Arte al femminile (278)

Inizio un breve percorso dedicato ad alcune pittrici che hanno vissuto una duplice condizione emarginante, in quanto donne e in quanto ebree.

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Amelia Almagià Ambron nasce ad Ancona nel 1877 da una famiglia italo-ebraica. La famiglia è benestante e incentiva l’amore per la pittura di Amelia e delle sue sorelle. Amelia, pittrice di talento si forma alla scuola di Antonio Mancini, pittore romano di ambito verista. La sua vita si svolge tra Roma e Alessandria d’Egitto, prima del matrimonio con Aldo Ambron, che la porta a stabilirsi a Roma.

antonio-mancini-rtiratto-di-amelia-almagia-e-di-aldo-ambron.jpgApprezzata per i luminosi ritratti e per i suoi ariosi paesaggi, è l’indiscusso punto di riferimento di un vivace salotto culturale cui partecipano numerosi artisti tra i quali Marinetti, Giovanni Colacicchi, Mario Tozzi e Mancini stesso. Legata da profonda e fraterna amicizia a Giacomo Balla (protagonista della prima stagione futurista), ospita a lungo il maestro e la sua famiglia nella tenuta di Cotorniano nelle campagne senesi e più tardi, dal 1926 al 1929, a Villa Ambron ai Parioli. Numerose cartoline e lettere inviate da Balla alla famiglia di Amelia documentano l’intenso legame tra le due famiglie.

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Amelia ha tre figli, Emilio, Nora e Gilda, tutti appassionati di arte. Emilio diventerà un artista molto apprezzato. Viaggiatore inquieto tra Europa, Africa e Asia, Emilio sarà nel secondo dopoguerra il portavoce di un ritorno alla classicità e alla figura.

Amelia muore a Roma nel 1960.

Ha vissuto un doppio ruolo ai suoi tempi discriminante: quello di donna – in un’epoca in cui la società è oppressiva per la donna, destinata esclusivamente alla vita domestica e scoraggiata se non addirittura ostacolata nel tentativo di coltivare le proprie aspirazioni e a emergere nell’ambito culturale, settore dove gli uomini sono considerati unici depositari della vera professionalità – e quello di ebrea. La condizione di minorità sociale, invece di diventare un ostacolo, si trasforma in un impulso all’affermazione e all’indipendenza creativa.

Nel 2012 si è avuta a Bologna la mostra “Balla/Ambron. Gli anni Venti tra Roma e Cotorniano”, presso la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro. Nel 2014 suoi lavori sono presenti nella mostra “Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica” presso la Galleria d’arte Moderna di Roma.

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Arte al femminile (277)

Sempre a Philadelphia e nello stesso anno di Katherine Levi Farrell (v.n.276) nasce un’altra importante pittrice, Margaret Lesley Bush-Brown.

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Margaret Lesley Bush- Brown nasce a Philadelphia nel 1857, figlia del geologo Peter Lesley e della riformatrice sociale Susan Inches Lyman Lesley. I suoi primi lavori sono creazioni di modelli geologici per il padre. Suo insegnante è Thomas Eakins, presso l’Accademia di Belle Arti della Pennsylvania: Eakins viene considerato un importante esponente del realismo americano e adotta un metodo d’insegnamento per allora all’avanguardia, tanto da essere costretto a dimettersi per i suoi metodi innovativi. Egli dava molto importanza allo studio del corpo in movimento, permettendo anche alle allieve di frequentare le lezioni di nudo. Nel 1880 (23 anni) Margaret si reca a Parigi e s’iscrive all’Accademia Julian. Nel 1883 è di nuovo negli Stati Uniti e si dedica all’incisione, esponendo suoi lavori. Si mette in contatto con altre artiste, tra cui Elizabeth Boott, Cecilia Beaux (v.n.270) e Mary Franklin, viaggiando con loro lungo la costa orientale degli Stati Uniti. Nel 1886 (a 29 anni) sposa lo scultore Henry Kirke Bush-Brown, trasferendosi a Newburgh, New York. Il marito è famoso per le realistiche, accurate sculture che illustrano episodi della storia americana. Margaret ha tre figli: Harold, James e Lydia, che intraprenderà anche lei, con discreto successo, la carriera artistica. In seguito la coppia si sposta a Washington, dove Margaret lavora come miniaturista e ritrattista. Rimasta vedova nel 1935, si ferma a Washington fino al 1941, per tornare poi in Pennsylvania.

