Arte al femminile (44)

Viene normalmente definita “barocca” l’espressione artistica che va dalla fine del ‘500 sin quasi al ‘700. All’interno di questo movimento artistico vi sono varie correnti: quella della cosiddetta “pittura di genere”, quella classicistica e quella orientata a una ricerca sociale e veristica. Il Barocco è espressione delle inquietudini politiche e dei drammatici contrasti religiosi del tempo, esprime l’ansia di soluzioni sempre nuove, proprie di una società che ha perso molte certezze e in cui è da ritenersi ormai superata la concezione rinascimentale dell’uomo quale centro dell’universo.

Nel Seicento l’arte è fortemente condizionata dalla Chiesa, che rimane uno dei massimi committenti delle opere d’arte, che usa per affascinare e convincere i fedeli. L’osservatore deve essere stimolato e coinvolto e all’artista è concesso di esprimersi in forme libere, aperte e variamente articolate pur di raggiungere l’obbiettivo. L’arte è un importante strumento di propaganda religiosa. Anche le donne si adeguano alle richieste del tempo e molteplici i soggetti di carattere religioso.

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Rimanendo sempre nell’ambiente napoletano, ricordiamo Diana de Rosa (detta Dianella o Annella), figlia del pittore Tommaso e di Caterina dei Mauro, e sorella (secondo alcuni nipote) del pittore Giovan Francesco (Pacecco). Nasce nel 1602: nel 1610 la madre rimane vedova, si risposa nel 1612 con un altro pittore, Filippo Vitale. Diana ha nel patrigno il primo maestro di pittura, prima di entrare nella bottega del grande caposcuola Massimo Stanzione. Si dice che sia “cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, anche modella”. Anche le sue sorelle Lucrezia e Maria Grazia sono molto belle, tanto che le tre fanciulle sono soprannominate le “tre Grazie napoletane”. Appellata da tutti come “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, diventa la discepola preferita, tanto che questi permette alla ragazza, copiando i bozzetti, di dare i primi colpi di pennello a quelle tele che poi lo Stanzione completa e firma. Nel 1626 si sposa con Agostino Beltrano, un allievo anche lui di Massimo Stanzione: non un matrimonio d’amore certamente, che sanziona comunque una collaborazione artistica tra i coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuisce notevolmente all’affermazione del marito.

Diventata pittrice famosa, non volendo che la propria arte sia relegata nell’ambito dei salotti, riesce ad ottenere l’ordinazione di due dipinti da collocare nella chiesa della Pietà dei Turchini (uno rappresentante la nascita e l’altro la morte della Vergine). Il successo è tale che altri pittori, rosi dall’invidia, mettono in giro la voce che in realtà i dipinti siano opera del maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto. Riguardo ai rapporti con lo Stanzione si crea una leggenda. De Dominici (pittore e storico dell’arte di epoca tardo barocca) racconta che Annella, allieva di Massimo Stanzione, sia pupilla del maestro, il quale si reca spesso da lei, anche in assenza del marito, per controllarne i lavori e per elogiarla. Una serva della pittrice, che più volte è stata redarguita dalla padrona per la sua impudicizia, incollerita, riferisce il fatto al marito, ingigantendo i dettagli della benevolenza dimostrata dal «Cavaliere» verso la discepola, scatenando la gelosia di Agostino. Questi, accecato dall’ira, sguainata la spada, spietatamente avrebbe trafitto al petto la moglie. A seguito di questo episodio il Beltrano, pentito dell’enormità del suo gesto ed inseguito dall’ira dei parenti di Annella, si sarebbe rifugiato prima a Venezia e poi in Francia dove sarebbe vissuto molti anni prima di ritornare a Napoli. La leggenda è contraddetta dai documenti ufficiali sulla morte dell’artista. Secondo questi Diana muore di malattia nel 1643, dopo una vita di successi professionali, che le permettono di lasciare ai figli una discreta somma di denaro.

Annella di Massimo si può definire una “pittrice senza opere“, perché di lei si conoscono pochissime opere certe, forse perché le sue tele sono andate distrutte in un incendio del 1638, oppure perché collaborava attivamente alle opere di Beltrano e di Stanzione, ma senza completarle, o forse perché all’epoca non era usuale che le donne firmassero quadri.

