Una casa e la suggestione dei ricordi

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La mia casa sulla collina

Le nostre storie possono essere ricostruite anche attraverso i luoghi, portatori di ricordi e in grado di far riaffiorare sentimenti ed emozioni. Anche in questo racconto lungo, come in altri suoi libri, l’autrice fa dei ricordi il cardine della narrazione. Questi, rivissuti in ordine sparso, ci fanno “entrare” in una storia familiare in cui sentimenti e valori sono elementi fondamentali.

Silvana Sanna è un’autrice che mi piace molto, perché parla del “quotidiano”, di esperienze di vita in cui tanti si possono riconoscere, con uno stile fresco, uno sguardo interessato e curioso verso tutto e tutti, un pizzico di ironia. Una lettura piacevole, che ti lascia una sensazione di serenità.

Quarta di copertina

In una grande casa di campagna che sta per essere venduta, la proprietaria, una signora di mezza età che vi ha trascorso le estati incantate della sua giovinezza e poi quelle allegre e felici dell’infanzia dei suoi figli, cerca un pacco di lettere d’amore nel timore che possano cadere in mani estranee. Ogni stanza, ogni oggetto, riportano alla sua mente il ricordo degli episodi, spesso teneri e divertenti, che hanno segnato i soggiorni estivi nella casa, quello delle persone che vi hanno vissuto e dei tanti animali, soprattutto gatti, che hanno fatto da gioioso contorno ai giorni felici. Ed ecco dunque la descrizione del matrimonio della sorella funestato da un increscioso incidente, e quello sfumato della prozia zitella che si inventa una terribile vendetta nei riguardi del “fidanzato” fedifrago, e le birbonerie della protagonista bambina e poi quelle di figli e nipoti. E Pirata, gatto dalla doppia personalità e l’oca Bianchina, la cui morte cruenta è la responsabile della decisione della narratrice di divenire vegetariana… e tanto altro ancora. Ricordi che non rispettano un ordine cronologico ma che seguono la strada indicata dal cuore. Nel finale, gli ultimi avvenimenti della famiglia mandano a farsi benedire ciò che era stato programmato, per far posto ad altri progetti ben più allettanti. E anche le famose lettere, la cui ricerca fa da filo conduttore al racconto, salteranno fuori. Ma nel modo e nel posto più inaspettati.

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Arte al femminile (70)

Carlo I, salito al trono inglese nel 1625, rinnova completamente lo stile pittorico a corte, facendo arrivare pittori italiani (v. Artemisia Gentileschi) e fiamminghi. Grande ammiratore dei pittori rinascimentali italiani, acquista dal duca di Mantova la collezione di dipinti accumulata negli anni dai Gonzaga, noti protettori di artisti di fama internazionale. Decapitato il re nel 1649, inizia il periodo della rivoluzione Inglese, con l’ascesa al potere di Cromwell. Messo sul trono Carlo II nel 1660, questi diventa noto come “Merrie Monarch”, “monarca allegro”, per il fervore artistico e culturale che caratterizza il suo regno. Quando un incendio distrugge Londra nel 1665, il re affida a un abile architetto il compito di progettarne la ricostruzione. I suoi successori, Giacomo II e Maria II, sono presi da problemi politico-religiosi, ma non trascurano il mantenimento di una tradizione artistica a corte.

La vita di Mary Beale si colloca in questo movimentato periodo.

