Una donna “pioniera” della cultura

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ILLUMINATA racconta la storia di Elena Lucrezia Cornaro, prima donna laureata al mondo. Fa sempre bene leggere di donne che abbiano perseguito i propri ideali contro tutto e tutti. Questa donna, in particolare, sceglie un cammino nuovo per il suo tempo, quello dello studio, della passione intellettuale. Nel ‘600 le ragazze di nobile famiglia o si sposavano o finivano in convento. Lucrezia ha la fortuna di avere un padre aperto, affezionato alla figlia, trasgressivo, in quanto ha preferito la libera unione con Zanetta, ragazza della borghesia, piuttosto che con una fanciulla del suo rango, scelta dalla famiglia. Il padre, avendo compreso l’intelligenza di Elena, le fornisce i migliori insegnanti del tempo. Elena a 10 anni sceglie di rifiutare il matrimonio, scegliendo una vita severa, impegnata, lottando per controllare un temperamento orgoglioso, ribelle e appassionato. Incontra l’amore nella persona dell’erudito ‘Umar Ibn al- Farid, ma anche questo è un sentimento complicato, per le differenze culturali e la lontananza. Il rapporto è platonico e dura nel tempo. Padrona di una cultura vastissima, Elena affronta prove e giudizi, prima di essere accettata dal mondo accademico. La sua sofferta esperienza apre la strada all’avventura intellettuale di altre donne.

La vicenda è romanzata, ma è comunque interessante e puntuale nella ricostruzione dell’ambiente del tempo.Si coglie la quotidianità della Venezia seicentesca. Grande la finezza narrativa.

Un bel libro!

Patrizia Carrano nasce a Crespano del Grappa (Treviso) nel 1946. Scrittrice. Giornalista (Noidonne, Panorama, Tempo Illustrato, Amica, Max, Playboy, Anna, Sette ecc.). Tra i suoi libri: Malafemmina (1978), Cattivi compleanni (1992). Sceneggiatrice tv (La ragazza americana, La mia casa è piena di specchi, Pronto soccorso, Linda e il brigadiere, Regina dei fiori ecc.). Autrice della fiction Butta la luna (Raiuno, 2006). Ha ridotto per il piccolo schermo il romanzo di Daphne du Maurier Rebecca la prima moglie (andato in onda su Raiuno nell’aprile 2008).

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Arte al femminile (269)

Tra le allieve di Helen Knowlton (v.n.268) merita particolare attenzione Ellen Day Hale.

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Ellen Day Hale nasce a Worcester (Massachusetts) nel 1855, in una famiglia amante dell’arte e della letteratura. Il padre è uno scrittore, un oratore e un pastore protestante; la prozia, Harriet Beecher Stowe è l’autrice del famoso romanzo “La capanna dello zio Tom”. La sua è una famiglia rispettabile, ma non particolarmente benestante. Viene educata dalla zia Susan Hale, acquarellista, e riceve le prime nozioni di arte figurativa da William Rimmer. Studia poi a Boston, presso l’atelier di William Morris e di Helen Knowlton. Hunt e Helen Knowlton incoraggiano nelle loro allieve un nuovo stile, promuovendo all’interno della classe di 40 pittrici un senso di comunità, in modo che collaborino tra loro. Nella famiglia di Ellen ci sono forti modelli femminili: la madre, Emily Baldwin Perkins, incoraggia le sue tendenze artistiche, le zie Catharine Beecher e Isabella Beecher Hooker sono educatrici, la cugina Charlotte Perkins Gilman è un’importante attivista e scrittrice. In cerca di formazione aggiuntiva Ellen va nel 1878 a Philadelphia, per frequentare l’Accademia di Pittura della Pennsylvania. Qui si ferma due anni, dipingendo per la prima volta un nudo femminile dal vivo. Gli anni seguenti viaggia per l’Europa con Helen Knowlton: visita Belgio, Olanda, Italia, Inghilterra e Francia, esplorando musei e copiando dipinti. Ellen si ferma poi a Parigi, per seguire maestri parigini. Sono più di mille i giovani artisti americani che in questo periodo studiano a Parigi e dintorni. S’iscrive rapidamente ai corsi, ma trova gli insegnamenti troppo formali e poco interessanti. Nel 1882 è a Londra, per seguire alcune lezioni presso la Royal Academy of Arts. Tornata a Parigi, studia all’Academie Julian per tre anni. Dal momento che le donne non sono ammesse ai più prestigiosi istituti parigini, devono iscriversi alle accademie indipendenti, che richiedono alle donne di pagare più soldi degli uomini per le lezioni. Nonostante le difficoltà economiche Ellen preferisce l’Accademia Julian alle altre, trovando un gruppo di amici che le fanno da supporto. Nel 1884 incontra Gabrielle de Vaux Clements, che diventa la sua compagna di vita e le insegna l’arte dell’incisione. Alla fine degli anni ‘80 sperimentano per prime le acqueforti a colori negli Stati Uniti. Pur impegnandosi molto per esporre le proprie opere e farsi apprezzare, Ellen ottiene un marginale riconoscimento della propria arte. Espone al Salon di Parigi, presso la Royal Academy of Arts di Londra.

