Arte al femminile (128)

Nel ‘700 le colonie americane erano meta di un costante flusso di immigrati alla ricerca di migliori condizioni di vita, data la grande disponibilità di terra e di occasioni di lavoro e un grado di libertà religiosa senza paragone per quei tempi. Lo sviluppo demografico era intenso, tanto che gli abitanti passarono da meno di 300.000 agli inizi del XVII secolo a 1.700.000 nel cinquantennio successivo. Nel 1790, conquistata l’indipendenza, sarebbero diventati 4 milioni. Le élites intellettuali mantenevano un forte rapporto di dipendenza dalla cultura europea, ma erano in grado di esprimere una propria spiccata originalità.La pittura testimonia queste evoluzioni.

Eunice Pinney nasce nel 1770 in un’influente famiglia del Connecticut. I genitori, Eunice Viets ed Elisha Griswold, provengono da emigrati inglesi che hanno fatto fortuna in America. I Viets e i Griswold sono famiglie ricche e influenti nella città di Simsbury e nella Chiesa Episcopale. Eunice è la quinta degli otto figli sopravvissuti della coppia. Viene educata in modo severo e le viene data una buona istruzione: dimostra grande passione per la lettura e la pittura. Nel 1789 sposa Oliver Holcomb di Granby, che muore giovane, annegato nel tentativo di guadare un torrente durante un viaggio in Ohio. Il matrimonio pare comunque che non sia stato felice e che la coppia si sia separata prima dell’evento luttuoso. Oliver beveva, era dedito al gioco d’azzardo: quando perdeva tornava a casa di pessimo umore e abusava della moglie. Dall’unione sono nati due figli, Ettore e Sophia Holcombe. Nel 1797 Eunice sposa Butler Pinney di Windsor e si trasferisce a Simsbury. Da questo secondo matrimonio nascono tre figli: Norman, Viets Griswold e Minerva Emeline.

Eunice muore a Simsbury all’età di 79 anni.

Eunice inizia a dipingere dopo il secondo matrimonio, a 39 anni, e si distingue nella tecnica dell’acquarello: la maturità le permette di essere coraggiosa e fiduciosa nel proprio lavoro. Autodidatta, sceglie come soggetti paesaggi, ritratti, allegorie, racconti storici e religiosi. I suoi lavori sono caratterizzati da equilibrate composizioni architettoniche, robuste figure, contorni forti e colori vivaci. I suoi quadri diventano a volte base per incisioni popolari inglesi e per illustrazioni di racconti.

Oltre che in collezioni private, importanti esempi della sua produzione si trovano nella National Gallery of Art di Washington e nel Museo d’Arte American Folk di New York.

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Arte al femminile (127)

La vita abbatte e schiaccia l’anima e l’arte ti ricorda che ne hai una.
(Stella Adler, New York 1901-1992, importante attrice e insegnante di recitazione).

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Adéle rom o Marie Jeanne Romanée nasce a Parigi nel 1769. Figlia illegittima del marchese Goddefroy de Romance, capitano della guardia e di Jeanne-Marie Mercier Bernardine, donna maritata, viene riconosciuta dal padre e legittimata nel 1778. Allieva di Jean-Baptiste Regnault, diventa famosa per le miniature e i ritratti. Nel 1790 sposa il miniaturista Francois Antoine, da cui ha una figlia, Aglaé-Aimée. Dopo il divorzio, nel 1793, ha due figli illegittimi da due padri differenti: Louise-Lucie da Charles Gabriel Francois Cosnefroy de Saint-Ange, e Edmond-Jules da Ignace Benjamin Feline. Espone le sue opere nel Salone di Parigi nel periodo 1793-1808 firmandole Rom e nel 1808-1833 sotto il nome di Romanee. Le sue opere presentano scene mitologiche e storiche, ma viene maggiormente apprezzata per i ritratti di attori (che raffigura nei costumi di scena) e musicisti. Fa ritratti anche a personaggi celebri del tempo, come Voltaire. Muore a Parigi nel 1846.

Un suo autoritratto con la famiglia è stato venduto da Christie nel 2008 in un’asta a Parigi, riportando interesse per il suo nome, rimasto per anni dimenticato. La più importante collezione delle sue opere si trova presso la Comédie-Francaise. Si distingue per lo stile preromantico, il talento nel colore e il virtuosismo nel rendere i differenti tessuti.

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Arte al femminile (126)

Per le donne della nobiltà del ‘700 la pittura è spesso un passatempo, al pari del ricamo, della musica e di altre attività considerate “minori”. Alcune però hanno un vero talento, che rimane circoscritto all’ambito familiare o dei conoscenti. Richard Steele, saggista inglese, in linea con i principi del tempo, così definisce la donna: “Una donna è figlia, sorella, moglie e madre, una semplice appendice della razza umana”. Quello inglese è un Illuminismo di compromesso, in cui alla razionalità intellettuale classica si unisce una vena di sentimentalismo tipicamente inglese, che si evidenzia nei dipinti, soprattutto nei paesaggi.

