Atmosfere selvagge

Distanza ravvicinata raccoglie 11 racconti ambientati nel Wyoming, come si indica anche nel sottotitolo.

Sono vicende di uomini e donne che devono fare i conti con una natura difficile, selvaggia, descritta in modo magistrale nei suoi colori, suoni, vibrazioni, mutazioni stagionali e giornaliere…

Notevoli la forza evocativa delle immagini e il crescendo d’intensità narrativa, con storie che hanno spesso un finale drammatico.

La scrittrice ci fa conoscere questo stato dagli ampi spazi selvaggi, dalle case isolate, da distanze che non sono solo nei luoghi, ma spesso anche tra le persone. I personaggi parlano poco, faticano a comunicare, sono spesso rozzi, trascurati, quasi sempre logorati dalla fatica e da condizioni che sembrano  immutabili. Eppure capitano passioni improvvise che distruggono, desideri di cambiamento che conducono lontano o svolte di vita inimmaginabili come il vento che scuote tutto senza preavviso.

C’è in alcuni racconti una dimensione di sogno, il riferimento ad antiche leggende, a saghe familiari, con costante attenzione alla psicologia dei personaggi.

“Pensava che nulla dovesse cambiare, non sapeva ancora che il dolore non si può schivare; il dolore, come un missile indirizzato verso una fonte di calore, trova sempre il nucleo irradiante.”

L’ultimo racconto, “Brokeback Mountain”, ha dato origine al film “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee (Leone d’oro a Venezia 2005).

Un argomento delicato come l’amore tra due giovani uomini viene magistralmente trattato, evidenziandone le difficoltà, l’intensità e i conflitti interiori che comporta. La passione nata durante un’estate passata sulle montagne con un gregge di pecore diventa l’elemento cardine delle loro vite, dando la forza di accettare insoddisfazioni e fallimenti. Il ricordo di un momento per loro fatale sopravvivrà alla morte di uno dei due, simboleggiato da due camicie sovrapposte l’una all’altra, come appartenenti a un solo corpo.

Anche gli oggetti si animano nella scrittura della Proulx, come il vecchio trattore John Deer, dismesso e abbandonato in un campo, che parla a Ottaline, isolata e romantica, rivelando retroscena familiari.

Un paio di speroni finemente intarsiati portano con sé un destino di morte e spariscono in fondo al fiume ai piedi dell’ultimo avido proprietario.

Un libro che mi ha affascinato, anche per la forza espressiva dell’autrice, che sa variare il proprio stile adattandolo alle situazioni e alle vicende.

Annie Proulx, dopo aver vinto il premio Pulitzer con Avviso ai naviganti, nel 1995 si è trasferita nel Wyoming e da allora questo territorio è diventato materia prima per i suoi racconti.

Edna Annie Proulx, nata a Norwich nel Connecticut da una famiglia di origini canadesi, è considerata una delle più grandi scrittrici contemporanee. Tra le sue opere più significative, oltre ad Avviso ai naviganti (minimum fax, 2018), con il quale ha vinto nel 1994 il Premio Pulitzer per la narrativa, vanno ricordati i romanzi Cartoline (Dalai Editore, 2002), I crimini della fisarmonica e la raccolta di racconti Gente del Wyoming (Mondadori, 2009), che include quel Brokeback Mountain dal quale Ang Lee ha tratto l’omonimo e celebre film. Anche Avviso ai naviganti è stato trasposto per il cinema, da Lasse Hallström, con Kevin Spacey nel ruolo di Quoyle. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo ambientalista Pelle di corteccia, edito in Italia da Mondadori.

Arte al femminile (424)

Negli ultimi articoli sull’arte al femminile mi sono soffermata sulle artiste futuriste. Il Futurismo, pur essendo fondato su valori considerati “maschili” (la forza, la velocità, l’energia combattiva…), ha avuto una consistente presenza femminile, che del movimento voleva sviluppare gli aspetti innovativi, la ricerca di nuove espressioni, di nuovi linguaggi, di nuove tecniche.

Regina Cassolo fa parte di questo gruppo di artiste ed è considerata una delle più importanti scultrici del Novecento italiano.

