Buon anno!

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DESIDERIO

Mi avvolgano ali, senza racchiudermi.
Il mio spirito aperto, non in me ripiegata.
Non dietro a una spalla, al sicuro protetta,
ma fianco a fianco contro il vento in bufera.

( Blaga Dimitrova, poetessa bulgara, 1958)

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Ritrovarsi nei luoghi e nelle persone…

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Adriana Lorenzi è docente di Tecniche di Scrittura presso la Facoltà di Scienze della Formazione a Bergamo e Bologna. È formatrice nell’ambito della scrittura autobiografica e memoriale in diverse Associazioni Culturali, nella Casa Circondariale di Bergamo e in quelle di Padova e Venezia. Critica letteraria per la rivista Leggere Donna, fa parte della Società italiana delle Letterate (SIL). Tra le pubblicazioni di saggistica ricordo: Voci da dentro, Amo i ricordi, Ciao, nani. Mentre per la narrativa sono molto belli i libri: Tazze vuote, tazze utili (di cui ho parlato in un post) e Non restate in silenzio.

La bergafemmina

Il titolo gioca scherzosamente sul termine “berga/maschi” usato per indicare gli abitanti di Bergamo senza distinzione di genere, mentre la scrittrice rivendica la propria femminilità come elemento identitario della storia personale, così come l’appartenenza ad un luogo particolarmente amato. È un’autobiografia in cui la protagonista ripercorre la propria storia attraverso le strade in cui ha abitato o che ha frequentato. Ogni strada è affollata di personaggi che hanno lasciato una traccia sia con gesti semplici, legati alla quotidianità condivisa, sia con insegnamenti importanti sia con l’esempio di coerenza ai propri ideali. Un viaggio nella memoria in una città da sempre divisa in due: la parte alta, antica, più tranquilla e rassicurante, e quella bassa, efficiente e proiettata verso il futuro.

Osserva: ”La memoria è la facoltà di serbare l’esperienza, di accatastarla come legna per il fuoco delle stagioni più rigide, opponendosi quindi alla dispersione, alla cancellazione, alla consumazione…

“La vita ci chiama ogni mattina a muoverci lungo le sue strade, quelle delle circostanze, degli impegni precisi, delle responsabilità assunte, delle relazioni costruite che ci trasformano in palline da ping-pong sbattute da una parte all’altra del tavolo da gioco. Eppure è la ricerca di significato, di ragioni che trasforma il movimento affannoso in una rete che diventa salvifica…”(pag.193)

“L’esperienza si deve vedere, assaggiare, annusare, sentire, toccare…è la verità incarnata che innesca processi di riconoscimento in altre vite…”(pag.194)

La portinaia Maria, la signora Esposito, la barista Giuliana, la professoressa Stromengher e tanti altri personaggi accompagnano la protagonista nelle scoperte della vita: tante persone che danno il senso di una rete di relazioni protettiva e rassicurante, pur con i limiti di ciascuna. Molte le osservazioni ricche di umanità, attenzione e rispetto per chi incontra, in un quadro complessivo in cui molte donne possono ritrovarsi. Adriana Lorenzi ricostruisce quelle vite che la rendono fiera di “appartenere alla stessa stirpe”.

Ci sono radici dentro ognuno di noi che ci rendono orgogliosi della nostra provenienza; ce le portiamo appresso ovunque andiamo, perché sono il bagaglio del nostro esistere, sono le memorie della nostra gente, sono il nostro ombrello in caso di pioggia L’autrice è le sue storie, conosce l’arte di ascoltare e la esercita in particolare con le donne, le uniche che sanno consegnarsi i “segreti più intimi per riuscire a sopportarli e anche capirli”. Nelle storie di Adriana le donne parlano e ascoltano, allungandosi dolci e caramelle perché oltre al cibo per il corpo c’è quello delle parole per il nutrimento dell’anima.

Un libro che ti lascia l’impressione di aver capito qualcosa di più della vita!

Arte al femminile (34)

Rimango ancora un po’ sull’argomento dell’arte in convento, perché spesso trascurata o considerata minore.

