Madri e figlie

9788807031922_quarta.jpg Caputo.jpg

Era mia madre è un romanzo intenso, in cui la voce narrante è quella di Alice, una giovane donna che ha deciso di dedicarsi alla danza e vive a Parigi. La storia inizia con la descrizione di un pianista di strada, un ragazzo, che suona una melodia semplice, solo accennata, in un pianoforte della Gare de Lyon, la stazione in cui Alice sta accompagnando la madre a prendere il treno che l’avrebbe riportata a casa. Quella del pianista è l’ultima immagine che la madre vede, prima di accasciarsi a terra e da quel momento cadere in un coma irreversibile. Trasportata a Napoli, viene accudita dalla figlia, che ritorna per questo nella casa dei genitori. Questa esperienza dolorosa porta Alice a rivedere con occhi nuovi la figura della madre, insigne grecista, docente universitaria, dal passato impegnato politicamente. Con la madre ha sempre avuto un rapporto difficile, aggravatosi quando il padre Arturo si è trovato implicato in una vicenda giudiziaria legata a finanziamenti illeciti al suo partito. Alice impara a conoscere sua madre anche attraverso lettere da lei scritte alla figlia e mai spedite. La riscoperta della madre è anche la scoperta di se stessa, di quello che ha trascurato e di quello che vuole veramente. Il dolore può diventare occasione per imparare l’arte di vivere, sembra questo il tema dominante.

“Tua madre era una persona autentica, Alice, con i suoi segreti, le sue bugie, forse, le verità taciute. Non ha mai finto di essere quella che non era: questa è l’unica cosa che conta.”

“ Se fossimo costantemente consapevoli d’essere incessanti produttori di ricordi per i nostri figli, ma anche di guasti, scompensi, dolori e incompiutezze, smetteremmo di respirare per il peso di questa responsabilità. Meravigliosa e terribile”…

… “Stai sempre vicina a qualcosa che cresce. Che sia un bambino, un progetto, un’idea, senza mai dimenticare la terra, lo sbocciare di un fiore, la cura di una pianta” Mia madre citava Anna Maria Ortese, un’autrice a lei molto cara…”… 

L’eredità che viene lasciata da chi ci ha preceduti, molto più che nei ricordi condivisi, nelle storie raccontate o inventate, sta nell’oblio, nelle dimenticanze, nei silenzi, nei vuoti della memoria, nelle voragini lasciate da parole mai dette, talvolta impronunciabili. Perché è negli strappi della rete, nei buchi della trama della vita che si nasconde la verità di quel che siamo o di quel che non arriveremo mai a essere. E c’è un unico modo per non venirne risucchiati. Affacciarsi sul bordo di quei vuoti vertiginosi, guardare quel che resta delle rovine del passato e provare a immaginare una storia. La nostra storia.”

L’autrice è bravissima nel farci entrare in questa esperienza umana, con eleganza e uno stile quasi poetico. Un romanzo bellissimo, che offre tanti spunti di riflessione e in cui possiamo ritrovare molto di noi stesse.

Iaia Caputo (1960) è nata a Napoli e vive a Milano. A lungo giornalista, ha tenuto la rubrica di libri per “Marie Claire” e per “Flair” dal 2001 al 2006. Ha scritto per “Il Diario” e attualmente per “D di Repubblica”. Ha pubblicato i saggi Conversazioni di fine secolo (La Tartaruga, 1995), Mai devi dire. Indagine sull’incesto (Corbaccio, 1996), Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (Corbaccio, 2001), e il romanzo Dimmi ancora una parola (Guanda). Per Feltrinelli ha pubblicato Le donne non invecchiano mai (2009), Il silenzio degli uomini (2012) e Era mia madre (2016).

Annunci

Fare i conti con l’età

s-l225.jpg hqdefault.jpg

Ho scelto questo libro, perché colpita dal fatto che abbia in copertina lo stesso dipinto (”Summer interior” di Hopper) di un romanzo appena letto, “ Amalia a perdere” della Carucci.

Oltre all’immagine iniziale, i due romanzi hanno in comune il fatto di avere come unica protagonista una donna che si considera perdente.

