Libri per capire

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Quando Dio ballava il tango è l’insieme di 16 capitoli intitolati ciascuno con un nome di donna e introdotti dalla strofa di un tango. Ogni capitolo racconta la vicenda della donna cui è intitolato. Le storie coprono l’arco di un secolo e hanno in comune il tema dell’emigrazione italiana in Argentina dal punto di vista delle donne, quelle che partono con i loro uomini, quelle che rimangono ad attenderli spesso invano e infine quelle che con questi emigrati costruiscono una nuova famiglia in Argentina.

Sono le donne a parlare e la prima è Venturina Majna, ultraottantenne, rimasta sola nella cascina della Malpensata, in Lombardia. Un giorno riceve la visita della nipote Corazòn e della sua bambina Malena: questo offre occasione per ricordare…Corazòn appare all’inizio e alla fine del libro. Ha dovuto fuggire dall’Argentina della dittatura e il suo compagno è diventato uno dei desaparecidos: lei vive la sofferenza dello spaesamento, di chi ha perduto le proprie radici. Proprio il colloquio con Venturina le fa capire quanto sia importante l’ancoraggio della memoria, il ritrovamento della lingua materna.

Venturina è la capostipite di una schiera di donne indomite, le cui narrazioni si collocano a Buenos Aires, nella pampa, in Patagonia, nelle selve del Nord. Si apre il ventaglio della storia dell’Argentina dagli inizi del ‘900 al 2001: le crudeli repressioni degli scioperi della Patagonia negli anni Venti, la giunta militare e le sue crudeltà, la mattanza degli Indios, i desaparecidos, i rifugiati politici, i quartieri fatti apposta per gli immigrati, il culto per Evita, i mondiali del 1978…

“Penelopi rabbiose e invecchiate, le donne protagoniste, per la Pariani, di una storia personale e collettiva. Attendono invano, ma coraggiosamente (autrici di scelte durissime per mantenere la famiglia rimasta sulle loro spalle), mariti, fidanzati, fratelli, figli, partiti per la «Mèrica» per sfuggire alla fame. Seguono le sorti dei familiari caricando i pochi averi su un carretto per il viaggio della speranza oltreoceano. Rimangono gravide «sotto l’inferno del sole del mezzogiorno», rassegnandosi, per anni, per sempre… alla fuga dell’uomo quando «gli passa la fregola». E le speranze disilluse di queste donne paiono rispecchiare il destino (certo sognato, ricco di opportunità e di benessere, durante l’attraversamento sul «barco» che le portava nel paese latinoamericano) di una nazione e di un popolo che, nel giro di qualche decennio, precipita, invece, nel baratro del golpe de estado e della dittatura, e che assiste impotente alla tragedia dei desaparecidos, prima, e nella contingente e gravissima crisi economica, poi.”

Un libro bellissimo, secondo me, che usa una lingua espressiva, ibrida, con modi colloquiali, parole lombarde, espressioni spagnole, a confermare questo vivere in mondi lontani, uniti dal ricordo, dalla nostalgia, dalla speranza, dalla sofferenza.

Laura Pariani nasce a Busto Arsizio nel 1951. Trascorre l’infanzia a Magnago, in un ambiente contadino. Nel 1966 compie con la madre un viaggio in Argentina, alla ricerca del nonno, partito 40 anni prima per motivi politici e mai più tornato. Questa esperienza la segna profondamente e crea un legame particolare, affettivo, con la terra argentina. Si laurea in filosofia alla Statale di Milano. Negli anni ’70 lavora nel campo della pittura, del fumetto, del teatro. Negli anni ’80 e ’90 si dedica all’insegnamento. Comincia a impegnarsi nella narrativa nel 1993, pubblicando Di corno e d’oro. Ha scritto svariati romanzi e ha vinto alcuni dei più prestigiosi premi letterari, tra cui più volte il Premio Selezione Campiello. Disegna, e scrive per il teatro: alcuni dei suoi testi teatrali (Suor Transito, 2006; La voladora, 2007; Senza mai levar la schiena, 2008) sono rappresentati anche all’estero. È tradotta nei principali paesi stranieri.