Sembra molto probabile che la vicenda delle donne artiste prenda l’avvio nell’Alto Medioevo proprio dai conventi: il distacco dagli impegni mondani, la necessità di possedere testi di preghiera, di decorare la propria chiesa, di provvedere al sostentamento del monastero producendo oggetti destinati al mercato esterno orientò le religiose verso la pratica artistica. Provenienti per lo più da un ambiente aristocratico e colto, inizialmente molte si dedicano all’esercizio della miniatura, che proseguono anche quando questo genere decade. In Italia le monache artiste si affermano sia quantitativamente che qualitativamente dal XV° secolo in poi. Esse hanno dei veri e propri atelier claustrali. Il limite della loro arte è la difficoltà di “aggiornamento”, non potendo avere scambi e contatti con gli artisti “mondani”.

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Suor Plautilla Nelli è un emerito esempio di arte in convento.

Di fronte al Convento di San Marco nell’omonima piazza, a Firenze, sorge nel Quattrocento un convento domenicano femminile dedicato a Santa Caterina, in seguito demolito per instaurarvi nel 1808 un Comando Militare. Qui l’arte è al centro dell’attività delle suore. Giorgio Vasari, nell’edizione delle sue Vite del 1568, indica suor Plautilla Nelli come l’organizzatrice di questa “bottega” d’arte. Suor Plautilla (nome di una martire cristiana), in origine Polissena (nome di una martire laica sgozzata sulla tomba del marito), nasce nel 1523 dalla nobile (secondo alcuni) famiglia fiorentina di Piero di Luca Nelli, proveniente dalle terre del Mugello. Pronuncia i voti all’età di quattordici anni, in seguito alla morte della madre (pare per peste) e al secondo matrimonio del padre, ed entra nel Convento di Santa Caterina in Cafaggio, alla periferia di Firenze, fondato nel 1496 in pieno clima savonaroliano. Alcuni studi moderni affermano che Fra Paolino da Pistoia, allievo nel convento di San Marco del pittore Fra’ Bartolomeo, sia stato il suo maestro. Secondo altri Plautilla non ha ricevuto alcuna educazione artistica e va considerata una completa autodidatta. Copiando disegni e sculture, e usando corpi femminili a modello per quelli maschili, Plautilla riesce a raggiungere intorno ai trentacinque anni una piena maturità artistica e ad organizzare intorno a sé un incredibile movimento artistico, che si concretizza in una bottega efficiente che produce grandi guadagni per il gruppo religioso.

Il Vasari racconta del successo che la pittrice ha fra i nobili fiorentini, quindi non solo pitture per enti religiosi e chiese: “Per le case di Firenze tanti quadri che troppo sarei lungo a voler di tutto ragionare”. I libri contabili del convento di Santa Caterina da Siena indicano che dal 1558 le entrate economiche maggiori sono legate proprio alla fortuna della pittrice-suora. A questa data Plautilla guadagna 63 fiorini dalla vendita di un dipinto raffigurante Santa Lucia per il priore della chiesa di San Bonifacio. Negli anni seguenti Plautilla diventa la maggior entrata economica del convento, riuscendo in un anno a far incassare la somma di 282 fiorini. Nel 1562 le entrate riguardano i profitti della depintora, ma dal 1563 si fa riferimento alle depintore, dato che le discepole di suor Plautilla sono divenute sufficientemente brave da essere annoverate fra le artiste fiorentine. Questo fatto indica la capacità imprenditoriale di Plautilla, tanto da essere eletta per ben tre volte priora del convento stesso. La bottega di Santa Caterina diventa un modello per altre situazioni simili in Toscana fra le sorelle domenicane: nel convento di San Domenico a Lucca le suore cominciano un commercio di figurini in cartapesta destinati alla Francia, alla Spagna e addirittura al Giappone.

Va sicuramente considerata la prima donna europea conosciuta per opere religiose importanti.

Molti parlano dei suoi quadri con termini molto lusinghieri. Nei suoi quadri si nota la non conoscenza del corpo maschile, tanto che i suoi santi sono considerati femminei, così come i volti degli Angeli. Si racconta che:

« È tradizione che Suor Plautilla, volendo studiare il nudo per la figura del Cristo, si giovasse di quello di una monaca defunta, e le altre suore celiando fossero solite dire, che la Nelli in luogo di Cristi faceva Criste »

“da nostro Signore Iddio dotata d’un ingegno sopra l’ordinario delle donne… ha fatto opere, che hanno recato maraviglie à i primi artefici di cotale professione nella sua città di Firenze …. Passò a miglior vita, già vecchia, essendo istata Priora dei suo Monasterio più volte, e divotissima religiosa, l’anno 1587.” (Razzi)

Dei suoi dipinti, soprattutto di soggetto sacro, restano solo 7 tavole e una tela, a causa soprattutto delle soppressioni napoleoniche degli ordini monastici.