Ad Annella vengono attribuiti da alcuni studiosi dipinti che si trovano nel Museo Diocesano e nella chiesa della Pietà dei Turchini a Napoli.

Il talento le scorreva nel sangue, cullato durante tutta la vita dall’esempio di artisti partenopei caravaggeschi, che sullo sfondo di una pittura barocca, esaltavano i toni realisti, naturalisti e tenebristi del grande Maestro.

La potenza del colore e il naturalismo sono tratti caratteristici della scuola dello Stanzione, da cui è stata ovviamente influenzata.

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Arte al femminile (43)

Nel XVI secolo la produzione artistica ha ormai completato il passaggio da arte meccanica ad arte liberale, è divenuta incontro tra materia ed intelletto: l’idea che l’artista ha in mente si traduce nella forma materiale. L’artista si affranca dalle corporazioni medievali, esce dall’ambito della bottega artigianale, gode di agiatezza e considerazione sociale ed intellettuale. Il Manierismo poi intellettualizza sempre di più il mestiere di pittore: l’idea nella mente dell’artista è considerata quasi una scintilla divina. La cultura dell’epoca apprezza nella donna il talento artistico che però viene considerato avulso dalla concezione di “professione” in senso lato.

Nell’Italia meridionale, dove la condizione femminile è ancora più dominata che altrove da pregiudizi sociali, riesce ad emergere qualche figura solitaria di grande rilievo.

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A Napoli, la prima artista che Bernardo de Dominici ricorda nelle sue Vite de’pittori, scultori e architetti napoletani, è Mariangiola Criscuolo. Nata all’incirca nel 1548 dal pittore Giovan Filippo Criscuolo o da Giovan Angelo Criscuolo (forse lo zio), di lei sembra parli uno sconosciuto manoscritto, di cui fa menzione lo stesso de Dominici. La biografia di Mariangiola, “appare costruita su di una serie di topoi della letteratura biografica sulle artiste donne, dall’educazione artistica entro le mura domestiche, alla pratica della musica, all’eccellenza nel dipingere ritratti, al largo spazio speso per vantarne l’esemplare morigeratezza dei costumi, così che Mariangiola sembra dover sostenere le parti di Properzia de’Rossi, di Lavinia Fontana e di Sofonisba Anguissola insieme”. Si sa che viene condotta dal padre sin da piccola nei posti in cui questi lavora avendo notato la sua particolare predisposizione per il disegno. Durante l’adolescenza si diletta di musica, diventando molto valente sia nel suonare che nel cantare. Molti pretendenti la chiedono in sposa, ma lei inizialmente preferisce dedicarsi soprattutto alla pittura. Le gentildonne le commissionano ritratti e la sua fama cresce, così come il numero degli spasimanti. Dopo un po’ di resistenza si convince a sposare il pittore Giovanni Antonio d’Amato, detto Il giovane, perché nipote di un altro pittore del medesimo nome, spinta soprattutto dal comune amore per la pittura. Dopo la morte del marito, nel 1598, vive con i figli e i generi, dedicandosi a dipinti di carattere religioso e ad opere di carità. Pare che alcune signore altolocate le mandassero le proprie figlie sia per imparare l’arte della pittura che quella delle buone e costumate maniere. Muore nel 1630. Eccelle nella pittura di pale d’altare e ritratti. Difficile l’attribuzione precisa delle sue opere, non avendole firmate e avendo lavorato parecchio con il padre sugli stessi dipinti.

Arte al femminile (42)

Properzia de’ Rossi, unica donna scultrice ricordata dai critici rinascimentali, viene presentata come personaggio trasgressivo e passionale, quasi leggendario, volendo caratterizzarne la peculiarità rispetto alle donne del suo tempo. Le cronache la ritraggono come un personaggio estroso, volubile e indomabile, incurante di trasgredire i dettami sociali e artistici imperanti. Lo spirito competitivo le suggerisce una scelta audace come la pratica della scultura, con la predilezione per la “ruvidezza de’ marmi”, l’“asprezza del ferro”, nonché l’interesse per le “cose meccaniche”. Giunge ad opere di grandi dimensioni grazie alla fama procuratale da lavori di intaglio su superfici piccolissime, come noccioli di frutta.

