Complessità familiari…

7105525_1602633.jpg

Dopo aver letto “Gli anni” e “Il posto” ho voluto di nuovo assaporare lo stile di questa grande scrittrice…

L’altra figlia è un romanzo breve e rappresenta una lunga lettera che Annie scrive a una sorella sconosciuta. In un assolato giorno d’agosto Annie ascolta per caso la conversazione tra la madre e una giovane signora: viene così a sapere che i suoi genitori hanno avuto un’altra figlia, Ginette, morta due anni prima che lei nascesse, per una difterite. Questa figlia mancata a soli 6 anni, di cui le è stata nascosta l’esistenza, spiega certi atteggiamenti dei genitori, certe melanconie, certe frasi lasciate sospese, certe ansie nei suoi confronti. Annie scrive quindi a questa sorella, rivivendo i sensi di colpa, le gelosie, il peso del confronto sottaciuto, ma intuito. Cerca di ricostruire la propria storia collegandola a quella della sorella, di cui trova una fotografia sbiadita, di cui raccoglie i ricordi dalle cugine, i cui oggetti sono giunti sino a lei (il lettino rosa, la cartella…). La domanda che la tormenta è se sia nata solo perché Ginette è morta, considerata la situazione familiare. Il romanzo condensa in poche pagine anni di pensieri e sensazioni. Annie si percepisce diversa: poco credente, poco ubbidiente, spesso malaticcia.

“Vive quasi senza trama questo romanzo, oppure, al contrario, è la trama più impavida: quella che intesse un ordito assente e rintraccia le voci nel tempo non per suoni, ma per risonanze.”

Una storia “intimistica”, scritta con stile.

 

 

Arte al femminile (227)

AMALIA GOLDMANN nasce a Trieste nel 1856 da Enrico e Carolina Norsa. Scarsissime sono le notizie sulla formazione di questa pittrice. Nonostante sin da bambina manifesti passione per le arti, osteggiata dai genitori, si dedica alla pittura solo dopo il matrimonio con l’ingegnere Beniamino Besso, avvenuto nel 1883 a Roma, dove si stabilisce. Il marito nasce da un’agiata famiglia ebraica di commercianti originari della Grecia. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, in seguito a una lunga malattia, Amalia trascorre un periodo di convalescenza nel Biellese, dove ha modo di conoscere il paesaggista Lorenzo Delleani, che l’avvia alla pittura. Rientrata a Roma, studia figura con Camillo Innocenti, dal quale apprende l’interesse per la descrizione della vita nei campi e per la resa dei costumi popolari. Nel 1905 Amalia partecipa alla Biennale di Venezia. Nel primo decennio del Novecento è presente alle mostre annuali allestite dalla Società amatori e cultori di belle arti di Roma. D’intonazione folkloristica è la Donna in costume popolare datata 1906 e conservata presso la Fondazione Besso, dove si trovano anche altre opere della pittrice: una Donna con fiori del 1903, un Paesaggio con fontana del 1905 e il Ritratto di Matizia Maroni Lumbroso, autrice di una breve biografia di Amalia (il dattiloscritto, senza data, si trova presso la stessa Fondazione). La Fondazione Besso, presso l’omonimo palazzo a Roma, nasce in seguito all’importante lascito di opere raccolte da Marco Besso, cognato di Amalia. Vanno ricordati anche i dipinti segnalati da Tutino (giornalista e scrittore) esposti nel 1906 in una non meglio specificata mostra a Milano. Sempre Tutino ricorda alcuni ritratti eseguiti dall’artista, esposti a Monaco di Baviera nella mostra al Palazzo di Vetro del 1907, ed evidenzia le influenze sul suo lavoro dei pittori francesi. Rimasta vedova, dal 1908 Amalia effettua molti viaggi nelle principali capitali d’Europa, negli Stati Uniti, in Egitto, in Palestina, in Giappone. A Tokio si ferma a lungo per studiare i procedimenti tecnici dell’arte decorativa giapponese: prende lezioni da uno dei migliori artisti del tempo e si perfeziona nello studio dei fiori. Le opere realizzate nel corso di questi spostamenti vengono riunite in un’ esposizione personale allestita nel 1914 a Londra. Alla Secessione romana del 1915 tenutasi al Palazzo delle Esposizioni Amalia presenta tre opere in cui si manifesta l’attenzione verso la pittura impressionista. Durante la prima guerra mondiale l’attività artistica ed espositiva di Amalia lascia il posto, quasi completamente, alle opere di assistenza. Fa parte del Comitato di organizzazione civile e, come vicepresidente del Consiglio nazionale della donna italiana, dà vita nel 1916 ai Fasci femminili. Con tale ruolo si reca nel 1918, dopo la fine della guerra, in Istria e Dalmazia, dove rimane per circa un anno. Nel 1919 prende parte alla Mostra del grigio verde allestita a Napoli. Tornata a Roma si dedica con sempre maggiore impegno ad attività caritative: lavora per il sostegno della Pro Infantia e presiede l’Unione politica fra le donne italiane. Continua a dipingere restando tuttavia lontana dalle principali esposizioni nazionali. Amalia muore a Roma nel 1929 a 73 anni.

