Donne indomabili

Viaggio di una parigina a Lhasa      alex2nuns_web

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“Viaggio di una parigina a Lhasa” è una specie di “diario di bordo”, in cui la protagonista racconta la storia vera del proprio avventuroso viaggio in Tibet, per giungere (prima a farlo) a Lhasa, città allora proibita agli stranieri. Alexandra sfida tutto e tutti per realizzare un progetto personale, superando difficoltà di ogni genere, in un ambiente quasi impossibile. Dopo otto lunghi mesi di marcia, partendo dalla Mongolia e attraversando il Tibet, giunge alla meta nel 1924, travestita da mendicante sporca, lacera, trasandata. Un racconto d’avventura da cui emerge con chiarezza la personalità di una donna straordinaria, la cui vita è di per sé un vero romanzo.

Alexandra David- Néel nasce a Saint- Mandé, nei dintorni di Parigi nel 1868 in una famiglia benestante, discendente di Jacques-Louis David, pittore prediletto da Napoleone. I genitori sono attempati per quei tempi: Louis ha 53 anni, è un libero pensatore, repubblicano, iscritto alla loggia massonica; la madre Alexandrin, di 38 anni, belga, è invece bigotta, conservatrice, con velleità e abitudini salottiere. Il padre, cui è molto legata, è un insegnante che ha partecipato alla rivoluzione del ’48 e si occupa di giornalismo politico. Alexandra si trasferisce con la famiglia a Bruxelles all’età di 7 anni, viene iscritta in una scuola calvinista, ma si ammala per la severità e le restrizioni di questo pensionato. Viene poi sistemata nel convento di Bois Fleuri, dove rimane per completare gli studi. L’attitudine al viaggio, la voglia di fuga e il senso di libertà caratterizzano Alexandra fin da piccola. A 18 anni fugge in bicicletta, va in Spagna, s’imbarca per l’Inghilterra e vi rimane sino a quando ha esaurito le risorse monetarie. Anticonformista, s’interessa a problematiche sociali, femminismo e tematiche esistenziali.

Ben presto, grazie ai viaggi e alle conoscenze con personalità interessanti, Alexandra entra nel circuito di esoteristi e occultisti dell’epoca. Nel 1892 s’ iscrive alla Società Teofisica, poi a quella Pitagorica, e inizia a studiare le discipline iniziatiche ed esoteriche che la portano lontano, col cuore e con la mente. Un viaggio in India la folgora, la incanta e la segna profondamente nell’animo. A malincuore deve tornare in patria, a causa di problemi economici.

Musicista (suona il pianoforte con maestria) e cantante piacevole, non si perde d’animo e si dà alla carriera artistica che la conduce a Tunisi, dove diventa direttrice del teatro della città. Qui conosce il futuro marito, Philip Néel, che la sostiene nell’ attività di scrittrice, articolista e saggista. Purtroppo l’attività artistica che la stanca, la vita matrimoniale minata dalla gelosia, la morte del padre, la personalità inquieta e lo spirito vagabondo la portano verso una forma di depressione. Decide di partire nel 1911, alla volta della Cina, del Giappone, dell’India e del Nepal, dopo aver avvertito il marito con una veloce lettera.

Numerose sono le persone che incontra e che arricchiscono il suo sapere, soprattutto conosce Yongden, piccolo Lama, che diventerà suo figlio adottivo. Studia incessantemente le arti e il sapere misterico d’Oriente, apprende la lingua sancrita, approfondisce gli studi di filosofia. Il marito le chiede invano di tornare, ma la sostiene comunque economicamente. Finalmente, nel 1924, riesce a entrare a Lhasa – città sacra d’Oriente – travestita da pellegrina.

Nel 1925 Alexandra torna in Francia, famosa e insignita della Légion d’honnoeur. Dopo qualche mese si separa dal marito e pubblica i suoi libri più famosi: Nel paese dei briganti gentiluomini, Viaggio di una parigina a Lhasa, Mistici e maghi del Tibet. Si trasferisce, assieme a Yongden, in una casa fatta costruire appositamente a Digne (Provenza).

Nel 1937 è di nuovo in viaggio: torna in Cina, dove resta a lungo. Appresa la notizia della morte del marito, torna in patria nel 1947 e resta nella sua casa di Digne assieme a Yongden, che muore nel 1955, causandole un dolore profondissimo. Yongden è stato infatti per anni il fedele compagno di avventure. Nonostante tutto continua a lavorare: scrive, cerca, esplora, viaggia. Centenaria si fa rinnovare il passaporto e vuole tornare in Oriente. Nel 1969, a 101 anni, muore: il suo corpo viene cremato e le sue ceneri vengono donate per sempre al fiume Gange, realizzando il suo ultimo sogno.

