Arte al femminile (528)

L’arte e la vita si mescolano, come nel caso di questa particolare artista.

Louise Bourgeois rappresenta l’esempio di un’artista che è riuscita a trasformare i propri sentimenti e la propria sofferenza in opere d’arte.

Nasce ad Aubusson, presso Parigi, nel 1911, da una famiglia di restauratori di arazzi. Ha due fratelli.

Il padre partecipa alla prima guerra mondiale e viene ferito. La piccola Louise a tre anni viene portata con sé dalla madre, alla disperata ricerca dell’ospedale in cui il papà è stato ricoverato. La sua infanzia è segnata dalla figura del padre, che torna a casa, una volta guarito, molto cambiato. Prepotente e autoritario, inizia a condurre una vita libertina, tradendo ripetutamente la moglie.  Il dolore più grande è quando questo padre, amato e odiato insieme, stabilisce una relazione con la tata assunta per accudire Louise e i suoi fratelli.

Ostacola in tutti i modi la passione della figlia per l’arte.  

Fin da piccola Louise dà una mano nell’impresa di famiglia, progettando e disegnando modelli per gli arazzi che hanno bisogno di riparazione.

Louise è molto legata alla madre, simboleggiata nelle sue sculture come il ragno tessitore,  e quando questa muore tenta il suicidio.

Dopo studi in matematica alla Sorbonne, abbandonati per la Scuola di Belle Arti di Parigi, che non completa, prosegue la propria preparazione presso alcune accademie private e gli studi di diversi artisti.

Nel 1938, dopo aver sposato lo storico dell’arte Robert Goldwater, si stabilisce a New York, e, libera dal controllo paterno, può finalmente cominciare la carriera artistica.

Nel 1945 viene presentata la prima mostra dei suoi quadri.

Nel 1947 pubblica le incisioni He disappeared into complete silence, utilizzando testo e parole e l’opera Femme maison, che rappresenta una figura femminile metà donna e metà casa.

Abbandonata la pittura, si concentra sulla scultura, con sculture in legno legate ai ricordi d’infanzia e alle persone che ha dovuto lasciare in Francia.

Nel 1951 muore il padre e Louise cade in una depressione che si trascina per una decina di anni, allontanandola dalle mostre e dalle esposizioni. Nel frattempo sperimenta nuovi materiali come tessuti, gesso e caucciù.

Dal 1968 riprende a esporre e nel 1974 crea un’opera intitolata La distruzione del padre , mettendo pezzi di carne macellata immersi nel gesso e posti come pronti per un banchetto: si tratta della volontà di vendicarsi del padre per il male fatto a lei e alla madre. 

Le sue opere sono crude, cariche di rabbia e angoscia: corpi martoriati che ricordano le scene viste in ospedale dall’artista ancora bambina e sculture che trattano il tema della famiglia, del rapporto complesso col padre, dell’amore e dell’erotismo.

Alla morte del marito, nel 1973, trasforma la sua casa in uno studio aperto a giovani talenti.

Incomincia a esserci interesse per il suo lavoro e nel 1982 Il MoMa di New York le dedica una retrospettiva.

Nel 1999 la Biennale di Venezia le conferisce il Leone d’oro alla carriera.

Nelle opere degli ultimi vent’anni ci sono continui riferimenti simbolici alla madre e alla violenza del padre. Scrive Distruzione del padre/Ricostruzione del padre.

Fino a 91 anni Louise scrive anche diari e poesie.

Muore a New York nel 2010, all’età di 98 anni.

Oscillando tra il figurativo e l’astratto ha affrontato varie tematiche: gelosia, rabbia, paura, solitudine…creando sculture, dipinti, installazioni, disegni, incisioni e arazzi.

L’arte per lei è vocazione e ancora di salvezza. Le sue sculture sono legate a immagini dell’inconscio.

Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 24 Dicembre a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant’anni, tutti miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma.”

Pubblicità

Arte al femminile (527)

Altra pioniera della fotografia…

Julia Margaret Cameron nasce a Garden Reach, nei pressi di Calcutta (India) nel 1815.

Il padre è James Pattle, ufficiale della Compagnia delle Indie Orientali, la madre invece, Adeline de l’Etang, viene dalla nobiltà francese.

Julia viene mandata prima a Parigi, poi a Londra per ricevere un’istruzione adeguata alla sua condizione sociale.

Nel 1936, mentre si trova convalescente presso il Capo di Buona Speranza, conosce Charles Cameron, uomo d’affari e politico, vedovo e con 20 anni più di lei.

Nel 1938 lo sposa e lo segue a Ceylon. Da lui ha 6 figli e altrettanti ne adotta.

Nel 1848 la famiglia torna a Londra e nel 1860 si stabilisce nell’isola di Wight.

Julia ha modo di frequentare artisti, scienziati e intellettuali famosi a quel tempo.