Appare impegnata nelle stesse ricerche plastiche e figurative degli artisti suoi contemporanei, ma anche di lei rimane solo qualche lieve traccia…

11-Fujiyama.jpg

03.Amalia+Goldmann+Besso+Donna+giapponese+%28in+moto%292+.jpg

artiste_del_novecento-277x118.jpg

Arte al femminile (226)

Milano, Venezia, Torino e Firenze sono centri importanti per l’arte italiana dell’Ottocento. Troviamo intensa attività espositiva anche a Genova e Napoli.

Federica Gervasoni Giuliano (Fanny) nasce a Quinto al Mare (Genova) nel 1838. Il padre è funzionario pubblico. Prima allieva e poi moglie di Bartolomeo Giuliano, inizia un’intensa attività come pittrice. Ha due figli: Nicolò e Giulia. Con il marito vive per anni a Milano, avendo questi ottenuto la cattedra di Disegno di Figura all’Accademia di Brera. Federica partecipa dal 1859 al 1872 alle esposizioni di Milano, alle promotrici di Genova e Torino. I temi preferiti dei suoi quadri sono costumi popolari, scene di genere e di vita domestica. Propone anche vedute costiere della Liguria. Nel 1877 viene nominata accademico di merito alla Ligustica, classe di pittura. Muore a Quarto dei Mille nel 1915, a 77 anni.

Presso la galleria d’Arte Moderna di Milano si trova il quadro “Disinganno”, mentre nel Museo Civico di Genova si può ammirare la tela “Il ritorno dai lavori campestri”.

Federica-Giulia-Gervasoni.jpg          gervasoni-giuliano-federica-1-PITTORILIGURI.INFO_.jpg

GERVASONI-GIULIANO-FEDERICA.jpg

Per le artiste delle regioni dell’italia meridionale vi sono forse minori opportunità. La città di riferimento è Napoli.

Rita-Franco.jpg

In Puglia troviamo Rita Franco. Nasce a Lecce nel 1887 da Giuseppe Franco e Chiara Adelinda Doria, che hanno sei figli che si distinguono per doti artistiche. Rita vive a Gallipoli, poi a Napoli, dove studia presso il locale Istituto di Belle Arti e poi privatamente con il maestro Giuseppe Casciaro, da cui acquisisce la pratica dell’uso del pastello. Partecipa alla prima Esposizione internazionale femminile di Belle Arti di Torino tra il 1910 e il 1911 con 12 disegni a pastello. Negli anni seguenti presenta suoi lavori a Napoli, Lecce, Gallipoli. I paesaggi sono i temi preferiti. Nel 1926 la troviamo alla II Biennale di Lecce e viene notata anche alla III Biennale sempre a Lecce nel 1928. L’attività espositiva è intensa anche a Napoli. Muore a Napoli nel 1986. Suoi lavori si trovano in collezioni private.

