Arte al femminile (122)

7a4e0db6585345ea3ab7782c22d2f23cRose Adelaide Ducreux nasce nel 1761 a Nancy, maggiore dei sei figli di Joseph Ducreux, pittore importante, ritrattista di successo alla corte di Luigi XVI. Proveniente da una famiglia benestante, riceve un’educazione completa, con particolare cura per la musica e la pittura. Diventa un’abile virtuosa nel suonare l’arpa, suo strumento preferito. Partecipa alla sua prima mostra nel 1786, presso il Salon de la Correspondance. Il padre le fa da maestro e con lui collabora dal 1791 al 1799, esponendo i propri lavori in importanti manifestazioni. Dopo aver sposato un militare, nominato da Napoleone come prefetto di Santo Domingo, Francois-Jacques de Lequoy Montgiraud, si trasferisce con lui nell’isola, dove muore nel 1802, a soli 41 anni, per febbre gialla.

Un suo autoritratto si trova al Metropolitam Museum of Art.

I suoi quadri dimostrano come la rivoluzione francese non abbia cancellato il gusto per l’eleganza e la raffinatezza.

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Patria “complicata”

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Una valigia di cartone è l’insieme di due racconti, che fanno capire i tumulti dell’anima di chi è vissuto in una perenne frontiera, in una terra come l’Istria, che è stata veneta, asburgica, italiana, jugoslava e poi croata. Nel primo racconto, che dà il titolo al libro, Norma, ormai anziana, ricoverata in ospedale per un femore rotto, rievoca il proprio passato: le origini contadine, la miseria, il periodo duro della guerra, l’esodo. In particolare riemerge la sua infanzia di orfana, con una madre tenace, che lotta per mantenere la famiglia, il lavoro da ragazza come cameriera in una casa signorile, il matrimonio con Berto, una “testa calda”, un attivista politico, che la lascia vedova con una figlioletta nata da poco. Norma ci presenta la realtà di chi vive sullo sfondo di avvenimenti di cui non coglie l’essenza, perché troppe sono le preoccupazioni quotidiane. Parla di uomini e donne che non si rassegnano, perché “è possibile vivere anche con la disperazione in cuore“, perché “solo quando si è molto giovani il primo duro colpo sembra la morte stessa“, mentre da adulti si impara a passare attraverso gli eventi se non proprio “corazzati”, perlomeno muniti di un certo distacco. Lo stile, con alcuni termini dialettali, presenta con efficacia il mondo delle persone “semplici”, quelle “comuni”, che affrontano la vita con coraggio e fiducia, sperando sempre in qualcosa di nuovo e positivo, costruendo da sole, con le proprie forze, solo con quelle, il proprio destino.

Nel secondo racconto, “Impercettibili passaggi”, la protagonista è una maestra, Maria, chiamata a insegnare in un paesino sul mare. Il titolo si riferisce agli “impercettibili passaggi”: sbalzi d’umore, malinconie, sentimenti, pensieri, ricordi che affollano il presente e il passato della protagonista. Anche Maria vive una condizione di sradicamento sia sociale che personale, avendo perso la persona con cui sperava di avere un futuro. Un po’ alla volta la protagonista accetta il semplice principio per cui “mejo dure groste de pan, ma l’cor in pase ancoi e anche doman” e riprende a sperare in un proprio destino, in cui le parole aiutano a capire e capirsi.

Nelida Milani Kruljac nasce a Pola nel 1939. Si laurea in Lettere all’Università di Zagabria. Insegna per alcuni anni italiano e francese nel liceo croato di Pola, poi si specializza in sociolinguistica e dal 1979 ha l’incarico come docente di linguistica generale e semantica presso la facoltà di Pedagogia dell’Università di Pola. Per anni è stata responsabile della Sezione Italiana presso la Facoltà istriana di Lettere e Filosofia. Ha collaborato a varie riviste della minoranza linguistica italiana e si è occupata in particolar modo dello sviluppo della competenza comunicativa nei bambini bilingui, pubblicando in proposito saggi e articoli. Si avvicina alla narrativa in età matura, ricevendo più volte il premio Istria Nobilissima. I racconti di “La valigia di cartone” vengono pubblicati in Italia da Sellerio nel 1991. Continua a pubblicare con successo sino al 2011, imponendosi come “uno dei massimi esponenti della cultura della Comunità Nazionale Italiana di Croazia e Slovenia”: è uno dei pochissimi italiani autoctoni della ex Jugoslavia ad essere pubblicato anche in Italia.