Il padre svolge la funzione di cappellano nel Senato degli Stati Uniti dal 1904 sino alla morte nel 1909. Ellen lo aiuta spesso nelle funzioni legate alla Chiesa. Nel frattempo si occupa dei suoi sette fratelli e sorelle. Come donna non sposata, fa quello che ci si aspetta da lei, dedicandosi alle necessità dei genitori. Nonostante gli obblighi familiari, Ellen non rinuncia mai alla sua passione e continua a dipingere e a fare incisioni per il resto della sua vita.

Muore a 85 anni in un borgo alla periferia di Boston, dove ha il suo studio.

Può essere definita una pittrice impressionista, nota per i suoi dipinti di figure, compresi molti ritratti e autoritratti. I suoi lavori sono raffinati, con un pregevole uso di luci e ombre, nonché notevole abilità tecnica.

Un suo quadro si trova nella collezione del National Museum of Women in The Arts di Washington.

Ha scritto il libro “ Storia dell’arte: uno studio delle vite di Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano e Dürer”, nonché varie pubblicazioni e articoli.

Ha svolto un ruolo importante come mentore per una nuova generazione di pittrici donne. Ha incoraggiato e dato consulenza, ospitando spesso le artiste per incontri informali, per discutere di arte e stabilire collaborazioni professionali.

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Musica dell’ anima

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Il pianista muto è un romanzo particolare diviso tra lettere, flashback e descrizioni in terza persona, in cui l’io narrante cambia continuamente. Prende spunto da un reale fatto di cronaca: il ritrovamento nel Kent di un artista sconosciuto, privo di parola, dalle incredibili doti musicali. Il protagonista è un giovane trovato in stato confusionale sulla spiaggia di un imprecisato paese dell’Inghilterra dall’infermiera Nadine. La ragazza lo porta nell’ospedale psichiatrico in cui lavora, dove il caso viene seguito con interesse da tutti. Il giovane non parla, non scrive, non ha alcun segno di riconoscimento: disegna solo un pianoforte. Quando vede per caso nel “giardino d’inverno” dell’istituto un pianoforte, comincia a suonare così meravigliosamente, che tutti ne rimangono colpiti. Il suo diventa un caso famoso, il che sconvolge l’equilibrio della tranquilla clinica. La musica diventa protagonista della storia, perché i brani musicali hanno il potere di far riemergere nei pazienti ricordi considerati dimenticati o superati e influenza tutti, risvegliando sensibilità sopite. I brani musicali portano a un dialogo profondo, impossibile a parole, che induce gli ascoltatori a una valutazione della propria vita: la memoria rievoca a volte eventi tragici con cui fare i conti. In particolare il giovane ha un’influenza particolare sull’anziano Rosenthal, superstite di un campo nazista. I due sembrano capirsi, senza comunicare tra loro. Quando Rosenthal si suicida, oppresso dai ricordi, il pianista decide di sparire, come un angelo della morte.

Un libro ammaliante, dalle atmosfere sfumate, ricco di umanità. Ci sono alti e bassi, perché non tutti i personaggi sono convincenti, ma è ben scritto. Affascinante il misterioso protagonista, che con la musica esprime la realtà segreta del proprio essere.

“ c’è solo il mare, illividito dalla luce fredda dell’alba, e la lunga striscia di sabbia che lo fiancheggia a perdita d’occhio; eppure, tra mare e sabbia, il ragazzo continua a camminare guardando dritto davanti a sé, come se una meta gli balenasse davanti proprio laggiù, nell’estrema lontananza, dove il profilo della costa sfuma in un’incerta caligine azzurrina.

A un tratto si ferma e si volta indietro, verso il promontorio. ….ben presto la sua figura scalza e vacillante si perde nella foschia dell’alba, mentre i gabbiani levano di nuovo le loro strida sulla spiaggia deserta.”