Un altro libro per capire…

ombre-sul-mare-light.jpg filali.jpg

Ouatann Ombre sul mare è un romanzo che prende ispirazione da un termine, “ouatann”, che indica un sistema di abitudini e di gesti, che accomuna le popolazioni che abitano la terra tra il Mediterraneo e il deserto del Sahara. Significa patria intesa come identità interiore, indipendentemente da influenze politiche o geografiche. Ambientato in Tunisia e collocato nel 2008, il racconto dipinge un paese tormentato dalla disoccupazione, dalla perdita di speranza, con il sogno di fuga in Europa, alla ricerca di nuove prospettive e di un futuro decoroso. In una villa isolata vicino al mare, in un villaggio vicino a Biserta, s’incontrano cinque personaggi: Rached, giocatore incallito, funzionario frustrato, padre e marito irresponsabile; Naceur, ingegnere, coinvolto in una squallida storia di appalti truccati, che l’hanno portato in carcere; Michkat, inquieta avvocatessa, troppo indipendente per il suo ambiente; Faiza, giovane universitaria impetuosa e sfuggente; Mansour, violento e dedito a loschi affari. Attorno a questi personaggi ruotano altri minori, che vivono di espedienti, privi di ideali comuni e di fiducia nella rinascita della propria patria: povera gente che ha perduto lavoro, speranza e dignità. La storia unisce elementi  legati alle vicende di Naceur e ai suoi rapporti con affaristi privi di scrupoli, ai problemi più generali della Tunisia, un paese piegato dalle continue partenze di giovani e da un’amministrazione corrotta che rischia di condurlo alla deriva. Nella villa sul mare Naceur, sorvegliato da Rached, aspetta di avere i documenti che gli permettano di fuggire, ma l’arrivo di Michkat (proprietaria della casa) sconvolge i piani…Alla fine c’è un recupero di dignità da parte di alcuni, quelli che rimangono…“Quando l’onore ritorna, il paese sorge nell’animo degli uomini“.

Un libro complesso, perché non ha un intreccio lineare, ma è a più voci, fatto di episodi che si “rincorrono”, pervaso da una vena di malinconia. Un libro fondamentale per capire meglio un paese e la sua gente. Estremamente attuale!

La forza di “Ouatann. Ombre sul mare” è nelle impressioni che lascia trapelare, in quello che racconta senza celebrarlo né decantarlo. La Tunisia che Azza Filali ci spiega va afferrata e compresa attraverso le atmosfere, le minuzie, qualche parola o impalpabili suggestioni. Quello che parla, infatti, non è tanto l’intreccio di figure che, in un modo o nell’altro, entrano in contatto tra di loro e neppure il loro persistente desiderio di essere altrove o essere altro, quanto la rappresentazione di una ‘patria’ che sembra essersi disgregata nel tempo tanto da non essere più nemmeno riconosciuta o riconoscibile.

I ragazzi di qui non vanno a Bordeaux, e nemmeno a Tunisi, che ci andrebbero a fare? Non c’è lavoro per loro e fanno paura, perché sono deformi: a furia di scrutare l’orizzonte, il collo gli si è allungato di alcuni centimetri, mentre la faccia, battuta dai venti, è piena di rughe; sono vecchi prima di aver cominciato a vivere. De resto, non sanno come vivere! Sono stati respinti da tutti i consolati della terra: per l’Europa, non hanno diplomi, per il Canada, non hanno soldi… Neanche il mare vuole saperne di loro, li inghiotte e li riporta indietro“.

“L’uno dopo l’altro, i quartieri hanno raggiunto il clan dell’affarismo e Tunisi è cresciuta senza ritegno, riempiendo i suoi vuoti, innalzando le sue gobbe, vendendo la sua anima ai quattro venti. Oggi, la città si distende davanti al mare…Rettile difforme, prende il sole attraverso la paccottiglia delle sue facciate. I quartieri antichi, confinati nel patrimonio della memoria, sono invecchiati in silenzio: i più avveduti si sono trasformati in “siti-catalogo”, destinati ai turisti… Naufragio da cartolina!…Questa città è diventata ricca, troppo ricca, adesso vive dalla parte del lago, viaggia in bolide e dorme in centri residenziali ben sorvegliati…Tunisi muore per i suoi contrari, le strade non hanno più niente da dire”.

Azza Filali è nata in Tunisia nel 1952. È un medico e lavora come gastroenterologa presso l’ospedale La Rabta di Tunisi. Nel 2009 ha conseguito un master in Filosofia all’Università di Parigi. Il suo primo libro è un saggio sulla pratica medica, cui hanno fatto seguito scritti di natura diversa: romanzi e racconti. Il primo libro della Filali tradotto in italiano è “Ouatann. Ombre sul mare” (Fazi, 2015) ma la dottoressa scrittrice ha all’attivo diverse altre opere tra cui “Monsieur L. Roman” (1999), “Les Vallées de lumière” (2001), “Propos changeants sur l’amour” (2003), “Chronique d’un décalage” (2005), “Vingt ans pour plus tard” (2009), “L’heure du cru” (2009).

Arte al femminile (225)

Il ritratto è uno dei più antichi generi pittorici che la storia dell’arte ci abbia tramandato, a testimoniare che da sempre l’uomo è animato da un profondo, fondamentale desiderio: affidare la propria immagine ad un dipinto per opporsi all’avanzare del tempo con la preservazione della memoria, costruire un altro sé dotato di vita propria, realizzare il sogno faustiano dell’immortalità, un inganno a metà tra verità ed illusione dal fascino sottile e vagamente inquietante.