Muore nel 1944 (a 87 anni).

Oltre a esposizioni personali, Margaret ha presentato lavori con il marito, vincendo numerosi premi.

Un ritratto della pittrice, di Ellen Day Hale (v.n.269), è di proprietà dello Smithsonian American Art Museum.

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Una coppia di ritratti, del medico John Murray e Mary Boyles, sono di proprietà del Norfolk e dell’Ospedale universitario di Norwich. Un autoritratto, datato 1914 e attualmente nella collezione dell’Accademia delle Belle Arti della Pennsylvania, è stato incluso nella mostra inaugurale del Museo Nazionale delle Donne nelle Arti, American Women Artists 1830-1930, nel 1987. L’artista ha anche creato un murale, Spring, per il Pennsylvania State Building alla World’s Fair del 1893.

Ritratti e scene di genere sono i temi che sembra prediligere, oscillando tra influssi dell’impressionismo e realismo.

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Arte al femminile (276)

Katherine Levin Farrell nasce a Philadelphia nel 1857. Si laurea alla Philadelphia School of Design for Women. Dal 1880 al 1887 è allieva di Thomas Eakins (insegnante innovativo e realista senza compromessi) presso l’Accademia di Belle Arti della Pennsylvania. Studia anche alla Philadelphia Museum School of Art al Drexel Institute dal 1903 al 1905.

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Durante tutta la carriera ha curato il proprio perfezionamento, studiando e sperimentando, cercando maestri pittori che fossero punti di riferimento.

All’inizio della carriera artistica si è dedicata all’incisione, esponendo suoi lavori a Chicago nel 1893. In seguito esplora altre tecniche come l’acquarello.

Numerose le esposizioni soprattutto a Philadelphia.

I soggetti preferiti sono le “marine”. I suoi quadri sono luminosi e ricchi di atmosfera.

Muore nel 1951.

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Arte al femminile (275)

“L’impressionismo non è solamente una rivoluzione nel campo del pensiero, ma è anche una rivoluzione fisiologica nell’occhio umano. Esso è una teoria nuova che dipende da un modo diverso di percepire la sensazione della luce, e di esprimere le impressioni. Né gli impressionisti fabbricarono prima le loro teorie, e dopo vi adattarono i quadri, ma al contrario, come sempre accade nelle scoperte, furono i quadri nati dal fenomeno incosciente dell’occhio di uomini d’arte che, studiati, dopo, produssero il ragionamento dei filosofi” (Diego Martelli, conferenza di Livorno del 1879).

L’impressionismo fatica a trovare adesioni entusiastiche in Italia sino alla fine dell’800, quando critica e pubblico mostrano un atteggiamento più aperto. La pittura italiana aveva già scelto una propria strada, rappresentata dal movimento dei Macchiaioli, con una pittura più corposa e compatta, ugualmente attenta al valore della luce (v.post n.199).

All’estero invece l’impressionismo trova molti seguaci, come abbiamo potuto già constatare.

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Olga Wisinger-Florian nasce a Vienna nel 1844. Suo padre è consigliere presso l’Ufficio dei Ministri della monarchia degli Asburgo. Inizia a prendere lezioni di pittura a 19 anni, ma frustrata dai propri progressi, che ritiene insoddisfacenti, in seguito alle indicazioni dei genitori si forma come pianista da concerto con il maestro Julius Epstein. Dal 1868 al 1873 ha un discreto successo come musicista, fino a quando un infortunio alla mano la costringe a smettere di esibirsi al pianoforte. Nel 1874 sposa il farmacista Franz Wisinger. A 30 anni Olga ritorna alla pittura e si dedica interamente a essa con la guida prima di August Schaeffer poi di Emil Jackob Schindler. Dal 1881 (a 37 anni) inizia ad esporre regolarmente i propri lavori in esposizioni private e nelle mostre organizzate dalla Secessione Viennese. Si fa notare nelle Esposizioni Internazionali di Chicago del 1893 e di Parigi del 1900, ottenendo numerosi premi e segnalazioni. S’impegna nel movimento femminista del suo paese.