“Con l’esodo io ho perso tre quarti della mia famiglia, ho perso tre quarti della mia classe, ho perso tre quarti del mio rione, tre quarti del mio vicinato, ho perso tre quarti della mia città.”

“Ho avuto una vita disseminata di lotte e di fallimenti e ora ho imparato ad amare il mio fallimento”.

Arte al femminile (121)

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La scarsa visibilità delle donne artiste permette loro di affrontare gli sconvolgimenti sociali della fine del ‘700 senza essere eccessivamente penalizzate nel proprio lavoro. Esse lavorano per lo più in ambienti domestici e i loro soggetti sono ritratti e momenti del quotidiano.

Marie-Gabrielle Capet nasce a Lione nel 1761. Di condizioni economiche modeste, figlia di un domestico, cerca la propria strada nel settore artistico. Si reca giovanissima a Parigi, dove entra nell’atelier di Adélaide Labille-Guyard, pittrice celebre per i ritratti e membro dell’Accademia Reale (v.n.32). Fino al 1785 le sue opere sono presentate al Salone della Gioventù. Spedisce due ritratti ufficiali al Salon de la Correspondance e un pastello viene esposto. Per una critica favorevole, o grazie ai contatti stabiliti come assistente di Adélaide Labille-Guyard, Marie-Gabrielle comincia a ricevere delle committenze. Adélaide le fornisce un alloggio e Marie Gabrielle vive con lei anche dopo il matrimonio di Adélaide con il pittore Francois Vincente. Tra i suoi modelli ci sono personaggi allora famosi, come Madame Longrois, moglie del maggiordomo di Fontainebleau, il reverendo Padre Moisset, superiore generale dell’Oratorio, e membri della famiglia reale, tra cui Madame Adelaide e Madame Victoire de France, le figlie di Luigi XV.

Al Salon del 1791, Marie-Gabrielle espone delle miniature, che continua a produrre per il resto della sua vita.

Affronta la tempesta della rivoluzione, continuando a dedicarsi alla pittura sia a pastello che a olio. Vive le contraddizioni del suo tempo, mantenendosi in bilico tra atmosfere rococò e novità del neoclassicismo. In parecchi ritratti rappresenta altri artisti del suo tempo. La Commissione degli artisti, istituita durante la rivoluzione, la premia per due ritratti. Nel 1800 i suoi modelli cambiano, in relazione all’avanzare di nuovi ceti sociali, e diventano: ufficiali, funzionari delle colonie e qualche dama di Spagna. Nel 1814 presenta il suo primo esempio di quadro “storico”, una rappresentazione mitologica della dea della salute.

Muore nel 1816.

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Arte al femminile (120)