 

Paola Capriolo è nata a Milano nel 1962. Collabora alle pagine culturali del «Corriere della Sera» e svolge attività di traduttrice, soprattutto dal tedesco. Tra i suoi libri: La grande Eulalia (Feltrinelli, 1988), Il doppio regno (Bompiani, 1991), La spettatrice (Bompiani, 1995), Una di loro (Bompiani, 2001), Qualcosa nella notte (Mondadori, 2003) e Una luce nerissima (Mondadori, 2005). A lei sono dedicati vari saggi e monografie. Nel 2012 è uscito per Bompiani, Caino.
Da anni si dedica con passione alla narrativa per ragazzi, affrontando per i giovani lettori i temi più scottanti dell’attualità e della storia recente. Con le Edizioni EL ha pubblicato tra gli altri No (2010), Io come te (2011), L’ordine delle cose (2013) e Partigiano Rita (2016).

Arte al femminile (268)

Helen Mary Knowlton nasce a Littleton (Massachusetts) nel 1832, seconda di nove figli. Frequenta le scuole di Worcester, dove la famiglia si è stabilita. Suo padre, dal 1834, possiede e gestisce il giornale Worcester Palladium: muore nel 1871, lasciando la famiglia in difficoltà. Helen e le sue sorelle per alcuni anni si occupano dell’attività del giornale. Helen dà anche lezioni di chitarra. Studia arte a Boston con la supervisione di William Morris Hunt (autore di ritratti, scene di genere e militari), che sostituisce dal 1871 come insegnante di disegno e pittura. William Morris aveva creato una classe di pittrici donne, socialmente accettabile, dato il prestigio di cui godeva l’artista, che seguiva gli ideali della scuola francese di Barbizon, per cui paesaggio e stati d’animo sono associati, con un realismo raffinato e legato al romanticismo. Helen ha grande stima di Hunt, tanto da diventare sua biografa ufficiale (“Art-life of William Morris Hunt”), oltre che collaborare alla stesura di un libro sui suoi metodi didattici, “Talks on Art”. Nel 1875 pubblica con Hunt il manuale “Hints of pupils in drawing and painting”, ispirato agli appunti presi durante le lezioni di Hunt, illustrato con gusto. Hunt muore forse suicida nel 1879, lasciando un grande vuoto nella pittrice. Nel 1880 la troviamo a Monaco di Baviera, a seguire i corsi di Frank Duveneck, pittore statunitense qui stabilitosi per specializzarsi presso l’Accademia Reale di Monaco. Nell’estate 1881 è a Gloucester, Massachusetts, in questo momento affollata di artisti e definita la “Bretagna d’America”. Per due anni viaggia attraverso l’Italia, la Francia , il Belgio, i Paesi Bassi con Ellen Day Hale, sua allieva. A Boston si stabilisce e lavora come pittrice, insegnante, scrittrice e critica d’arte per il Boston Post.

Dipinge ritratti e paesaggi a olio oltre che schizzi a carboncino. Espone a Londra, a New York, all’Accademia Nazionale del Design, a Philadelphia, presso L’Accademia di Pennsylvania di Belle Arti, presso il Museo di Belle Arti di Boston. Sue opere vengono acquistate nel 1896 dal Worcester Art Museum. Suoi quadri si possono ammirare al Museo d’Arte di Telfair, a Savannah, in Georgia, e nel Museo of Fine Arts di Boston.

Muore a Needham, Massachusetts, nel 1918.

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Arte al femminile (267)

