Noi come satelliti…

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BEATRIZ E I CORPI CELESTI

Beatriz, la protagonista, racconta la propria vicenda in prima persona, in un alternarsi tra passato e presente. Dopo una tormentata adolescenza, condizionata dall’ammirazione e dall’affetto per l’amica Monica, figura idealizzata e condizionante, Bea decide a 18 anni di trasferirsi in Scozia, a Edimburgo, per studiare l’inglese e specializzarsi in letteratura anglosassone. Dopo un periodo di solitudine, incontra Caitlin, detta Cat, bella, generosa e dal passato doloroso, e Ralph, nobile sfortunato. Bea non riesce a ricostruire una vita indipendente, perché non la abbandona il ricordo di Monica e delle vicende tormentate che ha condiviso con lei. Terminati gli studi decide di tornare a Madrid e cercare Monica, ma l’incontro per lei è sconvolgente: Monica, ricoverata in un centro di recupero per tossicodipendenti, è irriconoscibile ed è solo una tenue parvenza della ragazza di un tempo.

Il romanzo è introspettivo: Bea cerca una propria identità, come molte adolescenti e lo fa inizialmente attraverso eccessi e trasgressioni. Si racconta l’incomunicabilità, la solitudine, l’imperfezione dell’amore attraverso metafore “spaziali”, tra satelliti in mancata comunicazione tra loro e “orbite cimitero”.

Il fatto è che dall’amore, proprio come dalla vita, ci si aspetta sempre di più e non ci si accontenta mai. La mia soddisfazione si limita a momenti circoscritti, probabilmente amplificati dalla memoria, e quasi sempre, nel ricordo, vissuti al buio. I giorni si susseguono e io continuerò a sprofondare a poco a poco in quest’ansia d’infinito, in questa inappagabile sete di assoluto che fa sentire insufficiente qualsiasi cosa…” (pag.28)

Questo romanzo ha destato inizialmente scalpore perché è stato tra i primi a parlare con assoluta naturalezza dell’amore tra donne, senza morbosità, inserendo il tema nel più vasto contesto della ricerca di se stessa da parte della giovane protagonista.

Lucìa Etxebarria è una scrittrice e sceneggiatrice spagnola. Nasce a Valencia nel 1966. Dopo parecchi lavori e una laurea in filologia, pubblica nel 1996 il suo primo libro, “Aguanta esto”, biografia di Courtney Love. Nel 1998 esce il primo romanzo, “Beatriz e i corpi celesti”, che vince il premio Nadal. Ha scritto vari romanzi, poesie e saggi, pubblicati in Italia inizialmente da Guanda.

Arte al femminile (115)

Il Neoclassicismo è la tendenza artistica, tipica della seconda metà del ‘700 e dell’epoca napoleonica, ispirata all’estetica dei classici greci e romani. Cerca di recuperare i principi di armonia, compostezza, equilibrio e proporzione che caratterizzano l’arte degli antichi greci e romani. Si sviluppa anche grazie alle numerose scoperte archeologiche fatte in questo periodo. Si ricordano, ad esempio, gli scavi di Pompei, avviati intorno al 1740 da Carlo di Borbone, re di Napoli.

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Anne Seymour Damer  *oil on canvas  *125.7 x 99.1 cm  *1773

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Anne Seymour Damer è un’altra importante scultrice del Settecento. Nasce nel 1749 a Sevenoaks, nel Kent, in una facoltosa famiglia aristocratica, unica figlia del feldmaresciallo Henry Seymour Conway e di Caroline Bruce, figlia di John Campbell, quarto duca di Argyll e vedova del terzo conte di Ailesbury. Nel 1767 sposa giovanissima Giovanni Damer, figlio di lord Milton, più tardi primo conte di Dorchester. La coppia può vivere nel lusso, perché lord Milton dà loro un reddito cospicuo e Anne eredita grandi fortune anche dai propri genitori, ma la giovane cerca una propria realizzazione personale, studiando e dedicandosi a varie attività artistiche. Il matrimonio è infelice e nel 1774 la coppia si separa: Giovanni Damer si suicida nel 1776, lasciando notevoli debiti.