L’età crudele narra le vicissitudini di Netta. Dopo una giovinezza dinamica e spensierata, Netta ha sposato Tommaso, da cui ha avuto una figlia, Cecilia, Tutto sembra andare per il meglio, ma quando Netta ha 36 anni viene lasciata dal marito, senza una motivazione valida, senza un confronto sincero. In realtà Tommaso è un immaturo, che crede di mantenersi giovane cercando relazioni con ragazze molto più giovani di lui. Dal momento della separazione inizia per Netta un periodo di ripensamenti e solitudine: la figlia va a studiare all’estero, i genitori hanno i loro problemi, il lavoro in libreria stenta a decollare, gli amici sono presenze sporadiche…Netta sente come “crudele” il fatto di invecchiare, ma questo la porta ad una maggiore attenzione e sensibilità verso gli altri.

La trama dà il quadro di una storia un po’ “pesante”, in realtà questo romanzo è molto profondo, con osservazioni interessanti e ci dà un ritratto quanto mai attuale delle difficoltà che ogni donna incontra quando deve fare i conti con l’età che passa. Netta affronta la vita senza recriminazioni, senza rimpianti, cercando di capire il senso del proprio destino e lavorando su se stessa per mantenere autonomia ed equilibrio.

Questo romanzo pubblicato nel 1995 mi pare più che mai attuale e lungimirante.

Patrizia Carrano nasce a Crespano del Grappa (Treviso) nel 1946. Personalità poliedrica lavora come giornalista (Noidonne, Panorama, Tempo Illustrato, Amica, Max, Playboy, Anna, Sette ecc.), come scrittrice e poi sceneggiatrice tra le più apprezzate nella fiction televisiva italiana. Negli anni Ottanta e Novanta ha pubblicato libri con grandissimo successo di pubblico come La Magnani (Rizzoli 1982); Baciami stupido (Rizzoli 1984); L’età crudele (Mondatori 1995); A lettere di fuoco (Mondadori 1999) e Illuminata (Mondadori 2000). Le sue opere sono tradotte in quattro lingue. Oggi vive e lavora a Roma.

Autrice della fiction Butta la luna (Raiuno, 2006), ha ridotto per il piccolo schermo il romanzo di Daphne du Maurier Rebecca la prima moglie (andato in onda su Raiuno nell’aprile 2008).

Solitudini coniugali

iride_cristina_carucci-e86be.jpgCARUCCI-IC_amalia1.gif

Amalia a perdere è un bel romanzo, che racconta la storia di Amalia dal tempo degli studi universitari al matrimonio. Amalia viene da una ricca famiglia di Ancona, figlia unica di un notaio stimato e di Albina, che questi ha sposato dopo che da lei ha avuto la bambina. Amalia ha passato l’infanzia dalla nonna materna, cui era molto affezionata, da cui è stata separata per essere inserita in una famiglia fredda, formalista. Accettata a malapena dal padre, con una madre succube del marito e ambiziosa, Amalia cresce insicura, esile, sensibile. Va a studiare a Bologna e qui incontra Osvaldo, un operaio attivo, intraprendente, pieno di entusiasmo, molto impegnato nelle lotte sindacali. In lui Amalia trova la sicurezza che le manca. In contrasto con il parere dei genitori lo sposa, cercando di essere una moglie attenta e comprensiva. Si laurea e lavora facendo qualche supplenza temporanea. Osvaldo piano piano fa carriera nel sindacato e diventa un importante esponente politico. Viene chiamato a Roma e Amalia si sente sempre più sola e insicura. I genitori, conosciuta la nuova posizione del genero, si riavvicinano alla figlia. Osvaldo compra una bella casa ad Ancona e Amalia vi si trasferisce. I fine settimana sono animati dal ritorno del marito e dai vari inviti che questi fa. Per Amalia Osvaldo diventa pian piano un estraneo e si sente sempre più inquieta e smarrita. Diventa un po’ alla volta la copia della propria madre, succube e compiacente nei confronti del marito. L’incontro improvviso, dopo anni, con Alberto, un ragazzo di cui si stava innamorando riamata, risveglia in lei vecchie nostalgie. Il momento però è passato: Alberto a sua volta ha scelto un matrimonio di convenienza e ha spento in sé ogni entusiasmo.

Ognuno si è adattato a suo modo ai cambiamenti della vita e il messaggio finale è quello di una chiusura di ciascuno in una propria solitaria malinconia.

Una storia in cui stati d’animo e paesaggi sono un tutt’uno e che analizza con grazia e delicatezza i sentimenti più profondi di una donna.

Le descrizioni di paesaggi e ambienti si adattano alle emozioni. Il mare di Ancona e Bologna con i suoi portici e i vecchi palazzi sono i luoghi in cui si definisce l’esistenza di Amalia.

La difficoltà a comunicare in modo profondo è forse il tema dominante, quanto mai attuale.