Il Concilio di Trento esigeva la clausura, per cui condizionò e ridusse la sua produzione artistica in qualità e quantità, pur essendo suor Plautilla trattata con un occhio di riguardo e una certa liberalità.

Plautilla è riuscita a costruire un proprio stile con marcata sensibilità verso il colore e con volti che raggiungono una inusuale delicatezza.

Un libro per Natale

la-cena-della-vigiliaLa cena della Vigilia di Natale è una tradizione irrinunciabile per Lena, madre di quattro figli già adulti, più uno arrivato in modo del tutto inaspettato. E’ una cena volutamente povera, una tazza di latte, del pane e una mela, ma che riveste agli occhi di tutti una grande importanza poiché riunisce attorno alla tavola l’intera famiglia. Una famiglia che ha preso vita nel peggiore dei modi, attraverso il tradimento e l’inganno…
Lena sì è adattata ad accettare un’esistenza difficile ed infelice convinta, nel profondo della sua anima, di meritarla a causa dei propri errori. Unica consolazione l’amore per i figli, che però sono stati, e ancora sono, fonte di ansie e di dispiaceri. E, come se fosse scritto nel suo destino, i problemi più gravi saltano fuori quasi sempre nell’imminenza del Natale, come a confermarle l’intimo convincimento di non aver diritto alla serenità nemmeno durante la festa più bella.
Anche quell’anno le cose non sembrano andare in modo diverso, e Lena, mentre prepara la tradizionale cena della Vigilia, considera tristemente le ansie che le vengono dagli amati figli. Sarà dunque un Natale ben poco felice quello che l’attende….
Ma, inaspettatamente, tutto prende una piega diversa, e persino il doloroso segreto di famiglia che spiega e giustifica tante cose, con un colpo di scena inatteso salterà fuori. A portare nell’animo di Lena una serenità nuova che la spinge a perdonarsi e a perdonare.
Un lungo racconto, quasi un romanzo, che profuma di Natale. Una storia corale, nella quale il personaggio di Lena emerge sugli altri per la forza, il coraggio e l’amore attraverso i quali riesce a riscattarsi.

Una bella storia che ha come protagonista una donna come tante, che fa i conti con se stessa e le proprie scelte di vita, un personaggio in cui molte donne possono identificarsi per l’attaccamento alla famiglia, l’amore e la comprensione per i figli, la delusione per un matrimonio che ha tradito le aspettative, le difficoltà quotidiane e il passare del tempo con i ricordi, i rimorsi e i rimpianti. Stile narrativo sobrio e delicato: un racconto particolarmente adatto all’atmosfera di questi giorni.

Arte al femminile (33)

Madonna Bellagio 04 (foto di Mario Tacchi)   vaso_fiori_g 10sig

Mentre in Francia le pittrici incominciano presto a entrare ufficialmente nel mercato dell’arte, hanno Accademie cui fare riferimento e spesso un proprio atelier, in altre parti d’Europa la situazione è più problematica. Le donne artiste hanno vari impedimenti: mancanza d’istruzione specifica, carenza di contatti professionali, pregiudizi sociali, impossibilità di studiare il corpo nudo, soggetto frequente dell’arte barocca. Le donne hanno poi restrizioni sulla mobilità personale: è per loro difficile viaggiare in altre città, visitare monumenti e collezioni d’arte, studiare capolavori del passato e del presente. In genere sono vincolate al proprio ambiente domestico, il che limita le occasioni d’incontro con altri artisti, per un proficuo scambio di idee. In un’Italia divisa in stati e staterelli, incontriamo valenti artiste (v. in post precedenti: Maria Robusti, Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Fede Galizia, Rosalba Carriera), che riescono però ad emergere perché già inserite in un ambiente artistico. Anche i conventi sono luoghi in cui l’arte può fiorire, pur con la limitazione posta ai soggetti dei quadri.

