Arte al femminile (302)

Nella Svezia del XIX secolo (come negli altri stati europei) le uniche professioni accessibili per una donna istruita sono quelle di dama di compagnia, governante, istitutrice o insegnante in una scuola privata per ragazze. Solo nel 1842 le bambine sono incluse nel sistema obbligatorio dell’istruzione primaria. L’istruzione secondaria femminile si sviluppa solo alla fine dell’’800. Seguono importanti riforme parlamentari, a favore dei diritti delle donne, per adeguarsi all’evoluzione dei tempi: pari diritti di eredità, pari diritti nel commercio, permesso di accesso all’insegnamento nelle scuole pubbliche, libero accesso alle professioni di assistenza medica, presso gli uffici postali e telegrafici. Seguono poi la possibilità di diventare medico e l’apertura delle Università Queste riforme fanno della Svezia un paese all’avanguardia nel percorso per la parità di genere. Nascono le prime organizzazioni delle donne, per favorire la partecipazione alla vita pubblica. Molte associazioni, nate inizialmente come enti caritatevoli, assumono un ruolo importante nella difesa delle donne nelle varie situazioni familiari e lavorative. Gli intellettuali e gli artisti sostengono questa politica di emancipazione femminile. Nascono anche associazioni filantropiche per favorire lo sviluppo artistico delle città.

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EVA BONNIER nasce a Stoccolma nel1857 in una famiglia d’ importanti editori. Studia pittura dapprima privatamente, poi s’iscrive alla Royal Swedish Academy of Arts di Stoccolma. Se reca a Parigi a 26 anni, seguendo la prassi ormai consolidata per cui tutti gli artisti devono prima o poi far tappa in questo centro dell’arte internazionale. Affronta l’esperienza parigina con l’amica Hanna Hirsch-Pauli, compagna di studi. Entrambe frequentano l’Accademia Colarossi. Ottiene qualche riconoscimento per i quadri esposti al Salon. Tornata in Svezia a 32 anni, lavora attivamente, soprattutto facendo ritratti. Dal 1900 si ferma la sua attività artistica e inizia la sua opera filantropica. Avendo ereditato una cospicua ricchezza, crea una fondazione per l’abbellimento di Stoccolma, acquistando dipinti e sculture per luoghi pubblici e istituzioni, come la Biblioteca Nazionale, l’Università e varie scuole pubbliche.

Inizia a soffrire di grave depressione e si toglie la vita nel 1909, a 51 anni, a Copenaghen, gettandosi dalla finestra dell’albergo in cui è alloggiata.

Suoi dipinti si trovano nel Museo Nazionale di Stoccolma.

I suoi quadri rivelano grande sensibilità e delicatezza di tocco.

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Arte al femminile (301)

Nel’Ottocento sono molte le artiste da riscoprire: in questo periodo, seppur sempre poche rispetto agli uomini, esse danno grande contributo al mondo artistico, diventandone spesso protagoniste.

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Thérèse Schwertze nasce ad Amsterdam nel 1851. Figlia del pittore di origine americana Johan, riceve da questi i primi insegnamenti sulle tecniche pittoriche. Ha un’educazione anticonvenzionale, che risente della cultura americana della famiglia. Acquisisce audacia e perseveranza e si convince che il suo destino sia quello di diventare una pittrice, in grado di mantenersi con il proprio lavoro. Queste idee sono in contrasto con i principi del tempo, per cui per le donne delle classi medie è impraticabile pensare a un’autonomia professionale ed economica. Dopo gli studi presso un’Accademia locale, si reca a Monaco di Baviera per perfezionarsi. Come tutti gli artisti del tempo, nel 1879, a 28 anni, si reca a Parigi, allora centro fondamentale di ricerca artistica. Nella capitale francese affluiscono continuamente artiste da tutta Europa: la città è la destinazione d’arrivo di una sorta di Grand Tour di formazione, che ha precedentemente toccato altri centri. Per molte pittrici provenienti dal Nord, come Thérèse, una classica tappa intermedia è Monaco. Sebbene al di fuori delle istituzioni ufficiali, per le donne è possibile condurre qui una vita piuttosto libera, frequentando atelier di pittori importanti. Giunta a Monaco ignorando il permanere di veti accademici, Thérèse non si perde d’animo. Senza professori, senza studio, senza modelli gratuiti, sacrifica i propri introiti familiari per procurarsi tele, colori e modelli. Lavora così accanitamente che artisti famosi s’interessano a lei e le danno consigli. Tornata ad Amsterdam diventa membro di una società artistica. Conquistata una certa reputazione, espone sia nelle principali città europee che negli Stati Uniti. A 33 anni torna a Parigi e presenta i suoi quadri al Salon annuale.

