La guerra e i suoi effetti…

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L’inverno si era sbagliato

Il titolo si riferisce all’illusione che la prima guerra mondiale, che fa da sfondo al romanzo, non dovesse durare oltre l’inverno 1914-1915. Invece la guerra imperversa per anni e sconvolge la vita dei protagonisti: Julia, Nadine, Rose, il capitano Peter Locke e Riley Purefoy. Julia, appena sposata, vede il marito Peter partire e lo aspetta, cercando di rispettare il ruolo di moglie bella, raffinata, attenta alla casa. Rimane sconvolta dal cambiamento operato sul marito dall’esperienza in trincea, non capisce i di lui tormenti e pensa che solo curando la propria bellezza possa continuare a legarlo a sé…Riley e Nadine vivono un amore contrastato per differenze di status sociale. Riley parte per il fronte per riscattare la propria posizione, combatte con eroismo, ma viene ferito in modo spaventoso. Nadine lo attende prestando servizio in prima linea, come Rose, infermiera sensibile e coraggiosa. Riley ha un ruolo fondamentale nel racconto, perché è lui che ci porta nelle trincee, che ci fa vedere gli orrori della guerra, la paura, l’amicizia tra commilitoni, il senso di appartenenza che si sviluppa sia al fronte che negli ospedali.

Alla fine tutti devono in qualche modo “ricostruirsi” e le illusioni della giovinezza sono scomparse, come nel riferimento al Peter Pan di Barrie:

“Aspettò fuori, in Bayswater Road, davanti alla casa di sir James Barrie. Era dentro, nel bagliore del camino dietro le tende? Lui e i suoi ragazzi che non sarebbero mai diventati grandi? Un’immagine gli passò davanti: ragazzi che aveva visto e che non sarebbero mai diventati grandi, che volavano, cadevano sul filo spinato, a pezzi…”

Non a caso nel romanzo si parla un paio di volte della statua di Peter Pan, appena inaugurata nel parco di Kensington: la guerra ha distrutto l’innocenza, l’età della spensieratezza.

Lo stile con il quale questa storia viene raccontata è abbastanza classico, molto descrittivo, velato di malinconia nel paesaggio e negli animi dei personaggi. Risulta ben documentata la parte relativa agli ospedali militari e agli interventi chirurgici di ricostruzione effettuati nell’ospedale di Sidcup, dove vengono portati i feriti gravemente menomati.

 

Dice l’autrice:

“…volevo anche che il mio libro fosse non tanto sulla guerra quanto sugli effetti della guerra: ci si dimentica che la guerra ha delle conseguenze su tutti, sui genitori dei soldati, sulle mogli, sui figli, sui nonni: un’intera società viene trasformata dalla guerra. Le donne iniziavano a trasformarsi allora. Le suffragette, che erano molto attive prima dello scoppio della guerra, dissero subito che avrebbero smesso di fare dimostrazioni per schierarsi in azioni di sostegno. Fu per quello che, dopo, venne concesso il voto alle donne, fu un riconoscimento all’onorevole comportamento che avevano avuto durante la guerra…”

Purtroppo il tema della guerra e delle sue conseguenze è sempre attuale!!!

 

Louisa Young, londinese, è scrittrice di racconti, biografa e giornalista. Discende da una famiglia di scrittori, scultori e poeti. Scrive regolarmente per il «Guardian». Il suo primo romanzo, Baby Love, è stato candidato all’Orange Prize. In Italia è stato pubblicato L’inverno si era sbagliato da Garzanti nel 2011.

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Arte al femminile (145)

Nella complessa genealogia dei Bonaparte si annovera anche un’artista donna, morta giovanissima. Si tratta di Charlotte Bonaparte.