Orsola Maddalena Caccia è sia figlia di un pittore conosciuto che monaca, per cui riesce ad affermarsi nello scenario pittorico italiano grazie a queste due peculiarità. Nasce a Moncalvo, in provincia di Asti nel 1596, una degli 8 figli di Laura Oliva (figlia del pittore Ambrogio Oliva) e del pittore Guglielmo Caccia, nominato barone per meriti artistici. Nel 1620 entra nel convento delle Orsoline di Bianzè (nel nord del Piemonte) dove prende il nome con cui è conosciuta (il nome originario è Theodora) e dove rimane sino al 1625, quando viene fondato un nuovo convento a Moncalvo: il padre, finanziatore del nuovo istituto, vi trasferisce le 4 figlie fattesi monache. In una supplica al vescovo di Casale precedente l’atto di fondazione si fa cenno esplicitamente all’attività di Orsola in collaborazione col padre, secondo precise convenzioni finanziarie. Un altro documento di particolare interesse a questo riguardo è il testamento di Guglielmo, in data 5 novembre 1625, da cui risulta che Orsola Maddalena e la sorella Francesca, anche lei monaca, diventano usufruttuarie dei quadri piccoli e dei disegni del padre fino alla loro morte, poichè tale materiale è utile per la loro attività pittorica. In effetti, per lungo tempo dopo la morte del padre, Orsola ripete in modo diligente i temi paterni in dipinti devozionali e in pale d’altare per numerose chiese, non solo piemontesi. La sua pittura ha successo anche presso la corte sabauda; restano sue lettere connesse con opere di pittura dirette all’infanta Margherita di Savoia (1643). Nel 1665 è sicuramente ancora attiva: il 17 aprile di quell’anno accoglie nel convento di Moncalvo la pittrice Laura Bottero col nome di suor Candida Virginia. L’atto di monacazione precisa i doveri della novizia nei confronti del convento come artista in proprio, pur sotto la supervisione di Orsola, diventata badessa, e come futura maestra di altre novizie portate alla pittura. Dopo il 1665 non si hanno più notizie dirette della Caccia fino alla registrazione della sua morte (25 luglio 1676) all’età di 80 anni..

Come pittrice Orsola Maddalena Caccia non ha avuto molta fortuna postuma, anzi le fonti settecentesche sembrano preferirle la sorella Francesca che, morta ventenne il 18 dicembre 1628, non deve aver prodotto nulla di veramente personale (non si conosce nessuna opera di sua mano). Caratteristiche della pittura di Orsola sono le composizioni con figure femminili, dato che sono le uniche presenze stabili nell’isolamento del convento. Ha uno stile delicato e i suoi lavori si riconoscono per la firma, costituita da un fiore o un mazzo di fiori. Molta è l’attenzione per i dettagli delle figure: vestimenti, gioielli, capelli, oggetti vari. Emerge l’attenzione costante per le nature morte che appaiono ovunque e inserisce anche nei quadri di carattere sacro. La sua novità sta proprio nella produzione di questo genere pittorico. Le nature morte hanno struttura compositiva semplice ed equilibrata, con ogni elemento collocato con cura, con particolare attenzione alla verticalità: dipinge fiori, frutta e talvolta un animale, di solito un fagiano o un insetto. Straordinari sono gli accostamenti cromatici, con toni algidi e azzurrini e un uso marcato dei contrasti. In questo genere è all’avanguardia ai suoi tempi.

Arte al femminile (32)