Diventa importante esponente dell’impressionismo austriaco, caratterizzato dalla ricerca del “sublime” nella rappresentazione della natura. In seguito sceglie una raffigurazione più naturalistica del paesaggio, scegliendo colori più cupi e avvicinandosi all’Espressionismo, corrente che tende a esaltare il lato emotivo della realtà, rispetto a quello percepito oggettivamente. .

Muore a Grafenegg, paese nel cuore della Bassa Austria, nel 1926, dopo lunga malattia e un grave disturbo agli occhi che ne blocca l’attività.

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Arte al femminile (274)

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Mary Ella Williams Dignam è un’artista canadese molto importante, perché fonda ed è la prima presidentessa della WAAC ( Women Art Association of Canada).

Nasce a Port Burwell, in Ontario, nel 1857 da Byron Williams e Margaret Ellinor Ferguson. Sin da piccola dimostra segni d’inclinazione artistica. Si racconta che tiri fuori fili di lana colorata dai tappeti per creare immagini. Da ragazzina scambia due libri di testo di latino rilegati in pelle con una scatola di vernici. Gli studi d’arte iniziano a Londra, nell’Ontario e poi presso la locale Western School of Art and Design. Nel 1880 (a 23 anni)sposa John Sifton Dignam, uomo d’affari, esponente di una ricca famiglia impegnata politicamente. Il suo è un matrimonio atipico per il Canada vittoriano, perché Mary riesce a lasciare marito e figli per lunghi periodi per proseguire i suoi obiettivi artistici e professionali. Nel 1886 (29 anni) va a New York, per iscriversi e frequentare l’ Art Student League. In seguito, secondo la tendenza del tempo, si reca a Parigi, per perfezionare la propria tecnica e studiare presso gli atelier di Luc Oliver Merson (pittore di soggetti religiosi e storici, nonché critico d’arte) e Raphael Colin (vicino al movimento simbolista). Visita l’Italia e i Paesi Bassi. Al suo ritorno in Canada fonda il Women’s Art Club, che si evolve in seguito nella WAAC. Scopo della WAAC è sostenere le donne nelle arti e promuovere la conservazione e lo sviluppo dell’artigianato femminile in Canada.

Le attività dell’organizzazione comprendono mostre, conferenze e produzioni teatrali all’aperto. La WAAC insegna la produzione di gioielli, la tessitura, la ceramica e commercializza oggetti come i tradizionali bastoni da caccia franco-canadesi e tappeti all’uncinetto. Mentre allora vi era una chiara distinzione tra Belle Arti e Artigianato, la WAAC considera entrambe come arti in senso lato. Stabilitasi a Toronto, dal 1891 Mary insegna presso la scuola d’arte della città e organizza i primi corsi di arte presso il Moulton Ladies’ College alla McMaster University. Per la prima volta inserisce lo studio del nudo nel curriculum femminile, sino allora severamente vietato e riservato ai pittori maschi, anche se considerato importante per tutti gli artisti. Mary è promotrice con Lady Aberdeen (moglie del Presidente della Camera dei Comuni John Campbell Hamilton Gordon) di una serie d’importanti iniziative, con lo scopo di valorizzare le artiste donne. Nel 1897 conduce la produzione del “Cabot Commemorative State Dinner Service”, 192 pezzi di stoviglie di porcellana, ciascuna dipinta a mano da artiste donne canadesi, e creato per celebrare il 400° anniversario della scoperta del Canada da parte di Giovanni Caboto.

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Nel 1900 (33 anni) organizza la prima mostra d’arte internazionale tutta al femminile, invitando membri della Women’s Art Association e del Women’s International Art Club, presentando 235 opere alla Grafton Gallery di Londra, in Inghilterra.

Le sue opere sono esposte in Canada, a New York, Londra, Parigi, Chicago.

Nonostante sia un’artista molto apprezzata sia in Canada che all’estero, la Royal Society of Art del Canada e la Ontario Society of Artists rifiutano entrambi la sua iscrizione.

Muore a Toronto nel 1938 a 81 anni.

Pioniera del movimento artistico e artigianale femminile del Canada, contribuisce a creare la Società Internazionale di Pittrice e Scultrici, con filiali a Londra, Parigi, Filadelfia, in Pennsylvania e a Melbourne in Australia.