 

Libri per capire

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Le ragazze rapite è un libro che va letto, per capire la reale situazione delle donne vittime del gruppo terroristico Boko Haram e non solo.

“Possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne” scrive l’autore, giornalista della “Die Zeit”.

In questo libro-reportage si alternano interviste fatte a 14 donne che hanno vissuto la tragedia del rapimento e notizie sulla situazione in Nigeria, con particolare riguardo alle cause e agli sviluppi del terrorismo.

Sono migliaia le donne che il gruppo terroristico Boko Haram ha trascinato nella foresta di Sambisa, nel nord est della Nigeria, dopo aver massacrato gli uomini. Tra queste ci sono le 276 studentesse del villaggio di Chibok, note perché il loro rapimento, avvenuto nell’aprile 2014, ha suscitato indignazione internazionale. Molte invece le storie rimaste sconosciute, come quella di Rabi, la cui fotografia appare in copertina. Rabi, 13 anni, del villaggio di Gubla, è una delle tante giovani rapite: aveva terminato la classe quinta, è stata catturata, costretta a sposare un miliziano, che le ha lacerato la schiena a bastonate quando lei ha tentato di scappare e che prima aveva ucciso i suoi genitori.

La Nigeria viene descritta come un paese dove “la piaga che miete più vittime è la corruzione”. L’ascesa del gruppo terroristico è avvenuta grazie alla complicità dei politici del nord-est del paese e alla promessa di un cambiamento radicale portato dalla sharia. Questo reportage offre un quadro molto interessante sulla vita dell’organizzazione, le sue complicità e alleanze.

Le intervistate sono riuscite a scappare, ma la loro vita non è migliorata, perché le comunità di origine le guardano con sospetto, odiano i figli che hanno avuto dai mariti loro imposti. Alcune vengono chiuse in campi di “deradicalizzazione”, che sono vere e proprie prigioni. Né i cristiani né i musulmani vogliono proteggerle, per paura di ritorsioni da parte dei terroristi.

Un libro che suscita tristezza, rabbia e lascia grande inquietudine. Ci si rende conto di sapere ben poco di quello che succede in Africa e quel poco non tocca i problemi fondamentali…

“Questi racconti sono molto di più: sono testimonianze di prima mano di ciò che è accaduto a queste donne.”

“Ci fanno entrare nelle loro vite, che altrimenti, nonostante internet e la globalizzazione, rimarrebbero estranee e lontane da noi. Ci conducono lungo i vicoli dei loro villaggi, di cui spesso non sappiamo neanche pronunciare il nome e che sono indicati soltanto su poche mappe. Sono racconti dolorosi. Anche perché ci rivelano quanto sia ancora limitata la nostra prospettiva. Quanto sia ristretto lo spazio delle nostre percezioni. Quanto sia misera la comprensione che abbiamo di questo mondo e di questo tempo che chiamiamo “nostro”.

“Il flagello di Boko Haram finora non ha toccato l’Europa e l’America, apparentemente troppo lontane. Ma la maggior parte degli osservatori internazionali è concorde nell’affermare che un giorno questa setta attaccherà anche in Occidente. Perciò noi occidentali non dobbiamo ignorare il terrorismo di Boko Haram. Se distogliamo lo sguardo dal sangue altrui, prima o poi ci ritroveremo a fissare il nostro. E possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne.”

“L’unica cosa che mi è rimasta è il mio nome”, dice Sadiya. “Tutto il resto me l’hanno portato via. Adesso sono un’altra. Lo sento. Sono qualcuno che non riconosco”. E Sakinah: “Io non mi sento più la stessa. Ho difficoltà a concentrarmi. Ho paura degli spazi aperti, per esempio le piazze molto grandi e le strade ampie. E di notte faccio sempre degli incubi, sogno spesso che Shekau mi stia seguendo”.