Nasce a Mede (Pavia) nel 1894, primogenita di Angelo e Rosa Poggi, che gestiscono una macelleria.

Il padre muore nel 1911 e la madre deve occuparsi contemporaneamente della bottega e della famiglia. Regina viene mandata a studiare nel collegio delle Canossiane di Pavia, completa gli studi superiori ed entra nell’Accademia di Brera, diplomandosi regolarmente. Si specializza nella scultura seguendo a Torino gli insegnamenti di un docente dell’Accademia di Belle Arti.

Nel 1921 sposa il pittore Luigi Bracchi.

Nel 1931 presenta a Milano per la prima volta i suoi lavori, che riscuotono un favorevole giudizio di critica.

Entrata in contatto con i futuristi, ne segue le tendenze ed espone a Milano, a Venezia e a Roma. Dopo un soggiorno a Parigi con il marito, riprende il contatto con i futuristi, seguendone le iniziative. L’ entrata in guerra dell’Italia la spinge a ritirarsi: si concentra sulla natura, creando sculture e dipinti dalle regolari forme geometriche. In seguito si unisce al MAC (Movimento Arte Concreta), sino allo scioglimento del gruppo nel 1958. Inizia a utilizzare nuovi materiali, come la plastica e la fiamma ossidrica.

Nel 1971 pubblica il “Linguaggio del canarino”, monografia dedicata alla sua arte.

Continua ad esporre sia in Italia che all’estero.

Muore a Milano nel 1974.

A lei è dedicato il museo “Regina Cassolo” a Mede, dove si trovano più di 500 opere tra disegni e sculture, lasciati in eredità al Comune. Questa esposizione è l’unica in Italia dedicata interamente a una donna artista!

Regina usa con abilità alluminio, gesso, marmo, plastica, plexiglas… e nello stesso tempo pastelli e colori tradizionali, sperimentando varie tecniche.

L’adesione al futurismo risale al 1933, ma già prima Regina è vicina alle avanguardie, con lavori che richiamano il primitivismo, la scultura e i manufatti africani, “decidendo di sperimentare in prima persona quell’itinerario dal primitivo al contemporaneo che in Europa avevano già compiuto molti dei principali protagonisti dell’avanguardia” (Sacchini).

Interessante il volume “Regina Bracchi. Dagli esordi al secondo futurismo”, monografia firmata dal professor Paolo Sacchini, dell’Università degli Studi di Parma (Scripta Edizioni).

Grande donna!

Rendo omaggio a Rossana Rossanda grande donna, politica coerente e coraggiosa, tra le intellettuali più autorevoli d’Italia, memoria storica del nostro paese nel dopoguerra. Giornalista, scrittrice, fondatrice del Manifesto, ha vissuto a lungo a Parigi, continuando a seguire il movimento operaio e quello femminista.

Molte le sue pubblicazioni: nel 1979, Le altre. Conversazioni sulle parole della politica (Feltrinelli), nel 1981 Un viaggio inutile (Einaudi), nel 1987 Anche per me. Donna, persona, memoria (Feltrinelli), nel 1996 La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità. Nel 2005 esce per Einaudi La ragazza del secolo scorso, autobiografia tra storia e memoria. 

Nata a Pola nel 1924, è morta a Roma domenica 20 settembre 2020.

E che si può tutto, ma a patto di non scappare fu l’insegnamento sorprendente che mi venne da papà. “Si può fare quello che si vuole, ma bisogna pagarne il prezzo”. (da “La ragazza del secolo scorso”,pag. 32)

«Noi, nel nostro piccolo di gente che non mira a essere deputato, abbiamo detto che siamo per un’Europa che faccia abbassare la cresta alla finanza, unifichi il suo disorientato fisco, investa sulla crescita selettiva ed ecologica, non solo difenda ma riprenda i diritti del lavoro. Non piacerà a tutti. Ma chi ci sta?».

Coraggio al femminile

Fiore di roccia è un romanzo che, unendo realtà e fantasia, parla di donne che hanno dato un proprio personale contributo nel corso della prima guerra mondiale. “Fiore di roccia” è la stella alpina, tenace come le protagoniste della vicenda.