I suoi dipinti raffigurano per lo più paesaggi, scene di genere e nature morte. Usa con altrettanta abilità colori a olio, pastelli e acquarelli. Il suo stile risente dell’influenza dell’impressionismo.

A lei è stata dedicata un mostra retrospettiva a Toronto nel 2000, raccogliendo dipinti prodotti in Italia, Francia, Olanda e ovviamente in Canada, oltre che esempi di pittura con la china.

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Arte al femminile (273)

Durante l’Ottocento la presenza italiana nell’arte subisce un arresto, l’avventura si sposta a Parigi, la città faro dell’Impressionismo. Il nuovo valore attribuito alla natura dalla cultura ottocentesca, le diverse tecniche pittoriche, le sperimentazioni stilistiche comportano una progressiva diminuzione dell’attrazione di Roma e dell’Italia come riferimenti culturali e la rottura con i residui del neoclassicismo. L’osservazione dell’elemento naturale può avvenire infatti nei luoghi suggestivi di ogni paese. Il Gran tour alla scoperta dell’arte italiana perde significato. Roma non è più centrale nel panorama artistico e cresce il richiamo della Francia, che diverrà il nuovo polo artistico mondiale, primato che la capitale francese conserverà fino al Novecento inoltrato, dopo la seconda guerra mondiale, quando la leadership le verrà strappata da New York e dagli Stati Uniti. A Parigi arrivano artisti da tutto il mondo.

Anna Bilinska nasce nel 1857 a Zlotopol, città di frontiera dell’impero russo, al confine con la Polonia. Il padre è un medico polacco. Vive la prima infanzia e la giovinezza nella Russia imperiale, dove il suo primo insegnante d’arte è Michel Elwiro Andriolli, un esiliato. Si reca poi a Varsavia, in Polonia, dove studia musica e arte, diventando allieva di Wojciech Gerson nel 1877 (a 20 anni). Inizia a esporre in questo periodo presso la Società di Belle Arti di Varsavia. Nel 1882 accompagna la sua amica Klementyna Krassowska in un viaggio a Monaco, Salisburgo, Vienna, nel nord Italia e a Parigi, dove si stabilisce. Qui s’iscrive all’Accademia Julian, dove vince un importante premio e insegnerà per un certo periodo. Anna vive in Francia sino al 1892, quando sposa il medico Antoni Bohdanowicz, con cui torna a Varsavia. Qui intende aprire una scuola d’arte in stile parigino per donne, ma si ammala di un problema cardiaco, conseguenza delle febbri reumatiche di cui ha incominciato a soffrire dal 1882 e muore nel 1893 a soli 36 anni.

Anna è conosciuta soprattutto per i suoi ritratti, dipinti con grande capacità stilistica e notevole intuizione artistica. Altri soggetti sono nature morte, scene di genere e paesaggi. La si ritiene una rappresentante del realismo. I suoi lavori si possono ammirare nel Museo Nazionale di Varsavia e nel Museo Nazionale di Cracovia.

Ha partecipato a varie esposizioni: a Varsavia, al Salon di Parigi (vincendo una medaglia d’argento nel 1887), a Cracovia (dove ottiene un diploma onorario), presso la Grosvenor Gallery di Londra (1888), a Lione, presso la Royal Academy di Londra (dove nel 1890 le è assegnata una medaglia d’oro). Riceve una menzione ufficiale e una medaglia d’oro nell’Esposizione Universale di Parigi del 1889 e un’altra medaglia d’oro le viene consegnata nell’Esposizione Universale di Berlino.

Di questa artista rimane uno stupendo autoritratto eseguito nel 1887, che ci presenta una donna di una bellezza intensa e grande semplicità.

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Arte al femminile (272)

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Anna Klumpke nasce a San Francisco (California) nel 1856: il padre, John Gerald (di origine inglese) è un ricco agente immobiliare, la madre è Dorothea Mattilda Tolle, donna amante della cultura. Anna è la maggiore di 8 figli, 5 dei quali vivono fino alla maturità, fatto raro a quei tempi. Tra i fratelli ci sono personalità che diverranno importanti: la sorella Dorothea sarà un’astronoma, Julia una violinista, Augusta una neurologa. I genitori hanno una mentalità aperta e curano molto l’istruzione anche delle figlie. Anna a 3 anni cade e si frattura il femore, a 5 anni cade di nuovo e si ammala di osteomielite e artrite purulenta al ginocchio: malattie dolorose e invalidanti. La madre fa di tutto per trovare un rimedio e va a Berlino, per sottoporre la figlia al trattamento di un medico famoso. La cura dura 18 mesi e sfortunatamente non ha successo, per cui Anna rimane zoppicante per tutta la vita. Durante i mesi trascorsi in Germania la madre si preoccupa che la figlia continui a ricevere un’istruzione adeguata.