Nel 1863 Julia ha un momento di crisi, perché i figli sono ormai grandi e il marito deve tornare a Cylon per affari. La figlia maggiore le regala un apparecchio fotografico, per aiutarla a distrarsi. Julia è conquistata dal regalo e la fotografia si trasforma in una vera e propria passione. Si organizza per avere un laboratorio e una camera oscura e inizia a sperimentare. Impara tutta la tecnica che va dalla preparazione della lastra, alla scelta del soggetto da ritrarre, allo scatto, allo sviluppo e alla stampa.

Sceglie di dedicarsi al ritratto e i soggetti preferiti sono bambini e adolescenti, che mette in posa quasi sempre per rappresentazioni allegoriche o riferimenti a racconti. La sua idea di fotografia è originale, perché vuole dare una propria visione del mondo, non una riproduzione meccanica. Le sue foto sono volontariamente sfuocate, piene di ombre, poco delineate nei contorni. Inizia con lei la ricerca artistica nella fotografia, anche se inconsapevolmente.

Fotografa anche personaggi noti, cogliendo le caratteristiche dei volti e le emozioni che li animano.

Partecipa a esposizioni pubbliche e diventa la prima donna ammessa alla Royal Photographic Society.

Nel 1875 ritorna a Ceylon con la famiglia e sospende l’attività di fotografa, anche per problemi legati alla difficoltà di recuperare i materiali necessari.

Muore nel 1879.

Suoi lavori sono conservati a Dimbola Lodge, la residenza in cui è vissuta, divenuta un museo a lei dedicato sull’isola di Wight.

La serie di foto che le ha dato maggiore notorietà è stata l’illustrazione de Gli idilli del Re, 12 poemi scritti dal suo vicino sull’isola di Wight, il poeta Alfred Tennyson.

Le sofisticate inquadrature, i primi piani ravvicinati e l’effetto trasognato delle sue immagini hanno fatto poi scuola per decenni.

Tra storia e finzione

Ho già avuto modo di ricordare Marietta Robusti, la Tintoretta, in uno dei miei primi articoli di “Arte al femminile”. Dopo aver visto “La presentazione della Vergine al tempio”, presso la chiesa della Madonna dell’Orto di Venezia, sono rimasta colpita dall’immagine della bella donna che indica a una bimba bionda quanto avviene nel tempio. La donna pare rappresenti Cornelia, il grande amore del Tintoretto e la piccola è Marietta, la primogenita del pittore, da lui tanto amata.

Il romanzo della Mazzucco, che ha in copertina questa immagine, aiuta a capire la vicenda del Tintoretto e della figlia.

La lunga attesa dell’angelo

“Avvengono miracoli, /se siamo disposti a chiamare miracoli/ quegli spasmodici trucchi di radianza. /Ricomincia l’attesa/ la lunga attesa dell’angelo/ di quella rara, casuale discesa.”

Il titolo riprende una poesia di Sylvia Plath, che come Marietta, una delle protagoniste del romanzo, ha amato talmente il proprio padre, di cui è rimasta orfana a 8 anni, da cercarlo in tutti gli uomini della sua vita.

Questo romanzo, che per alcuni aspetti si può definire storico, data la precisione nella ricostruzione di date e fatti, si articola nei 15 giorni di malattia del pittore, dal 17 maggio al 31 maggio 1594, data della sua morte. In questo periodo di sofferenza fisica, il pittore febbricitante rievoca la sua intera esistenza, in un colloquio con il Signore.

“Prima che tutto vada disperso come cenere, uno per uno ti nominerò tutti i miei peccati, e ti sorprenderai di quanti ne ho ammessi in me. Ma non sono quelli che immagini. Parlerò della vanità, dell’ambizione, dell’egoismo, della tentazione, della degradazione, del risentimento. Ma il mio peccato più grande è un altro.”

La narrazione è ricca di particolari e di salti temporali.

Due gli elementi fondamentali nella vita del pittore: l’amore per la pittura, cui sacrifica tutto e tutti e l’altro appassionato amore per la figlia Marietta, totale e totalizzante, come si dimostra quando la fanciulla si ammala di peste e Tintoretto cerca disperatamente e in tutti i modi di salvarla. Altro momento in cui l’amore per questa figlia emerge è quando la porta a Mantova, per risollevarla dal dolore tremendo per la morte del figlioletto.

Marietta, esuberante e anticonformista, è nata dall’amore di Tintoretto per la prostituta Cornelia. Si identifica totalmente nel padre e nella sua arte, sino al punto da non poter vivere lontano da lui. Musicista e pittrice di talento, si annulla nell’amore paterno, non si concepisce come identità autonoma e si abbandona all’apatia, quando una volta sposata si allontana dalla casa paterna.

 “Una sera sorpresi Marietta inginocchiata sulla tela. (…) Soffiava delicatamente la polvera della matita sulle trafitture del foglio. Lo premeva con le palme delle mani perché aderisse perfettamente alla tela. (…) Sai una cosa? aggiunse senza guardarmi, se nascessi un’altra volta, non vorrei essere una regina né un principe, vorrei essere una tela. Per essere toccata così. (…) Se solo potessi accoglierti in questo modo, disse, e tu rimanessi impresso su di me.”