Siamo a Timau, al confine della Carnia e le donne sono rimaste da sole a occuparsi dei vecchi e dei bambini. Gli uomini sono sui monti a combattere, in prima linea. Ci sono difficoltà nei rifornimenti e il comando chiede alle donne se sono disposte a portare viveri e munizioni nelle trincee. Agata e trenta compagne accettano questo durissimo incarico: con gerle dalle cinghie che segano le spalle, sotto grandi pesi, curve e affaticate, si inerpicano in montagna, in fila su sentieri scoscesi. Arrivano dai soldati, scaricano quello che portano e ridiscendono: così per giorni e giorni. La realtà della guerra si manifesta in tutta la sua ferocia, con i corpi martoriati dei ragazzi, le grida, i pianti, ma anche gli atti di eroismo. Agata e le sue compagne dimostrano fierezza e coraggio: accettano anche il doloroso compito di portare le barelle dei cadaveri, per dare loro sepoltura.

La natura è spettatrice ora ostile ora amica del dramma.

Agata un giorno incontra un giovane austriaco ferito, un nemico, ma il rispetto della dignità umana la indurranno a salvarlo…

Un racconto corale, che parla di umanità al di là delle differenze e dei conflitti. Le donne emergono come eroine senza gloria, eroiche e delicate insieme.

Il romanzo si basa su una ricerca storica approfondita. Nel 1997 il presidente Oscar Luigi Scalfaro consegna la Croce di Cavaliere alle reduci novantenni di questa impresa.

“Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche i villaggi, mille metri più giù. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame.
Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riem­piono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione.
Risaliamo per ore, nella neve fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. I cecchini nemici – diavoli bianchi, li chiamano – ci tengono sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre saliamo con gli scarpetz ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i ’fiori di roccia’.”

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Nel 2014 ha vinto il Premio Gran Giallo Città di Cattolica. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonista il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo. In Fiore di roccia, e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica, illuminata dalla sensibilità di un’autrice matura e generosa.

Scoprire la Sicilia con un libro

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I leoni di Sicilia è un romanzo che narra la vicenda di una famiglia diventata leggenda, quella dei Florio. Il titolo prende spunto dallo stemma di famiglia: un leone che si abbevera lungo un fiume.

Originari di Bagnara Calabra (v.foto), cittadina affacciata sullo stretto di Messina, i fratelli Paolo e Ignazio  Florio, dopo il terremoto del 1783, partono per la Sicilia e si stabiliscono a Palermo.

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«Voglio di più, Ignà. Questo paese non mi basta più. Questa vita non mi basta più. Voglio andare a Palermo.»

Qui aprono un negozio di spezie, prodotti coloniali e chinino, che, pur con grandi difficoltà, diventa uno dei più importanti della città. Da semplici negozianti diventano grossisti, rifornendo quasi tutta la Sicilia. Si interessano anche alla vendita di zolfo, molto richiesto nel nord Europa. Acquistano case e terreni dai nobili decaduti, privi di soldi ma ricchi di prosopopea, tanto da umiliarli in più occasioni.

Paolo muore di tubercolosi nel 1807, il fratello Ignazio si occupa della cognata Giuseppina e del nipote Vincenzo, che fa studiare. Egli espande l’attività, amplia la rete commerciale e prende in affitto delle tonnare. Crescendo lo affianca Vincenzo, che va in Inghilterra per fare nuove esperienze e acquisire competenze sulle novità industriali del tempo.

Vincenzo è intraprendente, strenuo lavoratore e nel giro di qualche decennio crea un vero e proprio impero industriale e commerciale, che va dal vino Marsala, al tonno sott’olio, alla meccanica, al tabacco, al cotone… sino alla “Società dei battelli a vapore siciliani”, che ha vari collegamenti e arriva sino in America. Le “Flotte riunite Florio” diventano la prima compagnia di navigazione italiana.

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Alla morte di Vincenzo, il figlio Ignazio continua per anni con successo l’attività paterna.