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Maria Luisa Caterina Cecilia Hadfield o Madame Cosway, nasce a Firenze l’11 giugno del 1760. Il padre Charles Hadfield è un ricco commerciante di Manchester, trasferitosi in Toscana, dove gestisce una serie di alberghi che ospitano in prevalenza turisti inglesi. La madre è Isabella De Kock. Maria, oltre che bella, è colta e ricca di doti artistiche: scrive, dipinge, canta, suona vari strumenti (arpa, organo, arpicordo) e compone musica. Figura affascinante, nel 1778 è già membro dell’Accademia di Disegno di Firenze. Dopo la morte del padre (1776), la famiglia si trasferisce a Londra (1779), con dispiacere di Maria: “questo giorno partii da Firenze per Londra … molto contro mia voglia e furono obbligati ritirarmi da un convento ove mi ero fissata rimanere”. Qui nel 1781 sposa William Richard Cosway, famoso miniaturista. Il matrimonio è combinato dalla madre: “venni informata sul Signor Cosway, la sua offerta venne accettata, i desideri di mia madre furono soddisfatti e mi sposai minorenne” ed è destinato a fallire per le palesi infedeltà di Cosway. Maria pittrice è bloccata nel suo intento di affermarsi come pittrice indipendente, in quanto il marito le impedisce di vendere i quadri. Nonostante questo divieto, dal 1781 al 1789 espone trentuno dipinti alla Royal Academy. Non le è consentito dedicarsi alla musica da professionista, in quanto questo è giudicato inadatto a una donna di elevato ceto sociale. Malgrado ciò riesce a guadagnare ampi consensi con molte pubblicazioni attribuite semplicemente “a Lady” o “a Madame”. Copie della composizione Songs and Duets da lei dedicata a Jefferson (terzo presidente degli Stati Uniti, con cui intrattiene una relazione epistolare per circa 50 anni) si trovano presso la New York Performing Arts Library, la Biblioteca Nazionale di Parigi e a Monticello in Virginia. Nella sua casa londinese suona e canta le proprie composizioni, organizzando i suoi “grandi concerti”. Nel 1796 muore a soli 6 anni la figlioletta Luisa Paolina Angelica e Maria, affranta dal dolore, si trasferisce a Maleo, presso Lodi, dalla sorella Bettina. Da questo momento decide di impegnarsi anche nel versante dell’educazione femminile. Dal 1803 al 1812 la troviamo a Lione, dove fonda un proprio collegio per bambine e ragazze, rifacendosi alle teorie di Jean-Jacques Rousseau e John Heinrich Pestalozzi. Nelle fanciulle si studiano i caratteri e le disposizioni naturali e si cerca di sviluppare al massimo i loro talenti. Nel 1812 apre a Lodi il Collegio della Beata Vergine delle Grazie, che diventa presto famoso e che viene riconosciuto dallo stesso Imperiale Regio Governo. Le ragazze sono suddivise in tre classi, in base all’età e al grado di preparazione e vengono insegnate la lingua italiana, la calligrafia, l’aritmetica, la storia, la geografia nonché le regole del buon costume e del vivere sociale. Non manca l’insegnamento della religione e della morale. Insegnamenti facoltativi riguardano la lingua francese, il disegno, la musica e la danza. La stessa Maria, nel presentare gli obiettivi del Collegio, dichiara che il suo intento è “formare buone madri di famiglia, capaci di … educare la propria prole, e di fare nella società decorosa comparsa”. Il 14 novembre 1834 l’Imperatore Francesco I concede a Maria il titolo e il grado di Baronessa, come riconoscimento dei meriti acquisiti durante l’attività di educatrice. Muore a Lodi il 5 gennaio 1838.

Di particolare interesse il cosiddetto “portafoglio di marocchino rosso”, in cui vi sono le riproduzioni dei dipinti italiani portati in Francia da Napoleone, dopo le spoliazioni effettuate nel 1796-1798.

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Due donne, due mondi…

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Questo romanzo è estremamente attuale e mette a confronto due donne e due mondi, in un romanzo a due voci. Da una parte abbiamo Antonella, che vive a Padova, ma viene dalla Sicilia, da un posto di mare: il mare della Sicilia, che è selvaggio, “dov’è facile ferirsi”, un mare che “ti copre il corpo di un velo sottile di sale perché ti ricordi che gli sei appartenuto, che finché sei rimasto in acqua eri una creatura marina”. Afflitta da depressione post partum, dopo la nascita del secondo figlio, Antonella non riesce a trovare il senso della propria vita e si sente inadeguata come madre e moglie. Deve riprendere il lavoro come insegnante e si affida all’aiuto di Vasilita, una giovane donna della Moldavia, che ha seguito il marito in Italia, nella speranza di migliorare la propria condizione di miseria. Le due donne narrano se stesse: i sogni da ragazze, le incomprensioni nella famiglia d’origine, i matrimoni falliti, i mariti indifferenti, i figli, la libertà perduta. I racconti di Vasilita ci portano in un paese di campagna, povero, grigio e fangoso. Dal sottobosco, dal “bosco lupino”, Vasilita ha imparato i nomi delle erbe, degli alberi, il linguaggio dei lupi, con la guida di Baba Dora, una specie di strega, che si lascia morire per l’incomprensione dei compaesani. Vasilita a un certo punto torna in Moldavia: dopo un paio di anni Antonella parte, la cerca e la trova…

