizia la sua avventura, inizialmente in ufficio con un lavoro di routine…

S’ innamora di nuovo di Pepe, più giovane di lei di dieci anni e lo sposa, ma la storia non dura, perché troppe le differenze. “Ero passata da un marito padre a un marito figlio…”

Petra riacquista la propria indipendenza, trova una casa un po’ isolata che sistema come vuole e finalmente ottiene anche il ruolo di ispettore…

Quando il lavoro la appassiona e la assorbe completamente e ha trovato in Fermìn Garzon il compagno ideale delle sue indagini, di nuovo si innamora. Lui, Marcos, è un architetto, anche lui ha divorziato due volte come lei e ha quattro figli…

Un bel libro, che ben rappresenta una personalità femminile con le sue aspirazioni, contraddizioni, sogni, difficoltà e successi, ma soprattutto con una profonda umanità e una notevole capacità introspettiva.

Lettura coinvolgente.

Alicia Giménez Bartlett è nata ad Almansa, Albacete, nel 1951. Ha studiato filologia spagnola all’Università di Valencia e ha conseguito un dottorato in letteratura spagnola presso l’Università di Barcellona, città in cui risiede dal 1975. Nel 1981 ha pubblicato uno studio sul Gonzalo Torrente Ballester e il Ministero della Cultura le ha concesso una borsa di studio per scrivere un saggio pubblicato con vari autori nel 1987. Il suo primo romanzo, Exit è arrivato nel 1984. Ha vinto il Lumen Female Prize nel 1997 per il romanzo Una la stanza tutta per gli altri. Negli anni Novanta ha creato il personaggio di Petra Delicado, la popolare ispettrice protagonista di vari romanzi. Nel 1999, una serie di 13 episodi basata sulle avventure di Petra Delicado è stata presentata per la prima volta in televisione. Le sue opere sono state tradotte in quindici lingue, con notevoli successi in Francia, Germania, Stati Uniti e Italia.