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Elizabeth Sutherland nasce a Leven Lodge vicino a Edimburgo nel 1765, unica figlia di William Gordon, 18° duca di Sutherland e di Mary Maxwell. Succede al padre nel 1766, diventando ufficialmente contessa di Sutherland. I genitori purtroppo la lasciano orfana poche settimane dopo il suo primo compleanno. Accudita dalla nonna, Lady Alva, trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Edimburgo. Nel 1779 si trasferisce a Londra. Nel 1785 sposa George Leveson Gower, con cui ha quattro figli. Quando il marito viene trasferito a Parigi come ambasciatore nel 1790, Elizabeth lo segue e i due coniugi cercano di aiutare i reali di Francia in un momento per questi particolarmente difficile. Arrestati durante la rivoluzione francese, riescono con difficoltà a tornare in Inghilterra nel 1792. Elizabeth, nonostante l’esperienza vissuta in Francia, si distingue per il modo con cui amministra le sue terre, che cerca di far rendere al massimo, senza riguardo per i suoi lavoranti, tanto da avere la reputazione di donna crudele. In particolare si rende responsabile dello sfollamento della popolazione gaelica dai luoghi d’origine, quando molti villaggi scozzesi sono spopolati per far posto agli allevamenti di pecore di razza Cheviot, di dimensioni maggiori rispetto alle pecore comuni. Elizabeth affida l’amministrazione dei suoi fondi a Patrick Sellar, un avvocato assunto come fattore incaricato del miglioramento fondiario delle sue terre. Costui si arricchisce enormemente mettendo a ferro e fuoco interi villaggi e pare sia responsabile e istigatore di omicidi. Il nome di Elizabeth figura in varie ballate del tempo come persona amante del lusso e insensibile. Figura di spicco nella società londinese, ha un salotto frequentato da reali, nobili e politici di primo piano, sia inglesi sia stranieri. Pittrice di talento, rappresenta su tela paesaggi da lei amati, come le isole Orcadi e la costa nord-est della Scozia. Usa sia l’acquarello che la pittura a olio, dimostrando particolare abilità. I suoi lavori vengono esposti a Londra tra il 1805 e il 1807.Muore nel 1839 a 73 anni.

Donna di grande bellezza, è stata più volte ritratta e un suo busto si trova alla Galleria degli Uffizi di Firenze (opera di Lorenzo Bartolini, scultore neoclassico).

I contorti luoghi della mente…

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Un romanzo particolare in cui le tortuosità della mente s’intrecciano al reale, in un noir psicologico molto intenso. I “deserti luoghi” sono le creazioni della mente o effetti di potere sciamanico? Dietro una porta blindata, nascosta da un vecchio arazzo, si trova la “sala gialla”, dove nulla entra del mondo esterno. In questo luogo quasi magico uno dei protagonisti, Leandro, evoca paesaggi illusori, ma vividi, in quello che viene chiamato il “Gioco”. La storia prende avvio dalla scomparsa di Olga Misurati, una donna di quarantasette anni, che sembra sparita nel nulla. Il portiere del palazzo, preoccupato, rintraccia un lontano parente, che cerca di capire che cosa sia accaduto. L’appartamento è deserto: Olga ha lasciato solo una valigia aperta, come se stesse per partire per chissà dove, e un diario, dove racconta i suoi ultimi mesi. Solitaria, trascurata, Olga ha dedicato tutta la vita al fratello, Leandro, con cui vive nella grande casa di famiglia. Dopo la morte della madre, devastata dalla depressione, il padre si è rifatto una vita in Australia. Olga accudisce il fratello disabile e quasi cieco, risvegliatosi per miracolo da un coma durato dieci anni. Il fratello è in grado di ricreare nella “sala gialla” situazioni fantastiche, collegate a paesaggi di romanzi. Attorno al Gioco ruotano realtà misteriose: la vera natura del rapporto tra Olga e Leandro, il trauma subito da Olga adolescente, la fine di Michela, la domestica, e del figlio di quest’ultima…

Silvana Gandolfi nasce a Roma nel 1940. Inizia l’attività di scrittrice rivolgendosi al pubblico dei bambini: nel 1992 esce il libro d’esordio, La scimmia nella biglia. Dopo il successo ottenuto con questo libro, continua a pubblicare romanzi per la collana Gl’Istrici della Salani. Nel 1994 vince il Premio Cento con Pasta di drago. Nel 1996 vince il premio Andersen, come migliore autrice italiana per ragazzi. Nello stesso anno ottiene ancora il Premio Cento con Occhio al gatto. Ha scritto novelle, romanzi d’amore, racconti per la radio. Divide il suo tempo tra i viaggi e la scrittura. Alterna soggiorni a Venezia, a Roma e in un piccolo albergo alle Seychelles. A 75 anni debutta con un affascinante romanzo per adulti, I più deserti luoghi.