Si specializza nei ritratti, particolarmente apprezzati per il disegno, il vigore dei movimenti e la qualità del colore.

Si sposa a 55 anni con Anton van Duyl. Rimane vedova nel 1918 e questo per lei è un duro colpo, che mina la salute già compromessa. Muore pochi mesi dopo il marito.

Un suo autoritratto si trova nel Corridoio Vasariano, collegato alla Galleria degli Uffizi di Firenze, mentre altri lavori sono nel Rijksmuseum di Amsterdam.

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Arte al femminile (300)

Nel 1875 Vittorio Emanuele II invia in Marocco una delegazione (su invito del Console lì presente) di cui fanno parte, oltre a esponenti dell’esercito, lo scrittore Edmondo De Amicis e i due pittori Stefano Ussi e Cesare Biseo. Questa esperienza lascia tracce nel libro “Marocco” (1876) del De Amicis, una specie di diario di bordo, e nelle tele degli artisti.

Nell’Italia del secondo Ottocento dilaga la fantasia verso l’Oriente, come è già avvenuto nella Francia del ‘700, dopo la spedizione di Napoleone in Egitto. Gli artisti sono sedotti dagli harem, dagli hammam (complessi termali per i lavaggi rituali), dalle colorate città del Magreb, dai deserti popolati da beduini e cammelli. Anche i romanzi di avventura sono popolati di racconti in mondi orientali o illustrati con immagini d’ispirazione giapponese.

La passione per l’Oriente invade in questo periodo il teatro e la musica (L’Aida di Verdi è del 1871), l’architettura e l’arredamento.

La pittura risente ovviamente, come le altre forme artistiche, di questo interesse.

A Roma troviamo la pittrice Maria Martinetti, che tratta spesso soggetti orientali.

Maria Martinetti Stiavelli nasce a Roma nel 1864.

Si accosta alla pittura da dilettante, perfezionandosi in seguito con Gustavo Simoni, di cui segue privatamente gli insegnamenti. Il Simoni, dopo avere viaggiato parecchio in Africa (Algeria, Tunisia e Marocco), ha fondato a Roma una scuola di pittura orientalista.

Maria tratta soggetti orientali, paesaggi e scene di genere, che esegue soprattutto all’acquerello.

Sposa Giacinto Stiavelli critico d’arte e scrittore, e i due coniugi diventano tra i protagonisti della vita culturale e mondana della Roma umbertina.

Il marito nel “Libro dell’anima”, raccolta di versi (pubblicato a Bologna dalla Zanichelli nel 1900) le fa questa tenera dedica “A Maria Martinetti artista la valorosa compagna della mia vita” e fa riferimento a lei in molte poesie.

Maria partecipa alle esposizioni internazionali di Roma del 1883 e del 1893 e a quella di Venezia del 1887. Dal 1888 espone più volte con la Società degli Amatori e Cultori delle Belle Arti e dal 1891 con l’Associazione degli Acquarellisti. Dagli anni ’90 intensifica l’attività dedicandosi soprattutto al ritratto e realizzando illustrazioni per L’Avanti della Domenica. Nel 1901 e nel 1902 partecipa alle mostre del gruppo “In Arte Libertas”.

Nel 1904 è presente all’Esposizione italiana “Italian Exhibition Earl’s Court” di Londra, organizzata dalla Camera di Commercio Italiana della città.

Muore a Roma nel 1921(?).

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Arte al femminile (299)

I nuovi movimenti artistici che caratterizzano la Parigi dell’Ottocento si accompagnano al persistere di un gusto accademico, cui sono legati artisti di valore. Louise Abbema è una di questi ed è questo legame con la tradizione che la fa un po’ dimenticare dagli studiosi d’arte, quando l’accademismo viene ritenuto un limite.

Louise Abbema nasce a Ètampes (cittadina a sud ovest di Parigi) nel 1853. La sua è una ricca famiglia parigina, aperta al mondo dell’arte. Inizia a dipingere adolescente e a 15 anni segue corsi privati presso importanti artisti del tempo. Appassionata di teatro dipinge attori e attrici della Comédie Francaise.