La Mazzucco tratta con delicatezza questo aspetto della vita di Tintoretto, che sottintende un amore quasi incestuoso, cui il pittore cerca di sfuggire. La morte precoce di Marietta è per lui il dolore più grande della sua vita ed è lei la Scintilla, come la chiama, l’angelo che aspetta.

“Non ho avuto paura di morire – in fin dei conti, Signore, tu mi hai già ucciso – ma di qualcosa di più profondo e terribile, nascosto nelle profondità di me stesso, che tu conosci e io ignoro.”

La storia percorre tutta la vita dell’artista. La scrittrice sembra ricalcare dalle opere d’arte ciascun personaggio, operando una trasfigurazione dei caratteri per mezzo della parola scritta, e così oltre ad avvincere per la caratterizzazione della figura del protagonista, la trama è di estremo interesse in quanto riporta alla luce altre figure importanti della pittura italiana di fine Cinquecento, come Tiziano, tracciando le ansie e le inquietudini di ciascuno in un affresco storico.

L’autrice ci descrive il percorso artistico di un pittore estremamente prolifico: le opere dipinte per il Palazzo Ducale, i teleri della Chiesa della Madonna dell’Orto, le tele per la Scuola Grande di San Rocco, i dipinti per chiese veneziane e privati cittadini, le opere realizzate alla corte dei Gonzaga… un lascito artistico rimasto, perlopiù, nella città in cui Tintoretto è nato, ha vissuto e lavorato.

Tintoretto è un pittore inquieto e geniale, non adeguatamente apprezzato al suo tempo, in precario equilibrio con l’ambiente in cui vive, sotto la cappa della Controriforma. Uomo appassionato, attivissimo, inarrestabile, sanguigno, a suo modo molto religioso.

“Ditemi, quando il giorno del Giudizio riavremo in nostri corpi, riavremo la nostra giovinezza, la nostra bellezza, il nostro fuoco, o saremo condannati a indossare per l’eternità la nostra carogna sfigurata dal tempo? Se sarò salvato, il mio corpo godrà la stessa beatitudine della mia anima? Riavrò il mio sesso per l’eternità? Riavrò il piacere, e sarà per sempre? Nel ricongiungimento alla sorgente di tutte le cose, come potrei conoscere una perfetta felicità se non mi sarà dato integro il mio corpo? Il corpo, non la coscienza, mi ha regalato l’estasi e la certezza di fondermi nell’infinito. Mi avete insegnato che l’incarnazione – il farsi carne dello spirito – è il senso ultimo del cristianesimo e del suo eterno scandalo. Come si può dunque separare nell’eternità della resurrezione la carne dallo spirito?”

Intorno a lui ci sono figure tratteggiate con dovizia di particolari: la prostituta tedesca Cornelia, amata da Tintoretto, da cui ha la figlia Marietta. Questa donna vivace, allegra e solare, dimostra grande dignità quando tace della propria malattia e affida la figlia a Tintoretto, dicendo di voler tornare in Germania, mentre va a morire all’Ospedale della Misericordia di Venezia.

Atro personaggio positivo è la moglie Faustina, sposatasi giovanissima, che gli dà molti figli. Vive all’ombra del marito, accettandone le scelte e lo stile di vita, anche se questo comporta per lei grande sacrificio. I figli sono immolati all’arte del padre: le figlie mandate in convento, anche senza vocazione, e i figli allontanati se ribelli. Alcuni muoiono precocemente. Rimane solo il fido Domenico, che continua l’attività del padre. Solo alla fine Tintoretto si rende conto di aver trascurato questi figli, di non conoscerli veramente.

Infine la città di Venezia viene tanto abilmente descritta da consentire al lettore di immaginare i colori della laguna, lo sciabordio dei remi, le vetrate delle chiese, gli aromi che esalano all’interno delle abitazioni dall’acqua e dai muri scrostati di muffa, le persone che affollano campi e fondachi. Il fascino dell’acqua, della laguna!

Di grande interesse storico le pagine dedicate al ricordo dell’epidemia di peste che colpisce Venezia nel 1575, per cui il morbo che serpeggia in città crea un clima di sospetto e di paura, oltre a provocare morte e devastazione ovunque.

A rendere di pregio e particolare il lavoro di Melania Mazzucco è una notevole abilità narrativa, unita ad una capacità non indifferente di penetrazione psicologica e ad un lavoro importante di ricerca documentaria, condotta per 10 anni in città e negli archivi di Stato, delle parrocchie e del Patriarcato (decifrando carte rovinate in parte dal fuoco o stinte dall’acqua della laguna), allo scopo di ricostruire la biografia di Jacopo, quella meno nota di Marietta e degli altri membri della famiglia Robusti, così da strapparli al silenzio che li aveva avvolti.

Come dice nella postfazione all’edizione 2021, l’autrice predilige “l’eccentrico, il rimosso dalla cultura ufficiale o dominante, (…) le figure dimenticate, che però ai loro tempi avevano goduto di qualche fama.”

Le parole di Tintoretto sono poi piene di riflessioni sulla vita, che valgono in ogni tempo

“Non pretendo di essere capito, ognuno di noi è l’enigma di se stesso. Mi tengo il mistero delle mie azioni, dei miei vizi, delle mie doti. Non voglio giustificarmi e nemmeno essere assolto – né potrei, aver vissuto è già una colpa imperdonabile. Voglio solo ricordare – e ricordando vivere e far vivere ancora. Non ti tacerò niente – né lo tacerò a me stesso.”