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Mary Beale nasce nel 1632 a Barrow, nella contea di Suffolk: il padre, reverendo John Cradock, è rettore della scuola locale, la madre Dorothy Brunton muore quando Mary ha 10 anni. Il padre è pittore dilettante, membro della Società Painter-Stainers e Mary ha modo di conoscere molti artisti locali. Si sposa a 18 anni con un mercante, Charles Beale, amante della pittura, che le permette di sviluppare la sua arte lavorando a Londra. Diventa una ritrattista semi-professionale dal 1650 al 1660: la troviamo prima a Covent Garden e poi a Fleet Street. Quando il lavoro del marito diventa incerto e sull’orlo del fallimento, anche a causa della grande peste e dell’incendio che devasta Londra, decidono di trasferirsi in una casa colonica in Albrook, Hampshire, nel 1665 e di aprire un vero e proprio studio d’arte diretto da Mary, gestito come una vera e propria attività commerciale. Per 5 anni il grande edificio in legno a due piani, ex falegnameria, diventa la sua casa e il suo laboratorio. Tornata a Londra nel 1670 si stabilisce in un monolocale in Pall Mall, dove continua la professione artistica, mentre il marito le fa da assistente, preparando i colori e tenendo i conti. In una nota del diario del marito si dice che in un solo anno Mary abbia completato ben 83 opere commissionatele. Grazie alla notorietà presto raggiunta, lo studio ha infatti molte commissioni da parte di personalità dell’epoca. Pare che abbia svolto anche attività d’insegnamento e tra gli allievi figura la sua assistente Sarah Curtis, anche lei pittrice. Mary ha tre figli. Bartolomeo, che muore giovane, un secondo figlio, pure lui chiamato Bartolomeo, che si dedica prima alla pittura poi alla medicina e infine Charles, che continua l’attività materna, dedicandosi soprattutto alla miniatura.

Dal 1680 calano le commissioni ad una media di 39 circa all’anno. Mary utilizza il tempo libero per piccoli studi.

Mary muore nel 1699, a 77 anni.

Ha usato diverse tecniche, tra cui l’olio, l’acquarello e il pastello. Diventano popolari in questo periodo dipinti che mostrano donne in veste di pastorelle e anche Mary sperimenta tale tema. I personaggi hanno un realismo semplice: la pittrice si concentra sui gesti e le espressioni. Vari i suoi autoritratti e quelli dei suoi familiari: denotano particolare sensibilità i ritratti che fa ai figli e ai bambini in genere.

Le tele dimostrano l’influenza della pittura fiamminga.

Nel 1975, presso il Museo Geffrye di Londra, è stata dedicata una retrospettiva all’artista, “The excellent Mrs Mary Beale”, dopo anni in cui è stata completamente dimenticata. Suoi lavori si trovano prevalentemente in collezioni private.

Arte al femminile (69)

Nel ‘400 e nel ‘500 il Portogallo è una potenza mondiale, avendo formato un impero marittimo che va dal Sud America, all’Africa e all’Asia. Nei due secoli successivi perde la maggior parte delle ricchezze e delle colonie, in favore degli olandesi, degli americani e dei francesi. Dopo essere stato incorporato nell’Unione Iberica nel 1581 il paese riconquista l’indipendenza nel 1640: il duca di Braganza diventa re del Portogallo con il nome di Giovanni IV. Musicista e compositore, avvia in Portogallo il culto dell’Immacolata Concezione, che proclama protettrice del regno. Colleziona una delle biblioteche più grandi del mondo (successivamente distrutta da un maremoto). L’arte diventa uno strumento per recuperare prestigio: si abbelliscono chiese, monasteri, le case dei sovrani e dei notabili del tempo.

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Josefa de Obidos, il cui nome di nascita è Josefa de Ayala Figueira, nasce a Siviglia, in Spagna nel 1630. Suo padre, Baltazar Gomes Figueira, è un pittore portoghese originario del paese di Obidos. Recatosi a Siviglia nel 1620 per migliorare la propria tecnica pittorica, lì conosce e sposa Catarina de Ayala y Cabrera, di origini andaluse. La famiglia torna in Portogallo, a Peniche, dove Baltazar continua l’attività di pittore. Sin da piccola Josefa dimostra vocazione per la pittura e l’incisione su lame di rame e argento. All’età di 14 anni è a Coimbra, nel Convento da Graça, dove il padre dipinge la pala d’altare principale della chiesa: viene accettata come novizia, ma dopo poco tempo si rende conto che la vita in convento non le si addice e torna nel suo paese. Nei decenni successivi Josefa, diventata abile artista, viene chiamata a dipingere pale d’altare per chiese e conventi nel Portogallo centrale. La prima opera nota è una raffigurazione di Santa Caterina, datata 1646. Lavora a Obidos, a Cascais, a Peniche… Nella Cappella di Varatojo sulla collina di Torre Vedras c’è un’eccellente Madonna addolorata e nel coro del Convento un Gesù Bambino a lei attribuito. Ci sono suoi lavori nel Monastero di Alcobaça, nel Monastero di Batalha, nel Monastero di San Girolamo a Evora, dove si può ammirare un agnello circondato da festoni di fiori, considerato uno dei dipinti meglio riusciti. Si dedica anche al genere della natura morta e ai ritratti. Dipinge il ritratto di Maria Francisca Isabel di Savoia, moglie di Pedro II e di sua figlia Isabel, promessa sposa di Vittorio Amedeo Duca di Savoia, cui il quadro è inviato per mostrargli la futura sposa. Dimostra interesse per la stampa, la lavorazione dell’argilla, la progettazione di costumi, tessuti, accessori vari. Nell’Accademia delle Belle Arti di Lisbona si conserva un suo telaio. Nel 1653, a 19 anni, cura l’edizione a stampa dello Statuto di Coimbra.

