Libri sempre attuali

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La bestia nel cuore è un romanzo del 2004 che mantiene grande attualità. Con grazia la scrittrice affronta argomenti spinosi: la violenza, l’abuso domestico, la connivenza, l’uso del potere per ottenere favori sessuali, la difficoltà a essere accettati come diversi…tutti temi più che mai presenti nelle cronache giornalistiche di questi giorni.

La protagonista, Sabina, fa la doppiatrice, non avendo avuto successo come attrice: è una bella ragazza, dolce, apparentemente serena, che convive con Franco, che lavora come lei nel mondo dello spettacolo. La relazione tra i due appare vitale, appagante. Sabina ha poi un’amica “storica”, Emilia, rimasta cieca in seguito a una grave malattia. Emilia ama segretamente e da tanto tempo Sabina e vive isolata, immersa nei ricordi del passato trascorso insieme, di un’amicizia intensa legata all’adolescenza di entrambe. Una notte Sabina fa un sogno inquietante e sconvolgente, legato alla figura del padre. Questo incubo la tormenta talmente che cerca di scoprire se in esso ci sia qualcosa di vero. Quando si accorge di essere incinta decide di partire per l’America, dove vive il fratello Daniele, per cercare di sapere qualcosa di più sulla sua famiglia. L’idea di dar vita a un nuovo essere la fa riflettere sulla sua famiglia, sui suoi genitori, di cui conserva pochi ricordi, apparentemente sereni e formali. Ritrovare il fratello la mette di fronte a una verità crudele, a un passato doloroso, da lei rimosso e apparentemente dimenticato. La tormenta l’idea di mettere al mondo un figlio che possa assomigliare al padre. Tornata in Italia, al momento di partorire viene presa dal panico e tenta di fuggire…

Attorno a Sabina ruotano personaggi che hanno un ruolo importante: Franco, Emilia, Maria (una collega di Sabina, abbandonata dal marito dopo vent’anni di matrimonio per una ragazzina dell’età della figlia), il fratello Daniele, la cognata Anne. Sabina è il tramite attraverso cui si sviluppano le loro storie personali, che rimandano al tema centrale del libro: la “bestia nel cuore”, la passione incontrollata, il fondo oscuro che può celarsi in ciascuno.

L’argomento così delicato viene affrontato con la giusta misura, senza eccessi.

La verità è la salvezza per tutti, perché conoscersi in profondità sembra l’unico modo per affrontare il futuro e superare il dolore: questo sembra il messaggio. L’autrice non vuole approfondire ulteriormente il delicato argomento della violenza sessuale sui minori, ma lascia spazio alla riflessione di ognuno, intessendo dialoghi, flussi di pensieri, che permettono un ripensamento personale. Da certi dolori non si può mai guarire, ma di certo qualcosa si può fare per ridare serenità alla vita, proprio affrontando la verità e facendosi aiutare a rielaborarla, superarla e infine rimuoverla. Un racconto amaro, che fa riflettere.

« C’è solo una cosa da fare, oggi come sempre, gli artisti sono gli unici ad averla capita: ”Non tacere mai, a costo della vita, della reputazione, dello scandalo, del dolore.”» p. 214

Cristina Comencini è nata a Roma nel 1956, è scrittrice e regista. Tra i libri ricordiamo “Le pagine strappate”, “Il cappotto del turco”, “Matrioska”, “La bestia nel cuore”, “L’illusione del bene” tradotti in molte lingue. Alcuni film da lei diretti sono: “Liberate i pesci”, “Il più bel giorno della mia vita”, “Va’ dove ti porta il cuore”. Dal romanzo “La bestia nel cuore” vincitore del Premio Castiglioncello, è stato tratto l’omonimo film diretto dalla stessa Comencini. Nel 2009, dopo l’uscita dell’opera “Due partite”, è uscito l’omonimo film di Enzo Monteleone.

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Una donna alla conquista del Cile