Arte al femminile (526)

La fotografia mi appassiona sempre…

Lady Clementina Hawarden nasce a Cumbermauld, presso Glasgow (Scozia) nel 1822.

Il padre è l’ammiraglio Charles Fleeming e la madre Catalina Paulina Alessandro di Cadice: tra i due c’è una differenza di età di 26 anni. Lei è la terza di 5 figli. Il padre si distingue in varie guerre rivoluzionarie e nella campagna contro Napoleone. Muore quando Clementina ha 18 anni, lasciando una cospicua rendita ai familiari.

A 23 anni Clementina sposa Cornmallis Maude, 4° visconte Hawarden, politico irlandese. La coppia ha ben 10 figli, 8 femmine e 2 maschi.

Clementina si appassiona alla fotografia e diventa una vera e propria pioniera in questo settore artistico. Inizia la sua attività nel 1856, inizialmente nella tenuta di famiglia a Dundrum, in Irlanda.

Fotografa i paesaggi e personaggi del suo ambiente.

La famiglia si trasferisce a Londra nel 1859 e lei predispone un proprio studio fotografico nella sua elegante casa londinese. Impara da sola a stampare le immagini ed è una pioniera in questo campo.

Le figlie adolescenti Isabella, Clementina e Florence diventano i soggetti di “quadri viventi”, appositamente ideati e fa loro parecchie fotografie..

Le sue foto più famose raffigurano spesso giovani donne malinconiche, circondate da tendaggi o specchi. Si intuiscono le limitazioni imposte alle donne di allora e le lunghe ore passate tra le mura domestiche, per cui la fotografia diventa uno strumento per evadere e sognare.Sono caratterizzate da una luce intensa e da giochi di ombre. Esalta la bellezza femminile in tutta la sua espressività. Utilizza gli specchi per creare un “doppio corpo” e la luce solare naturale per illuminare i suoi scatti.

Nel 1863 ha molto successo alla mostra annuale della Photograpich Society di Londra. Nel 1864 viene eletta membro della predetta società.

Produce oltre 800 fotografie. Queste sono notevoli per qualità e varie, tanto da darci un quadro suggestivo dell’ambiente, degli interessi e delle fantasie di una dama inglese dell’epoca vittoriana.

Muore improvvisamente di polmonite nel 1865, a soli 42 anni.

Gran parte dei suoi lavori sono al Victoria and Albert Museum di Londra, donati dalla nipote nel 1939, dopo averli recuperati dagli album di famiglia, perché Clementina non aveva intenti da professionista della fotografia.

Lo scrittore Lewis Carroll, autore di “Alice nel paese delle meraviglie”, fotografo dilettante come lei, era un suo ammiratore e ha collezionato parti della sua opera.

Arte al femminile (525)

Anche l’arte ha da sempre contribuito alla memoria storica…

Marie Uchytilovà- Ku¢ovà nasce a Kralovice (Cecoslovacchia) nel 1924.

Dal 1945 al 1950 studia all’Accademia di Belle Arti di Praga.

Si dedica alla scultura e alla numismatica.

Nel 1956 vince un concorso pubblico per progettare la moneta da una corona e vi raffigura una giovane donna, che in realtà, si scoprirà poi, è una prigioniera detenuta dal governo comunista allora al potere, Marie Ucytilovà.

Nel 1960 lei e il marito Jiri Hampl, decidono di lavorare a un memoriale per ricordare un terribile eccidio nazista.

Durante la seconda guerra mondiale i nazisti avevano distrutto completamente il villaggio di Lidice, uccidendone tutti gli abitanti, bambini compresi. Tale azione era avvenuta come rappresaglia per l’assassinio di Reinhard Heydrich, figura influente del nazismo, nonché governatore del protettorato di Boemia-Moravia, soprannominato il boia di Praga per la sua ferocia.

Lidice era un piccolo paese a circa 20km da Praga, abitato da contadini, donne e bambini, con poche case, una scuola e la chiesa.

Il 10 giugno 1942 i nazisti, con la scusa che gli abitanti abbiano protetto dei partigiani, giungono in paese e uccidono tutti gli uomini (173 in totale). Donne e bambini vengono portati a Kladno, a pochi km di distanza. Le donne (184) dopo tre giorni vengono caricate su dei camion e condotte nel campo di concentramento di Ravensbrück. Qui le aspettano lavori forzati nella produzione di munizioni e tessuti, oltre che nella costruzione di strade.

I bambini sono dapprima spostati in una fabbrica tessile dismessa a Lodz: alcuni di loro (17), con maggiori caratteristiche ariane, sono affidati a famiglie tedesche per essere rieducati. Gli altri 82 vengono portati nel campo di Chelmno per finire nelle camere a gas.  