Combattere con se stessi…

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La sciagurata ha due temi che s’intrecciano: quello dell’anoressia e quello della maternità. Silvia, la protagonista, inizia a 16 anni a considerare il cibo come un nemico. Diventata terribilmente magra, si sente bene in un corpo emaciato e si considera forte, proprio perché riesce a sconfiggere il cibo, considerato nemico implacabile. Diventata donna, si trasferisce da Roma a Milano. Ha una relazione con Andrea “bellafaccia”, giovane regista di successo, ma rimane in lei un profondo malessere, che niente sembra colmare. Diventa bravissima in cucina ed è in grado di preparare piatti deliziosi, con cui si gratifica nei momenti difficili, salvo poi pentirsi e correre in bagno per fare di tutto per vomitare e liberarsi dal senso di colpa di avere ceduto alle lusinghe del cibo. La svolta avviene quando si accorge di essere incinta: Andrea non vuole la responsabilità di un figlio e Silvia inizialmente pensa di abortire, ma poi non ha il coraggio di farlo. Lascia Andrea senza dirgli niente e ritorna a Roma. Nella vecchia casa trova un avviso di sfratto, non ha lavoro e i genitori, separati da anni, sono entrambi all’estero. Attorno a lei ruotano personaggi maschili di diverso spessore: Andrea, lontano ed egoista; un professore-mentore che si innamora di lei; un giovane sensibile e affettuoso conosciuto tramite una rubrica di posta del cuore; il pediatra che l’ha aiutata da ragazzina, che la capisce e la aiuta anche nell’attuale situazione. La nascita di Maria costituisce una svolta per Silvia, che inizia un nuovo percorso di vita e per fare questo va lontano da tutto e da tutti…

Un bel romanzo, avvincente, che tratta con delicatezza tematiche impegnative.

Perché la sai una cosa? Da un male come questo non si guarisce mai. Non ti fidare di quelle che dicono di averlo superato, sono delle ipocrite, perché non è vero, hanno tutte un po’ di nostalgia. Ora stanno meglio, dicono. Macché : venderebbero la madre, pur di riavere la loro meravigliosa e spaventevole consistenza di spettro…”

Annalisa Angelucci nasce a Roma e lavora per parecchi anni per la RAI. Scrittrice e giornalista, attualmente vive a Nancy. “La sciagurata” è il suo primo romanzo e viene pubblicato nel 1995.

 

Vita in ombra…

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La mia ombra ha come protagonista e voce narrante Rakel, rimasta storpia a 15 anni, in seguito alla caduta da una grande quercia nodosa. Da quel momento il suo diviene un vivere in ombra, chiusa in se stessa, incapace di empatia con gli altri. Sposa Georg, più vecchio di lei, vedovo con una figlia, Cornelia: un matrimonio vissuto come speranza di una vita migliore, desiderio di una casa e di un affetto sicuri. Con lui va a vivere in un’isola al largo della costa svedese occidentale, in una casa in cui tutto ricorda la moglie scomparsa, Viola. Qui Rakel non si dedica a niente se non all’incessante, patetica analisi di se stessa, della propria menomazione, di ciò che le manca. Le giornate si susseguono senza senso.

“Ho vissuto in un mondo di ombre, dietro il vetro di una finestra, nascosta al mondo reale come una vergogna.”

Oltre al legame con i cani che ha portato con sé dalla casa paterna, Rakel incomincia un po’ alla volta a entrare in confidenza con la figliastra Cornelia. Quest’ultima s’innamora di Axel, giovane pescatore e rimane incinta. Rakel aiuta la giovane, ma rimanendo fredda e indifferente rispetto alle sue emozioni. Solo la nascita di Paul risveglia in lei qualche sentimento. Cornelia muore (e qui vi è un delitto…) e così pure Axel. Georg, perduta la figlia, muore anche lui poco tempo dopo, annientato dalla disperazione.