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Inés dell’anima mia è un romanzo storico a tutti gli effetti, anche se, ovviamente, vi sono aspetti d’invenzione. La protagonista è Inés Suàrez, l’unica donna spagnola che ha partecipato alla conquista del Cile nel 1540. Nata a Plasencia, in Estremadura (Spagna) nel 1507, giunge in America nel 1537, per raggiungere il marito Juan de Malaga, partito per il Nuovo Mondo con i fratelli Pizarro. Giunge fortunosamente in Perù, dove scopre che il marito è morto poco tempo prima del suo arrivo. Ottiene come risarcimento un piccolo appezzamento a Cuzco, dove si mantiene lavorando come sarta e vendendo squisite “empanadas”. Conosciuto il maresciallo di Campo Pedro di Valdivia, ne diviene l’amante e lo accompagna nel 1540 alla conquista del Cile, sopportando prove indicibili. Resistente e indomabile, si rivela preziosa risorsa nella spedizione, curando malati e feriti e trovando sorgenti d’acqua. Raggiunta la valle del Mapocho, gli spagnoli fondano la futura città di Santiago. Essi devono affrontare gli indomabili indigeni Mapuche: crudeltà su crudeltà vengono commesse da una parte e dall’altra. Inés si distingue durante un tremendo attacco alla città e salva una situazione che sembrava ormai perduta. Con Valdivia fa sviluppare il paese, ma Pedro deve lasciarla, per ordine del Vicerè spagnolo. Inés sposa il capitano Rodrigo de Quiroga, con cui lavora instancabilmente al benessere della sua gente, mentre Pedro de Valdivia continua nella conquista del Cile e nella lotta contro i Mapuche, per la quale perderà la vita.

Narrato in prima persona dalla protagonista, rivolgendosi alla figlia adottiva Isabel, questo romanzo vuole presentarci un personaggio storico poco conosciuto dai più: una donna indomita, ribelle, volitiva, amante della libertà, orgogliosa, padrona della propria vita contro i pregiudizi del tempo. La conquista del Cile appare in tutta la sua cruda realtà quotidiana. I cieli, i paesaggi, i profumi, gli interni delle case, le battaglie: c’è grande vitalità e concretezza nella narrazione, che colpisce per la violenza che ha caratterizzato la storia, il sangue, le torture descritte con realismo. La Allende evidenzia la ferocia sia degli spagnoli che degli indigeni. Alla fine della vicenda l’autrice fornisce un’ampia bibliografia di testi che ha consultato, per non tradire la realtà storica.

Un libro interessante, che ho trovato avvincente. Troppo affascinante il personaggio!

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L’amante giapponese (2015), Oltre l’inverno (2017). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Una donna “pioniera” della cultura

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ILLUMINATA racconta la storia di Elena Lucrezia Cornaro, prima donna laureata al mondo. Fa sempre bene leggere di donne che abbiano perseguito i propri ideali contro tutto e tutti. Questa donna, in particolare, sceglie un cammino nuovo per il suo tempo, quello dello studio, della passione intellettuale. Nel ‘600 le ragazze di nobile famiglia o si sposavano o finivano in convento. Lucrezia ha la fortuna di avere un padre aperto, affezionato alla figlia, trasgressivo, in quanto ha preferito la libera unione con Zanetta, ragazza della borghesia, piuttosto che con una fanciulla del suo rango, scelta dalla famiglia. Il padre, avendo compreso l’intelligenza di Elena, le fornisce i migliori insegnanti del tempo. Elena a 10 anni sceglie di rifiutare il matrimonio, scegliendo una vita severa, impegnata, lottando per controllare un temperamento orgoglioso, ribelle e appassionato. Incontra l’amore nella persona dell’erudito ‘Umar Ibn al- Farid, ma anche questo è un sentimento complicato, per le differenze culturali e la lontananza. Il rapporto è platonico e dura nel tempo. Padrona di una cultura vastissima, Elena affronta prove e giudizi, prima di essere accettata dal mondo accademico. La sua sofferta esperienza apre la strada all’avventura intellettuale di altre donne.

La vicenda è romanzata, ma è comunque interessante e puntuale nella ricostruzione dell’ambiente del tempo.Si coglie la quotidianità della Venezia seicentesca. Grande la finezza narrativa.

Un bel libro!

Patrizia Carrano nasce a Crespano del Grappa (Treviso) nel 1946. Scrittrice. Giornalista (Noidonne, Panorama, Tempo Illustrato, Amica, Max, Playboy, Anna, Sette ecc.). Tra i suoi libri: Malafemmina (1978), Cattivi compleanni (1992). Sceneggiatrice tv (La ragazza americana, La mia casa è piena di specchi, Pronto soccorso, Linda e il brigadiere, Regina dei fiori ecc.). Autrice della fiction Butta la luna (Raiuno, 2006). Ha ridotto per il piccolo schermo il romanzo di Daphne du Maurier Rebecca la prima moglie (andato in onda su Raiuno nell’aprile 2008).