Accanto a uomini duri e determinati ci sono figure femminili altrettanto importanti: Giuseppina, madre di Vincenzo, che si sacrifica per il bene della famiglia, rinunciando all’amore della sua vita, e Giulia, moglie di Vincenzo, che sfida tutto e tutti per amore, accettando inizialmente il ruolo di amante e, dopo la nascita di tre figli, diventando sposa ufficiale e sostegno insostituibile per il marito.

Tutto questo avviene mentre in Sicilia si hanno continui rivolgimenti che vanno dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi. Vi sono epidemie che costringono alla fuga la popolazione cittadina: malaria e colera sono continue minacce.

La saga familiare si svolge in una Palermo bella e complicata, in campagne piene di profumi che d’estate diventano rifugio, in riva a un mare visto nella sua bellezza e nelle sue potenzialità.

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La scrittrice ci fa “vedere” i luoghi che racconta. Le ambientazioni ti fanno immaginare il progressivo avanzamento della famiglia, da una abitazione povera, in una via maleodorante e sudicia, a case sempre più grandi e sempre più belle, ville progettate da architetti all’avanguardia.

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Personaggi duri, intransigenti, gran lavoratori, abili nel capire persone e situazioni. “Gli altri sono gli altri e fanno quello che vogliono. Noi siamo i Florio”.

Un bel romanzo, avvincente, che fa capire tanto del passato della Sicilia, che merita di essere rivalutato. Unendo ricostruzione storica e invenzione romanzesca si ottiene un’opera di notevole valore.

Stefania Auci nasce a Trapani nel 1974. Inizia a lavorare in uno studio legale, per poi dedicarsi all’insegnamento. Appassionata di scrittura, pubblica il primo romanzo, Florence, nel 2015. Nel 2017 esce il suo saggio La cattiva scuola.

Il successo giunge con I leoni di Sicilia, conosciuto prima all’estero (Stati Uniti, Germania, Francia, Paesi Bassi e Spagna). Soltanto nel 2019 il romanzo viene pubblicato dalla Editrice Nord, vincendo un premio nazionale per la narrativa.  

Donne particolari

Alla fine del Settecento una donna poteva essere una valente letterata, un’artista, una persona di valore, ma non poteva avere l’indipendenza economica. Per mantenere se stessa e i figli il matrimonio era la classica soluzione e il marito veniva scelto dai genitori. In caso contrario vi era il destino di single che doveva rimanere in casa per curare genitori e nipoti, oppure una ragazza veniva mandata in convento, anche senza vocazione. È emblematico il caso di Elisabetta, in arte Isabella, Teotochi, che deve per tutta la vita dipendere da un uomo per mantenere se stessa e i figli, e poter dedicarsi alle sue passioni, a quello per cui era dotata. Lei lo fa consapevolmente, pur di vivere come vuole!

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Elisabetta (Isabella) Teotichi Albrizzi nasce nel 1760 a Corfù, allora possedimento della Repubblica di Venezia.

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Diventa molto conosciuta ai suoi tempi come letterata, biografa e saggista. Amante delle arti, anima un importante salotto letterario.

La sua è una famiglia nobile. Ha 3 fratelli. I Teotochi servono la Repubblica come soldati e amministratori, ottenendo l’iscrizione nel Libro Aureo della nobiltà. Dalla metà del ‘700 la famiglia ha gravi difficoltà economiche, ma mantiene un ruolo socialmente e politicamente ragguardevole.

La fanciulla, di madrelingua greca, riceve una buona educazione e impara due lingue: francese e italiano, oltre a fare studi privati di filosofia.

A 16 anni, secondo l’usanza del tempo, viene data in sposa a Carlo Antonio Marin, da cui avrà, un anno dopo, il figlio Giovan Battista.