Chi viaggia senza incontrare l’altro, non viaggia, si sposta.”

“Siamo come onde che vivono e rivivono”

Non bisogna mai fermarsi sulla strada della conoscenza, va molto più in là del punto in cui poggia il piede dell’esploratore.

Davanti a donne come queste ci si può solo inchinare con rispetto!

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Arte al femminile (29)

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Nel XVIII° secolo solo le donne ricche o nobili possono accedere ad un minimo di formazione culturale. Le capacità artistiche (musica e pittura soprattutto) sono considerate più come doti che agevolano la vita in società, che come elementi che portino a una specifica attività “pubblica”. Poche le donne che riescono a lavorare in un atelier e ci riescono in genere per legami con qualche artista famoso. Non fa eccezione alla regola l’artista che presento oggi, anche se è innegabile la qualità dei suoi lavori. Nel ‘700, senza la protezione di un familiare, le donne artiste sono considerate di facili costumi o comunque soggette a vari pregiudizi.

Marie-Suzanne Giroust nasce nel 1734 a Parigi, dove trascorre tutta la propria vita. È figlia di Berthélemy, gioielliere della corona e di Marie Suzanne Leroy, di famiglia benestante. Rimasta orfana in giovane età, viene adottata da parenti. I beni ereditati dai genitori le permettono di studiare arte, di cui è appassionata, dapprima come allieva di Maurice Quentin de La Tour (specialista nei ritratti a pastello) e poi di Joseph-Marie Vien (considerato il padre del neoclassicismo francese e marito della pittrice Marie-Therese Reboul). Le tecniche pittoriche di Vien influenzano le sue modalità stilistiche, soprattutto per quanto riguarda l’”inquadratura” dei soggetti e l’eleganza formale. Marie-Suzanne diventa pittrice ufficialmente conosciuta dal 1750. Nel 1752 incontra il pittore svedese Alexander Roslin, di cui si innamora e che sposa nel 1759, nonostante l’opposizione dei parenti, ai quali è sgradito perché povero e di religione protestante. Questo amore contrastato si conclude felicemente per l’intervento del conte de Caylus, estimatore di Roslin. La coppia ha sei figli: tre femmine e tre maschi.

La pittrice entra nell’Accademia di Pittura e Scultura nel 1770, ma non ci sono informazioni su di lei riguardo attività all’interno di questa struttura. Espone al Salon, collegato all’Accademia, sicuramente per le indiscutibili doti, ma, considerando il periodo, la spinta del marito, diventato molto famoso, è determinante.

La sua specialità è la pittura a pastello e Roslin la giudica più brava di lui. Il marito le fa parecchi ritratti: molto famoso è quello della “Dama col velo”, esposto a Stoccolma, in cui Marie ha uno sguardo tra il timido e il malizioso e in cui si evidenzia la sua indiscutibile bellezza. Il re di Francia fornisce ai due artisti, che stima molto, un appartamento personale al palazzo del Louvre.

Muore nel 1772, in giovane età (38 anni), come avviene di frequente a quei tempi.

Maestra nell’uso dei pastelli, si specializza nei ritratti, di particolare interesse per l’uso del colore, vibrante di luci e ombre. Molto valente è anche nella miniatura, allora in voga come elemento decorativo. Dal XIV° secolo la miniatura è utilizzata non solo per decorare le lettere iniziali dei manoscritti, ma il termine viene usato per indicare dipinti di forme ridotte, fatti anche per decorare gioielli (v. medaglioni), o piccoli oggetti di pregio (v. tabacchiere ecc.), di gran moda nel ‘700.

Arte al femminile (28)

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La rivoluzione culturale dell’Ottocento e dei primi del Novecento si può maggiormente apprezzare se facciamo un passo indietro e ricordiamo alcune artiste meno note, ma significative, vissute tra ‘700 e ‘800, che hanno preparato il cambiamento e hanno aperto la strada all’ingresso delle donne nel mondo artistico in senso lato. Ovviamente le note biografiche relative a queste pittrici sono piuttosto scarne, ma rimangono i loro pregevoli lavori, sparsi in musei di tutto il mondo. Una caratteristica ricorrente è (come più volte rilevato), che queste donne vengono introdotte nell’ambiente artistico perché figlie di…mogli di…allieve di… Solo gli artisti inseriti nella Reale Accademia di Pittura e Scultura hanno l’opportunità esclusiva di mostrare le loro opere al Salon di Parigi, la più importante esposizione europea del periodo. Alle donne non è permessa l’iscrizione a tale Accademia: solo alla fine del ‘700 se ne possono accettare solo 4, dopo dura selezione. Ovviamente i legami familiari o le relazioni sociali con artisti uomini sono cruciali nel determinare le opportunità per le donne di formarsi ed inserirsi nel “sistema” dell’arte. Solo dopo la Rivoluzione francese il Salone viene aperto a tutti.