Musica dell’ anima

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Il pianista muto è un romanzo particolare diviso tra lettere, flashback e descrizioni in terza persona, in cui l’io narrante cambia continuamente. Prende spunto da un reale fatto di cronaca: il ritrovamento nel Kent di un artista sconosciuto, privo di parola, dalle incredibili doti musicali. Il protagonista è un giovane trovato in stato confusionale sulla spiaggia di un imprecisato paese dell’Inghilterra dall’infermiera Nadine. La ragazza lo porta nell’ospedale psichiatrico in cui lavora, dove il caso viene seguito con interesse da tutti. Il giovane non parla, non scrive, non ha alcun segno di riconoscimento: disegna solo un pianoforte. Quando vede per caso nel “giardino d’inverno” dell’istituto un pianoforte, comincia a suonare così meravigliosamente, che tutti ne rimangono colpiti. Il suo diventa un caso famoso, il che sconvolge l’equilibrio della tranquilla clinica. La musica diventa protagonista della storia, perché i brani musicali hanno il potere di far riemergere nei pazienti ricordi considerati dimenticati o superati e influenza tutti, risvegliando sensibilità sopite. I brani musicali portano a un dialogo profondo, impossibile a parole, che induce gli ascoltatori a una valutazione della propria vita: la memoria rievoca a volte eventi tragici con cui fare i conti. In particolare il giovane ha un’influenza particolare sull’anziano Rosenthal, superstite di un campo nazista. I due sembrano capirsi, senza comunicare tra loro. Quando Rosenthal si suicida, oppresso dai ricordi, il pianista decide di sparire, come un angelo della morte.

Un libro ammaliante, dalle atmosfere sfumate, ricco di umanità. Ci sono alti e bassi, perché non tutti i personaggi sono convincenti, ma è ben scritto. Affascinante il misterioso protagonista, che con la musica esprime la realtà segreta del proprio essere.

“ c’è solo il mare, illividito dalla luce fredda dell’alba, e la lunga striscia di sabbia che lo fiancheggia a perdita d’occhio; eppure, tra mare e sabbia, il ragazzo continua a camminare guardando dritto davanti a sé, come se una meta gli balenasse davanti proprio laggiù, nell’estrema lontananza, dove il profilo della costa sfuma in un’incerta caligine azzurrina.

A un tratto si ferma e si volta indietro, verso il promontorio. ….ben presto la sua figura scalza e vacillante si perde nella foschia dell’alba, mentre i gabbiani levano di nuovo le loro strida sulla spiaggia deserta.”

 

Paola Capriolo è nata a Milano nel 1962. Collabora alle pagine culturali del «Corriere della Sera» e svolge attività di traduttrice, soprattutto dal tedesco. Tra i suoi libri: La grande Eulalia (Feltrinelli, 1988), Il doppio regno (Bompiani, 1991), La spettatrice (Bompiani, 1995), Una di loro (Bompiani, 2001), Qualcosa nella notte (Mondadori, 2003) e Una luce nerissima (Mondadori, 2005). A lei sono dedicati vari saggi e monografie. Nel 2012 è uscito per Bompiani, Caino.
Da anni si dedica con passione alla narrativa per ragazzi, affrontando per i giovani lettori i temi più scottanti dell’attualità e della storia recente. Con le Edizioni EL ha pubblicato tra gli altri No (2010), Io come te (2011), L’ordine delle cose (2013) e Partigiano Rita (2016).

Madri e figlie

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Era mia madre è un romanzo intenso, in cui la voce narrante è quella di Alice, una giovane donna che ha deciso di dedicarsi alla danza e vive a Parigi. La storia inizia con la descrizione di un pianista di strada, un ragazzo, che suona una melodia semplice, solo accennata, in un pianoforte della Gare de Lyon, la stazione in cui Alice sta accompagnando la madre a prendere il treno che l’avrebbe riportata a casa. Quella del pianista è l’ultima immagine che la madre vede, prima di accasciarsi a terra e da quel momento cadere in un coma irreversibile. Trasportata a Napoli, viene accudita dalla figlia, che ritorna per questo nella casa dei genitori. Questa esperienza dolorosa porta Alice a rivedere con occhi nuovi la figura della madre, insigne grecista, docente universitaria, dal passato impegnato politicamente. Con la madre ha sempre avuto un rapporto difficile, aggravatosi quando il padre Arturo si è trovato implicato in una vicenda giudiziaria legata a finanziamenti illeciti al suo partito. Alice impara a conoscere sua madre anche attraverso lettere da lei scritte alla figlia e mai spedite. La riscoperta della madre è anche la scoperta di se stessa, di quello che ha trascurato e di quello che vuole veramente. Il dolore può diventare occasione per imparare l’arte di vivere, sembra questo il tema dominante.

“Tua madre era una persona autentica, Alice, con i suoi segreti, le sue bugie, forse, le verità taciute. Non ha mai finto di essere quella che non era: questa è l’unica cosa che conta.”