Rakel rimane con Paul che cura e accudisce: lo cresce, lo nutre, lo ama in modo morboso avvincendolo in un mondo irreale e solitario, sino a quando Paul non riprende una vita normale, che lo allontana da lei…

Il romanzo scorre su due livelli: il presente, coi frequenti riferimenti a Paul e il passato, in un vagare inquieto della mente, senza elementi di separazione. La vita di Rakel è rievocata e ripensata attraverso attimi del passato e del presente, in continua sovrapposizione: brevi immagini, sensazioni, frammenti allineati per ricomporre il quadro di una vita.

Una storia di solitudine, crudele e dura, scritta in uno stile raffinato e intrigante. Una vicenda amara, in cui la protagonista appare alla fine insopportabile, come vuole essere.

“Avevo deciso di voltare le spalle al mondo prima che il mondo voltasse le spalle a me”

Quello di Rakel è un mondo di ombre, come un’ombra si sente lei stessa…

Christina Falkenland nasce nel 1967 a Smögen, a nord di Göteborg. Vive tra Stoccolma e l’Austria. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie e alcuni romanzi: Il martello e l’incudine nel 1996, Schegge di uno specchio nel 1997, L’ombra nel 1998. Viene considerata una delle voci più interessanti tra gli scrittori svedesi degli anni ’90. Si occupa di giornalismo.

 

Donne diverse…

Ancora una bella storia della scrittrice Pariani…

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La valle delle donne lupo è un bellissimo romanzo in cui giganteggia la figura di Fenisia, detta “la stria, la pela morti, la lupa” per il suo essere diversa rispetto a un mondo chiuso in cui ci si aspetta da una donna che sappia “Vivere da morta. Patire da muta. Obbedire da cieca. Amare da vergine.”

Una ricercatrice vuole conoscere la vita che si faceva una volta nelle valli di montagna e si reca nel Paese Piccolo, un paesino isolato tra i monti del Piemonte, per intervistare la Fenisia, unica abitante rimasta e unica memoria vivente di tanti episodi legati alla sua valle. Fenisia è nata nel 1928, “ il lavoro della sua famiglia è sempre stato quello dei sotterra morti”. Dai ricordi di Fenisia, accanto alla propria vicenda personale, emergono figure femminili con una propria tragica grandezza: la madre Ghitìn, morta di tisi, la nonna Malvina, esperta di erbe medicinali, la bionda cugina Grisa, bella e sfortunata, rinchiusa in manicomio per essersi ribellata a un padre violento, la zia Teresia, suicidatasi, dopo molti parti finiti con la morte prematura delle neonate, tutte chiamate Tilde, in ricordo della prima figlia perduta… «Agli uomini il sudore e alle donne il dolore», la vita in montagna è durissima per le donne. Fenisia inizia a lavorare prestissimo, viene mandata a fare la mondina e a servire in un’osteria. Per aver difeso la cuginetta Grisa dalla violenza del padre viene internata per quattro anni in un istituto di correzione. Tornata in paese si stabilisce dalla nonna e diventa una “sanatrice”. Dopo un matrimonio che è una fregatura, riprende il lavoro del padre. Diventa per tutti una balenga, ossia una delle donne diverse e come tali emarginate e osteggiate dagli abitanti della valle.

Vicino al paese c’è il prato “delle balenghe”, ossia la terra sconsacrata ai margini di un orrido dove sono sepolte le donne che in qualche modo non hanno rispettato le tacite regole sociali della montagna, quelle di un potere patriarcale duro e ottuso. Le donne lupo sono secondo Fenisia quelle capaci di “affrontare a viso aperto il grave del mondo. Che non sopportano la stoppa che rimpinza di gonfio il fantoccione cascante del quieto vivere”.

La vicenda copre un arco di tempo che va dal 1928 al 2007 e gli eventi che hanno sconvolto l’Italia in quegli anni sono rivissuti solo per le conseguenze che hanno avuto sulle famiglie della valle.