Erano stracci bianchi e morbidi o schiuma lattiginosa, soffice che a tratti occupava il cielo nero della notte sospingendolo sopra tetti, ammassandolo negli angoli dei balconi, sprofondandolo sugli alberi spogli, sulle teste della gente.

Ancora, quella notte stava inghiottendo tutto… e se poi mattina non fosse arrivata?… E se poi fosse stato sempre cosí?!… Vagare nel nulla della notte con le sottili lame di luna che creavano mostri, allungavano spigoli, gelavano asfalti, costruivano trappole dove, se mai non si fosse fatta attenzione, si sarebbe entrati per sempre.

Tutto era sospeso su quella voragine buia e su quelle spade di luna.

E se mattina non fosse arrivata?!… Non c’era niente da opporre alle tenebre, neanche il piú piccolo progetto di salvezza.

Il vento freddo, solitario si infilava tra i capelli, penetrava dentro la testa, nella carne, nelle ossa, nel lago deserto del cuore. La mussola della camicia da notte, scossa da quel tremito, si appiccicava al corpo, succhiava il chiarore lunare diventando fosforescente relitto nel mare della notte.”

Iride Cristina Carucci è nata e vive ad Ancona. Si è laureata in Lettere a Bologna e ha conseguito il perfezionamento in Storia dell’Arte a Urbino. Insegnante di Lettere, ha collaborato con riviste e quotidiani locali. Nel 2001, per Editori Riuniti, pubblica Amalia a perdere, arrivato tra i dodici finalisti del Premio Strega. Del 2010 è Arturo della penombra (Pequod). Ada Adina è il suo ultimo lavoro.

Amo leggere testi di ’verità’ e per me la Scrittura è soprattutto un gesto d’affetto, una testimonianza delicata nei confronti della Vita e delle storie visibili ed invisibili che essa contiene. Quando un romanzo termina mi dispiace sempre un po’ e mi sembra impossibile che le sue creature, con le quali ho trascorso molto tempo e ho amato come vere, non esistano realmente in nessuna parte del mondo“.

 

Insegnanti protagoniste

Questi due romanzi sono accomunati dal fatto di avere entrambi come protagonista un’insegnante di Lettere. Nel primo, “Una classe difficile”, Greta ripercorre un anno trascorso come insegnante nella scuola media di Meduno, un paesino del Friuli. Nel secondo, “Scuola di scrittura”, Marta viene chiamata da un famoso scrittore a tenere un corso di scrittura creativa e questo le cambia la vita…Sono entrambi opere prime per le rispettive autrici.

61tfCr3wKjL._SY346_.jpg image..jpg

“Una classe difficile” è un racconto che ha qualche elemento del giallo. In una lettera indirizzata a un maresciallo dei carabinieri, Greta racconta la sua esperienza di supplente annuale in un paese di montagna, tra lezioni, rapporti con i ragazzi e con la comunità del posto, esperienze con i colleghi, ore passate a scuola tra chiacchiere e riunioni, passeggiate solitarie, gite…Il paesaggio fa da sfondo a un’esperienza segnata dal disagio di chi si sente estraneo a una realtà dura, dove i ragazzi sono costretti a crescere in fretta e il tutto sotto un cielo continuamente solcato dai caccia militari, diretti nel territorio della ex Iugoslavia durante la guerra del Kosovo: siamo nel 1999. L’anno scolastico è sconvolto dalla tragica morte di un ragazzo alla fine di una festa in riva al fiume. Chi è il ragazzo? Si tratta di omicidio o suicidio? E qui entra l’elemento del giallo….

Un libro particolare, che ha il suo punto di forza nell’ambientazione in un Friuli selvaggio, boscoso e pieno d’acque, grigio quasi sempre e malinconico, e nella scrittura, dalle frasi brevi e incisive.

unnamed-223.jpg img3491-1024x457.jpg

Giulia Bozzola, sposata, due figli, vive a Cordenons (PN) e insegna Lingua e Civiltà inglese presso il liceo scientifico Leopardi-Majorana di Pordenone. Una classe difficile è il suo primo romanzo.