La carriera artistica di Anne si sviluppa nel corso della vedovanza. Inizia a viaggiare in Europa, per visitare musei e centri artistici. Donna di spirito, si racconta che sia rapita durante una tappa del suo itinerario e poi rilasciata illesa a Jersey, isola del canale della Manica. Non si scoraggia e fa una sorta di Gran Tour in visita ai più grandi personaggi del suo tempo. Si reca a Firenze e a Napoli, dove viene introdotta negli ambienti artistici e aristocratici. A Parigi conosce la scrittrice Mary Berry, di cui diventa grande amica. Dal 1818 va a vivere a Twickenham, un rione londinese. Muore nel 1828, a 79 anni, nella sua casa di Londra. Si fa seppellire insieme ai suoi strumenti di scultore, al suo grembiule da lavoro e alle ceneri del suo cane preferito.

Anne ha come tutore Horace Walpole, letterato, amico di famiglie e cugino. Walpole la segue durante i frequenti viaggi all’estero dei genitori e la considera come una figlia. Come ispiratore Anne ha il filosofo David Hume, segretario del padre, che la incoraggia a sviluppare le sue abilità nella scultura. Conosce benissimo il latino e il greco. Prende lezioni di modellazione da Giuseppe Ceracchi, scultore affermato, d’intaglio del marmo da John Bacon e di anatomia da Cumberland Cruikshank (chimico e anatomista). Espone sue opere dal 1784 al 1818, in qualità di membro onorario della Royal Academy. Il suo stile è neoclassico e utilizza vari materiali: dalla terracotta al bronzo al marmo. I suoi soggetti sono tratti dal mondo aristocratico (amici e conoscenti), dall’ambiente degli attori teatrali, dalla mitologia classica e dal mondo animale. Anne si cimenta anche nella scrittura, pubblicando un romanzo, “Belmour”, nel 1801. Partecipa a varie recite amatoriali, essendo grande appassionata di teatro.

Intraprendente ed eclettica, suscita spesso pettegolezzi per l’abbigliamento mascolino, i modi anticonvenzionali e la stretta amicizia con Mary Berry. In un opuscolo satirico del 1789 viene ridicolizzata per il fatto di scolpire anche nudi maschili. Di lei rimangno ritratti e sculture, che ne evidenziano la bellezza e il fascino.

Sue opere si trovano nella National Portrait Gallery di Londra, nel museo Twickenham, nel Victoria and Albert Museum e in collezioni private.

by Anne Seymour Damer (nÈe Conway), marble bust, circa 1788

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Arte al femminile (114)

Nel periodo convulso della Rivoluzione Francese, il ritratto rimane in auge, richiesto sia da esponenti della classe dirigente ormai al tramonto che dai poteri emergenti. Esso documenta cambiamenti di costume e risponde all’esigenza di lasciare traccia di sé, inserendosi nel flusso della storia.

Collot

Marie Anne Collot nasce a Parigi nel 1748. A 15 anni diventa allieva dello scultore Jean-Baptiste Lemoyne, che ha un’influenza decisiva sulla sua carriera come ritrattista. Passa poi nel laboratorio dello scultore Etienne Maurice Falconet, di cui diventa collaboratrice. Il suo talento precoce si manifesta sia nella scultura che nel ritratto. Realizza busti in terracotta di uomini illustri: del Diderot, del Grimm, del principe Dmitri Galitzine, ambasciatore di Russia. Tutti riconoscono il talento della giovane ragazza, la sua onestà e la sua vivacità. Il Falconet la porta con sé in Russia, a Pietroburgo, quando viene chiamato alla corte di Caterina II, negli anni 1766-1778. Le affida l’esecuzione della testa della statua colossale di Pietro il Grande e il modello d’una riduzione da cui egli trae piccoli bronzi. Marie Anne gode il favore dell’imperatrice Caterina II, cui fa parecchi ritratti e che le ordina il bellissimo busto del Falconet (ora all’Ermitage). Nel dicembre 1766 presenta un lavoro all’Accademia Imperiale delle Belle Arti, che l’accoglie come membro effettivo nel 1767, garantendole una pensione annua. Nel 1777 sposa a San Pietroburgo il pittore Pierre Etienne Falconet, figlio del suo maestro. Il matrimonio risulta infelice ed effimero, per il comportamento violento del marito, così che Marie Anne nel 1778 torna in Francia con la figlia Marie-Lucie, nata nel frattempo. Nel 1782 viene ospitata in Olanda dalla sua amica, principessa Galitzine, ed esegue, tra gli altri, i busti in marmo del luogotenente Guglielmo V e di sua moglie Federica Sofia Guglielmina (museo dell’Aia). In Olanda si dedica completamente alla scultura, all’educazione di sua figlia e alla cura del suocero ammalato, che muore poi nel 1791. La rivoluzione sconvolge tutto questo mondo di artisti, filosofi e scrittori. Ritornata in Francia, si rifugia a Marimont, nella Lorena, conducendo una vita tranquilla sino alla morte nel 1821.