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Charlotte nasce a Parigi nel 1802, figlia di Giuseppe Bonaparte (fratello maggiore del più celebre Napoleone I) e di Julie Clary. Sua madre, figlia di un commerciante di seta di Marsiglia, è sorella di Désirée Clary, primo amore di Napoleone. Il primo periodo della sua vita trascorre tranquillo: la madre vive con le due figlie, Charlotte e Zenaide, nella residenza di Morteforteine (in Piccardia), mentre il marito persegue la carriera politica. La ragazza studia incisione e litografia a Parigi. Napoleone affida nel 1808 al padre di Charlotte la corona di Spagna e Charlotte ottiene il titolo di Infanta di Spagna, che conserva sino al 1813, rimanendo comunque lontana dalla corte spagnola. Dopo la deposizione del padre nel 1813, in seguito all’intervento delle truppe inglesi e a una rivolta popolare, Charlotte conduce una vita errante, tra Francoforte e Bruxelles, l’America, l’Inghilterra e l’Italia. Nel 1816 prende lezioni di disegno, musica e lingue in Germania: qui realizza panoramiche di Francoforte. A Bruxelles diventa per un periodo allieva di David. La madre fissa la propria dimora a Firenze, presso il palazzo Serristori. Il padre (poco fedele alla moglie, avendo altri figli da amanti più o meno ufficiali) acquista in America una tenuta sul fiume Delaware, vicino a Bordentown, nel New Jersey. La casa, lussuosamente arredata e con un’impressionante collezione di libri rari, è piena di dipinti e sculture di artisti celebri. Nel 1821 (a 19 anni) Charlotte s’imbarca ad Anversa sulla Ruth & Mary, un veliero che ha per destinazione gli Stati Uniti: sua intenzione è raggiungere il padre. La traversata è lunga e terribile, perché l’oceano è sconvolto da una tempesta. La giovane, rinchiusa nella sua cabina, soffoca la paura disegnando. Vive nella casa del padre negli anni 1821-1824, lasciando immagini dei paesaggi del New Jersey, alcuni dei quali inseriti in testi sugli aspetti pittoreschi dell’America. Si dedica anche ai ritratti ed espone presso la Pennsylvania Academy of Fine Arts. Nel Nuovo Mondo la principessa viaggia moltissimo, “fotografando” sui suoi taccuini i paesaggi che più la affascinano.

Dal 1824 Charlotte è nuovamente in Europa. Firenze e soprattutto Roma sono le sue mete preferite. Sposa nel 1826,con qualche titubanza, il cugino Napoleone Luigi, secondo figlio di Luigi Bonaparte e di Hortense de Beauharnais. La coppia si stabilisce a Firenze e dà vita a un salotto frequentato da artisti, intellettuali e nobili in esilio. Nel 1831 Napoleone Luigi aderisce insieme al fratello (il futuro Napoleone III) ai moti insurrezionali di Romagna. Nonostante l’entusiasmo dei partecipanti, l’iniziativa fallisce miseramente. Il giovane si ammala di rosolia e muore di lì a poco. Charlotte è sconvolta. Cade in una profonda depressione. Per fortuna c’è l’arte che le dà una mano. “Quando disegno o dipingo, nulla più mi affligge” scrive alla madre. Le vengono attribuite alcune avventure galanti e un’importante relazione (pare) con il conte polacco Potocki. Tornata a Roma per un periodo, decide all’improvviso di mettersi in viaggio, per tornare in Francia. Salpa da Civitavecchia diretta a Nizza, ma quasi subito si sente male ed è costretta a fermarsi a Livorno. Cerca di ripartire verso Genova in quello stato, ma si ferma a Lucca con una forte emorragia. Non vuole arrendersi e riparte per la terza volta, per fermarsi subito a Sarzana a causa del protrarsi dei dolori. Qui Charlotte risiede alla Locanda della Posta, oggi palazzo Neri e viene curata da due medici sarzanesi e assistita da un’ostetrica del luogo, perché rivela di essere in stato di avanzata gravidanza. Il cugino Felice Bacciocchi, prontamente accorso, fa chiamare d’urgenza l’illustre ginecologo pisano Regnoli, che pratica un taglio cesareo. Viene alla luce un bimbo morto. Poche ore dopo muore anche Charlotte in seguito all’intervento, senza avere svelato il nome di chi l’avrebbe resa madre. I suoi resti sono trasportati a Firenze, dove viene sepolta nella basilica di Santa Croce, e dove, l’anno successivo, Lorenzo Bartolini scolpisce il monumento funebre in suo onore.

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Una “donna di molto spirito” (così come l’ha definita Giacomo Leopardi) Charlotte ha fatto dell’arte il filo conduttore della sua esistenza, il mezzo tramite cui esprimersi e attraverso il quale recuperare la vivacità culturale del luogo di residenza.