Importante l’incontro con Sarah Bernhardt. Il rapporto tra la pittrice e la grande attrice suscita parecchi pettegolezzi e si parla di una relazione amorosa tra loro. Esse dominano con la loro personalità la scena culturale parigina della fine del XIX secolo. Beneficiano della mentalità tollerante della Francia di allora. Pur essendo ai margini della società, in quanto donne e in quanto artiste, raggiungono entrambe un livello di successo e fama impensabile. Le loro personalità stravaganti ed eccentriche tengono i “riflettori” accesi su di loro.

Louise dipinge a 18 anni il suo primo ritratto della Divina Sarah, che espone al Salon di Parigi nel 1876, a 23 anni. Ottiene un successo immediato e l’opera rende famosa la pittrice, che da quel momento diventa la ritrattista ufficiale dell’attrice, ricevendo un’ondata di commissioni da clientela ricca e alla moda. Non è solo il suo famoso soggetto a portarla al successo, perché Louise ha una personalità affascinante: è sfacciata, fuma sigari, indossa abiti da uomo, è colta e vivace. Rimane amica della Divina sino alla morte di quest’ultima nel 1923.

Louise espone regolarmente al Salone degli artisti francesi sino al 1926, ricevendo apprezzamenti dalla critica. Diventa una personalità molto conosciuta e frequenta attori, attrici, aristocratici, politici, personalità di corte e giornalisti.

Lavora per diverse riviste d’arte e illustra il libro “Il mare” di René Maizeroy.

Diventa abile stampatore, scultore e designer. Scrive per riviste artistiche, illustra settimanali femminili e locandine di vario tipo.

Frequenta il salotto di Madame Madaleine Lemaire, il più brillante e affollato dell’alta borghesia dell’epoca. Marcel Proust, nel suo libro “Il salotto di Madame de…” (ed. La vita Felice) così descrive questa dama: “era una donna alta, energica, dalle sopracciglia arcuate, capelli non tutti suoi, molto belletto, un abito da sera cosparso di lustrini che sembrava indossato di gran furia all’ultimo momento e i residui di una passata bellezza”.

Louise diventa nota per i ritratti di dame dell’alta società, rappresentate con uno stile intensamente espressivo, pennellate leggere e rapide. Dipinge anche pannelli e murales che ornano importanti edifici pubblici cittadini. Usa la tecnica dell’acquarello e della pittura a olio.

Altri temi preferiti per i suoi dipinti sono le scene di genere, in pura tradizione accademica, e composizioni floreali.

A 53 anni viene insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Légion d’onore.

Muore a Parigi a 74 anni.

Suoi lavori si trovano al Museo d’Orsay di Parigi e al National Museum of Women in Arts di Washington.

Je veux” (Io voglio) il motto stampato sulla sua carta da lettere e il principio che ha guidato tutta la sua vita.

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Arte al femminile (298)

Il nord Europa, come ho già avuto modo di osservare, presenta nell’Ottocento pittrici di grande interesse. Spesso queste artiste hanno poca fiducia in se stesse e si affidano a uomini che valgono meno di loro, come nel caso di Marianne von Werefkin.

Marianne Von Werefkin è una straordinaria figura di donna, rappresentativa del proprio tempo. Quando si innamora di un pittore, che vale meno di lei, si convince di dover vivere in funzione del proprio compagno e abbandona la propria attività. Purtroppo la sua è una fiducia mal riposta e le fa perdere anni preziosi per la sua carriera.

Questa pittrice nasce a Tula, nella Russia zarista, nel 1860. Il padre è un generale e la madre pittrice. Marianne ha due fratelli. La famiglia è benestante e aperta alla cultura, per cui Marianne può seguire le proprie attitudini. Il talento artistico innato viene subito riconosciuto e incoraggiato dai genitori. A 20 anni studia a San Pietroburgo presso la bottega del pittore Ilya Repin, uno dei principali pittori realisti della Russia del tempo. Seguendo i suoi insegnamenti ritrae ambienti di campagna e rappresenta le difficili condizioni del popolo. Raggiunge una perfezione tale nella pittura realista da guadagnarsi l’appellativo di “Rembrandt russa”. A 28 anni si ferisce alla mano destra durante una partita di caccia: questo la costringe a cambiare la propria tecnica pittorica. S’interessa alle avanguardie e in particolare alle opere di Munch, di cui apprezza la forza espressiva.