“Un giorno, molto tempo fa, durante una conversazione mi sentii definire da un caro amico come una “estroversa mancata”. L’etichetta mi stava a pennello, ma era soprattutto in quel “mancata” che mi riconoscevo. D’improvviso vedevo solo tutto quel che non avevo fatto e che non ero stata. Questo ritratto in negativo era così insopportabile che mi sentii obbligata a svilupparlo in forza positiva. Come? Interpretando la Realtà (per me molto ostica) attraverso l’Immaginario. Protetta da questo scudo formidabile sono arrivata pian piano a colmare la mia esistenza con la scrittura di libri per bambini, coi viaggi solitari in paesi lontani, con la psicoanalisi junghiana, insomma con tutti i fascinosi richiami dei miei personali altrove. Trasmettere pensieri emozioni e fantasie attraverso i romanzi ha significato per me essere a contatto con gli altri, far parte del mondo. Forse questo è uno dei motivi che mi ha portato a scrivere un libro per adulti: confidare anche a loro qualcosa di me, una parte nascosta nel profondo, quel nucleo quasi sconosciuto che tutti noi ci portiamo dentro e che è il nostro codice segreto d’identità.”

Arte al femminile (125)

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L’autoritratto di Marie-Geneviève Bouliard (1792) ci mostra una donna dalla testa inclinata e dallo sguardo dolce, che sembra invitare al dialogo. In questo dipinto si manifestano la grazia e la capacità di empatia dell’artista. In un altro autoritratto Marie si rappresenta come Aspasia, importante simbolo per le donne in cerca di autodeterminazione. Aspasia, compagna di Pericle, maestra di filosofia e retorica, vissuta nel V secolo, ha influenzato l’arte e la politica ateniese del tempo.

Marie Genevieve Bouliar - Aspasia, 1794 at National Museum of Women in the Arts Washington DC

Marie Genevieve Bouliar – Aspasia, 1794 at National Museum of Women in the Arts Washington DC

Marie-Geneviève Bouliard nasce a Parigi nel 1763. Si sa ben poco della sua vita: è figlia unica di un designer di moda dell’epoca. Rivela una vocazione precoce per l’arte. Frequenta i laboratori di Joseph Suvée, di Jean-Baptiste Greuze e di Joseph Duplessis. Da quest’ultimo apprende l’arte di rappresentare i tessuti, in cui Duplessis è maestro. Molta influenza su di lei ha Jean-Joseph Taillasson. Non si sposa e si dedica totalmente all’arte. Il suo autoritratto, dal titolo Aspasia, realizzato nel 1794, è esposto nel 1795 nel Salone di Parigi, dove riceve un premio d’incoraggiamento. Specializzatasi in ritratti, lavora parecchio anche durante il periodo della rivoluzione, come dimostrano i catologhi del Salon degli anni 1791-1817. Muore a Bois d’Arcy nel 1825.

Il suo Ritratto di un’attrice, probabilmente Mlle.Bélier, è incluso nel libro Women Painters of the World (1905).

I suoi ritratti comunicano umana simpatia per i soggetti e sono generalmente informali e semplici nella presentazione.

Sue opere si trovano presso il Museo delle Belle Arti di Nantes, nel Museo di Arras, al Museo Carnavalet (Museo della storia di Parigi), nel Norton Simon Museum di Pasadena (California) e in collezioni private.

Adélaïde Binart, épouse Aexandre Lenoir  *oil on canvas  *82 x 62 cm  *ca. 1796

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Arte al femminile (124)

L’Illuminismo apre la strada ad alcune donne intraprendenti, con nuove prospettive di inserimento nel sociale. In Italia domina un notevole conservatorismo, mentre in Francia e nei paesi anglosassoni vi è maggiore apertura, almeno in apparenza.

Amelia Farnborough nasce nel 1762, figlia maggiore di Sir Abraham Hume di Wormleybury, Hertfordshire. Il padre è artista dilettante e collezionista d’arte. La madre è Amelia, figlia di John Egerton, vescovo di Durham. Sin da ragazza dimostra notevoli doti artistiche e viene mandata in Italia, per completare la formazione classica. Sposa nel 1793 Charles Long, barone di Farnborough (Hampshire) dal 1826. Con il marito acquista una casa di campagna nel Kent, che ingrandisce e migliora sulla base dei propri disegni. Crea uno splendido giardino, ammirato e citato in numerose riviste. Questo luogo diviene la fonte principale dei suoi schizzi. Ai suoi tempi acquista fama come critica d’arte, esperta in giardini all’italiana e coltivazioni arboree, oltre che come pittrice. Pare sia stata l’allieva prediletta di Thomas Girtin, vedutista specializzato nella tecnica dell’acquarello. La sua vita è poco conosciuta: si sa che ha vissuto per lo più a Bromley Hill Place nel Kent. Espone all’Accademia Reale dal 1807 al 1822. Muore nel 1837. Si dice che il marito si sia ammalato gravemente in seguito allo shock per la morte della moglie: muore l’anno dopo, nel 1838.