In realtà il ritratto non è solo un genere pittorico, ma una rappresentazione della percezione che gli artisti di ogni epoca ebbero di sé e dell’uomo più in generale, ciascuno secondo il proprio tempo, la propria cultura e la propria storia.

290848-1338990198.jpg

GAGGIOTTI RICHARDS EMMA nasce a Roma nel 1825. La famiglia prende stabile residenza a Roma nel 1848, per seguire le inclinazioni artistiche di Emma che entra come allieva nello studio di Tommaso Minardi, professore di disegno presso l’Accademia di San Luca, legato alla tradizione Neoclassica. Durante una permanenza ad Ancona, per seguire gli insegnamenti di Nicola Consorti, conosce un nobile inglese, Alfred Bate Richards, che sposa e con cui va a vivere a Londra. In Gran Bretagna si mette in luce come ritrattista negli ambienti aristocratici. Per la regina Vittoria replica un Autoritratto (che ha già esposto alla Royal Academy) e dipinge alcune figure allegoriche (Fede, Speranza, Carità, Amore di Dio). Esegue per Napoleone III Le quattro stagioni per il Castello di Fontainebleau e realizza un Ritratto a cavallo del futuro imperatore Guglielmo I di Prussia. Nel 1853 torna brevemente a Roma, dove dipinge un Ritratto della propria famiglia per donarlo a un amico. Negli anni seguenti risiede ad Ancona e quindi a Firenze. Durante un soggiorno a Berlino, nel 1855, ritrae il barone A. von Humboldt, esploratore e giornalista tedesco. Si distingue anche come autrice di soggetti sacri e mitologici. Muore a Velletri (Roma) nel 1912 a 87 anni.

I suoi quadri uniscono elementi classici e pensosità “moderna”.

l%27e%CC%81te%CC%81_1842%3A49_emma_gaggiotti_richards.jpg $_35.JPG

image.jpg 5f644e6073bf2758bb9074d976b7f6dd.jpg

adelaide_anne_mary_procter_emma_gaggiotti_richards.jpg

H0043-L07260937.jpg

hope_1850_emma_gaggiotti_richards.jpg

religion_1852_emma_gaggiotti_richards.jpg

Arte al femminile (224)

La pittura di paesaggio rimane sempre tema attrattivo in un paese ricco di bellezze come il nostro.

Venezia poi è da sempre mirabile soggetto.

Antonietta Brandeis nasce in Galizia, a Miskowitz, allora sotto l’Impero Austro-ungarico, nel 1848. Viene menzionata da adolescente come allieva dell’artista praghese Karel Javurek. Dopo la morte del padre, la madre Giuseppina Dravhozvall si risposa con il veneziano Giovanni Nobile Scaramella. La famiglia si stabilisce in Laguna. Antonietta continua a coltivare la passione per la pittura e nel 1867 (a 19 anni) entra all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Inizialmente preferisce ritrarre scene di vita quotidiana. Il suo nome compare nell’elenco degli alunni premiati per meriti artistici. Inizia a esporre negli anni 1876-1877, presentando paesaggi veneziani, venduti a collezionisti stranieri. La sua opera si diffonde a Firenze e anche a Budapest, ma firma i quadri con il nome “Antonio Brandeis”, perché non vuole che i giudizi sui suoi lavori siano condizionati dal suo essere donna. Svolge un’intensa attività, presentando sue opere nelle principali mostre italiane, a Venezia, Roma, Firenze, Torino, Milano. Nel 1880 (a 32 anni)si presenta all’esposizione Internazionale di Melbourne con tre dipinti di ispirazione lagunare. Pittrice prolifica, sceglie anche soggetti religiosi e sue produzioni si possono ammirare nella cattedrale dell’isola di Curzola in Croazia. Nel 1897, a 49 anni, sposa il veneziano Antonio Zamboni, cavaliere e ufficiale della Corona italiana. La coppia vive tra Venezia, Firenze e Roma. Rimasta vedova nel 1909, si stabilisce a Firenze, dove lavora sino alla fine, nel 1926, a 78 anni.

Lascia tutti i suoi lavori e i suoi beni alla fondazione fiorentina che si occupa degli orfani. Quattro quadri vengono assegnati a una Galleria di Palazzo Pitti.

Deliziose le sue vedute di Venezia, immortalata sulla tela dai luoghi più conosciuti fino ai canali più silenziosi e nascosti.