“ Se fossimo costantemente consapevoli d’essere incessanti produttori di ricordi per i nostri figli, ma anche di guasti, scompensi, dolori e incompiutezze, smetteremmo di respirare per il peso di questa responsabilità. Meravigliosa e terribile”…

… “Stai sempre vicina a qualcosa che cresce. Che sia un bambino, un progetto, un’idea, senza mai dimenticare la terra, lo sbocciare di un fiore, la cura di una pianta” Mia madre citava Anna Maria Ortese, un’autrice a lei molto cara…”… 

L’eredità che viene lasciata da chi ci ha preceduti, molto più che nei ricordi condivisi, nelle storie raccontate o inventate, sta nell’oblio, nelle dimenticanze, nei silenzi, nei vuoti della memoria, nelle voragini lasciate da parole mai dette, talvolta impronunciabili. Perché è negli strappi della rete, nei buchi della trama della vita che si nasconde la verità di quel che siamo o di quel che non arriveremo mai a essere. E c’è un unico modo per non venirne risucchiati. Affacciarsi sul bordo di quei vuoti vertiginosi, guardare quel che resta delle rovine del passato e provare a immaginare una storia. La nostra storia.”

L’autrice è bravissima nel farci entrare in questa esperienza umana, con eleganza e uno stile quasi poetico. Un romanzo bellissimo, che offre tanti spunti di riflessione e in cui possiamo ritrovare molto di noi stesse.

Iaia Caputo (1960) è nata a Napoli e vive a Milano. A lungo giornalista, ha tenuto la rubrica di libri per “Marie Claire” e per “Flair” dal 2001 al 2006. Ha scritto per “Il Diario” e attualmente per “D di Repubblica”. Ha pubblicato i saggi Conversazioni di fine secolo (La Tartaruga, 1995), Mai devi dire. Indagine sull’incesto (Corbaccio, 1996), Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (Corbaccio, 2001), e il romanzo Dimmi ancora una parola (Guanda). Per Feltrinelli ha pubblicato Le donne non invecchiano mai (2009), Il silenzio degli uomini (2012) e Era mia madre (2016).

Fare i conti con l’età

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Ho scelto questo libro, perché colpita dal fatto che abbia in copertina lo stesso dipinto (”Summer interior” di Hopper) di un romanzo appena letto, “ Amalia a perdere” della Carucci.

Oltre all’immagine iniziale, i due romanzi hanno in comune il fatto di avere come unica protagonista una donna che si considera perdente.

L’età crudele narra le vicissitudini di Netta. Dopo una giovinezza dinamica e spensierata, Netta ha sposato Tommaso, da cui ha avuto una figlia, Cecilia, Tutto sembra andare per il meglio, ma quando Netta ha 36 anni viene lasciata dal marito, senza una motivazione valida, senza un confronto sincero. In realtà Tommaso è un immaturo, che crede di mantenersi giovane cercando relazioni con ragazze molto più giovani di lui. Dal momento della separazione inizia per Netta un periodo di ripensamenti e solitudine: la figlia va a studiare all’estero, i genitori hanno i loro problemi, il lavoro in libreria stenta a decollare, gli amici sono presenze sporadiche…Netta sente come “crudele” il fatto di invecchiare, ma questo la porta ad una maggiore attenzione e sensibilità verso gli altri.

La trama dà il quadro di una storia un po’ “pesante”, in realtà questo romanzo è molto profondo, con osservazioni interessanti e ci dà un ritratto quanto mai attuale delle difficoltà che ogni donna incontra quando deve fare i conti con l’età che passa. Netta affronta la vita senza recriminazioni, senza rimpianti, cercando di capire il senso del proprio destino e lavorando su se stessa per mantenere autonomia ed equilibrio.

Questo romanzo pubblicato nel 1995 mi pare più che mai attuale e lungimirante.

Patrizia Carrano nasce a Crespano del Grappa (Treviso) nel 1946. Personalità poliedrica lavora come giornalista (Noidonne, Panorama, Tempo Illustrato, Amica, Max, Playboy, Anna, Sette ecc.), come scrittrice e poi sceneggiatrice tra le più apprezzate nella fiction televisiva italiana. Negli anni Ottanta e Novanta ha pubblicato libri con grandissimo successo di pubblico come La Magnani (Rizzoli 1982); Baciami stupido (Rizzoli 1984); L’età crudele (Mondatori 1995); A lettere di fuoco (Mondadori 1999) e Illuminata (Mondadori 2000). Le sue opere sono tradotte in quattro lingue. Oggi vive e lavora a Roma.