Suoi lavori si trovano nel Museo e nel Palazzo di Marmo di San Pietroburgo, al Louvre, nel Museo delle Belle Arti di Nancy e in collezioni private.

BOO73714 Portrait Bust of Catherine II (the Great) (1729-96), 1770s (marble) by Collot, Marie-Anne (1748-1821) marble height: 48 Hermitage, St. Petersburg, Russia French, out of copyright

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BAL73715 Portrait Bust Etienne Maurice Falconet (1716-91), 1773 (marble) by Collot, Marie-Anne (1748-1821) marble height: 45 Hermitage, St. Petersburg, Russia French, out of copyright

Arte al femminile (113)

62Marguerite Gérard, sorella di Marie Anne (v.n.112) nasce a Grasse in Provenza nel 1761. Il padre è Claude Gérard, profumiere, la madre Marie Gilette. A 14 anni va a vivere a Parigi con la sorella maggiore. Diventa allieva e stretta collaboratrice del cognato Jean-Honoré Fragonard. Grazie all’eredità dei genitori Marguerite avrebbe potuto essere indipendente, ma si dedica all’arte e vive con la sorella sino alla sua morte.

Diventa nota come ritrattista, ma si esprime anche nella pittura di genere, lasciando molti capolavori. Si cimenta con successo nella tecnica dell’acquaforte. Presenta i suoi quadri al Salon del 1799 e continua a esporre sino al 1824, ottenendo vari riconoscimenti ufficiali. Suoi dipinti sono acquistati da personalità come Napoleone Bonaparte e Luigi XVII, a dimostrazione della sua fama. Illustra con sei delle sue stampe la prima edizione del romanzo epistolare “ Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos (1782). Continuando la propria carriera di pittrice intimista, riesce ad accontentare sia la nobiltà che la clientela borghese e sentimentale del XVIII secolo, che le è a lungo fedele: attraversa indenne la tempesta della rivoluzione del 1789.

Particolari sono i quadri dedicati alla bellezza felina: l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese recuperano molti elementi dell’antichità egizia, così che il gatto diventa soggetto interessante nei quadri.

Oltre a ritratti di personaggi famosi, Marguerite ha come temi preferiti scene dell’infanzia, strumenti musicali, animali domestici, la maternità. Si nota grande competenza nell’uso della luce. Sa trasformare i contesti e i dettagli della vita domestica in momenti poetici.

Muore nel 1837 a Parigi.

Dal 2011 molte sue tele sono conservate nel Museo Fragonard di Grasse.

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Arte al femminile (112)

Marie Anne Gérard Fragonard è conosciuta soprattutto per essere stata la moglie di Jean-Honoré Fragonard, uno dei principali pittori francesi del XVIII secolo. I due artisti si sposano nel 1769 e hanno nello stesso anno la prima figlia, Rosalie. Di Marie-Anne si sa che è originaria di Grasse (Provenza), dove nasce nel 1745, che è sorella di Marguerite Gerard (altra notevole artista) e che è una pregevole pittrice, specializzata in ritratti in miniatura. Il marito ottiene i favori del re Luigi XV, perché dipinge quadri galanti, con sottintesi erotici, che riscuotono grande successo presso la licenziosa corte francese. Nel 1780 nasce Alexandre Evariste, che sarà pure pittore. Nel 1788 muore la figlia Rosalie, a Cassan, vicino a Parigi, lasciando Marie Anne in grande disperazione. La famiglia ha difficoltà economiche quando la rivoluzione francese abbatte la nobiltà, principale sponsor degli artisti di allora. Nel 1805 tutti i Conservatori del Louvre sono espulsi per Decreto Imperiale e Fragonard perde il posto, che il pittore David è riuscito a trovargli. Fragonard e la moglie si ritirano a Grasse, dove il pittore muore nel 1806, quasi dimenticato, nonostante la fama che l’ha accompagnato per gran parte della vita. Marie Anne muore nel 1823.