“Cosa ti dicevano Vassi?” chiede Antonella della voce dei lupi che risuonava nella testa della giovane il giorno delle nozze. “Hai vissuto i boschi e hai sognato il mare, Vasiliţa. Ma non avrai né l’uno né l’altro. Verrà una figlia, verrà la guerra. Verrà il dolore, crescerà nero e succoso come le more sopra i cespugli, d’estate”.

Anche Antonella cerca di rispondere alla stessa domanda: “Pensavo che Luigi fosse il mio “anti-Edipo”, quando da fidanzati mi ricopriva di affetto e di attenzioni. Poi più niente, o meglio, il meno possibile, ciò che restava: frattaglie, scampoli di marito e di padre”.

Un romanzo profondo, che dona atmosfere magiche a uno spazio reale e domestico. Al di là delle differenze di tempo e di luogo si può riconoscere un destino comune a molte donne.

Simona Castiglione (Catania, 1969) insegna lettere a Padova. Scrive come giornalista per diverse testate (Il Gazzettino, MilanoMetropoli) e si è occupata della traduzione di classici greci e latini con testo a fronte per Mondadori. Ha curato, come lessicografa, la prima edizione del Dizionario di base della lingua italiana di Tullio De Mauro (Paravia). Con Transeuropa pubblica La mente e le rose, la sua prima raccolta di racconti.

Arte al femminile (119)

Nel Settecento i dipinti ci presentano un mondo femminile diversificato e in fase di evoluzione.

Abbiamo le dame di corte e della nobiltà che seguono canoni estetici precisi, immobilizzate in uno status sociale che impedisce loro scelte indipendenti: incarnato rigorosamente bianco, coperto da uno spesso strato di biacca o cerusa (velenosa all’organismo e nociva, perché contenente piombo), guance e bocca rosse, sopracciglia marcate e ben disegnate, fronte alta e spaziosa, acconciatura molto elaborata. Gli abiti complessi bloccano e irrigidiscono i movimenti.

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Ci sono donne che cercano di inserirsi nel contesto storico del momento, sperando di ottenere un riconoscimento sociale e parità di diritti con gli uomini. Il contributo delle donne alla Rivoluzione francese del 1789, ad esempio, avviene a vari livelli: quello popolare e di massa, con donne coraggiosamente presenti alle sommosse e alle lotte per il pane, e quello intellettuale, rappresentato da donne borghesi, che si esprime nella partecipazione attiva alle sedute dell’Assemblea Costituente, nella produzione di scritti, nella creazione di giornali e circoli femminili impegnati nella lotta per i diritti civili e politici delle donne. Tali scelte coraggiose vengono spesso pagate con la morte (v. Olympe de Gouges e Madame de Roland).

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Vi sono donne che aderiscono alle idee dell’Illuminismo e si battono perché le donne possano accedere all’istruzione, anche a quella superiore, di stampo scientifico. Ricordiamo in Italia Giuseppa Eleonora Barbapiccolo, filosofa e traduttrice, Diamante Medaglia Faini di Brescia, che scrive un’ “Apologia in favore degli studi delle donne”, la veneziana Elisabetta Caminer Turra, giornalista per L’Europa letteraria e Il giornale enciclopedico, nonché traduttrice di Moliere e di altri autori francesi.