 

51GgfmzADJL._SY344_BO1,204,203,200_.jpg silvia-albertazzi-153336.jpg

“Scuola di scrittura” inizia con il compleanno di Marta, un’insegnante single di quarant’anni. L’affascinante scrittore Mario Moraglio le dà l’incarico di condurre un laboratorio di scrittura, finalizzato alla preparazione di un’antologia di racconti. L’esperienza sveglia in Marta una serie di ricordi legati alla propria adolescenza e giovinezza, soprattutto all’amore per Tex, mitizzato e mai dimenticato. Marta s’innamora di Nico, suo alunno ventenne, ma è una storia senza futuro. Questo sentimento però la fa sentire viva e le permette di riprendere fiducia in se stessa e in quello che il futuro le prospetta…

Un libro in cui la vita di una donna viene rivista con ironia e leggerezza. Scrittura introspettiva, cui fanno da colonna sonora canzoni ricordate, canticchiate, riascoltate. Si risentono il clima e gli ideali della gioventù degli anni ’60.

Le pareva di notare certi particolari, di sentire certi profumi per la prima volta. aveva la sensazione che negli ultimi vent’anni un’altra donna avesse vissuto la sua vita, una donna triste, incorporea, un fantasma che ora era tornato nel suo mondo di ombre…”

Silvia Albertazzi è nata e vive a Bologna, dove è docente di Letteratura Inglese all’Università e coordina il dottorato in Studi letterari e culturali. Tra i suoi volumi di saggistica si ricordano: Bugie sincere. Narratori e narrazioni 1970-1990 (Editori Riuniti, 1992); La letteratura fantastica (Laterza, 1993); Lo sguardo dell’Altro. Le letterature postcoloniali (Carocci, 2000); In questo mondo, ovvero, quando i luoghi raccontano le storie (Meltemi, 2006), vincitore del I premio Alziator per la saggistica nel 2007; Il nulla, quasi. Foto di famiglia e istantanee amatoriali nella letteratura contemporanea (Le Lettere, 2010); Belli e perdenti. Anteroei e post-eroi nella narrativa contemporanea di lingua inglese (Armando Editore, 2012); La letteratura postcoloniale. Dall’Impero alla World Literature (Carocci, 2013). È inoltre autrice dei capitoli dedicati al 700 e 800 della Breve storia della letteratura inglese (Einaudi, 2004). Collabora al Manifesto e fa parte del collettivo redazionale della Nuova rivista Letteraria. Ha pubblicato un romanzo, Scuola di scrittura (Marsilio, 1996) e un volume di poesie, La casa di via Azzurra (Kolibris, 2010), oltre a svariati racconti su riviste cartacee e online.

 

La forza della fantasia

58192f-WUIQE79C.jpg simona-autore-baldelli-autore-N8U3XVDX.jpg

Evelina e le fate è ambientato in un paese di campagna delle Marche, Candelara, e il tempo è quello della seconda guerra mondiale, l’ultimo anno, il più tremendo per la gente del posto. Evelina, la protagonista, ha solo cinque anni e la sua visione della realtà è fatta di un miscuglio tra realtà e fantasia. La storia inizia con l’arrivo di alcuni sfollati alla cascina della famiglia di Evelina: essi appaiono alla bambina come fantasmi che escono dalla neve, che ha ricoperto tutto. Vi sono poi i partigiani, che controllano la zona, i tedeschi e le loro violente incursioni, la scoperta di una bambina ebrea, Sara, nascosta nella stalla, i bombardamenti. La guerra rende ancora più faticosa e complicata la vita di questa famiglia, con la mamma gravemente malata, i quattro fratelli ancora piccoli, il padre che cerca di proseguire con i lavori dei campi, la nonna che tiene insieme la famiglia e si occupa di tutti. Evelina trova aiuto nella fantasia, che le fa vedere due fate: la Nera, dai tratti più cupi e la Scepa, allegra, colorata, con un vestito a fiori. Sono le fate che la salvano da situazioni pericolose e sono come angeli custodi della famiglia di Evelina.

“Là, nella penombra dell’ingresso stava la Nera. Aveva gli occhi lucidi, due olive sotto sale, mori, più neri dello scialle e del vestito che portava e la faccia sempre scura che nessuno sapeva se avevano cominciato a chiamarla Nera per via del colore dell’abito o per quel grugno sempre serio. Quando c’era lei tutti si comportavano come si deve, niente risolini, scherzi o sciapate, perché ne avevano soggezione.”

“La Scèpa era bionda, portava un vestitino leggero di cotone a fiorellini, e i capelli sciolti, che arrivavano poco sopra le spalle, le ballavano intorno alla faccia.La Scèpa era anche bellina però non aveva i denti davanti ed infatti quando rideva si copriva la faccia con la mano, perché si vergognava di quella bocca sdentata. Rideva, anche se non c’era niente da ridere e per quello la nonna, quando l’aveva vista la prima volta, si era domandata: «Co’ l’ha j’ avrà da rida ‘sta sciapena?» e allora avevano cominciato a chiamarla così, la Scèpa.”