I tedeschi impegnano più di un anno per cancellare tutte le tracce di strade, case e boschi nella zona e lasciare una nuda pianura…

In ricordo di questa tragedia Marie progetta un monumento, che rappresenti 42 bambine e 40 bambini, il più possibile somiglianti a quelli uccisi e con lo sguardo rivolto verso il luogo dove sono stati sterminati i loro genitori.

A questo monumento Marie dedica 20 anni della sua vita, che non bastano per realizzare il suo sogno. A completare il lavoro sono il marito e la figlia.

Marie muore nel 1989, il giorno precedente la cosiddetta rivoluzione di velluto. Negli anni ’90 la città danese di Albertslund e altri investitori stranieri fanno una donazione per completare il suo lavoro in bronzo. Le prime 30 statue sono collocate a Lidice nel 1995 e le ultime inaugurate nel 2000.

Le sculture dei bambini si trovano vicino alle fosse comuni di Lidice.

Nel 2013 il presidente ceco Zeman ha definito questo monumento come “il più bello e il più triste che abbia mai visto”.

A Marie è stato conferito un premio postumo per quest’opera dedicata a tutti i bambini vittime di violenza disumana.

Arte al femminile (524)

Parlando di Niki De Saint Phalle (v.n.522), abbiamo ricordato il lungo sodalizio professionale e sentimentale con lo scultore Jean Tinguely. Questi era stato sposato in precedenza con l’artista Eva Aeppli, che ha collaborato con Niki, indipendentemente dalle questioni personali, dimostrando grande correttezza.

Eva Aeppli nasce a Zofingen (Svizzera) nel 1925.

Trascorre l’infanzia a Basilea, dove frequenta la Scuola di Arti Decorative dal 1943 al 1945.

Nel 1946 sposa l’architetto Hans Leu da cui ha un figlio, Felix Vital, che diventa uno dei più importanti tatuatori svizzeri.

A Basilea conosce lo scultore Jean Tinguely, da cui ha una figlia, Miriam, nel 1950, e che sposa nel 1951. L’unione dura per 10 anni.

Nel 1952 la coppia va a vivere a Parigi, dove Tinguely installa un’esposizione permanente dei suoi lavori, utilizzando un locale in disuso.

Eva inizia la carriera artistica come pittrice. Per pagare l’affitto realizza bambole per i negozi di giocattoli. Eva crea inoltre marionette cucite a mano e disegni a carboncino di figure dalle membra allungate, dall’aspetto caricaturale.

In seguito si appassiona alla scultura, realizzando statuette di stoffa e di bronzo.

Nel 1956 Tinguely incontra Niki de Saint Phalle, con cui inizia una storia, che lo porta a divorziare da Eva, per sposare Niki nel 1971.

Eva continua il proprio percorso artistico, per cui a partire dal 1960 dipinge quadri a olio in cui silhouette scheletriche fanno danze macabre.

Sposa l’avvocato americano Samuel Mercer.

Si mette a creare bambole di stoffa di grandezza naturale, con vestiti lunghi sino a terra, dai tratti a volte personalizzati, che sono disposte da sole o in gruppo.

Dopo una profonda crisi negli anni ’70, si appassiona all’astrologia. I suoi soggetti diventano teste espressive, realizzate a volte in bronzo, dedicate ai pianeti, ai segni zodiacali e alle fiabe.

Degno di nota è il suo impegno umanitario come membro di Amnesty International, nonchè fondatrice della Myrrahkir Foundation, nel 1990, per combattere l’oppressione, la povertà e l’ignoranza.

Muore a Honfleur (Francia) nel 2015.

Le sue opere sono presentate dal 1954 nei musei e nelle collezioni private. Importanti retrospettive sono allestite a Stoccolma e a Bonn. Dal 2012 la sua opera è catalogata online dall’Istituto Svizzero per lo Studio dell’Arte (ISEA) a Zurigo.

Suoi lavori sono esposti al Museo Tinguely di Basilea e in Italia al Giardino di Daniel Spoerri tra il borgo di Seggiano e la frazione di Pescina, sul monte Amiata, in Toscana.

Originale, spirito libero, ha prodotto un singolare mondo di volti, corpi e astri, disegnati, dipinti, scolpiti e cuciti a mano.

Autodidatta, nei biglietti da visita si definiva “professoressa di vita”, “filosofa” o “acrobata tra cielo e terra”. Pur avendo avuto rapporti di amicizia con molti artisti del suo tempo, Eva ha mantenuto un certo riserbo nei confronti dell’ambiente artistico e ha seguito una strada personale. In quasi 50 anni di produzione artistica Eva ha cercato di esprimere la complessità e fragilità dell’essere umano attraverso la sua arte decorativa.

Arte al femminile (523)

In un momento in cui tanti giornali celebrano Gina Lollobrigida ricordandola soprattutto come attrice o insistono su questioni ereditarie meschine e infangano il suo personaggio, mi sento in dovere di ricordare che è stata anche un’artista. Come tale ha avuto parecchi riconoscimenti ufficiali, sia in Italia che all’estero. Chi ha avuto modo di collaborare con lei, la ricorda come puntuale, precisa, creativa.