Marianne Preindlsberger Stokes nasce a Graz, in Stiria (Austria) nel 1855. Studia dapprima alla Graz Drawing Academy poi a Monaco di Baviera. Sembra che incontri Johann Strauss, che pare le abbia dedicato una polka-mazurka, Licht und Schatten, nel 1875. Dopo aver ricevuto una borsa di studio, la troviamo in Francia dal 1880, a Parigi. Subisce l’influenza del naturalista Jules Bastien-Lepage e questa rimane anche quando Marianne cambia soggetti, scegliendo temi medievali, romantici e biblici. Frequenta varie accademie, tra cui l’Accademia Colarossi, dove vince una medaglia d’argento nel 1882. Espone al Salon di Parigi, alla Grosvenor Gallery, alla New Gallery e alla Society of British Artists. Nel 1881 diventa amica della pittrice finlandese Helene Schjerfbeck e va con lei a Pont-Aven, in Bretagna, dove si radunano molto artisti. Qui conosce Adrian Stokes, pittore inglese specializzato in paesaggi ricchi di atmosfere suggestive. I due si sposano nel 1884 e si fermano per parecchi mesi a Capri. La loro dimora è ufficialmente a Londra, dove si fermano poco. La coppia trascorre le estati del 1885 e 1886 a Skagen, nell’estremo nord della Danimarca, dove c’è una colonia di artisti nota come “i pittori di Skagen”, seguaci dell’impressionismo. Ritornati in Inghilterra nel 1887, essi diventano membri attivi del New English Art Club. Dopo un viaggio in Italia, i due pittori stanno per un lungo periodo a St. Ives in Cornovaglia, dove diventano vivaci esponenti della locale colonia di artisti. Marianne viene affascinata dalle fiabe dei fratelli Grimm, per cui per un po’ si dedica anche a temi favolistici, cui segue un interesse per lavori di carattere religioso, soprattutto raffigurazioni della Madonna col bambino: i suoi interessi sono molteplici e ama sperimentare nuovi stili. Non avendo figli, i due pittori viaggiano parecchio: Italia, Austria, Ungheria, Slovacchia. Qui si appassionano ai paesaggi, alle caratteristiche dei costumi e delle case, che riproducono in varie opere. Dopo aver abbandonato la pittura a olio, ispirandosi al movimento preraffaellita, Marianne si dedica a composizioni in tempera e gesso. I suoi dipinti danno l’impressione di essere affreschi su gesso. Durante i molti viaggi gli Stokes diventano amici di John Singer Sargent (pittore statunitense specializzato in ritratti), con cui viaggiano e dipingono. All’inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, Marianne si trova in Austria e le viene fatto divieto di lasciare il paese. Con il marito e l’amico Sargent riesce a passare in Svizzera e da lì a tornare in Inghilterra. Fa parte di numerose associazioni artistiche ed espone in modo continuativo sino alla morte nel 1927 a Londra.

Marianne si distingue per la varietà di stili e tematiche, per la curiosità verso le novità. Quasi dimenticata, i suoi lavori si trovano per lo più in collezioni private. Troviamo paesaggi in stile impressionista, immagini che rievocano i preraffaelliti, ritratti e scene di genere legate al naturalismo francese, Madonne quasi rinascimentali, illustrazioni di fiabe: il tutto con un uso sapiente del colore e grande espressività.

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Madri e figlie

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Era mia madre è un romanzo intenso, in cui la voce narrante è quella di Alice, una giovane donna che ha deciso di dedicarsi alla danza e vive a Parigi. La storia inizia con la descrizione di un pianista di strada, un ragazzo, che suona una melodia semplice, solo accennata, in un pianoforte della Gare de Lyon, la stazione in cui Alice sta accompagnando la madre a prendere il treno che l’avrebbe riportata a casa. Quella del pianista è l’ultima immagine che la madre vede, prima di accasciarsi a terra e da quel momento cadere in un coma irreversibile. Trasportata a Napoli, viene accudita dalla figlia, che ritorna per questo nella casa dei genitori. Questa esperienza dolorosa porta Alice a rivedere con occhi nuovi la figura della madre, insigne grecista, docente universitaria, dal passato impegnato politicamente. Con la madre ha sempre avuto un rapporto difficile, aggravatosi quando il padre Arturo si è trovato implicato in una vicenda giudiziaria legata a finanziamenti illeciti al suo partito. Alice impara a conoscere sua madre anche attraverso lettere da lei scritte alla figlia e mai spedite. La riscoperta della madre è anche la scoperta di se stessa, di quello che ha trascurato e di quello che vuole veramente. Il dolore può diventare occasione per imparare l’arte di vivere, sembra questo il tema dominante.

“Tua madre era una persona autentica, Alice, con i suoi segreti, le sue bugie, forse, le verità taciute. Non ha mai finto di essere quella che non era: questa è l’unica cosa che conta.”