Il matrimonio è infelice, soprattutto va in crisi quando la coppia si trasferisce a Venezia, nella casa dove abitavano i familiari del marito: suoceri, zii, cognati….La giovane sposa si trova in grande difficoltà. Dal 1778 al 1780 i coniugi sono a Salò, dove Marin assume l’ufficio di Provveditore, poi fanno ritorno a Venezia, dove Isabella convince il marito a prendere una casa in affitto, per rendersi indipendente dall’opprimente famiglia di lui. Il marito ottiene un incarico pubblico, che permette l’ascesa dei coniugi, che vengono introdotti nei salotti e nei luoghi di ritrovo dell’elite veneziana.

Isabella ben presto crea un salotto in cui si ritrovano personaggi del mondo culturale e artistico della Serenissima, fatto che vede la contrarietà del marito. Il salotto, aperto nel 1778, con vari cambi di sede, è la più longeva “istituzione” del genere, durando sino al periodo della Restaurazione.

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Esso viene frequentato da personaggi quali Ippolito Pindemonte, Scipione Maffei, Merchionne Cesarotti, Ugo Foscolo, George Byron, Walter Scott, il de Chateaubriand, per nominarne alcuni.

Indifferente ai giudizi degli altri, Isabella studia, compone versi, legge, acquistando rispetto e prestigio. Ha storie d’amore intense, vissute in modo disinvolto. Il primo grande amore è Vivant Denon, fondatore del Louvre.

Quando nel 1793 il marito diventa procuratore a Cefalonia e Itaca, Isabella si rifiuta di seguirlo. Nel 1794 decide di sciogliere definitivamente il legame con un marito, che non la comprende e che l’ha allontanata dal figlio. Dopo un tormentato percorso, fatto di ricorsi e contro ricorsi, Isabella nel 1795 ottiene l’annullamento del matrimonio.

Trasferitasi in un piccolo appartamento, continua a tenere salotto e inizia la storia sentimentale con Ugo Foscolo, che ha solo 17 anni, dichiarandosi “amante per cinque giorni, ma amica per tutta la vita”.

Nel 1796 sposa segretamente il conte Albrizzi., già suo amante. Parte poi da sola per un tour per l’Italia: visita Ferrara, Bologna, Firenze, Pisa, Roma. Amplia le sue amicizie e arricchisce le conoscenze storico-artistiche. A Roma conosce e fa amicizia con il Canova. Scriverà Opere di scultura e di plastica, prima ricerca dedicata al grande artista. Tiene un diario delle sue esperienze.

Con l’arrivo dei francesi a Verona, deve tornare precipitosamente a Venezia e con il marito si stabilisce in campagna, nella villa Albrizzi. Qui erige un teatrino, dove recita le opere di Voltaire.

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Dopo il Trattato di Campoformio Isabella riprende a viaggiare. Torna a Firenze, immergendosi nell’arte e nella storia.

Nel 1798 è a Venezia, anche perché aspetta un bambino, che nasce nel 1799 a Padova. Il piccolo è il primo a Venezia a essere sottoposto a 1 anno alla vaccinazione antivaiolosa, volendo dare l’esempio per lo sviluppo di questo trattamento preventivo.

Isabella pubblica un saggio, scrive molte lettere di diverso carattere e fa brevi e acute biografie (Ritratti).

Isabella continua a dar vita al suo splendido salotto. Inizia una relazione sentimentale con il conte Tommaso Mocenigo Soranzo.

Nel 1812 muore l’Albrizzi e Isabella e il figlio vengono aiutati dal Soranzo. Quando quest’ultimo viene trasferito a Parigi, Isabella lo raggiunge con il figlio. Anche qui ha contatti con tanti intellettuali e artisti.

Nel 1821 è di nuovo in Toscana, a Firenze e a Pisa. La sua vita è costellata da brevi viaggi, come quello a Verona, dove nel 1822 incontra i reali d’Austria.

Nel 1829 il Leopardi comprende Isabella tra le autrici italiane degne di nota.

Nel 1832 Walter Scott la onora.

L’arciduchessa Elisabetta d’Austria giunge appositamente a Venezia per renderle omaggio.

Isabella muore nel 1836.

Bella, colta, intelligente, ha cercato un proprio spazio in una società e in un’epoca sfavorevoli alle donne…. Di lei si conosce più il rapporto sentimentale con il Foscolo, che il valore dei suoi meriti letterari.