Un libro emozionante, particolare, interessante anche per la scelta del linguaggio, che usa diversi registri e termini dialettali.

Laura Pariani nasce a Busto Arsizio nel 1951. Trascorre l’infanzia a Magnago, in un ambiente contadino. Nel 1966 compie con la madre un viaggio in Argentina, alla ricerca del nonno, partito 40 anni prima per motivi politici e mai più tornato. Questa esperienza la segna profondamente. Si laurea in filosofia alla Statale di Milano. Negli anni ’70 lavora nel campo della pittura, del fumetto, del teatro. Negli anni ’80 e ’90 si dedica all’insegnamento. Comincia a impegnarsi nella narrativa nel 1993, pubblicando Di corno e d’oro. Ha scritto svariati romanzi e ha vinto alcuni dei più prestigiosi premi letterari, tra cui più volte il Premio Selezione Campiello. Disegna, e scrive per il teatro: alcuni dei suoi testi teatrali (Suor Transito, 2006; La voladora, 2007; Senza mai levar la schiena, 2008) sono rappresentati anche all’estero. È tradotta nei principali paesi stranieri.

Libri per capire…

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Il piatto dell’angelo : il titolo si riferisce a un’usanza del passato per cui in alcune famiglie, nei giorni di festa, si lasciava un posto a tavola per chi era lontano e di cui si sperava il ritorno.

“Ecco, siamo in due, io e la nonna, ma è apparecchiato per tre minestre. Il piatto dell’angelo, dice la vecchia Giovanna, intendendo con queste parole alludere alla tradizione per cui nei giorni di festa si aggiunge un posto a tavola per chi è lontano, ma potrebbe arrivare inaspettato. Il piatto dell’angelo è sicuramente riservato a un uomo molto bello, che troneggia nella più grande delle fotografie e mi fissa con spavalderia: il nonno Cesare, partito per l’America nel 1926, mai ritornato, ma perennemente atteso. Ché, anche se può sembrare paradossale, in casa nessuno più di un assente richiede maggior devozione.”

L’autrice affronta il tema dell’emigrazione, delle partenze, degli abbandoni. Ieri erano soprattutto uomini, che partivano per l’America, mentre oggi sono molte le donne che arrivano in Italia per fare le badanti o le domestiche. Ieri e oggi sono messi a confronto.

Marina, la voce narrante, ha avuto il nonno emigrato in America per sfuggire all’arresto da parte dei fascisti per le sue idee anarchiche. La nonna ha trascorso la vita aspettando il ritorno del suo Cesare, ma per una serie di avversità non l’ha più rivisto. Sua figlia, nonché madre di Marina, parte per l’Argentina per cercare di ritrovarne le tracce e conosce la donna con cui Cesare si è rifatto una vita. Marina ricorda tante storie di emigrazione di cui ha sentito parlare o di cui ha avuto esperienza diretta, raccontando anche le tragiche conseguenze che questi viaggi hanno avuto su mogli, madri e figli.

Dal passato si passa alle vicende delle tante donne sudamericane giunte in Italia per fare le badanti o le collaboratrici domestiche. Marina e il marito Piero decidono, durante un viaggio in Bolivia, di fare una deviazione per conoscere la famiglia di Lita, la badante della madre di Piero. Questo viaggio li mette di fronte a realtà inaspettate: Lita ha lasciato due figlie ancora bambine, affidandole alla nonna. Sono passati però quattro anni senza che Lita abbia potuto tornare a trovarle. Le figlie sono cresciute sentendosi abbandonate, soprattutto la maggiore, ormai adolescente, la nonna è malata e stanca… Marina e Piero vengono a contatto con la difficile situazione economica di molte famiglie sudamericane. Per Marina è un ricollegarsi al passato della propria famiglia: l’esperienza mette in crisi un rapporto di coppia già usurato e dà a Marina una nuova consapevolezza…

Un romanzo intenso, che fa pensare! La narrazione procede in un alternarsi di storie, cui fa da sfondo la vicenda di Marina e il suo presente.