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Nasce a Bologna nel 1490 circa e si racconta che da bambina il suo gioco preferito sia stato quello di modellare nella creta figure di uomini e animali. Figlia di un notaio, studia disegno con l’incisore Marcantonio Raimondi, presente a Bologna sino al 1507, dal quale apprende l’arte della miniatura e della scultura in marmo e terracotta. Giorgio Vasari, non sempre generoso nei confronti degli artisti bolognesi, scrive una vita di madonna Properzia intessuta d’elogi e ammirazione, celebrandone l’avvenenza fisica, l’abilità canora e il virtuosismo musicale, quale suonatrice di liuto. “Properzia de’ Rossi da Bologna, giovane virtuosa, non solamente nelle cose di casa, come l’altre, ma in infinite scienzie, che non che le donne, ma tutti gli uomini l’ebbero invidia….fu del corpo bellissima, e sonò e cantò ne’ suoi tempi, meglio che femmina della sua città…” Secondo il Vasari avrebbe avuto un infelice amore extraconiugale, narrato nella formella rappresentante Giuseppe e la moglie di Putifarre. “Ella finì, con grandissima maraviglia di tutta Bologna, un leggiadrissimo quadro (si tratta in realtà di un bassorilievo marmoreo), dove (perciocché in quel tempo la misera donna era innamoratissima d’un bel giovane, il quale pareva che poco di lei si curasse) fece la moglie del maestro di casa del Faraone, che innamoratasi di Iosep, quasi disperata del tanto pregarlo, a l’ultimo gli toglie la veste d’attorno con una donnesca grazia e più che mirabile. Fu questa opera da tutti riputata bellissima et a lei di gran soddisfazione, parendole con questa figura del Vecchio Testamento avere isfogato in parte l’ardentissima sua passione”.
Atti processuali conservati nell’Archivio criminale di Bologna ne rivelano lo spirito battagliero: Properzia viene processata nel 1520, insieme ad Antonio Galeazzo Malvasia, del quale è ritenuta concubina, accusata d’aver schiantato, con la complicità del suo amante, “24 piedi di vite ed un arbore di marasca” di proprietà del vellutaro Francesco da Milano. Di nuovo nel 1525 è coinvolta, insieme al pittore Domenico Francia, nell’accusa di aver aggredito e di aver graffiato la faccia del pittore Vincenzo Miola. Al processo interviene come testimone d’accusa un altro scultore, l’Aspertini, con evidente ostilità verso Properzia, al punto da adoperarsi- a detta del Vasari- per screditarla, fino ad ottenere che un suo lavoro venga pagato “un vilissimo prezzo”. La fama di Properzia costituisce un elemento di disturbo nei riguardi del monopolio artistico maschile e le citazioni in giudizio servono da valido strumento per metterne a repentaglio il decoro. Nonostante l’ostile concorrenza degli altri maestri attivi nel cantiere di S. Petronio, Properzia riesce a continuare a lavorarvi, lasciandovi pregevoli opere. I suoi lavori destano parecchia curiosità, tanto che molti sono i visitatori dei cantieri in cui opera: desta meraviglia come usi con maestria attrezzi che richiedono anche forza fisica, lei così esile ed aggraziata. Properzia otttiene la stima e l’appoggio di personaggi importanti, come i conti Pepoli, per cui fa varie opere.

Donna ammirata, invidiata e forse tormentata, Properzia muore di peste nel 1530, probabilmente all’età di 39 anni. Sempre il Vasari racconta che il papa Clemente VII, trovandosi a Bologna per l’incoronazione di Carlo V (24 febbraio 1530), abbia chiesto di incontrare la scultrice, ma abbia avuto la spiacevole notizia della sua morte.

Precisione di tratto e abilità inventiva trovano espressione nelle sue rappresentazioni, vibranti ed espressive, che sembrano voler quasi “staccarsi” dalla materia in cui sono scolpite.