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Arte al femminile (423)

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Adriana Fabbri nasce a Ferrara nel 1881 in una famiglia agiata, che perde il proprio patrimonio per il vizio del gioco del padre. Adriana è costretta a seguire corsi di taglio e cucito e impara a fare la sarta.

Trascorre parte della giovinezza a Padova, in casa della cugina di sua mamma Olga, Cecilia, madre di Umberto Boccioni. Qui lavora come sarta e disegna assiduamente nelle ore libere.

A Padova e a Milano compie numerosi studi di pittura e si forma come autodidatta. Pur non seguendo corsi accademici, partecipa al dibattito artistico del tempo, seguendo il cugino Boccioni. Parte da soggetti di carattere religioso, per poi dedicarsi alla ritrattistica, alle illustrazioni per riviste, a manifesti, a cartoline e a vignette.

Sposa il giornalista Giannetto Bisi e con lui si trasferisce a Bergamo nel 1907. La coppia si sposta poi a Mantova e a Milano dal 1914. Ha due figli: Riccardo e Marco. La casa dei Bisi è frequentata da intellettuali, artisti e politici.

Nel 1908 partecipa alla Seconda Esposizione Quadriennale di Torino. Nel 1911 presenta suoi lavori a Frigidarium, mostra internazionale di umorismo, organizzata al Castello di Rivoli e alla Manifestazione Futurista organizzata a Milano da Boccioni.

La vediamo presente a mostre collettive a Venezia, a Milano, a Torino e a Roma.

Nel 1914 aderisce al gruppo Nuove Tendenze, ala moderata del Futurismo, e organizza una personale a Mantova con 51 opere, pastelli, disegni e acquarelli. Il gruppo Nuove Tendenze nasce nell’inverno 1913-1914 e punta alla ricerca di spazi espositivi nuovi rispetto a quelli ufficiali e a una visione personale, moderna e originale della produzione artistica.

Ricercata anche come ritrattista, durante la prima guerra mondiale Adriana fa molte caricature a sfondo politico, pubblicate sul Popolo d’Italia. Collabora alla Domenica illustrata ed esegue figurini per una casa di mode. Mascolinizza la propria firma in Adrì, per farsi accettare senza difficoltà dal mondo della satira politica.

Muore a Travedona Monate (Varese) nel 1918 per la febbre spagnola a soli 37 anni.

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Un suo autoritratto è esposto alla Galleria d’Arte Moderna di Ferrara.

 Al Museo del Novecento di Milano è stata inaugurata il 3 dicembre 2019 una mostra a lei dedicata, dal titolo: L’intelligenza non ha sesso. Adriana Bisi Fabbri e la rete delle arti 1900-1918.

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Adriana emerge come una figura autonoma nel complesso scenario artistico contemporaneo.

Curiosa di ogni tecnica di sperimentazione, con una volontà ferrea, ha lottato per farsi considerare un’artista completa e di talento.

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Arte al femminile (422)

Sempre sul Futurismo…

Il Futurismo inaugura le “parole in libertà”: vengono eliminati i tempi dei verbi, la sintassi, la punteggiatura e si valorizza il carattere tipografico delle lettere, modificandone forma e misura.

L’immagine si unisce alla scrittura e la scrittura diventa a sua volta immagine.

La trasformazione di segni verbali in elementi figurativi fa ormai parte di molte forme espressive, ma agli inizi del ‘900 era qualcosa di nuovo.

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A realizzare esempi di tavole parolibere, ossia costruzioni tipografiche che fondono parole e figura, è una donna semplice, che fa la domestica (e pare fosse sua amante) in casa di Marinetti, uno dei padri fondatori del movimento futurista.

Marietta Angelini è la prima futurista autrice di tavole parolibere.

Nasce a Godiasco, in provincia di Pavia, nel 1869. La famiglia è di condizioni modeste. Il padre è calzolaio e ha 6 figli di mantenere.