Gina Lollobrigida nasce a Subiaco, in provincia di Roma, nel 1927, seconda dei cinque figli di un facoltoso produttore di mobili e di Giuseppina Mercuri. Ha un’infanzia difficile per via della guerra, che ha fatto perdere al padre tutte le proprietà.

Nel 1944 la famiglia è a Roma, dove Gina si s’iscrive all’Accademia di Belle Arti, avendo vinto una borsa di studio. Per mantenersi agli studi vende caricature disegnate a carboncino e posa per i primi fotoromanzi con lo pseudonimo di Diana Loris.

Inizia la carriera cinematografica come comparsa e controfigura, per essere poi notata e valorizzata, nonostante avesse già recitato in teatro a soli 17 anni.. Combattiva e ambiziosa, partecipa a due concorsi di bellezza, che la fanno notare dal mondo dello spettacolo.

Ottiene grande successo, diretta da vari registi, sia in Italia che all’estero.

Non ha mai smesso però la sua passione per l’arte figurativa. Si dedica alla fotografia pubblicando 8 volumi di fotografie. Viaggiatrice instancabile ha scattato foto in tutto il mondo: India, Filippine, Russia, Cina, Giappone, Africa, Cuba, Stati Uniti.

Parallelamente alla raffigurazione di luoghi e popoli, ha immortalato personaggi celebri del mondo dello spettacolo, della politica, dell’arte e del costume (Indira Gandhi, Fidel Castro, Henry Kissinger, Maria Callas, Liza Minnelli, Yuri Gagarin, Neil Amstrong, Grace Kelly, Paul Newman, Sean Connery, Audrey Hepburn).

Composizioni fotografiche di bambini e animali sono raccolte nel volume The wonder of innocence, costato 14 anni di lavoro.

Nel 1973 il suo volume Italia mia riceve il premio Nadar come miglior libro fotografico dell’anno, con più di 300.000 copie vendute nel mondo.

Dirige 3 documentari: uno su Fidel Castro nel 1974, uno su Indira Gandhi nel 1976 e uno sulle Filippine. Ama continuamente viaggiare e documentare aspetti di vita quotidiana, soprattutto dell’infanzia.

Nel 1980 le sue foto sono esposte al Museo Camevalet a Parigi, ricevendo una medaglia d’oro dal sindaco della città. Il giornale Le Monde la paragona a Bresson, per il talento, l’energia, la forza delle sue immagini.

Frequenta artisti contemporanei come Messina, Manzù, De Chirico, Dalì, cui fa anche da modella.

Manzù le comunica l’umiltà e la passione indispensabili per scolpire.

Nel 1992 rappresenta l’Italia all’Expò di Siviglia con una scultura che rappresenta una grande aquila cavalcata da un bambino felice.

 

Il Presidente Mitterrand la insignisce della Legion d’Onore per le sue doti artistiche.

Nel 1980 viene nominata Cavaliere della Repubblica e nel 1996 diventa Accademica Onoraria dell’Antica Accademia delle Arti del Disegno di Firenze.

Nel 1999 diventa ambasciatrice della FAO. Grande il suo impegno umanitario con l’UNICEF, l’UNESCO, Medici senza Frontiere, Madre Teresa di Calcutta e i Bambini della Romania.

Nel 2002 le viene dedicato un lungomare di 2km a Iesolo, in una manifestazione che vede migliaia di partecipanti.

Ha modellato più di 60 sculture.

Nel 2003 la prima grande esposizione delle sue opere avviene nel Museo Puskin di Mosca. Seguono le mostre al Lido di Venezia per Open 2003 Arte e Cinema, poi al Museo de la Monnaie di Parigi.

Ottiene dal Ministro della Cultura francese la decorazione di “Commandeur de l’Ordre des arts e des lettres”.

Nel 2007 la Repubblica di San Marino emette 4 francobolli ritraenti l’artista.

Nel 2008 ottiene, con decisione unanime, il riconoscimento per la sua vita artistica Life Achivement dalla NIAF, organizzazione Italo-Americana.

Nel 2009 effettuerà una mostra fotografica negli Stati Uniti, al Santa Barbara Museum of Art, che aprirà un successivo tour internazionale presso i più prestigiosi musei del mondo.

Nel 2009 il Palazzo delle Esposizioni di Roma ha ospitato la mostra Gina Lollobrigida fotografa, curata da Philippe Daverio.

Il suo atelier negli ultimi anni è a Pietrasanta, che l’ha nominata cittadina onoraria. Qui il complesso di Sant’Agostino e la piazza del Duomo hanno ospitato il suo ricco itinerario artistico, riportato nel volume Vissi d’arte. 

Muore a Roma il 16 gennaio 2023.

«Bisogna “volere” nella vita, avere dei desideri e lavorare piano piano per riuscire a ottenere quello che uno vuole. Questa non è una cosa semplice perché ci sono momenti facili e momenti molto difficili e bisogna andare avanti con coraggio anche nelle difficoltà. Ed è quello che ho sempre fatto».

Libri per capire

La figlia ideale è un bellissimo romanzo ambientato nella Spagna del periodo franchista.