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I tempi non sono ancora pronti ad accogliere un vero cambiamento sociale. Emblematico il caso di Diamante Medaglia Faini, sollecitata dal padre a sposare il giovane medico Pietro Antonio Faini, per distoglierla dall’attività letteraria. Il matrimonio imprime un significativo cambiamento alla produzione lirica di Diamante, che sacrifica al decoro coniugale le tematiche amorose e introspettive, su cui si è incentrata la sua ricerca poetica, a favore di una tematica d’occasione: sonetti, canzoni e madrigali composti soprattutto per celebrare nozze, sacerdozi, monacazioni, nascite e fatti legati a personaggi illustri…

Arte al femminile (118)

Il ricamo, il cucito, la tessitura, l’oggettistica sono da sempre considerati semplici “attività artigianali”. In questi ambiti le donne hanno saputo spesso esprimere immaginazione e tecnica unite insieme. Nel Settecento, prima della rivoluzione francese, quasi presagendo la fine imminente, le donne della nobiltà e della corte ricercano un abbigliamento “esagerato”, lussuoso e stravagante. Le modiste uniscono manualità e fantasia, in abiti che durano spesso un solo giorno, che vogliono trasmettere emozioni, stati d’animo, avvenimenti, messaggi nascosti…Marie Bertin, “la sarta della regina” rappresenta un caso unico e con lei gli abiti assurgono a “costruzioni” preziose e imprevedibili.

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Marie-Jeanne, detta Rose, Bertin nasce ad Abbeville in Piccardia nel 1747. Diventa un’abile modista e comincia la sua attività ad Amiens. Giunta a Parigi, viene assunta da madame Pagelle nel suo negozio in via Saint-Honoré. Alcune dame di corte, colpite dalla sua abilità, la raccomandano alla regina. Maria Antonietta ha bisogno di creare una propria immagine anche estetica e le dà i mezzi per aprire un negozio, Au Grand Mogol, facendola diventare la sua sarta personale. Rose ha il privilegio esclusivo di frequentare gli appartamenti privati della regina e, in violazione all’etichetta, può continuare a vestire e pettinare le signore di Parigi. Per la regina sono prescritte per ogni stagione 12 nuove vesti di gala, 12 abiti fantasia, 12 da cerimonia, per non contare i 100 vestiti che vengono allestiti ogni anno per l’uso quotidiano. L’arte di Rose permette alla sovrana di adottare ogni giorno qualcosa di assolutamente unico e originale. Rose parte da un modello semplice, disadorno, per dar poi libero sfogo alla propria immaginazione. Ogni abito ha un nome: Piaceri indiscreti, Sospiri soffocati, Composizione onesta…Anche i colori hanno nomi stravaganti e fantasiosi: color pulce, colore dei capelli della regina, occhio di re, papavero, mota di Parigi, fiamma d’Opéra, fumo d’Opéra, merda d’oca…

Nel 1774 Rose lancia la moda del pouf: i capelli vengono appoggiati a un sostegno, una specie di impalcatura, su cui vengono posti gli oggetti più imprevisti: fiori, frutti, verdure, piume…Vengono realizzati anche veri e propri paesaggi sul capo delle nobildonne di corte.

Inventrice inesauribile di modelli sempre nuovi, Rose diffonde in Europa le cosiddette “bambole della moda”, che, vestite con i nuovi modelli, viaggiano allo scopo di diffondere lo stile della corte di Francia.

La grande stagione di Rose si protrae fino al 1786, quando la drammatica situazione economica impone persino a Maria Antonietta di rallentare il ritmo folle delle sue dissennate spese. Anche nel 1791 Marie Antoinette, ormai prigioniera degli insorti, continua a farsi vestire dalla sarta preferita, fedele fino all’ultimo al suo amore per l’eleganza. Per uno strano scherzo del destino il 16 ottobre 1793 il carro che conduce alla ghigliottina l’ex Regina di Francia Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, consorte di Luigi XVI, passa sotto le finestre del Grand Mogol. Rose riesce a salvare la testa adeguandosi alle mode imposte dalla rivoluzione, nonostante i ribelli l’abbiano accusata di aver spinto la regina a spese folli. Solo all’ultimo Rose si rifugia a Londra, dove continua a lavorare e servire i suoi vecchi clienti qui emigrati.

Muore nel 1813.

Rose scrive le proprie memorie, in cui racconta gli intrighi che circondavano la regina e gli ultimi momenti dell’Ancien Regime: pare si debba a un libraio-editore, Jacques Peuchet, la consegna alla storia delle memorie della sarta, con l’aggiunta di alcune annotazioni a commento delle stesse, quasi a voler conferire una maggior credibilità al ruolo della narratrice.

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