Muore ad Obidos nel 1684, all’età di 54 anni.

Molte delle sue nature morte, considerate le opere migliori, sono ora nel Museo Nazionale d’Arte Antica di Lisbona. Il suo lavoro appare in molti altri musei e in collezioni private portoghesi: alcune sono andate disperse nel terremoto del 1755, che ha distrutto molto edifici di Lisbona. Il suo stile è prettamente barocco, con gli sfondi scuri e i colori brillanti, l’attenzione alla realtà e la tensione religiosa tipica della Controriforma.

Josefa era molto legata al borgo di Obidos, in cui ha trascorso praticamente tutta la vita. La cittadina prende il nome dal latino “oppidum” (insediamento fortificato): conserva ancora le antiche mura e un castello del XIII secolo. Nel Museo, situato accanto alla Chiesa di Santa Maria, sono conservati bei dipinti di Josefa.

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Arte al femminile (68)

Per tutto il Seicento e inizi del Settecento gli Spagnoli dominano in maniera diretta o indiretta tutta la penisola italiana. I loro metodi sono ovunque gli stessi: enormi tasse per sostenere le guerre e una vita di lusso, di assoluti favoritismi per i ceti nobiliari, laici e soprattutto ecclesiastici, cui vengono venduti a prezzo di favore o addirittura ceduti gratuitamente titoli nobiliari, feudi, uffici, oltre che renderli del tutto esenti dal pagamento delle imposte. Lo sviluppo della produzione è ostacolato dall’introduzione di monopoli (gli spagnoli ad esempio hanno nelle loro mani il commercio del grano siciliano) e da un uso spregiudicato del cambio monetario. Il Granducato di Toscana ha una relativa autonomia, essendo al potere i Medici, che cercano di proteggere la libertà di pensiero e di ricerca di artisti, letterati e scienziati. La Spagna però sorveglia il piccolo stato attraverso la Repubblica di Siena e lo Stato dei Presidi (isola d’Elba, Piombino e alcuni porti litoranei della Toscana). I Medici cercano di mantenere la tradizione di mecenatismo che li ha sempre contraddistinti e chiedono ai pittori di dar lustro alla casata e di lasciarne memoria storica.

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Giovanna Fratellini nasce a Firenze nel 1666, figlia di Petronilla Beccatelli e di Giovanni Marmocchini Cortesi. Ancora fanciulla viene introdotta dallo zio alla corte di Vittoria della Rovere, granduchessa di Toscana, diventandone dama di compagnia. Viene educata alla pittura e alla musica sotto gli auspici ducali. Impara l’arte della pittura su miniatura dal pittore monaco cappuccino Ippolito Galantini e la tecnica dei pastelli da Domenico Tempesti prima e Anton Domenico Gabbiani poi. Nel 1684, a 18 anni, sposa Giuliano Fratellini, usando poi il cognome del marito per firmare i propri lavori. Nel 1690 nasce il figlio Lorenzo Maria.