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Arte al femminile (41)

Abbiamo visto come molteplici siano e siano state le espressioni artistiche femminili: arazzi, miniature, pitture. Un aspetto poco conosciuto è quello dell’incisione, che ha un linguaggio particolare. L’incisione nasce come tecnica per riproduzione in Cina, nell’VIII° sec. dopo Cristo: si eseguono immagini sacre e motivi decorativi incisi su tavolette di legno per riprodurli poi su tessuti. In Italia, nel 1300, si eseguono illustrazioni xilografiche (su legno) per testi religiosi manoscritti e per la stampa di carte da gioco. Intorno alla prima metà del ‘400 in Italia, quasi contemporaneamente a quanto avviene in Germania, la tecnica di incisione su metallo a bulino sostituisce, come procedimento di stampa, quella su legno (xilografia). Il periodo del Rinascimento coincide con la crescente importanza e diffusione dell’arte incisoria. Le botteghe artigiane, in particolare nel Cinquecento, si moltiplicano e si adoperano per la riproduzione e la diffusione di grandi opere d’arte. Il tema dominante è la grande attenzione verso il mondo antico – che allora è conosciuto solo attraverso le rovine monumentali – facendo uno sforzo notevole per ricostruirne le forme architettoniche.

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Diana Scultori nasce a Mantova nel 1547, una delle tre figlie di Giovan Battista Mantovano, incisore alla corte dei Gonzaga. Il padre le dà lezioni di pittura ed incisione e diventa presto conosciuta per le sue bellissime stampe. Lavora con il padre ed il fratello Adamo, pure abile incisore. Fa esperienza anche nella bottega di Giulio Romano, altro incisore importante. Nel 1575 sposa Francesco da Volterra, aspirante architetto. La coppia si trasferisce a Roma, per avere maggiori prospettive di lavoro. A Roma Diana rivela notevoli doti imprenditoriali e sfrutta il fervore artistico della corte papale. Nel 1576 mostra alla corte papale alcune tavole incise, chiedendo e ottenendo il permesso di vendere i propri lavori con il proprio nome: Diana Mantuana o Diana Mantovana. Aiuta anche il marito, ottenendo per lui grandi commesse. Affascinante e attiva, ha molta cura della famiglia, tanto da farsi carico anche della madre vedova e della sorella nubile. Vasari la cita nell’edizione delle Vite del 1568. Nel 1578 dà alla luce un figlio, Giovan Battista, il cui padrino è l’artista Durante Alberti. Durante la loro carriera Diana e il marito vengono ammessi nella Confraternita di San Giuseppe, ma, in quanto donna, Diana vi partecipa solo in modo simbolico. Rimasta vedova nel 1594, si risposa alcuni anni dopo, a 47 anni, con Giulio Pelosi, altro architetto, di 20 anni più giovane di lei. Rimane a Roma sino alla morte nel 1612.

Ha prodotto 62 opere. Molte delle sue incisioni sono state stampate anche dopo la sua morte. Ha inciso sia soggetti religiosi che mitologici. Notevole la perfezione del disegno, il segno nitido e brillante, la cura delle ombreggiature, la vivacità dei movimenti, l’armonia delle composizioni. L’incisione richiede abilità e determinazione, oltre che doti artistiche. Diana ha ottenuto fama di affascinante e talentuoso incisore: la stessa Lavinia Fontana ha usato alcune sue stampe come base per i propri dipinti.

Un libro che ha come co-protagonisti i libri…

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Gabrielle Zevin è nata a New York nel 1977. Attualmente vive a Los Angeles. Laureata in Lettere a
 Harvard, da diversi anni
  ha
 intrapreso con successo la
 carriera di scrittrice e 
autrice cinematografica. Ha iniziato a scrivere a 14 anni, per un giornale locale. Nel 2005 ha pubblicato il primo romanzo, Margarettown, seguito dalla sua opera più famosa Elsewhere (tradotto in italiano con il titolo Altrove). Nel 2007, per la sceneggiatura di Conversations with Other Women, riceve una prestigiosa nomination. Entrato nella classifica del New York Times grazie al passaparola dei lettori, La misura della felicità è in corso di traduzione in 31 paesi.

Nei suoi romanzi ha scritto su vari argomenti: donne soldato in Iraq, mafia, ragazze adolescenti, cani parlanti e smemorati, solitudini esistenziali…Stile preciso, asciutto, molto espressivo.