Tante sono le storie che si intrecciano. Il punto di partenza è un tremendo delitto: Aurora Rodriguez Carballeira, donna enigmatica e particolare, uccide la propria figlia Hildegart. Il suo avvocato l’accompagna nello studio di un noto psichiatra, il dottor Velazquez, che si rende conto di avere di fronte una donna affetta da un grande disturbo paranoico.  Casualmente il figlio dello psichiatra, Germàn, sente il discorso allucinato di donna Aurora e si interessa al caso.

Intorno alla tragica reale vicenda di Aurora Rodriguez, rinchiusa nel manicomio femminile di Ciempezuelos nel 1933, la scrittrice costruisce un romanzo avvincente che ha come voci narranti tre personaggi: la stessa Aurora, lo psichiatra German Velasquez e l’ausiliaria Maria Costejon.

Tre le voci narranti e tre i punti di vista che si alternano nella storia.

Con un salto temporale, rispetto alla situazione iniziale, giungiamo al 1953, quando a Germàn, esiliato in Svizzera da anni, avendo sperimentato con successo un farmaco (la clorpromazina) in una clinica a Berna, viene proposto di tornare in Spagna, per attuare una sperimentazione anche nel manicomio femminile di Ciempezuelos.

Si alternano nel romanzo episodi nel presente e altri legati al passato dei personaggi, come in un puzzle, in cui tutti i pezzi un po’ alla volta si compongono.

Germàn aveva lasciato la Spagna nel 1939, per decisione del padre, per metterlo in salvo dalla dittatura franchista, di cui lui invece sarà vittima. Inizialmente viene ospitato a Neuchatel dal medico Goldstein, ebreo tedesco sfuggito con parte della famiglia dalla persecuzione nazista. Si trova coinvolto nelle dolorose vicende di questa famiglia ebraica, per cui abbiamo un panorama storico variegato: la libera Svizzera messa a confronto con la Germania Nazista e la Spagna Franchista. 

Maria Castejon, nipote del giardiniere del manicomio di Ciempezuelos, dove è nata e vive da sempre, si è affezionata a donna Aurora, qui ricoverata da anni, che le aveva insegnato a leggere e scrivere quando era bambina, oltre a tante altre conoscenze interessanti.

Germàn e Maria si incontrano proprio nella cura di Aurora. Maria ha alle spalle dolorose esperienze di vita. Tra i due nasce un rapporto d’amore, che non può svilupparsi per i pregiudizi, la morale ottusa e i pregiudizi supportati dalla dittatura.

Donna Aurora è colta, intelligente, brava pianista e pedagoga, sostenitrice dell’eugenetica, convinta di avere la missione di concepire il redentore dell’umanità.

Germàn si accorge ben presto dell’atmosfera cupa e asfissiante della Spagna franchista, del terrore e della repressione che incombono su tutti e tutto, anche sull’attività medica, sulla ricerca, tenuta sotto controllo dalla Chiesa, alleata del regime.     

 ”La Spagna era il feudo di un generale fascista ben issato sulla groppa della Chiesa cattolica”.

Tra le tante vittime della situazione ci sono le donne, la cui vita privata è fortemente condizionata, non potendo prendere decisioni autonome, ma passando dall’autorità paterna a quella del marito, perché qualsiasi forma di indipendenza viene concepita come sintomo di depravazione.

Maria, povera e sola, è vittima della mentalità del tempo e deve fuggire, per evitare un matrimonio indesiderato.

German vede sospesa la propria sperimentazione per volontà ecclesiale, nonostante i successi ottenuti.

Tante le vicende grandi e piccole, tanti i personaggi secondari che fanno da contorno ai principali, ognuno con le proprie storie personali, le proprie ideologie e diverse modalità, in cui cercano di trovare equilibrio in una situazione difficile.

In una realtà cupa e asfissiante Germàn e Maria hanno il coraggio di opporsi alla dittatura, a costo di rinunciare al lieto fine del loro amore.

Un bellissimo romanzo, di legami che si annodano e si sciolgono sullo sfondo di un’atmosfera grigia di morale ipocrita. Apre uno squarcio su un doloroso capitolo della storia spagnola.

Scrittura stupenda, come sa fare questa grande autrice.

La figlia ideale è un romanzo costruito a partire da fatti realmente accaduti. Mi sono ispirata alla vita di Aurora Rodriguez Carballeira, che sembra nata da una fantasia allucinante e delirante… Ho scritto questa storia per onorare la memoria di tutte le donne vissute negli anni ’50, che non sono state libere di prendere decisioni senza essere considerate puttane, che sono passate dalla tutela del padre a quella del marito, che non hanno potuto godere della libertà che avevano avuto le loro madri e che avrebbero avuto le loro figlie.” Almudena Grandes

Almudena Grandes è nata a Madrid nel 1960. Presso Guanda sono usciti: Le eta di Lulù, caso letterario e best seller internazionale, Ti chiamerò VenerdìMalena, un nome da tangoModelli di donnaAtlante di geografia umanaGli anni difficiliTroppo amoreIl ragazzo che apriva la filaCuore di ghiaccioInés e l’allegriaIl ragazzo che leggeva VerneI tre matrimoni di ManolitaI baci sul pane e I pazienti del dottor Garcia.