Suoi lavori si trovano al Metropolitan Museum e in collezioni private. Molti i personaggi famosi che figurano nelle sue miniature: tra questi il piccolo Luigi XVI, a testimonianza del prestigio di cui godeva questa pregevole artista.Un soggetto a lei congeniale è il mondo dell’infanzia, con ritratti pieni di tenerezza e dai colori delicati.

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Normalità e follia…chi decide?

jan_vermeer_005_ragazza_interrotta_dalla_sua_musica_1660Questo quadro di Jan Veermer del 1660 (Ragazza interrotta mentre suona) ha offerto lo spunto per il titolo di un romanzo datato, ma ancora avvincente. Si tratta di “La ragazza interrotta” di Susanna Kaysen.

“ Lo sguardo della ragazza punta fuori del riquadro del dipinto, ignorando il robusto maestro di musica, che poggia la dispotica mano sulla sedia. La luce è smorzata, luce invernale, ma il volto della ragazza è acceso. La fissai negli occhi castani e indietreggiai. Mi stava mettendo in guardia da qualcosa: aveva distolto lo sguardo dalla sua occupazione per mettermi in guardia. La bocca era appena aperta, come se avesse respirato solo per dirmi:«Non farlo!» Mi ritrassi, nel tentativo di tenermi fuori del raggio della sua premura, che tuttavia riempiva il corridoio.«Aspetta», diceva.«Aspetta! Non andare!» Non l’ascoltai!…” (pag.186)

Interrotta mentre suona: com’era stata la mia vita, interrotta nella musica dei miei diciassette anni; com’era stata la sua vita, strappata e fissata su tela, un momento reso immobile per tutti gli altri momenti, qualsiasi cosa fossero o avrebbero potuto essere. Quale vita può guarirne? Adesso avevo qualcosa da dirle. «Ti vedo» dissi. Il mio fidanzato mi trovò mentre piangevo nel corridoio.”(pag.187)

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“La ragazza interrotta” è un libro in forma di diario in cui l’autrice parla della propria esperienza come paziente in una clinica psichiatrica.

Susanna si sottopone a una visita che dura solo venti minuti. Un dottore, che non ha mai visto prima, le dice che dovrebbe riposare, che c’è un posto che fa al caso suo. Lei è d’accordo: è un pessimo periodo per lei, è un’adolescente confusa, poco più che una ragazzina, ha finito il liceo e non sa che fare di se stessa e della propria vita. Finisce così in un ospedale psichiatrico e ci rimane per quasi due anni, sulla scorta di una diagnosi che dice: “Disturbo della personalità borderline”. Due anni! In questo lungo periodo conosce altre ragazze, che descrive e ricorda con delicatezza e comprensione. Per l’estrazione sociale delle pazienti, e la retta che i loro genitori pagano, qui non ci sono camicie di forza né lobotomie, ma solo quintali di psicofarmaci e qualche seduta di elettroshock. Le ragazze che Susanna incontra in clinica sono depresse, bulimiche, paranoiche, bugiarde patologiche, affette da sindrome borderline. Sono dipendenti da sonniferi e lassativi. Dopo due anni saranno le sue migliori amiche. La storia è intensa, scritta con sobrietà. Siamo nell’America degli anni 60 e gli echi dei cambiamenti esterni entrano anche nell’ovattato mondo della clinica.

Alla fine della lettura ci si domanda quale sia il vero confine tra normalità e devianza e chi possa veramente stabilire che un percorso di vita non sia normale! Una lettura ancora estremamente attuale.