A 32 anni la sua vita ha una svolta: conosce Alexej von Jawlensky, ex ufficiale russo naturalizzato francese, che ha aspirazioni come pittore. Marianne è convinta di avere trovato l’amore della sua vita e lo aiuta nelle sue ambizioni. Quando il padre di Marianne muore, lasciandole una piccola fortuna, lei si trasferisce con Jawlensky a Monaco di Baviera. Il suo compagno abbandona la carriera militare e i due si stabiliscono a Schwabing, il quartiere degli artisti. Il loro moderno appartamento diventa luogo di ritrovo di pittori, scrittori, rivoluzionari, musicisti, ballerini, filosofi: un salotto artistico di cui lei è incontrastata animatrice. Qui si dibattono temi della cultura simbolista, ci s’ interessa di psicanalisi e si teorizza “un’arte dell’emozione”, in contrasto con l’accademismo. Marianne cerca di valorizzare le opere del compagno, sacrificando il proprio talento. Riprende a dipingere dopo i 40 anni, aderendo all’espressionismo. Diventa amica di Kandinsky e di Gabriele Munter.

Viaggia parecchio. Va a Venezia, in Normandia, a Parigi, in Bretagna, in Provenza, interessata a una concezione del colore come veicolo di luce e a una pittura ridotta alle forme essenziali.

Durante la prima guerra mondiale viene espulsa dalla Germania, perché cittadina russa, e si rifugia in Svizzera, inizialmente a Zurigo. Le sue disgrazie non finiscono qui, perché in seguito alla rivoluzione russa perde sia la cittadinanza che i propri beni. Si guadagna da vivere disegnando manifesti pubblicitari.

Jawlensky la tradisce ripetutamente, ma Marianne lo perdona, sino alla relazione di quest’ultimo con la cameriera Héléne, da cui ha un figlio. Nel 1918 i due si lasciano e Marianne si stabilisce ad Ascona, sempre in Svizzera. Dopo che Marianne lo ha mantenuto e aiutato per decine di anni, nel 1922 Jawlensky sposa Héléne.

A 64 anni Marianne intensifica la propria attività e fonda il gruppo Orsa Maggiore.

Vive in solitudine ad Ascona, sino alla morte nel 1938, a 78 anni.

Il carisma e il talento di Marianne hanno iniziato solo recentemente a occupare il posto che meritano nei manuali di storia dell’arte.

La prima mostra monografica dedicata in Italia a questa artista si ha a Reggio Emilia nel 2001.

Ad Ascona si trova la Fondazione Marianne Werefkin, che raccoglie documenti e opere lasciati dall’artista alla sua morte.

Le sue opere sono estremamente espressive e ha un uso del colore che colpisce per la vivacità e l’intensità dei toni.

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Arte al femminile (297)

Nell’Ottocento, soprattutto nella seconda metà del secolo, il numero di donne artiste si centuplica. Parigi si riempie di giovani provenienti dalle parti più disparate d’Europa (soprattutto dai paesi del Nord, dove le artiste donne sono molto numerose) e dagli Stati Uniti. La capitale francese, cuore pulsante della cultura europea, accoglie artiste talentuose, tra le quali alcune destinate a restare nella storia..

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Venny Soldan-Brofeldt è un’altra importante pittrice finlandese. Nasce a Helsinki nel 1863, da padre svedese e madre tedesca. Il padre è direttore della Zecca della città. La lingua madre è svedese. La sua è una famiglia numerosa. Il padre scopre presto in lei doti artistiche e la incoraggia in tutti i modi. Venny frequenta la scuola tedesca a Helsinki poi a Viborg. S’iscrive alla scuola di disegno della Finnish Art Association, si reca poi a San Pietroburgo e a Parigi, seguendo un percorso caratteristico per gli artisti finlandesi. Troviamo anche lei nell’Accademia Colarossi, aperta alle donne. Viaggia in Spagna e Italia, alla scoperta dell’arte classica.