Arte al femminile (522)

In località Gravicchio, nel Comune di Capalbio (Toscana, provincia di Grosseto), si trova un parco artistico particolare, il Giardino dei Tarocchi. Popolato da statue ispirate alle figure degli arcani maggiori dei tarocchi. Questo luogo spettacolare è stato ideato e realizzato dall’artista Niki de Saint-Phalle, donna generosa e geniale.

Niki de Saint Phalle, pseudonimo di Catherine- Marie Agnès Fal de Saint Phalle nasce in Francia, a Neuilly-sur-Seine nel 1930, seconda dei cinque figli di Jeanne Harper, bellissima attrice statunitense e di André, banchiere francese.

La famiglia passa l’inverno a New York e l’estate in Francia.

Niki dimostra sin da bambina un carattere ribelle, anticonformista, per cui spesso le fanno cambiare scuola. Durante le vacanze estive va dai nonni al castello di Filerval, dove trova spazi di libertà, rispetto alla vita cittadina, che osserva dalla finestra del suo appartamento newyorkese. Qui vi sono armature, quadri e vi si incontrano parenti eccentrici, come vecchie zie che leggono carte e tarocchi. Nasce in Niki la passione per le fiabe e il meraviglioso. Bambina bella e fantasiosa, ama la natura, passa il tempo con la servitù e fugge la madre, tutta presa dai suoi impegni mondani.

A 11 anni il padre, donnaiolo impenitente, cerca di abusare di lei e questa esperienza traumatica e terribile verrà raccontata dall’artista molti anni dopo, in un libro autobiografico.

Nel 1947 si laurea alla Oldfield School nel Maryland.

A 18 anni incomincia a curare la propria passione per l’arte, scrivendo, studiando teatro, posando come fotomodella e rivolgendosi al mondo del cinema.

Scappa di casa e giovanissima sposa lo scrittore e musicista Harry Mathews, da cui ha i figli Laura e Philip.

Incomincia a dipingere. Dopo una permanenza nel Massachusetts, nel 1952 i due coniugi sono a Parigi, dove Niki si dedica al teatro, fa servizi fotografici per Vogue ed Elle, mentre il marito scrive e compone.

In seguito a una grave crisi nervosa viene ricoverata in ospedale nel 1953 e trova nel dedicarsi alla pittura un aiuto terapeutico. Resta quasi due mesi in un ospedale psichiatrico, subendo una serie di elettroshock e una cura all’insulina.

Nel 1956 tiene la prima mostra personale a San Gallo, in Svizzera.

Nel 1960 si separa dal marito e torna a Parigi, dove divide uno studio con un altro pittore.

Le sue opere si contraddistinguono per l’originalità e le modalità di esecuzione, come quando produce dei rilievi di gesso, su cui spara con una carabina una serie di colori, si tratta dei celebri Tiri.

Entra a far parte, unica donna, del gruppo dei Nouveaux realistes.

Figura caratteristica è la Nana, rappresentazione artistica femminile a più dimensioni. Coloratissime le Nanas sono figure femminili opulente, con la testa piccola, il corpo sproporzionato, pieno di curve: sono ballerine, acrobate, guerriere.

Molte gallerie gliele commissionano e ogni volta è uno scandalo, come quando crea una Nana monumentale, distesa sulla schiena, a gambe larghe in modo che il pubblico possa entrare attraverso il suo sesso, per visitare il cinema e il planetario installati all’interno.

Nel 1971 sposa il pittore Jean Tinguely, con cui si era stabilita nelle vicinanze di Parigi.

Jean Tinguely inventa sculture cinetiche, è un esperto di saldature meccaniche ed è molto creativo.

I due artisti realizzano opere originali, dei quali fa parte il Giardino dei Tarocchi. Si tratta di un parco con 22 sculture monumentali, alcune delle quali abitabili, costruite in cemento armato o poliestere e ricoperte da un mosaico di specchi, vetri e ceramiche colorate. L‘opera viene fatta a spese della stessa Niki, che per finanziarla lancia una linea di profumi. Queste sculture sono piene di significati simbolici ed esoterici: tracciano una specie di percorso iniziatico, in un’atmosfera giocosa.

Per la piazza del Centro Pompidou di Parigi realizza la Fontana Igor Stravinski.

Partecipa attivamente alla campagna contro l’AIDS e illustra per questo un libro tradotto in 5 lingue.

Si stabilisce in California, perché il clima è più adatto ai suoi problemi di salute, in quanto i polmoni risentono delle polveri respirate durante i suoi lavori..

Con l’architetto Mario Botta collabora al progetto della costruzione di un’Arca di Noè monumentale per la città di Gerusalemme.

Scrive e realizza alcuni film.  

Muore nel 2002.

Nel 2006 la cittadina di Capalbio organizza la prima mostra sulla storia del Giardino dei Tarocchi.

Nel 2014 le viene dedicata un’esposizione al Grand Palais di Parigi.

Nel 2021 si svolge al MoMA di New York una grande esposizione, con più di 200 lavori dell’artista.