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Dopo aver trascorso la giovinezza nel paese d’origine, intorno al 1894 raggiunge la sorella Nina a Milano e prende servizio presso la famiglia Marinetti. “Energica, volitiva, ironica e brusca” come la definisce lo stesso Marinetti, si appassiona al movimento futurista, con cui prende familiarità, grazie ai contatti con i principali esponenti, che frequentano la casa.

Tra il 1913 e il 1920 compone una serie di tavole “parolibere”, che le conferiscono il primato di poetessa parolibera. Con la sorella Nina esegue poi “tavole tattili”, collage confezionati con materiali di diversa composizione.

Nel corso del primo conflitto mondiale, quando Filippo Tommaso Marinetti è al fronte, lei e la sorella curano la vasta rete propagandistica e organizzativa del movimento, su indicazioni del Marinetti stesso.

Nel 1924 torna a Godiasco con Nina e di lei si perdono le tracce.

Muore nel 1942.

Notevole la sua capacità di raccontare una situazione, un rapporto o un carattere con pochissime parole, oggetti e simboli tipografici.

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Arte al femminile (421)

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Nel post precedente (v.n.420) ho nominato Rougena Zàtkova, amica di Benedetta Cappa.

Rougena (Ruzena) nasce a Brezi (Boemia), in una ricca famiglia, nel 1885.

Il padre è imprenditore e pittore dilettante, ha quattro sorelle e la madre, valente pianista, incoraggia tutte le figlie a dedicarsi alle arti. Nel 1901 la famiglia si trasferisce a Praga.

Rougena inizialmente si dedica alla musica, studia pianoforte, s’impratichisce nelle lingue, poi frequenta una scuola d’arte a Praga e successivamente segue un corso di disegno a Monaco.

Nel 1910, a 25 anni, sposa il diplomatico russo Basilo Kwoshinky e con lui si stabilisce in una villa fuori Roma. Il matrimonio è solo apparente, di facciata, perché pare che Basilo sia omosessuale: la coppia non si separerà mai ufficialmente, ma di fatto Rougena conduce una vita indipendente dal marito. Il matrimonio le permette però di frequentare intellettuali, musicisti e artisti di valore. Viaggia da sola, soggiorna per mesi alle Baleari, e dipinge.

Conosce Arturo Cappa, fratello della più famosa Benedetta e tra i due nasce una storia d’amore che dura tutta la vita.

I primi soggetti dei quadri di Rougena sono paesaggi e ritratti in stile impressionistico.

A Roma frequenta lo studio di Giacomo Balla e diventa amica di Benedetta Cappa (v.n.420). Nel 1915 aderisce ufficialmente al movimento futurista

Artista eclettica, si dedica alla pittura, alla scultura, a composizioni con materiali diversi.

Le sue mostre in Italia dimostrano la fusione tra elementi slavi e italiani nella sperimentazione d’avanguardia.

Nel 1922 la sua carriera giunge all’apice, in seguito al successo di un’esposizione tenutasi alla Casa d’Arte Bragalia di Roma. Ottiene giudizi positivi dalla critica.

Problemi di salute e l’esilio in Francia di Arturo Cappa condizionano i suoi ultimi anni di vita.

Muore a soli 38 anni di tubercolosi, nel sanatorio di Leysin, in Svizzera.

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I suoi quadri hanno come soggetti paesaggi marini, figure umane ed elementi della tradizione popolare boema.

Per le composizioni polimateriche usa vari materiali: legno, ferro, stagnola, perline, pezzi di vetro, cartone…Viene considerata una pioniera dell’arte cinetica. Una grande sperimentatrice e una notevole artista!

Purtroppo molte sue opere sono andate disperse.

La vita e l’opera di Ruzena sono raccontati da Marina Giorgini nel libro Ruzena Zàtkova.Un’artista dimenticata, uscito nel 2019 con l’editore P.I.E.-Peter Lang.

 

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Arte al femminile (420)

Dopo tanto girovagare per l’Europa, torno in Italia.

Nel mio modo un po’ disordinato, ho parlato in alcuni post di artiste russe legate al Futurismo italiano: Natal’ja Goncarova (v.n.14), Varvara Stepanova (v.n.17), Aleksandra Grigorovic Ekster (v.n.16) e Olga Rozanova (v.n.403).