Autrice della fiction Butta la luna (Raiuno, 2006), ha ridotto per il piccolo schermo il romanzo di Daphne du Maurier Rebecca la prima moglie (andato in onda su Raiuno nell’aprile 2008).

Solitudini coniugali

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Amalia a perdere è un bel romanzo, che racconta la storia di Amalia dal tempo degli studi universitari al matrimonio. Amalia viene da una ricca famiglia di Ancona, figlia unica di un notaio stimato e di Albina, che questi ha sposato dopo che da lei ha avuto la bambina. Amalia ha passato l’infanzia dalla nonna materna, cui era molto affezionata, da cui è stata separata per essere inserita in una famiglia fredda, formalista. Accettata a malapena dal padre, con una madre succube del marito e ambiziosa, Amalia cresce insicura, esile, sensibile. Va a studiare a Bologna e qui incontra Osvaldo, un operaio attivo, intraprendente, pieno di entusiasmo, molto impegnato nelle lotte sindacali. In lui Amalia trova la sicurezza che le manca. In contrasto con il parere dei genitori lo sposa, cercando di essere una moglie attenta e comprensiva. Si laurea e lavora facendo qualche supplenza temporanea. Osvaldo piano piano fa carriera nel sindacato e diventa un importante esponente politico. Viene chiamato a Roma e Amalia si sente sempre più sola e insicura. I genitori, conosciuta la nuova posizione del genero, si riavvicinano alla figlia. Osvaldo compra una bella casa ad Ancona e Amalia vi si trasferisce. I fine settimana sono animati dal ritorno del marito e dai vari inviti che questi fa. Per Amalia Osvaldo diventa pian piano un estraneo e si sente sempre più inquieta e smarrita. Diventa un po’ alla volta la copia della propria madre, succube e compiacente nei confronti del marito. L’incontro improvviso, dopo anni, con Alberto, un ragazzo di cui si stava innamorando riamata, risveglia in lei vecchie nostalgie. Il momento però è passato: Alberto a sua volta ha scelto un matrimonio di convenienza e ha spento in sé ogni entusiasmo.

Ognuno si è adattato a suo modo ai cambiamenti della vita e il messaggio finale è quello di una chiusura di ciascuno in una propria solitaria malinconia.

Una storia in cui stati d’animo e paesaggi sono un tutt’uno e che analizza con grazia e delicatezza i sentimenti più profondi di una donna.

Le descrizioni di paesaggi e ambienti si adattano alle emozioni. Il mare di Ancona e Bologna con i suoi portici e i vecchi palazzi sono i luoghi in cui si definisce l’esistenza di Amalia.

La difficoltà a comunicare in modo profondo è forse il tema dominante, quanto mai attuale.

Erano stracci bianchi e morbidi o schiuma lattiginosa, soffice che a tratti occupava il cielo nero della notte sospingendolo sopra tetti, ammassandolo negli angoli dei balconi, sprofondandolo sugli alberi spogli, sulle teste della gente.

Ancora, quella notte stava inghiottendo tutto… e se poi mattina non fosse arrivata?… E se poi fosse stato sempre cosí?!… Vagare nel nulla della notte con le sottili lame di luna che creavano mostri, allungavano spigoli, gelavano asfalti, costruivano trappole dove, se mai non si fosse fatta attenzione, si sarebbe entrati per sempre.

Tutto era sospeso su quella voragine buia e su quelle spade di luna.

E se mattina non fosse arrivata?!… Non c’era niente da opporre alle tenebre, neanche il piú piccolo progetto di salvezza.

Il vento freddo, solitario si infilava tra i capelli, penetrava dentro la testa, nella carne, nelle ossa, nel lago deserto del cuore. La mussola della camicia da notte, scossa da quel tremito, si appiccicava al corpo, succhiava il chiarore lunare diventando fosforescente relitto nel mare della notte.”

Iride Cristina Carucci è nata e vive ad Ancona. Si è laureata in Lettere a Bologna e ha conseguito il perfezionamento in Storia dell’Arte a Urbino. Insegnante di Lettere, ha collaborato con riviste e quotidiani locali. Nel 2001, per Editori Riuniti, pubblica Amalia a perdere, arrivato tra i dodici finalisti del Premio Strega. Del 2010 è Arturo della penombra (Pequod). Ada Adina è il suo ultimo lavoro.

Amo leggere testi di ’verità’ e per me la Scrittura è soprattutto un gesto d’affetto, una testimonianza delicata nei confronti della Vita e delle storie visibili ed invisibili che essa contiene. Quando un romanzo termina mi dispiace sempre un po’ e mi sembra impossibile che le sue creature, con le quali ho trascorso molto tempo e ho amato come vere, non esistano realmente in nessuna parte del mondo“.