Nel 1706 viene accettata nell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze e nel 1710 ne diventa membro ufficiale. Viene nominata ritrattista ufficiale alla corte dei Medici, eseguendo innumerevoli miniature, pastelli, e smalti che, incastonati con pietre preziose o racchiusi in medaglioni, costituiscono pregevole dono per dame illustri e ospiti del granduca. Pur essendo nota soprattutto per i ritratti, dipinge anche fiabe, baccanali e soggetti storici, come “La morte di Lucrezia”. Caratteristici sono i ritratti della serie “dame bambine”, in cui rende omaggio a giovani fanciulle di stirpe nobile, ritraendole in pose e con caratteristiche adulte. Giovanna è anche pittrice di soggetti religiosi per Cosimo III. IL principe Ferdinando le commissiona invece opere storiche e mitologiche a pastello per le quali viene pagata fino a 15 scudi per ogni ritratto su carta completato. Violante Beatrix von Bayern, governatrice di Siena e moglie del principe ereditario di Toscana Ferdinando de’ Medici, le commissiona ritratti di molte delle dame della sua corte (che poi esporrà nella sontuosa villa Lampeggi). La stessa Violante Beatrix la manda poi a Bologna a ritrarre Maria Klementyna Sobieska, la moglie dell’esiliato James Stuart, che in seguito le chiede di ritrarre i suoi figli. Dopo Bologna va a Venezia per ritrarre la cognata di Violante, Teresa Kunigunda Sobieska, e la zia di Maria Klementyna. Qui incontra la pittrice Rosalba Carriera. La corrispondenza intercorsa successivamente tra le due artiste testimonia una certa cordialità e stima reciproca. Giovanna muore a Firenze nel 1731, a 65 anni. È sepolta nella chiesa di Ognissanti, vicino alla tomba del figlio Lorenzo, anche lui pittore, morto all’età di 39 anni.

Villa Petraia, una villa medicea, che divenne la residenza del re d’Italia durante il breve periodo di Firenze capitale italiana nel 1870, è situata fuori Firenze ed è la sede di alcune delle più note opera a pastello della Fratellini. Molte delle sue opere attendono un restauro o una manutenzione nei depositi degli Uffizi. Un gran numero dei suoi pastelli che le furono commissionati dalla famiglia Medici sono collocati nella collezione dei ritratti agli Uffizi.

 

Intrighi “scientifici”

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“Cento micron” racconta le vicende intrecciate di due giovani donne. Bibi, apparentemente frivola e superficiale, appartiene a una ricca famiglia romana. Rimasta improvvisamente vedova, vorrebbe ricorrere alla fecondazione in vitro per avere un figlio, utilizzando i propri embrioni, congelati e conservati in una prestigiosa clinica romana. Eva è una promettente biologa, sua amica d’infanzia, che lavora in un dipartimento universitario, dovendo fare i conti con le miserie quotidiane, le prepotenze baronali, la scarsità di finanziamenti, i giochi di potere e la precarietà che caratterizzano la ricerca in Italia. Le due donne, con l’aiuto di un medico amico e di un detective, scoprono un intricato traffico internazionale di embrioni, utilizzati a scopo di ricerca in un paese asiatico senza leggi di salvaguardia. Il romanzo a questo punto assume le caratteristiche di un giallo, che si risolve positivamente alla fine.

Un libro originale, sincero, che tratta con delicatezza grandi temi sociali, facendo riflettere sulla complessità del progresso. Temi chiave sono senz’altro la difficoltà di fare ricerca e il problema della maternità negata, desiderata o solo immaginata.

Marta Baiocchi vive a Roma, dove lavora come ricercatrice sulle cellule staminali. Ha lavorato per tre anni in America, al New York Blood Center, dove ha conosciuto la meritocrazia. Tornata in Italia, ha dovuto faticare per abituarsi ai demotivanti ambienti universitari. Questo è il suo primo romanzo. Per anni ha militato nel gruppo IQuindici, comunità di lettori democratica, che si prende l’onere di visionare centinaia di testi inediti e di agevolare i più meritevoli nella pubblicazione. Queste due passioni: ricerca scientifica e letteratura, sono fuse in questo interessante e particolare romanzo.