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Il Settecento rappresenta il momento di svolta per le artiste, che diventano sempre più consapevoli di se stesse e della propria arte. La Rivoluzione francese apre poi le porte delle Accademie. Fra le tante protagoniste dell’arte settecentesca spicca la presenza generosa di Adélaide Labille Guiard, impegnata ad ottenere riconoscimento per la propria arte, ma anche fautrice dell’apertura delle Accademie alle donne nel 1791: per ottenere questo scopo rinuncia a cariche importanti, che le spettano di diritto. La pittrice, nata nel 1749 dalla famiglia numerosa del venditore di merletti Claude Labille, ultima di 8 figli, patisce il dolore per la morte di quasi tutti i fratelli. Nel negozio del padre conosce Jeanne Bècu, assunta come lavorante dal padre, la futura Madame du Barry, che la tratterà sempre con benevolenza. Riconoscendo il talento pittorico di Adélaide, la famiglia l’affida al vicino di casa François-Elie Vincent, che insegna presso l’Accademia di San Luca. Nel suo studio Adélaide apprende i rudimenti del mestiere e conosce il figlio del pittore, François-André, che la introduce nella stessa Accademia e le insegna la tecnica ad olio. Dopo un precoce primo matrimonio con Nicolas Guiard, la giovane si separa nel 1793, ma continua ad usare anche in seguito il nome del marito: in età matura si risposerà con l’amico di sempre François-André Vincent.
La pittrice ottiene diversi riconoscimenti del proprio talento: dopo l’ingresso nell’Accademia di San Luca, che viene sciolta nel giro di pochi anni, nel 1783 Adélaide accede addirittura all’Accademia Reale di Francia. Per prepararsi all’esame di ammissione la pittrice lavora moltissimo e si reca a Roma – meta indispensabile di formazione – sperimentando con entusiasmo ogni tipo di tecnica: dalla miniatura al pastello all’olio. A differenza dei colleghi maschi, per legittimare la propria candidatura all’Accademia l’artista è costretta a dare dimostrazione pubblica della propria maestria. L’esecuzione avviene davanti a dei testimoni e riscuote un successo tale che gli elettori approvano all’unanimità l’ammissione per Adélaide. Insieme a lei viene accolta anche la pittrice di corte Elisabeth Vigée Le Brun: i critici trovano interessante disputare sulla presunta rivalità tra le due artiste, malgrado la competenza che entrambe dimostrano nel proprio lavoro. Adèlaide, di origini modeste e politicamente autonoma, non approva le potenti protezioni della rivale, ma la concorrenza tra le due pittrici è esagerata dagli schieramenti pro e contro la regina Maria Antonietta.

In realtà Adélaide Labille Guiard non mira a mettere in ombra le colleghe: la pittrice costruisce rapporti di grande stima e collaborazione con altre artiste.

Nel corso della sua vita lavora sia per la borghesia che per la Corte ( ritraendo membri della famiglia reale), ma mantiene la propria indipendenza, tanto che continua ad essere stimata anche dal Governo rivoluzionario. A quest’ultimo Adélaide Labille Guiard presenta perfino un progetto di educazione artistica rivolto alle donne prive di mezzi. Interessata alle tesi di Rousseau, vive il clima culturale dei salotti filosofici e dimostra particolare disposizione per la pedagogia. I contemporanei testimoniano che la sua attività di insegnamento è vivace ed intensa: l’artista si circonda di allieve, vive con loro per lunghi periodi e le accompagna al Louvre perché si esercitino nella copia delle opere in esposizione. Alcune apprendiste la affiancano nel suo più famoso autoritratto: maestra e allieve vi appaiono in atteggiamento garbato e vestiario elegante, interpretando l’ideale di donna che proporrà il Romanticismo galante. Secondo tale modello la donna di spirito ha gusto, modi distinti, cultura e doti interiori. Nel Settecento l’argomento storico viene considerato come il miglior banco di prova e nessun artista può esimersi dal tema. Adélaide vi dedica anni di studio. Le testimonianze del tempo parlano in particolare di un quadro di grandi dimensioni, iniziato al tempo della monarchia e raffigurante Un cavaliere di Saint Lazare. La pittrice lo considera il proprio capolavoro, ma la caduta di Luigi XVI attira sull’opera le critiche del nuovo Governo, che considera il soggetto politicamente biasimevole e ne decreta la distruzione. L’enorme tela è l’ultima impresa impegnativa della pittrice, provata da una salute precaria e dai tempi duri vissuti durante e dopo la Rivoluzione. Adélaide, che non ha figli suoi, trascorre gli ultimi anni con il secondo marito e la compagnia delle allieve. Muore nel 1803, a 54 anni.

 I ritratti costituiscono il tema principale dei suoi quadri. La descrizione realistica delle fisionomie e dei materiali, di grande perizia tecnica, risente ancora del gusto tardo barocco, attento soprattutto a rendere gradevole il soggetto. Alcune opere però rivelano uno sguardo più profondo rispetto a quello dei contemporanei: certi particolari tagli di luce, certe espressioni e alcuni sfondi evocano malinconie e suggestioni emotive, indizi preromantici. Cieli cupi e ombre inquietanti appaiono ogni tanto, sfuggendo alle regole del tempo. Poche le opere salvate, ma di grande pregio. Gli autoritratti la vedono consapevole del proprio ruolo, tanto da raffigurarsi frequentemente circondata dalle allieve oltre che indifferente ai segni del tempo sul suo viso. Ha creduto all’importanza dell’istruzione per le donne, tanto da dedicarvisi assiduamente, sino alla fine della vita.