Marie Therese Reboul nasce nel 1728. È allieva e poi moglie del pittore Joseph- Marie Vien, personaggio importante, direttore dell’Accademia di Francia a Roma. Marie diventa membro dell’Ancienne Academie de Peinture di Parigi nel 1754: le sue opere sono apprezzate da personaggi importanti, come Caterina II di Russia, che ne acquista un considerevole numero, ora presente nel Museo Hermitage.Muore nel 1805.

I temi prediletti dei suoi dipinti sono nature morte, fiori, animali, che anticipano alcuni elementi stilistici dell’800. Su commissione dipinge ritratti, che si caratterizzano per la cura dei particolari e l’attenzione alle espressioni dei volti.

Le modalità stilistiche sono quelle del neoclassicismo: attenzione alla mitologia, al rigore delle forme, all’arte antica. La sua modernità si manifesta però nei quadri legati al “quotidiano”, in cui si dimostra libera da schemi e più “vera”.

Quelle “Dodicirighe” che sono attimi di vita…

coverUn racconto apparentemente autobiografico, in cui ognuno può ritrovare momenti, emozioni, amori, situazioni…della propria vita. Scrittura che in poche parole, solo quelle necessarie, riesce a cogliere l’importanza di ogni momento, nello scorrere dei nostri giorni, anche di quelli apparentemente banali. Un libro scritto benissimo, che lascia un’impressione di “freschezza” e fa provare simpatia per il protagonista, indefinito, ma così profondamente “umano”.

Dodici righe possono essere sufficienti per esprimere un concetto, per rievocare amori perduti, descrivere passioni intense, rimpianti, gioie, per ricordare il miracolo di una nuova vita o la preziosità di un’amicizia. Dodici righe bastano per raccontare, per dire ciò che si desidera arrivando dritti al cuore della questione, tralasciando il superfluo, dando importanza alle parole vere, quelle che conducono il messaggio dritto nell’animo di chi legge. “Dodicirighe” ci offre una raccolta di pensieri, ci racconta momenti di vita vissuta, condensati in poche parole, sapientemente dosate, che riescono a emozionare, invitare alla riflessione, regalare sorrisi e coinvolgere nel pathos della situazione. “Dodicirighe” è un manuale di vita, un compendio dell’anima.

Un giallo particolarissimo!

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Amélie Nothomb nasce nel1967: figlia di un diplomatico, di antichissima e nobile famiglia belga, trascorre l’infanzia a Kobe in Giappone, frequentando la scuola locale, il che le permette di acquisire completa padronanza della lingua giapponese. «Io parlo il franponese», scrive nella prima parte della sua biografia. Trascorre l’infanzia e la giovinezza in vari paesi dell’Asia e dell’America. In Cina è iscritta alla piccola scuola francese locale: sono anni difficili per la complicata situazione politica. A Pechino la famiglia deve stare in una specie di ghetto per stranieri, San Li Tun. A New York frequenta il liceo francese e si appassiona alla danza classica, che pratica per breve tempo. “Tra i 15 ed i 17 anni smisi di mangiare, il corpo sparisce poco a poco, assieme all’anima”: l’esperienza influenza la produzione letteraria e viene descritta in Biografia della fame. Tutto è legato al disagio dell’esperienza in Bangladesh, dove smette di frequentare la scuola, che segue per corrispondenza e si “ciba” esclusivamente di libri. Qui si palesa il forte attaccamento per la sorella maggiore, «unica compagna della mia adolescenza» (“vivevamo in simbiosi…”). A 17 anni torna in Europa con la famiglia e si stabilisce a Bruxelles, dove si sente «tanto straniata quanto straniera». Qui si laurea in filologia classica alla Libera Università di Bruxelles, dove però non riesce ad integrarsi. A 21 anni torna in Giappone, terra da lei incondizionatamente amata. Si stabilisce a Tokyo, dove studia di nuovo il giapponese, «langue tokyoïte des affaires»: assunta in una enorme azienda giapponese, vive un’esperienza durissima (da traduttrice è declassata a pulire i servizi igienici), che racconta in seguito nel libro Stupore e tremori, che riceverà il Grand Prix du Roman dell’Accademia francese. Alla fine di questa devastante esperienza, rientra in Francia e propone il manoscritto di uno dei suoi romanzi a una solida e storica casa editrice. Si tratta di Igiene dell’assassino, che esce il primo settembre del ’92 e conquista subito folle di lettori. Alcuni critici si rifiutano di credere che questo romanzo sia stato scritto da un’ esordiente di 25 anni. Come ha raccontato in numerose interviste, scrive da quando aveva 17 anni e con assoluta regolarità, per almeno quattro ore al giorno, preferibilmente al mattino presto, dalle 4 alle 8, bevendo numerose tazze di tè nero fortissimo. A questo ritmo produce alcuni romanzi l’anno fra i quali sceglie quello da pubblicare, che esce regolarmente in Francia. Le sue manie e abitudini ne hanno fatto un personaggio riconosciuto e amato come una pop star: veste regolarmente di nero, al massimo con qualche tocco di rosso, indossa bizzarri e imponenti cappelli, non usa tecnologia e scrive a mano, su quaderni che porta sempre con sé. Ha un’intelligenza e uno spirito acutissimi che rendono le sue (non frequenti) apparizioni televisive un piacere. Ha sinora pubblicato 21 romanzi, tradotti in vari paesi del mondo.