Arte al femminile (67)

Anche nei periodi peggiori della storia, l’arte si manifesta in tutta la sua bellezza. Nella seconda metà del Seicento il Ducato di Milano è sotto la dominazione spagnola e vive un periodo di decadenza economica, mentre la popolazione si sta faticosamente riprendendo dalla terribile epidemia di peste del 1630. La classe nobiliare gode di grandi privilegi, così come gli ambasciatori e i consoli stranieri. Il governo spagnolo tratta i suoi sudditi con imposte e gabelle eccessive. Le milizie spagnole si preoccupano solamente di reprimere i malcontenti invece che la delinquenza. Nonostante tutto, grazie anche all’opera dei cardinali Borromeo (v. l’istituzione dell’Accademia Ambrosiana), Milano e le altre città lombarde vivono una vivace stagione artistica, sviluppando il cosiddetto barocco lombardo.

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Margherita Caffi opera nella seconda metà del Seicento in ambiente lombardo. Nasce a Cremona (?) nel 1647, figlia del pittore di origine francese Vincenzo Volò e di Veronica. Secondo altri nasce a Vicenza, dato che il suo appellativo era “Vicentina” o “Vicenzina”. Il padre è pittore di fiori ed è probabilmente il suo primo maestro in questo genere. Risulta ammessa all’Accademia di San Luca a Milano nel 1697, insieme alla sorella Francesca e a Lucrezia Ferraria. Sposa in giovane età il pittore cremonese Ludovico Caffi, presso il quale completa la propria formazione artistica. Il nome di Margherita, del marito e di alcuni figli (due sono nati a Cremona, almeno altri due a Piacenza) si trovano menzionati negli “stati d’anime” parrocchiali di Piacenza dal 1670 al 1672 e poi dal 1677 al 1679; nella stessa città Margherita abita almeno fino al 1682, come risulta dagli Stati d’anime della parrocchia di S. Teresa, ove ella è ricordata come colà residente assieme alla famiglia nel 1680, nel 1681 e nel 1682.

Diventata esperta in natura morta, diventa pittrice famosa ai suoi tempi per la “rara di lei abilità in dipingere fiori sopra qualsivoglia stoffa di seta, e sopra tele, e carte: e segnatamente sulle pergamene, le quali assai ricercate le erano, e a caro prezzo pagate”. Ha parecchi importanti committenti: gli arciduchi del Tirolo, i re di Spagna, i granduchi di Toscana, Vittoria della Rovere. Trascorre gli ultimi anni a Milano, dando vita ad una fiorente scuola locale di pittori di nature morte. Muore probabilmente nel 1710.

Nonostante che già lo Zaist (pittore e storico dell’arte del ‘700) lodasse la Caffi e ricordasse che i suoi quadri erano assai ricercati e pagati a caro prezzo, il suo nome fu presto dimenticato e le sue opere confuse con quelle di molti pittori di “nature morte”. Solo recentemente la sua opera è stata in parte rintracciata e comincia a essere rivalutata, ma un profilo artistico è ancora da farsi. Vari suoi quadri si trovano tuttora in raccolte private di Piacenza, Cremona, Milano e Brescia. Tre sono presso la Pinacoteca di Cremona, altre nel palazzo Rota Pisaroni di Piacenza. Un cospicuo gruppo figurava già nell’inventario della villa di Poggio a Caiano nel 1697; altri sono citati alla stessa data nella raccolta del conte Carrara di Bergamo. G. B. Carboni (scultore e critico d’arte) nel 1760 la cita nelle collezioni Gaifami e Barbisoni a Brescia. Altre due sue tele con fiori, firmate “M[argarita]. Vincencina f[ecit] 1697″, sono nel palazzo reale di S. Ildefonso della Granja in Spagna.