Quando Anna ha 15 anni i genitori divorziano. La madre si trasferisce con i figli in Germania, a Göttingen (Bassa Sassonia), presso una sorella. Anna viene iscritta in una scuola a Cannstatt, distretto di Stoccarda. La famiglia poi si sposta a Clarens, vicino al lago di Lugano, in Svizzera, quando Anna ha 17 anni: qui rimane due anni in collegio. Appassionata di arte, Anna studia privatamente negli anni successivi. Nel 1877 la famiglia trasloca a Parigi, dove Anna s’iscrive all’Accademia Julian, perfezionando le competenze artistiche. Trascorre molte ore copiando dipinti nel Musée du Luxembourg. Presenta la prima opera al Salon di Parigi nel 1884 (a 28 anni). Vince all’Accademia un premio come miglior studente dell’anno. Dopo aver esposto al Salon per diversi anni, va a Boston, dove svolge l’attività d’insegnante. Nel 1889 torna a Parigi.

Sin dall’infanzia Anna è affascinata dalla figura della pittrice francese Rosa Bonheur (v.n.172), tanto da avere una bambola, Rosa, a lei somigliante. Nel 1889 (a 33 anni) può finalmente conoscere Rosa Bonheur, con il pretesto di fare da interprete a un mercante di cavalli. Le due donne simpatizzano e nasce una fitta corrispondenza. Nel 1897 Anna scrive alla Bonheur, chiedendole di poterle fare un ritratto. Rosa risponde di essere a sua disposizione per il dipinto, ma di non sopportare lunghe sedute. Durante la preparazione del ritratto le due artiste hanno modo di parlare di arte, di letteratura, di raccontare aneddoti, di discutere di religione e moralità, trovando tra loro parecchie affinità. Tra la quarantenne e già affermata pittrice e la settantaseienne Rosa scatta la scintilla. «Siete abbastanza decisa per impegnarvi a non lasciarmi mai?», le chiede l’anziana pittrice. «Sì, certamente e potete essere sicura che rispetterò religiosamente la mia parola», risponde l’altra. Le due donne vanno a vivere insieme nella tenuta dell’artista francese a Thomery, vicino a Fontainebleau e la loro relazione dura sino alla morte della Bonheur nel 1899. La madre di Anna aveva espresso sensate perplessità sull’unione: «Non sei fatta per fare la dama di compagnia, vivere in campagna e alla sua ombra danneggerà la tua carriera, hai bisogno di lavorare in una grande città» aveva scritto alla figlia. Anna le aveva risposto: «Se mi accorgerò di aver sbagliato, tornerò a Boston. Con l’esperienza acquisita insieme con un’artista che è così famosa negli Stati Uniti, troverò di sicuro dei ritratti da fare. Potrò anche aprire un corso per ragazze».

Anna eredita la tenuta della Bonheur, supervisiona la vendita delle sue opere, fonda il premio Rosa Bonheur alla Società degli Artisti Francesi e organizza il museo dedicato alla compagna nel palazzo di Fontainebleau. Essendo una scrupolosa diarista, pubblica nel 1908 una biografia della Bonheur, che viene pubblicata solo nel 1998, in quanto la relazione è giudicata scandalosa.

Anna si divide tra Boston, San Francisco e la Francia, stabilendosi definitivamente a San Francisco negli anni ’30. Durante la prima guerra mondiale, con sua madre, organizza nella casa di Thomery un ospedale militare per soldati convalescenti.

Nel 1940, all’età di 84 anni, pubblica un’autobiografia, “Memorie di un’artista”. Muore nel 1942 a San Francisco.

Pittrice di genere, spesso rappresenta scene pastorali, ma diventa famosa anche come ritrattista.

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