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Destino di “itinerante”…

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La collezionista di storie: le storie cui si riferisce il titolo sono quelle che inventa Nidali, la protagonista. Sono storie che compone per la scuola, per compiacere Baba, il padre, storie di vita di chi le è caro, storie sentite e ricordate, che le fanno compagnia nella sua vicenda di esiliata. Le storie e le parole sono per Nidali importantissime: le servono a fissare ciò che deve abbandonare nel suo destino di “itinerante”. Il romanzo è in prima persona ed è Nidali a raccontare di sé: è palestinese, egiziana e greca per via delle origini familiari. Nata in America, a Boston, cresce in Kuwait, da dove deve fuggire con la famiglia, quando Saddam dichiara guerra al paese. Dopo un periodo di permanenza ad Alessandria, i genitori decidono di fare ritorno in America in cerca di fortuna. Ogni volta Nidali deve integrarsi in nuove culture, in nuove case, in nuove scuole, in nuovi gruppi di coetanei e ogni volta deve affermare e difendere la propria identità. Vuole diventare scrittrice e decide alla fine di staccarsi dalla famiglia per realizzare il suo sogno.

Attorno a lei ruotano tanti personaggi: la simpatica mamma aspirante pianista, il padre architetto un po’ troppo manesco, il fratellino Gamal, gli amici (islamici e cristiani, curdi e giapponesi, irlandesi, americani), il primo amore Fakhr, i parenti lontani…

Il racconto è piacevole, con spunti divertenti. Affronta questioni importanti senza cadere in facili sentimentalismi.

Randa Jarrar nasce a Chicago nel 1978 da padre palestinese e madre greco-egiziana. Si trasferisce presto con la famiglia in Kuwait, dove frequenta le scuole di base. Nel 1990, dopo l’invasione irachena, fugge con la famiglia in Egitto e da qui riparte per gli Stati Uniti nel 1991. Si laurea in Studi mediorientali. Traduce testi dall’arabo, cura un blog e ha già pubblicato vari racconti. Vive ad Austin, in Texas, con il compagno e il figlio. “La collezionista di storie” è il suo primo romanzo e ha vinto l’Arab American Book Award.

Arte al femminile (144)

Dall’Ottocento in poi, la presenza delle donne nell’arte diventa più consistente, preludio alle grandi personalità del Novecento. Infatti, è solo in seguito alla lenta emancipazione sociale e alla conquista dei diritti civili, che si può parlare di una vera e propria libertà creativa svincolata da ogni condizionamento sociale e culturale.

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Christina Robertson o Christina Saunders è un’artista scozzese, diventata pittrice di corte in Russia nella prima metà del XIX° secolo. Anche se non si trova nei libri di storia dell’arte, ai suoi tempi è stata una delle più popolari pittrici in Gran Bretagna, Francia e Russia.

Nasce a Kinghorn (Scozia) nel 1796, figlia di un pittore. Pare sia stata iniziata all’arte della pittura da uno zio, George Saunders, miniaturista di successo. La ritroviamo giovanissima a Londra, dove diviene ritrattista di una clientela esigente e aristocratica. Inizialmente sono mecenati scozzesi che le commissionano ritratti in miniatura, poi amplia il proprio mercato e inizia a dipingere a olio e ad acquarello per le classi “alte” londinesi. Nel 1823 (a 27 anni) sposa l’artista James Robertson, da cui ha 8 figli (4 morti in giovanissima età). Espone alla Royal Academy di Londra e a Edimburgo e dal 1828 ha uno studio proprio. Nel 1829 (a 33 anni) diventa la prima donna a essere ammessa come membro onorario alla Royal Scottish Academy. Dal 1830 deve lasciare marito e figli per lavorare all’estero, prima a Parigi poi a San Pietroburgo. Alterna soggiorni all’estero a rientri in famiglia. I suoi ritratti sono spesso utilizzati come base per incisioni per giornali e riviste in voga a quei tempi. Purtroppo molti dipinti fatti in Russia sono andati distrutti durante l’incendio che ha devastato il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo nel 1837. La troviamo negli anni 1839-1841 presso la corte della zarina Alexandra e al servizio delle principesse Maria, Olga e Alexandra. Nel 1841 viene nominata membro onorario dell’Accademia Imperiale delle Arti. Nel periodo 1847-1854 la sua permanenza in Russia è contrastata dal peggioramento dei rapporti tra Gran Bretagna e Russia (guerra di Crimea): pur apprezzata e accolta con entusiasmo, fa fatica a farsi pagare per i suoi lavori. Muore lontana da casa, a San Pietroburgo, nel 1854 a 55 anni.

Il suo lavoro scompare durante il periodo della rivoluzione russa, ma esposizioni organizzate in Russia e in Scozia alla fine del 1990 hanno contribuito a rinverdire il suo ricordo.