Laura Pariani nasce a Busto Arsizio nel 1951. Trascorre l’infanzia a Magnago, in un ambiente contadino. Nel 1966 compie con la madre un viaggio in Argentina, alla ricerca del nonno, partito 40 anni prima per motivi politici e mai più tornato. Questa esperienza la segna profondamente. Si laurea in filosofia alla Statale di Milano. Negli anni ’70 lavora nel campo della pittura, del fumetto, del teatro. Negli anni ’80 e ’90 si dedica all’insegnamento. Comincia a impegnarsi nella narrativa nel 1993, pubblicando Di corno e d’oro. Ha scritto svariati romanzi e ha vinto alcuni dei più prestigiosi premi letterari, tra cui più volte il Premio Selezione Campiello. Disegna, e scrive per il teatro: alcuni dei suoi testi teatrali (Suor Transito, 2006; La voladora, 2007; Senza mai levar la schiena, 2008) sono rappresentati anche all’estero. È tradotta nei principali paesi stranieri.

Mistero di un tatuaggio…

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L’aquila delle scimmie è il tatuaggio in fondo alla schiena di Marilù, che rappresenta un uccello quasi del tutto estinto, che sopravvive solo sull’isola di Mindanao, nell’arcipelago delle Filippine. Marilù è una ragazza di 16 anni, misteriosa, scostante, che non si sa da dove venga e da chi fugga. Si offre come spogliarellista in un vecchio teatro che ha come simbolo proprio “l’aquila delle scimmie” e viene ingaggiata per il suo tatuaggio. La sua vita scorre tra spettacoli notturni, conoscenze ambigue, ballerine dalle complesse vicende personali, un coreografo dalle ambizioni deluse, due direttrici del teatro, gemelle di mezza età dai caratteri contrastanti, un’ affittacamere dalle strane frequentazioni. Un tentativo di omicidio, di cui viene incolpata, la mette nelle condizioni di scoprire che cosa si nasconde dietro l’attività del teatro… Intanto conosce Scano, uomo burbero e taciturno, più grande di lei, di cui s’ innamora. S’imbarca su una nave per raggiungerlo in Sardegna…

Lassù in piedi, diretta non sapeva dove, a Marilù venne proprio da ridere, perché anche quello non era che un istante. Presto qualche altro bagliore sarebbe giunto a spezzarlo. Ma quell’istante esisteva, era lì, e intanto che non rimaneva più niente, che tutto il resto era svanito, lassù in piedi c’era solo lei.”(pag.126)

Un romanzo che oscilla tra la commedia e il giallo. Si legge velocemente ed è piacevole, ben scritto.

Margherita D’Amico nasce a Roma nel 1967 in una delle famiglie più illustri nel campo della cultura italiana: il padre Masolino è anglista e scrittore, la madre Benedetta Craveri è pure scrittrice e francesista. I nonni sia materni che paterni sono stimati intellettuali, scrittori, saggisti, sceneggiatori. Nel 1993 Margherita pubblica il primo romanzo, Rane, che parla di adolescenza, metamorfosi e nuoto. Dal 1993 al 2012 collabora con Il Corriere della sera, dal 2012 lavora per Repubblica. Sposa il regista Luca Zingaretti, che affianca in numerosi progetti. Sensibile ai problemi sociali, il suo impegno si concentra sulle battaglie in difesa degli animali, degli alberi e dell’ambiente.

Ha scritto vari romanzi, saggi e reportage, racconti per ragazzi, oltre che occuparsi di documentari e sceneggiature. Come traduttrice ha curato una scelta di commedie del teatro inglese e americano del Novecento, in seguito tutte rappresentate, nonché occuparsi di tradurre dall’inglese vari classici. Ha lavorato per la radio e la televisione.