Notevoli i suoi acquarelli e gli schizzi a matita.

Luzarches. A Market Scene in a French Town null Amelia Long (Lady Farnborough) 1772-1837 Purchased as part of the Oppé Collection with assistance from the National Lottery through the Heritage Lottery Fund 1996 http://www.tate.org.uk/art/work/T09068

Near Ashridge null Amelia Long (Lady Farnborough) 1772-1837 Purchased as part of the Oppé Collection with assistance from the National Lottery through the Heritage Lottery Fund 1996 http://www.tate.org.uk/art/work/T11626

Trees in a Wood, Norbury Park null Amelia Long (Lady Farnborough) 1772-1837 Purchased as part of the Oppé Collection with assistance from the National Lottery through the Heritage Lottery Fund 1996 http://www.tate.org.uk/art/work/T11627

Chelsea null Amelia Long (Lady Farnborough) 1772-1837 Purchased as part of the Oppé Collection with assistance from the National Lottery through the Heritage Lottery Fund 1996 http://www.tate.org.uk/art/work/T11628

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Arte al femminile (123)

C’è chi, anche nel periodo più turbolento della Rivoluzione francese, cerca uno stile di vita più tranquillo: miniature e ritratti rimangono molto popolari e rappresentano questa ricerca di normalità. Per le donne artiste la vita rimane complicata, come dimostra la vicenda di Constance Mayer.

imagesConstance Mayer, pittrice parigina, per molti anni convivente di Pierre Paul Prud’hon, un artista più noto di lei, che spesso firma le opere di entrambi, pone fine tragicamente alla propria vita tagliandosi la gola con il rasoio del compagno il 26 maggio 1821. Questa tragica figura di donna nasce nel 1775 a Chauny, in Piccardia, figlia di un funzionario governativo. La bambina è frutto della relazione tra Peter Mayer, aristocratico di origine sassone, sposato e padre, e Marie-Francoise Lenoir, bella ragazza, che gestisce un negozio di raffinata biancheria. La situazione viene regolarizzata dopo 15 anni, quando muore la moglie di Mayer e questi può sposare Marie-Francoise, riconoscendo ufficialmente la figlia illegittima. Constance passa l’infanzia nel negozio della madre e viene poi messa in un convento parigino sino al 1789, per ricevere una buona educazione. Avendo manifestato un talento promettente per la pittura, viene incoraggiata dalla madre a curare questa attitudine. Studia pittura con Joseph-Benoit Suvée e Jean- Baptiste Greuze, artisti affermati. Si specializza in ritratti di donne e bambini, scene familiari, autoritratti e miniature. Nel 1801 espone al Salon un proprio autoritratto con il padre, cui è molto legata. Lavora nello studio di Jacques-Louis David, adottando sotto la sua guida uno stile più diretto e semplice. Dal 1802 studia con Pierre-Paul Prud’hon, che in questo periodo vive una difficile situazione familiare. La moglie di Prud’hon, depressa e alcolizzata, viene internata in un manicomio, in seguito a crisi isteriche dettate dalla gelosia e i cinque figli sono affidati in custodia al padre. Constance fa da assistente a Prud’hon e lo aiuta nell’accudire i figli. I due cercano di nascondere la propria relazione, chiamandosi pubblicamente monsieur e mademoiselle, perché l’adulterio è pubblicamente condannato, anche se ampiamente praticato. Questa situazione dura sino al 1821, quando muore la moglie di Prud’hon: prima di morire la donna si fa promettere da Prud’hon che non si sarebbe più sposato. L’uomo, per pietà o per rimorso, accetta il giuramento. Constance si aspetta che il pittore la sposi, dopo che l’ha assistito per anni, come amante, come collaboratrice, come governante. Incline alla depressione, quando capisce che Prud’hon non ha alcuna intenzione di regolarizzare la sua posizione, decide di uccidersi in modo cruento. Il pittore morirà due anni dopo. Dopo questi drammatici fatti, i figli di Prud’hon cercano di cancellare le tracce di Constance, che non ha eredi: eliminano il suo nome dalle sue opere e le collocano sul mercato attribuendole al padre. Un paziente lavoro di ricerca ha permesso dopo molti anni di ridare a Constance il giusto onore.

Sue opere si trovano all’Ermitage e in collezioni private.

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