ImmagineSi tratta di un romanzo storico-sentimentale, in cui la ricostruzione ambientale è sfumata, di maniera. Ho letto questo libro perchè incuriosita dalla copertina e mi sono ritrovata in una storia accattivante, un po’ scontata: lei bellissima, con vicende familiari sfortunate, lui altrettanto affascinante e infelice, e due coprotagonisti pure loro belli e intriganti. Ovviamente ci sono due storie d’amore che si intrecciano, in una Parigi del 1691 con un Luigi XIV decisamente detestabile.

Mi sono ricordata del personaggio di Angelica, creato dai coniugi Golon, che ha avuto tanta fortuna negli anni ’60: una saga di 15 romanzi, che alcuni stanno rivalutando.
Non ho trovato questo libro particolarmente avvincente.

 

Cinismo femminile

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Le scrittrici donne sanno spesso essere disincantate e un po’ “ciniche” nel rappresentare figure femminili. Quello che accomuna questi due romanzi è appunto il fatto che le protagoniste sono giovani donne “arriviste”, che calpestano i sentimenti di chi sta loro vicino per raggiungere una propria affermazione personale. Sono comunque entrambi romanzi scritti bene, efficaci nell’ambientazione, avvvincenti nella trama.

Maria Zambrano,filosofa visionaria

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Per Maria Zambrano, una delle prime donne spagnole ad intraprendere la carriera universitaria,una filosofa originalissima, pensare significa decifrare ciò che si sente, con un linguaggio rinnovato, libero da condizionamenti. Suggerisce più di quanto non dica e affascina con il suo particolare modo di descrivere la realtà.
“Il chiaro del bosco è un centro
nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune  impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un’anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l’attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell’istante e che mai più si darà così. Non bisogna cercarlo.Non bisogna cercare. È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. E l’analogia del chiaro con il tempio può sviare l’attenzione […] E resta il nulla e il vuoto che il chiaro del bosco dà in risposta a quello che si cerca. Mentre se non si cerca nulla l’offerta sarà imprevedibile, illimitata. Giacché sembra che il nulla e il vuoto – o il nulla o il vuoto – debbano essere presenti o latenti di continuo nella vita umana. E che per non essere divorato dal nulla o dal vuoto uno debba farli in se stesso, debba almeno trattenersi, rimanere in sospeso, nel negativo dell’estasi. Sospendere la domanda che crediamo costitutiva dell’umano. La funesta domanda alla guida, alla presenza che si dilegua se la si incalza, alla propria anima asfissiata dal domandare della coscienza insorgente, alla propria mente cui non si lascia il tempo di concepire silenziosamente, oscuramente anche, senza che quella si interponga per domandare il rendiconto alla schiava ammutolita. E il timore dell’estasi che assale al cospetto della chiarezza vivente fa fuggire dal chiaro del bosco il suo visitatore, che diventa così un intruso…”

Maria Zambrano