A 28 anni sposa lo scrittore Juhani Aho, con cui fa vita itinerante, sino alla nascita del primogenito. Vivono per qualche anno in un paese finlandese, Klakke. Pare che il marito abbia avuto una storia con la sorella di Venny, Tilly, mentre Venny era impegnata all’estero per lavoro. La coppia si trasferisce per un periodo in Tirolo, a Venezia e poi a Firenze, essendo Juhani Aho finito nella lista nera del governo, per i suoi scritti. Juhani Aho è membro del gruppo “Giovane Finlandia” e partecipa alle lotte sociali e politiche per opporsi alla dominazione russa in Finlandia.

Venny diventa molto attiva nei movimenti a sostegno delle donne. Continua a esercitare la propria professione, anche dopo la nascita di due figli, contrariamente a quanto succede alle donne sposate del tempo.

I temi preferiti dei suoi dipinti sono bambini e scene di paesaggi marini. Oltre alla pittura, si appassiona al disegno di gioielli, a sculture in legno e carta. Cura illustrazioni per libri per l’infanzia. Non pare interessata ai movimenti radicali del tempo e il suo è un naturalismo realistico.

Muore a Lohja nel 1945.

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Arte al femminile (296)

L’arte al femminile trova nell’Ottocento grande fervore nei paesi nordici e in Francia, mentre in Italia è difficile trovare gruppi di artiste che solidarizzino tra loro o facciano parte di circoli artistici. Quello delle pittrici italiane sembra un lavoro solitario o svolto in ambito domestico, se si appartiene a una famiglia di artisti professionisti.

In Italia il movimento di emancipazione è lento rispetto agli altri paesi europei industrializzati. Il Codice di Famiglia del 1865 ad esempio sancisce che le donne non possano esercitare la tutela sui figli, né essere ammesse ai pubblici uffici, e, se sposate, la gestione delle loro rendite spetta al coniuge. Soggette alla patria podestà, con il matrimonio passano sotto la podestà del marito.

Le donne in Italia sono preferite come soggetti dei quadri che come realizzatrici degli stessi. (v. La figura della donna nell’arte dell’Ottocento, mostra interessante presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano).

Molto difficile è per un’artista italiana uscire allo scoperto, mettendo in gioco se stessa e le proprie opere.

Dedico pertanto ancora un po’ di attenzione a questo mondo nordico che per me è una novità.

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Ellen Thesleff nasce a Helsinki nel 1869, primogenita dei cinque figli di Alexander ed Emilia Mathilda Sanmark. Il padre è appassionato d’arte e pittore dilettante. Incoraggia la figlia, che prende lezioni private da ragazza e a 18 anni s’iscrive all’Accademia di Belle Arti Finlandese. La sua è una famiglia di musicisti ed Ellen studia anche canto e pianoforte. A 22 anni, come altri artisti finlandesi, si reca a Parigi e s’iscrive all’Accademia Colarossi, una delle poche che accetti anche donne artiste. Il resto della sua vita Ellen lo trascorre tra Finlandia, Francia e Italia. In Italia si reca per la prima volta a 25 anni. Allora l’Italia era meta di artisti interessati alle molteplici opere d’arte del passato (soprattutto del Rinascimento) e alla bellezza dei paesaggi. A Firenze impara le tecniche dell’incisione su legno e produce eleganti xilografie.

Inizialmente Ellen si collega al movimento simbolista, passa poi all’espressionismo, sotto l’influenza dei maestri francesi. La scoperta delle opere di Kandinsky influenza il suo uso dei colori, arricchendo la tavolozza di verdi, blu e violetti. Curiosa e aperta alle novità, rimane innovativa durante tutta la carriera, che dura oltre sessant’anni.

Dedica la propria vita completamente all’arte.

Partecipa a numerose mostre nazionali e internazionali: nell’esposizione del 1949 a Copenaghen ottiene vasto successo di critica.

Elemento centrale delle sue opere è la natura, in particolare i paesaggi caratteristici dell’Italia e della Finlandia, ma crea anche opere allegoriche. Dipinge nature morte, ritratti, autoritratti, temi legati alla musica e alla danza.

Particolari le sue visioni grigie e opache di persone e paesaggi.

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Alcuni quadri che riproducono paesaggi del posto in campagna, dove la sua famiglia ha una casa, rivelano la conoscenza dell’arte giapponese, che ha potuto studiare a Parigi.

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Muore a Helsinki nel 1954, a 85 anni.

Sue opere si trovano al Museo d’Arte di Helsinki e in quello di Kuopio (caratteristica cittadina finlandese).

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