“Ti chiedono: come sei finita lì dentro? In realtà vogliono sapere se c’è qualche probabilità che ci finiscano anche loro. E io, a questa domanda, alla domanda vera, non so rispondere. Posso solo dire: è facile.”

“Avevo dei problemi con i motivi geometrici. Tappeti orientali, pavimenti piastrellati, tende stampate, cose di questo genere. Con i supermercati era particolarmente dura, per via dei lunghi e ipnotici corridoi a scacchi. Quando guardavo queste cose, al loro interno ne vedevo altre. La realtà si stava facendo troppo densa.

Vedevano tutti quella roba e facevano finta di nulla? La pazzia era solo questione di smettere di fingere? Cos’è che non andava nelle persone che non vedevano certe cose? Erano cieche, per caso?

Negare era la mia ambizione. Il mondo, denso o vuoto che fosse, provocava in me soltanto negazioni. Quando avrei dovuto stare sveglia dormivo, quando avrei dovuto parlare tacevo, quando mi offrivano qualcosa di piacevole lo rifiutavo. Tutte le mie armi – fame, sete, solitudine, noia e paura – erano puntate sul mio nemico: il mondo. Naturalmente al mondo non importava niente di loro, e loro infastidivano me, ma dalle mie sofferenze traevo una macabra soddisfazione. Dimostravano la mia esistenza. Sembrava che tutta la mia integrità consistesse nel dire no.”

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. (Franco Basaglia)

Susanna Kaysen è nata a Cambridge nel 1948, figlia dell’economista Carl Kaysen, professore al MIT e primo consigliere del presidente John F. Kennedy. Ha frequentato il liceo alla Commonwealth School di Boston e alla Cambridge School of Weston. Nel 1967, dopo una frettolosa diagnosi, viene ricoverata al McLean Hospital, per il trattamento psichiatrico della depressione. Qui rimane per 19 mesi. Questa esperienza la segna profondamente. Quando esce dalla clinica decide di dedicarsi alla scrittura. Nel 1993 esce la sua autobiografia, “La ragazza interrotta”, che diventerà un film nel 1999. Ha scritto anche altri romanzi, fortemente incentrati sui problemi psicologici e il modo in cui la società vi risponde.

Arte al femminile (111)

Scoperta nel Settecento in Francia da Jean Baptiste Le Prince (pittore e incisore), la tecnica dell’Acquatinta è molto simile all’Acquaforte: assai complessa, è la più adatta alla stampa colorata. La si ottiene in due modi: applicando direttamente col pennello, sul metallo nudo, l’acido, delimitandone il campo d’azione con vernici resistenti alla morsura, oppure per mezzo di speciali preparazioni dette grane. Sulla lastra metallica, opportunamente scaldata, viene fissata della polvere di asfalto in modo da rendere la lastra granulosa. L’acido nel quale viene immersa la lastra corrode (morde) il metallo penetrando tra un granello di polvere e l’altro e la lastra ottenuta mostra una superficie spugnosa che, inchiostrata, crea effetti sfumati simili all’acquarello e tipici di questa tecnica.

Maria Katharina Prestel nasce nel 1747 a Norimberga. Il padre Thomas Holl è mercante. Di lei si sa pochissimo. Ottiene le prime lezioni di disegno e pittura in miniatura da Leonhard Fischer, ritrattista. Studia poi la tecnica dell’acquatinta con Johann Gottlieb Prestel, che poi sposa nel 1772. Il matrimonio però va presto in crisi: nel 1783 Maria Katharina si trasferisce a Francoforte sul Meno, su invito di Heinrich Sebastian Husgen. La coppia si separa nel 1786, quando Maria Katherina si trasferisce a Londra. Qui lavora nel laboratorio di John e Giosia Boydell. Si appassiona alla riproduzione di piante e pare abbia collaborato all’illustrazione di un libro sulle esplorazioni di James Cook. Muore nel 1794.

Il suo nome figura nel 1905 nel testo “Women painters in the world”

Suoi lavori si trovano nel British Museum.

Porträt Maria Katharina Prestel (1747 - 1794)

Porträt Maria Katharina Prestel (1747 – 1794)

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