“ Se fossimo costantemente consapevoli d’essere incessanti produttori di ricordi per i nostri figli, ma anche di guasti, scompensi, dolori e incompiutezze, smetteremmo di respirare per il peso di questa responsabilità. Meravigliosa e terribile”…

… “Stai sempre vicina a qualcosa che cresce. Che sia un bambino, un progetto, un’idea, senza mai dimenticare la terra, lo sbocciare di un fiore, la cura di una pianta” Mia madre citava Anna Maria Ortese, un’autrice a lei molto cara…”… 

L’eredità che viene lasciata da chi ci ha preceduti, molto più che nei ricordi condivisi, nelle storie raccontate o inventate, sta nell’oblio, nelle dimenticanze, nei silenzi, nei vuoti della memoria, nelle voragini lasciate da parole mai dette, talvolta impronunciabili. Perché è negli strappi della rete, nei buchi della trama della vita che si nasconde la verità di quel che siamo o di quel che non arriveremo mai a essere. E c’è un unico modo per non venirne risucchiati. Affacciarsi sul bordo di quei vuoti vertiginosi, guardare quel che resta delle rovine del passato e provare a immaginare una storia. La nostra storia.”

L’autrice è bravissima nel farci entrare in questa esperienza umana, con eleganza e uno stile quasi poetico. Un romanzo bellissimo, che offre tanti spunti di riflessione e in cui possiamo ritrovare molto di noi stesse.

Iaia Caputo (1960) è nata a Napoli e vive a Milano. A lungo giornalista, ha tenuto la rubrica di libri per “Marie Claire” e per “Flair” dal 2001 al 2006. Ha scritto per “Il Diario” e attualmente per “D di Repubblica”. Ha pubblicato i saggi Conversazioni di fine secolo (La Tartaruga, 1995), Mai devi dire. Indagine sull’incesto (Corbaccio, 1996), Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (Corbaccio, 2001), e il romanzo Dimmi ancora una parola (Guanda). Per Feltrinelli ha pubblicato Le donne non invecchiano mai (2009), Il silenzio degli uomini (2012) e Era mia madre (2016).

Arte al femminile (266)

L’età vittoriana rappresenta un lungo periodo della storia inglese: dal 1837, anno in cui a soli 18 anni sale al trono la regina Vittoria, sino alla sua morte nel 1901. Si ha un periodo di floridezza economica, espansione commerciale e coloniale, ma anche di lacerazioni sociali e culturali. Aumenta il divario tra classi ricche e povere, si sviluppa il lavoro minorile e lo sfruttamento del lavoro femminile, sottopagato e sottostimato. Lo straordinario processo di sviluppo industriale ha parecchi lati oscuri, per le drammatiche condizioni di vita e lavoro nei grandi centri industriali. Dal punto di vista culturale si ha il passaggio dal razionalismo al romanticismo e al misticismo. Finita tale epoca si prepara il tormento della prima guerra mondiale. L’inquietudine caratterizza i soggetti artistici e ci si aggrappa al passato, alla mitologia, al sogno.

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Evelyn De Morgan nasce a Londra nel 1855, in una famiglia dell’alta borghesia. Educata in casa, come si usa al tempo, inizia a ricevere lezioni di pittura all’età di 15 anni. A 17 anni annota sul diario “ l’arte è eterna, ma la vita è breve…Ora vi porrò rimedio, non ho un momento da perdere.” Chiede ai genitori di iscriverla a una scuola d’arte, ma questi inizialmente si oppongono, poi accettano di iscriverla alla Slade School of Fine Art. Lo zio John Roddam Spencer, pittore preraffaellita, influenza il suo stile. Evelyn lo va spesso a trovare nella sua villa di Bellosguardo, in Toscana, dove questi vive. Ciò le permette di studiare i grandi artisti del Rinascimento italiano, in particolare rimane molto colpita da Botticelli. Evelyn si reca anche a Roma, per approfondire i propri studi. La prima esposizione si ha nel 1877, presso la Gronsvenor Gallery. Nel 1887 sposa il ceramista e novellista William de Morgan. S’interessa allo spiritismo e fa sperimenti di scrittura automatica, con cui accompagna a volte i suoi dipinti. I coniugi De Morgan vivono tra Londra e Firenze fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1917 Evelyn rimane vedova. Muore nel 1919.

Gran parte dei suoi lavori, grazie all’interessamento della sorella, sono conservati a Wandsworth, Londra, presso la Fondazione De Morgan.

Il suo stile è caratterizzato dalla precisione del dettaglio e da un particolare interesse per i temi mitologici. Sviluppa uno stile personale: i suoi soggetti sono quasi sempre femminili ed esprimono le sue personali visioni spirituali e filosofiche. Vive in un periodo di cambiamenti e di preparazione alla catastrofe della prima guerra mondiale, per cui ricerca nello spiritualismo risposte alle proprie inquietudini. Ha creato un totale di circa 102 quadri ad olio.

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