La più grande collezione delle sue opere si trova nel Museo Hermitage di San Pietroburgo.

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Omaggio a una grande scrittrice

Scrivere un solo libro in una vita lunga 89 anni, 89 anni di idee, di pensieri, di viaggi, di letture. Illuminare generazioni di lettori come ha fatto Harper Lee, scomparsa a 89 anni nella sua Monroeville, Alabama, con un solo libro può capitare soltanto se quel libro è un capolavoro assoluto come Il buio oltre la siepe. Scrivere un solo romanzo è esclusiva di scrittori come Emily Bronte (Cime tempestose), Ralph Ellison (L’uomo invisibile), Sylvia Plath (La campana di vetro).

Ieri è mancata una grande scrittrice!

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Nelle Harper Lee nasce il 28 aprile del 1926 a Monroeville, Alabama, ed è la più giovane dei quattro figli di un avvocato, Amasa Coleman Lee, membro della Corte legislativa statale dell’Alabama e proprietario di un giornale locale. La madre, Frances Finch, è ammalata per lungo tempo e muore presto. Amica di Truman Capote, con cui condivide una vita familiare difficile, la Lee studia inizialmente tecniche di scrittura e poi entra nella facoltà di Legge. Nel 1948 (a 22 anni) va alla Oxford University in Inghilterra. Tornata a New York, abbandona definitivamente gli studi, per seguire i sogni di scrittrice. S’impiega in una compagnia aerea a New York. Per scrivere Il buio oltre la siepe decide di lasciare il lavoro. Nel 1960 pubblica il suo capolavoro. Nel 2007, alla scrittrice è conferita la più alta onorificenza statunitense: la prestigiosa Medaglia presidenziale della libertà. La motivazione del premio dice: “Ha influenzato il carattere del nostro paese in meglio. È stato un dono per il mondo intero. Come modello di buona scrittura e sensibilità umana questo libro verrà letto e studiato per sempre“.

Gli ultimi anni della scrittrice sono segnati da seri problemi di salute. Colpita da un ictus, lentamente si riprende, conduce vita ritirata accudita dalla sorella Alice.

Gli ultimi tempi li ha passati in una casa di riposo.

Il 14 luglio 2015 è uscito il suo secondo romanzo, “Va’, metti una sentinella”: in molti hanno insinuato che la pubblicazione del suo ultimo romanzo – a distanza di 50 anni – non sia stata una sua decisione.

Muore il 19 febbraio 2016.

Delitti orientali…

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Mata Malam- Gialli balinesi è un libro composto da tre racconti, il primo più lungo, quasi romanzo breve, e altri due di una cinquantina di pagine. Si tratta di gialli che hanno come protagonista l’unica detective privata di Bali, l’isola in cui sono ambientate le storie. Mata Malam è un personaggio particolare: grintosa, decisa, con una certa tendenza alle bevute consistenti, abile e ostinata, ma nello stesso tempo tenera e divertente. Si tratta di un’italiana, una romana, «spiaggiatasi sull’isola alla fine dei favolosi anni ‘70», che si muove con abilità in un ambiente particolare, legato alle tradizioni e contemporaneamente sconvolto da un turismo internazionale, con il suo seguito di affaristi senza scrupoli e corruzione. Il primo racconto parte dalla morte di un bambino, morso da un cane ammalato di rabbia e giunge alla scoperta di un giro d’affari legato alle scommesse clandestine. Il secondo racconto ci coinvolge negli intrighi attraverso i quali la protagonista riesce a far fuggire di prigione un amico, incastrato come spacciatore di eroina. Il terzo riguarda alcuni omicidi, conseguenze di una rapina andata male.

Il libro ci introduce in un mondo particolare, nel cosiddetto Bali-pensiero, ossia ci prospetta la visione delle cose e della vita tipica degli abitanti di Bali. Molti i termini locali e le descrizioni di luoghi e persone. Il ritmo narrativo è avvincente e il testo decisamente originale.

Anna Abate è una giornalista che ha scritto di viaggi, di musica e di teatro. Ha collaborato con I Viaggi di Repubblica e scrive per L’Espresso. Ha diretto il mensile Isole e per la Savelli ha pubblicato le poesie inedite di Patti Smith e Lou Reed, star del rock. Agli inizi degli anni ’80 è approdata a Bali e lì ha preso casa e da anni trascorre la maggior parte del suo tempo. I Gialli balinesi sono i suoi primi racconti.