Il Futurismo è l’unica avanguardia italiana degli inizi del ‘900 che ha largo seguito all’estero e in particolare in Russia, tanto che il Manifesto futurista di Marinetti viene pubblicato a San Pietroburgo e nel 1914 lo stesso Marinetti si reca a Mosca.

Nonostante il Futurismo si presenti come un movimento misogino, che proclama il mito della forza, della velocità, della guerra, vi sono artiste che vi aderiscono, vedendo in questo la possibilità di sperimentarsi. Alle artiste futuriste interessa uscire dall’immagine femminile tradizionale, per creare dipinti, sculture, scenografie, esprimersi nella scrittura, nel teatro, nella danza…

Figura importante è Benedetta Cappa, compagna e poi moglie di Marinetti.

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Benedetta nasce a Roma nel 1897, seconda dei 5 figli di Innocenzo, ufficiale di carriera piemontese e di Amalia Cipoffina, donna colta e convinta valdese. Inizia sin da piccola a scrivere poesie e a dipingere. Nel 1919 perde il padre, appena tornato dalla guerra e questo tragico evento la colpisce profondamente.

Ha una buona istruzione, prende lezioni di pittura e pianoforte. Si diploma come maestra d’infanzia e lavora in questo campo per un po’ di tempo, creando oggetti didattici per i bambini. S’interessa alla pedagogia della Montessori, perché l’apprendimento viene legato anche alle esperienze sensoriali.

L’attività giornalistica del fratello, in contatto con i futuristi e l’amicizia con l’artista Ruzena Zatkova (pittrice e scultrice ceca, allieva di Balla) la convincono a lasciare l’insegnamento. La prima formazione artistica si svolge nello studio del futurista Giacomo Balla, dove colpisce subito la sua forte personalità. Balla inizialmente condiziona le sue scelte tematiche, per cui dipinge oggetti dinamici e l’impatto che hanno con l’ambiente. Nello studio di Balla incontra Marinetti, di cui diventa la compagna, dopo un periodo di costante corrispondenza. Lo sposa nel 1923 e ha 3 bambine: Vittoria, Ala e Luce. Riesce a conciliare i diversi compiti: madre e artista.

La sua adesione al Futurismo risale al 1919 e ne diventa presto un esponente importante. Partecipa a numerose esposizioni, tra cui Trentaquattro pittori futuristi, mostra tenutasi a Pesaro nel 1927.

Alla fine degli anni Venti firma numerosi manifesti futuristi, definendo gli elementi portanti del movimento, soprattutto la liberazione dalla tradizione e la fiducia nella creatività.

I suoi lavori vengono esposti per 5 edizioni alla Biennale di Venezia e nel 1930 è l’unica donna artista che appare nel catalogo ufficiale. Per 3 volte è presente alla Quadriennale di Roma. Il Palazzo delle Poste di Palermo viene interamente affrescato da lei con 5 pannelli raffiguranti i diversi tipi di comunicazione: terrestri, marini, aerei, telegrafici, radiofonici.

Accompagna il marito in numerosi viaggi e le esperienze in aereo sono oggetto di alcuni quadri, così come il mare, un tema a lei caro.

I suoi lavori si distinguono per i colori tenui, la luce nitida e la valorizzazione dei volumi. Benedetta è un’artista totale, che oltre alla pittura si occupa di sintesi grafiche, romanzi, rappresentazioni teatrali.

I suoi considerevoli contributi sono spesso messi in ombra dalla prorompente figura del marito, ma Benedetta persegue i propri ideali artistici, in completa autonomia.

Muore a Venezia nel 1977.

Nel 1998 a Minneapolis vi è la più grande retrospettiva internazionale delle opere di Benedetta, ma è nell’esposizione dedicata ai futuristi al Guggenheim di New York nel 2014 che viene ben presentata e valorizzata, con la visione anche dei suoi murales.

Benedetta è stata protagonista di scritti e romanzi su di lei.

Diceva:

“Credo che l’anima femminile sia all’alba della sua espressione artistica … senza copiare le esperienze degli uomini. “

 

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