1b58afd13f29f0cc7b53a87ae3d604ea.jpg

paoletti.jpg

san-giorgio-dei-greci-brandeis.jpg

Antonietta Fragiacomo nasce a Trieste nel 1859, da Domenico e Caterina Dolce. Più famoso di lei è il fratello maggiore Pietro, pure pittore. La famiglia si trasferisce nel 1868 a Venezia in cerca di miglioramento economico. Nel 1878 il padre riesce a prendere in affitto il Caffè Lazzaroni, in Frezzeria, nel sestiere di San Marco. Antonietta frequenta l’Accademia di Venezia e segue insegnamenti privati di paesaggio e figura. Si perfeziona studiando dal vero. Prende parte alle Biennali veneziane dal 1907 al 1914 e poi dal 1920 al 1924. Espone alla Mostra delle Tre Venezie a Torino, dove il suo quadro “Partenza per la pesca” viene acquistato dal re. Precedentemente la regina madre aveva comprato il suo quadretto “Raggio di sole” . Ottiene numerosi premi per i suoi lavori e apprezzamenti dalla critica. Esegue anche una pala d’altare dedicata all’apparizione di Lourdes. Si segnalano sue mostre nel 1935 e una personale a Milano nel 1937. Muore pare nel 1942. Poche come al solito le notizie su di lei, mentre abbondano quelle sul fratello, tanto che opere di Antonietta sono state erroneamente attribuite a quest’ultimo. Accomuna i due artisti l’amore per i paesaggi lagunari, rendendone la solitudine, il silenzio, quel mare piatto che lambisce strisce di sabbia sullo sfondo di cieli tenui, sfumati di grigio e rosso.

fragiacomo_antonietta-barche_in_laguna~OMa9f300~10248_20141012_691_112.jpg fragiacomo_antonietta-venezia__barche_in_laguna~OMac9300~10250_20091213_1461_27.jpg

Ritrovarsi in un libro…

thumbs.jpg 14376753337911406907069084AVT_Annie-Ernaux_2233_OK.jpg

Un libro consigliato da un’amica, che mi ha piacevolmente sorpreso!

Gli anni è un’autobiografia particolare, in cui l’autrice mescola la propria vita con i fatti del suo tempo. La storia individuale diventa un elemento della storia collettiva dal dopoguerra a oggi e ci sono fotografie che fanno da filo conduttore per questa ricostruzione. Lo sguardo passa dal particolare al generale, per cui sono descritti eventi importanti: la Liberazione, la guerra d’Algeria, il Maggio francese, l’emancipazione femminile, gli sviluppi della politica francese, l’attentato delle Torri gemelle, il problema dell’emigrazione, la difficile integrazione nelle periferie urbane…Le transazioni da un periodo all’altro sono rintracciate anche nel rapporto con le cose: c’era un tempo in cui si desideravano e si conservavano, mentre oggi si consumano velocemente, in una corsa contro l’invecchiamento, che pervade ogni ambito quotidiano.

In questo libro c’è un po’ tutto: il senso di un’epoca, del tempo che passa, la ricerca di ideali, l’importanza delle relazioni umane, la riflessione sul proprio destino e quello degli altri, l’amore, la famiglia…

Ognuno di noi può trovare qualcosa di sé in questo libro, scritto in modo lucido e incisivo.

“Sbarazzarci delle ombre. E mettere via un po’ di vita, salvandoci dalla sparizione futura. Non voglio concentrarmi su una fede, non voglio strizzare l’occhio al lettore, non posso concepire opere che vadano incontro all’opinione pubblica. Scrivere, senza pensare a cosa diranno gli altri: è questo che chiedo. Scrivere nel silenzio della mia casa, sola, per lottare contro la lunga vita dei morti”.

 

Annie Ernaux nasce a Lillebonne nel 1940. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Yvetot, in Normandia. La famiglia è di condizioni economiche modeste, ma Annie riesce a studiare a laurearsi in Lettere Moderne e a diventare insegnante. Esordisce nel 1974 con il romanzo autobiografico “Gli armadi vuoti”. Nel 1984 ottiene il premio Renaudot per “il posto”, libro che la consacra come una delle più importanti scrittrici francesi. Nel 2008 pubblica “Gli anni”, in cui il racconto della sua vita si colloca nel quadro completo degli eventi dal dopoguerra ai giorni nostri. Questo romanzo ottiene vari importanti premi. Nel 2011 esce “L’altra figlia” e “L’atelier noir”, che raccoglie note e riflessioni sulla redazione delle sue opere. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera viene raccolta dall’editore Gallimard in un unico volume della prestigiosa collana Quarto.