“Mi chiedono perché ho scelto di scrivere. Io non l’ho scelto. È la stessa cosa che innamorarsi. Si sa che non è una buona idea e uno non sa come ci è arrivato, ma quanto meno deve provarci. Gli si dedica tutta l’energia, tutti i pensieri, tutto il tempo. Scrivere è un atto e, come l’amore, è qualcosa che si fa. Non se ne conoscono le istruzioni per l’uso così si inventa perché necessariamente devi trovare un mezzo per farlo, un mezzo per riuscirci.”

COSMETICA DEL NEMICO è un racconto particolare, ambientato interamente nella sala d’aspetto di un aeroporto. La vicenda dura poche ore, durante le quali un quarantenne bello, ben vestito, di successo, Jerome Angust, si scontra dialetticamente con un coetaneo brutto, gracile, Textor Texel, che inizialmente sembra solo un rompiscatole in vena di chiacchiere a vuoto. Si sviluppa così un racconto giallo dall’esito imprevisto, che capovolge le certezze iniziali. Continui i colpi di scena, così come le riflessioni e i ragionamenti sul male presente in noi e nella vita. Il titolo è tratto dalla semantica della parola “cosmetica”: «La cosmetica è la scienza dell’ordine universale, la morale suprema che determina il mondo», dice Texel, «Non è colpa mia se gli estetisti hanno recuperato questa parola ammirevole». Un thrilling che mette a confronto coscienza e rimozione, in uno stringente dialogo, in cui si inseriscono profonde riflessioni sulle modalità dell’amore e sulla distruzione dell’oggetto di questo amore. Molto originale!

Arte al femminile (27)

Interior of Alexandre Denis Abel de Pujol's studio       660,chauffer-maisonthe-oath-of-the-horatii-jacques-louis-david-1350740778_thumb

Dopo aver parlato di pittrici diventate famose oltre oceano, ritorno in Europa e riparto dall’Ottocento, un secolo di importanti conquiste per le donne: la richiesta insistente di riforme scolastiche, la richiesta del suffragio femminile (che esploderà all’inizio del secolo successivo), l’inserimento nel mondo del lavoro e una presa di coscienza della propria condizione sociale rendono le donne più consapevoli di sé e delle proprie potenzialità. Anche in campo artistico emerge la coscienza del valore personale, pur con tutte le contraddizioni legate alle differenze di genere. Le donne sono però ammesse solo nelle Accademie di Svezia e Francia.

La pittrice ucraina Marie Bashkirtseff (1858-1884), scrive in un articolo sul giornale della Sociètè du droit des femmes:

“Ci domanderete, con indulgente ironia, quante grandi artiste donne ci sono state.
Eh! Signori, ce ne sono state e questo è stupefacente,
viste le difficoltà enormi che esse incontrano (…).
Non solo si ostacolano gli studi femminili con comportamenti gotici,
non solo le si esclude dalla scuola di stato, ma esse non possono
accedere ai corsi di anatomia, di prospettiva, di estetica ecc.”.