Arte al femminile (143)

Uno dei motivi per cui le donne non appaiono nei libri di storia dell’arte (salvo rare eccezioni) è dovuto anche al fatto che poche si sono cimentate nel lavoro di critico d’arte.Difficile trovare esempi nel settore, ma qualcuno c’è…

Anna Brownell Murphy rimane famosa come storica dell’arte del Rinascimento italiano e come autrice del primo studio sistematico d’iconografia cristiana in lingua inglese.

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Anna Brownell nasce a Dublino nel 1794, prima delle cinque figlie di Denis Brownell Murphy, un artista irlandese specializzato in incisioni miniate. Nel 1798 la famiglia si trasferisce in Inghilterra, sperando in un maggior mercato per le miniature del padre. Anna, come primogenita, ha la fortuna di avere per qualche anno un’istitutrice. Dotata d’intelligenza vivace, di carattere volitivo e di una smodata passione per la lettura, impara facilmente le lingue: parla correttamente il francese, l’italiano, lo spagnolo e, in seguito, studia anche il tedesco. Figlia prediletta del padre, impara da lui l’arte dell’incisione e gode di grande libertà per quei tempi: può girare da sola per Londra e visitare musei e mostre. A 16 anni inizia a lavorare come istitutrice, per aiutare economicamente la famiglia. Nel 1821 (a 27 anni) accompagna un giovane allievo in Italia, scrivendo un diario di ciò che ha visto e ha fatto. Sposa Robert Simpson Jameson, avvocato, ma il matrimonio è infelice. Nel 1829 la coppia si separa senza rimpianti e Anna visita l’Europa continentale con il padre. Osserva e studia le opere d’arte e scrive saggi sulle figure femminili in letteratura. Due opere, Memorie di celebri sovrani femminili (1831) e Caratteristiche delle donne, le fanno guadagnare una buona reputazione come scrittrice. Notevoli i suoi saggi sulle eroine shakespeariane (Characteristics of Shakeaspeare’s women, 1832). Nel 1836 il marito le chiede di raggiungerlo in Canada, per aiutarlo in un progetto di avanzamento di carriera. Anna si mette in viaggio. Sbarca a New York e arriva poi a Toronto, dopo un arduo viaggio di 8 giorni. Le poche giornate trascorse a New York, a contatto con gli ambienti culturali della metropoli, le fanno sentire maggiormente la differenza con l’arrivo solitario a Toronto. “Una piccola città mal costruita su terra bassa, in fondo a una baia gelata…Non mi aspettavo molto, ma a questo non ero preparata…non vedo altro che neve ammucchiata contro la mia finestra…non ho sentito alcun suono, ma solo il tintinnio dei campanelli delle slitte…”. Piuttosto che ricostruire il rapporto con il coniuge preferisce viaggiare in lungo e in largo per il Canada, interessandosi soprattutto alla vita degli indiani qui stanziati. Hanno interesse documentario per il paesaggio e la storia canadesi i suoi Winter studies and summer rambles in Canada (1838).

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Nel febbraio 1838 è di ritorno in Gran Bretagna, dopo aver formalizzato la separazione dal marito. Inizia a studiare accuratamente le collezioni d’arte private presenti a Londra e dintorni, scrivendo presentazioni delle stesse. Nel 1842 pubblica il manuale Gallerie d’arte all’interno e nei pressi di Londra, un testo che ottiene un successo tale che viene ristampato nel 1844. Cura anche le Memorie dei primi pittori italiani, una serie di profili di pittori del Quattrocento italiano, definiti come primitivi. Nel 1847 è in Italia con la nipote Gerardine per raccogliere altro materiale per i suoi studi sull’arte. Scrive opere sull’arte sacra: Poetry of sacred and legendary art (in 4 voll.: Legends of the Saints, 1848; Legends of the monastic orders, 1850; Legends of the Madonna, 1852; The history of our Lord, post., 1864).Si dedica con passione a opere di misericordia e di educazione. Si occupa anche di problemi pedagogici e della posizione femminile nella società (The communion of labours, 1856). Sin dall’inizio della sua attività insiste sull’importanza di una migliore istruzione per le ragazze. Nel 1855 Anna dà lezioni pubbliche sulle opportunità di lavoro per le donne, e durante i suoi ultimi anni agisce come mentore e consigliere di un gruppo di giovani donne, alcune destinate a carriere importanti. Muore a Londra nel 1860 ( a 66 anni).

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