Che cosa ci può dare La misura della felicità? Dopo aver letto il romanzo, una probabile risposta può essere: capire se stessi e il mondo attraverso le parole di altri, soprattutto dei libri. Nell’insegna sopra il portico del cottage viola in cui si trova la libreria, intorno a cui ruota tutta la storia, si legge: “Nessun uomo è un’isola, ogni libro è un mondo”. All’inizio del romanzo A.J. Fikry, gestore di una piccola libreria indipendente, è un uomo completamente in crisi. Ha perso la moglie, ha perso interesse per le persone, ha perso un prezioso manoscritto, gli affari stanno andando male. La sua vita sembra un lungo protrarsi di giornate monotone e senza speranza. Entrato in una spirale depressiva, incarna lo stereotipo dell’intellettuale che la vita ha messo a dura prova, spegnendone l’entusiasmo e le passioni, rivelandone il cinismo, la misantropia e la rabbia latente. A.J. sta perdendo l’amore per la letteratura, che costituiva il suo modo per guardare e valutare il mondo. A sconvolgere tutto appare un personaggio buffo e curioso: una bambina di due anni viene abbandonata nella libreria e il libraio vedovo, dopo molte incertezze, decide di adottarla. L’arrivo della piccola Maya gli consente di vedere la vita attraverso lo sguardo fresco e sincero di una bambina, riversando su di lei l’amore di padre. A.J. ricomincia a leggere libri, anche perché la piccola li adora e i due riescono a comunicare anche attraverso le parole dei libri stessi. La libreria rifiorisce e A.J. con essa, sino a trovare il coraggio di rimettersi in gioco sentimentalmente. La vita riserva comunque sorprese…

Ogni capitolo si apre con una scheda in cui il protagonista racconta e commenta in breve importanti opere letterarie, per trasmetterle a Maya.

Questo romanzo è un libro che parla dei libri: A.J. crede nel potere delle parole e la libreria è simbolicamente il palcoscenico delle vite dei vari personaggi. La libreria, che sembrava inizialmente così isolata e decadente, ritorna pian piano alla vita, apre le porte alla comunità e segna una nuova inaspettata fase nelle esistenze che vi orbitano intorno. Le parole dei libri fanno compagnia, curano i nostri malesseri, ci mostrano emozioni e sentimenti, fanno sognare, pensare…Nonostante il finale malinconico, c’è un messaggio di speranza: nella vita c’è sempre una possibilità di cambiamento. L’amore e le parole hanno un potere salvifico.

Arte al femminile (40)

006_davis_allan_theredlistÈ curioso ricordare che, secondo una leggenda, ripresa da Plinio nella sua Naturalis Historia, la pittura sarebbe un’invenzione femminile. Dice Plinio che fu per prima la vergine Corinzia a fare un ritratto all’amato tracciando su una parete con un carboncino il profilo della sua ombra. Il soggetto è stato ripreso in un quadro di David Allan (1776), intitolato appunto L’origine della pittura.

cap21_02_fontana_scala_0066990G judithlavinia-fontana (c) The Hepworth Wakefield; Supplied by The Public Catalogue Foundation

fontana_lavinia-ritratto_di_dama_autoritratto~OMbef300~10050_20120529_131_137  Lavinia-Fontana-Minerva-Dressing-2-

Tra il Cinquecento e il Seicento si cerca di coniugare in pittura l’idealismo (armonia, proporzione, decoro e misura) con il verismo (ispirazione e studio della realtà). In post precedenti ho già parlato di artiste italiane vissute a cavallo tra i due secoli (Maria Robusti, detta la Tintoretta, Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi e Fede Galizia), espressioni di questa tensione verso nuovi orizzonti artistici e di vita. Non si può trascurare la figura di Lavinia Fontana, grande personalità artistica. Anche lei non sfugge al destino di dipendenza dalla famiglia.

Nacque Lavinia Fontana nella città di Bologna l’anno 1552 di Prospero di Silvio Fontana pittore d’assai spedito pennello […]. Questi dunque avendo scorto nella persona di Lavinia ancora di tenera età gran genio alla pittura, volle, che ella in tutto e per tutto disapplicando dagli umili esercizi, ai quali per lo più fino dagli anni più verdi vien condannato quel sesso, si desse agli studi del disegno, nei quali fece tal profitto, che diventa eccellente pittrice, ricca d’ applausi e di nome si mantenne in patria […]”.