 Marie Louise Grandpierre- Deverzy nasce a Tonnerre, in Borgogna, nel 1798. Pochissime le indicazioni sulla sua storia personale. Si sa che si trasferisce a Parigi e ha come maestro Abel de Pujol, pittore di soggetti storici, originario di Valenciennes. Questi le permette di lavorare nel suo atelier, anche in presenza di modelle nude, fatto considerato allora disdicevole per una donna e vietato alle pittrici. Lo studio del pittore è uno dei soggetti preferiti da Marie. Più giovane del suo maestro di 13 anni, lo sposa dopo venti anni (lui era già sposato e aveva un figlio), all’età di 58 anni, nel 1856. Ha il suo debutto al Salon del 1822 con Lo studio di Abel de Pujol: espone regolarmente sino al 1855. La sua è una pittura narrativa, i cui soggetti sono tratti dalla storia e letteratura europea contemporanee, da romanzi storici, dalla mitologia. Ha una predilezione per gli interni, con grande attenzione ai dettagli. Nel 1828 riceve una medaglia d’argento dalla Società degli Amici dell’Arte di Cambrai, episodio per allora abbastanza singolare. Per anni affianca Pujol nel suo lavoro e lo sostituisce sovente nell’insegnamento. Muore a Parigi nel 1869.

Pare che un suo ritratto sia rappresentato dalla signora in blu, nella parte sinistra della riproduzione dello studio di Pujol.

Integrazione difficile…”L’omonimo”

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In un momento difficile, in cui l’intolleranza per gli immigrati si fa particolarmente sentire, questo libro aiuta a riflettere sulle difficoltà, le tensioni interiori e le sofferenze di chi si sradica dalla propria terra.

Ashoke Ganguli, una notte d’ottobre, in India, si salva miracolosamente dal deragliamento del treno su cui viaggia grazie al libro che sta leggendo, Il cappotto di Gogol. Sette anni più tardi, emigrato in America con la giovane moglie, chiama Gogol il primogenito. Gogol trova insulso e fastidioso il proprio nome, così come il legame dei genitori con le tradizioni familiari: c’è un conflitto generazionale e uno scontro di valori che porta il giovane a cambiare nome e a staccarsi dalla famiglia. Diverse sono le prospettive con cui padre e figlio guardano la nuova patria. L’idea del romanzo ruota attorno al tema attualissimo del confronto tra due culture contrapposte: quella americana in cui i figli degli immigrati si trovano a proprio agio e quella indiana, che non si può rinnegare, ma che blocca i genitori, che cercano amicizie e supporto tra connazionali, risultando loro incomprensibile il nuovo sistema di vita. Gogol e la sorella Sonia sono già degli ABCD, “American-born Confused Deshi”, indiani disorientati nati in America, bilingui perfetti, anche se capaci solo di parlare e non di scrivere il bengalese, turisti nell’India in cui si recano due volte all’anno a trovare i parenti aspettando con ansia il momento di tornare a “casa”. La morte del padre rimette tutto in discussione. La figura che nella storia dimostra più cuore e vitalità è la madre di Gogol, Ashima, chiamata continuamente a mediare i contrasti domestici.

Un bel libro, profondo, ricco di dettagli su molti usi, costumi e ricette bengalesi.

Sei ancora giovane. Libero ”disse con un gesto enfatico delle mani. “Fatti un favore. Prima che sia troppo tardi, senza stare a pensarci, molla tutto e gira il mondo più che puoi. Non te ne pentirai. Un giorno sarà troppo tardi.”

“Mio nonno dice sempre che ci sono i libri, per questo” disse Ashoke, cogliendo l’occasione per aprire il libro che aveva in mano. “Viaggiare senza muovere un dito”.

Nilanjana Sudeshna ( chiamata da tutti Jhumpa, nome onomatopeico che dovrebbe imitare il rumore della pioggia) Lahiri nasce in Inghilterra nel 1967 da genitori bengalesi e trascorre l’infanzia e la giovinezza negli Stati Uniti. Parte come scrittrice con la raccolta di racconti brevi “L’interprete dei malanni” nel 1999 (premio Pulitzer per la narrativa nel 2000). Scrive il romanzo “L’omonimo” nel 2003 e da questo la regista Mira Nair trae il film Il destino del nome. Si trasferisce a Roma per due anni per studiare la lingua italiana, di cui è appassionata. Nel 2013 esce il nuovo romanzo “ La moglie”, che copre quarant’anni di storia, due continenti e i destini completi di tre personaggi. Nel 2014 è chiamata a far parte della giuria della Mostra del Cinema di Venezia. È presidente del President’s Committee on Arts and Humanities, nominata dal presidente Obama. Viene considerata da The New Yorker uno tra gli scrittori che lasceranno il segno nel nuovo secolo.