Ispirata dai dipinti nordici, soprattutto fiamminghi, Margherita si distingue per la libertà dei soggetti, la pennellata libera e vivace. Anticipatrice di briose fantasie floreali, che verranno poi sviluppate in ambito veneziano, le sue composizioni hanno pennellate dense e sfrangiate, con particolare cura per gli effetti di trasparenza dei petali e i riflessi metallici dei vasi. Le esuberanti composizioni hanno fiori prevalentemente di colore azzurro, rosso vivo e bianco, collocati quasi sempre su uno sfondo scuro. Tulipani, peonie, passiflore e garofani sono i fiori preferiti.

Arte al femminile (66)

Roma nel Seicento era una città cosmopolita. La sua natura di città capitale sia dello Stato della Chiesa sia del mondo cattolico comportava inevitabilmente una costante presenza di numerosi prelati, di rappresentanti diplomatici, di viaggiatori e di pellegrini: gente che vedeva nella città il proprio futuro. Erano presenti moltissimi artigiani lombardi, che esercitavano il mestiere di spadari, scalpellini, architetti e capomastri, richiamati dai numerosi cantieri aperti. La Curia pontificia, a sua volta, con il miraggio di una comoda sistemazione, esercitava una grande attrazione per i preti di lontane parrocchie e per le folte schiere di piccoli intellettuali, di aspiranti scrittori e poeti della vasta provincia. La città pullulava di artisti: accanto ai pittori più celebrati e famosi, vi si potevano incontrare scapigliati e bohémiens. Tra essi, «molti franzesi e fiamminghi, che vanno e vengono e non li si può dar regola». Le famiglie aristocratiche erano più di 200, alcune molte ricche perché imparentate coi papi o con autorevoli prelati. Non c’era una vera e propria borghesia, anche se esisteva un ceto di artigiani, professionisti, commercianti, che potevano contare su un tenore di vita decoroso. C’era infine una massa crescente di lavoratori precari, di gente emarginata e priva di redditi.

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Teresa del Po nasce a Roma nel 1649, figlia di Pietro del Po (di origine siciliana) e di Porsia Compagna. I genitori, entrambi al secondo matrimonio, hanno altri figli: Adriano, Giacomo (futuro pittore), Anna Antonia. Teresa avvia la propria formazione artistica con la guida del padre, pittore e incisore. Non ci sono tracce delle sue prime opere. Si sa che viene ammessa nella prestigiosa Accademia di San Luca nel 1675, per i suoi meriti ormai affermati di “pittrice, diligentissima miniatrice ed accuratissima intagliatrice in acqua forte”. Lavora prevalentemente a Roma, poi si sposta nel 1683 a Napoli: qui incontra il consenso di molti signori, che “concorsero per ottenere sue miniature e pitture fatte con pastelli”. Qui s’inserisce in una produzione editoriale di carattere innovativo: libri di formato minore, più maneggevoli ed economici, nei quali è attentamente curata l’illustrazione. Nel 1687 dimora con la famiglia a Benevento, per seguire con il padre i dipinti per il Duomo. Durante il soggiorno beneventano ritrae alcuni nobili del luogo ed esegue incisioni raffiguranti l’Arco di Traiano. Un ritrovamento d’archivio testimonia il pagamento di 200 ducati nel 1696 per la manifattura di due miniature ovali per conto del principe di Sant’Agata. Muore nel 1713, lasciando una figlia, Vittoria, anche lei miniaturista e disegnatrice.

Teresa si è specializzata in incisioni per illustrare libri e pubblicazioni di carattere religioso. Queste si trovano in collezioni private. In esse si manifesta il gusto rococò, con una profusione di ombre e sfumature, che dimostrano la sua maestria nell’uso del chiaroscuro.

Della sua produzione pittorica rimangono: -due tempere su pergamena del 1698 che fanno parte di una collezione privata di New York, -il ritratto di don Pietro Moncada, pastello in ovale, e un ritratto a pastello di una santa, nei depositi della Galleria Nazionale della Sicilia, -un ritratto a pastello della Maddalena, conservato a Nantes, nel Museo Dipartimentale Thomas Dobrée, – una Madonna, pastello firmato, della Cattedrale di Tursi in Basilicata, -un ritratto di gentiluomo del 1708 conservato nella Pinacoteca di Capodimonte.