Prospero Fontana è un artista manierista, che ha lavorato anche con il Vasari. È il primo maestro di Lavinia e, grazie alle sue numerose conoscenze, la introduce nell’ambiente culturale e aristocratico bolognese, dove trova i primi committenti. Per evitare pettegolezzi, dovendo la figlia frequentare anche committenti maschi, nel 1577 le sceglie un marito, Gian Paolo Zappi, nobiluomo di Imola, pittore, disposto ad aiutare la carriera della moglie, la cui capacità di guadagno fa gola sia al padre che al marito. Lavinia riserva al marito il compito di rifinire i lussuosi abiti che indossano le persone da lei ritratte, con relativi bottoni e pizzi. Questo “aiuto” è talmente risaputo che Carlo Cesare Malvasia, biografo degli artisti bolognesi, apostrofa così il buon Zappi nel suo libro Felsina Pittrice: “…si contentasse almeno di fare il sartore, già che il cielo non lo voleva pittore”. Un altro lavoro che Zappi fa per la moglie è seguire la parte amministrativa: stipula i contratti, segue le consegne e via dicendo. La prima commissione pubblica è datata 1584 e arriva grazie al supporto del suocero, che fa parte del Consiglio comunale di Imola. In riconoscimento del fatto che è la prima donna ad avere una commissione pubblica, è eletta tra gli Accademici di San Luca, una vera consacrazione del suo ruolo di artista di primo piano. Pur non potendo firmare da sola i suoi contratti, che sono sottoscritti dal marito, ha una carriera pari a quella dei colleghi, con in più il carico di aver messo al mondo ben undici figli. Lavinia lavora molto per le donne della nobiltà bolognese, dedicandosi ai ritratti loro e dei loro familiari. La sua figura è così amabile che le sue committenti la chiamano spesso come madrina dei loro figli. Donna dai modi gentili e molto diplomatica, pur mantenendo di fatto la numerosa famiglia, dichiara di non dover lavorare per necessità ma di farlo solo per inclinazione e desiderio artistico. Nel 1604 Lavinia si sposta a Roma con tutta la famiglia, chiamata dal conterraneo papa Clemente VIII, eseguendo innumerevoli lavori per l’entourage della corte papale, tanto da essere chiamata “la Pontificia pittrice”. Lavora soprattutto per la famiglia Borghese. Il Cardinale Camillo Borghese, futuro Paolo V, era stato a Bologna come ambasciatore papale ed aveva tenuto a battesimo l’ultimo figlio di Lavinia: questo le permette di entrare in contatto con Scipione Borghese, il cardinale amante d’arte che le commissionerà opere di carattere mitologico come la Minerva del 1613, ancora oggi alla Galleria Borghese di Roma, ultimo lavoro documentato prima della sua morte. Nell’ultimo periodo della sua vita, colta da una crisi mistica, si ritira in un monastero, assieme al marito. Muore nell’agosto 1614.

La sua è una personalità che ha saputo cogliere tutte le occasioni che una donna poteva allora avere per far valere la propria vena artistica, ottenendo eccezionali risultati per la sua epoca. I suoi ritratti si distinguono per l’accuratezza dei particolari, come abbigliamento e acconciature, oltre che essere pregevoli per i contrasti di luce. Non è monocorde nelle sue opere, dipingendo anche soggetti mitologici, biblici e sacri.Centinaia i lavori eseguti: le sue energie e le sue capacità dovevano essere straordinarie, perché oltre ad un intenso lavoro artistico seguì con cura l’educazione di tutti i numerosi figli, preoccupandosi di sistemarli al meglio. La sua familiarità con i parti è documentata da un dipinto straordinario, che si conserva oggi nella Chiesa della Santissima Trinità, in cui rappresenta la Natività della Vergine: dipinge un parto notturno, ambientato in un palazzo della nobiltà o dell’alta borghesia bolognese. Ha la capacità di raccontare il sacro in una dimensione domestica e familiare. Compone anche quadri per allora erotici, servendosi addirittura di strutture che utilizza per commissioni sacre di alto profilo. Nello stesso impianto compositivo della pala che manda al Pantheon del monastero dell’Escorial a Madrid, inserisce una Venere che riceve dagli amorini un dono, richiamandosi alle fantasie erotiche dell’epoca. Rappresenta anche il nudo, che lei dipinge benissimo: probabilmente si serve del proprio corpo come modello, essendo alle donne vietata la copia dal vero del corpo umano. Questo ci fa capire che ci troviamo davanti ad una donna abbastanza forte e anticonformista, una donna che non si lascia troppo condizionare dai limiti della Controriforma.Pare che avesse anche buone doti musicali.