Molti gli episodi che si susseguono nella storia e sono sempre gli occhi ingenui e incantati di Evelina che ci danno la visione dei fatti. Ci sono momenti di vita quotidiana che richiamano a un passato contadino ormai perso. La campagna coi suoi profumi, i suoi colori, i suoi suoni rasserena e dà il senso dell’assurdità dell’agire umano.

Un libro molto bello, tenero, coinvolgente. Il linguaggio utilizza parecchi termini dialettali, che rendono più veri i personaggi.

“Evelina cercava la pace e il silenzio. Per quello si svegliava prima di tutti. Prima del padre che andava presto nei campi, prima della madre e della nonna che facevano le faccende, prima dei fratelli più grandi che andavano a scuola e di quelli più piccoli che invece dormivano fino a tardi. Certe mattine si svegliava persino prima del gallo. Le piaceva stare un po’ alla finestra della camera e guardare Candelara. Quella mattina si vedevano solo i rami nudi del noce che spuntavano appena in mezzo al bianco. La neve era arrivata già da un po’ ma quella notte doveva averne fatta così tanta che Cristo non ne poteva mandare giù più.”

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito nella narrativa nel 2013 con Evelina e le fate romanzo finalista al Premio Calvino 2012 e vincitore Premio John Fante opera prima. Nel 2014 ha pubblicato, sempre per Giunti, il suo secondo romanzo, Il tempo bambino. La vita a rovescio è il suo terzo romanzo uscito nel 2016.

 

 

Libri per capire

170_quandodio.jpg Laura-pariani-scrittrice.jpg

Quando Dio ballava il tango è l’insieme di 16 capitoli intitolati ciascuno con un nome di donna e introdotti dalla strofa di un tango. Ogni capitolo racconta la vicenda della donna cui è intitolato. Le storie coprono l’arco di un secolo e hanno in comune il tema dell’emigrazione italiana in Argentina dal punto di vista delle donne, quelle che partono con i loro uomini, quelle che rimangono ad attenderli spesso invano e infine quelle che con questi emigrati costruiscono una nuova famiglia in Argentina.

Sono le donne a parlare e la prima è Venturina Majna, ultraottantenne, rimasta sola nella cascina della Malpensata, in Lombardia. Un giorno riceve la visita della nipote Corazòn e della sua bambina Malena: questo offre occasione per ricordare…Corazòn appare all’inizio e alla fine del libro. Ha dovuto fuggire dall’Argentina della dittatura e il suo compagno è diventato uno dei desaparecidos: lei vive la sofferenza dello spaesamento, di chi ha perduto le proprie radici. Proprio il colloquio con Venturina le fa capire quanto sia importante l’ancoraggio della memoria, il ritrovamento della lingua materna.

Venturina è la capostipite di una schiera di donne indomite, le cui narrazioni si collocano a Buenos Aires, nella pampa, in Patagonia, nelle selve del Nord. Si apre il ventaglio della storia dell’Argentina dagli inizi del ‘900 al 2001: le crudeli repressioni degli scioperi della Patagonia negli anni Venti, la giunta militare e le sue crudeltà, la mattanza degli Indios, i desaparecidos, i rifugiati politici, i quartieri fatti apposta per gli immigrati, il culto per Evita, i mondiali del 1978…

“Penelopi rabbiose e invecchiate, le donne protagoniste, per la Pariani, di una storia personale e collettiva. Attendono invano, ma coraggiosamente (autrici di scelte durissime per mantenere la famiglia rimasta sulle loro spalle), mariti, fidanzati, fratelli, figli, partiti per la «Mèrica» per sfuggire alla fame. Seguono le sorti dei familiari caricando i pochi averi su un carretto per il viaggio della speranza oltreoceano. Rimangono gravide «sotto l’inferno del sole del mezzogiorno», rassegnandosi, per anni, per sempre… alla fuga dell’uomo quando «gli passa la fregola». E le speranze disilluse di queste donne paiono rispecchiare il destino (certo sognato, ricco di opportunità e di benessere, durante l’attraversamento sul «barco» che le portava nel paese latinoamericano) di una nazione e di un popolo che, nel giro di qualche decennio, precipita, invece, nel baratro del golpe de estado e della dittatura, e che assiste impotente alla tragedia dei desaparecidos, prima, e nella contingente e gravissima crisi economica, poi.”

Un libro bellissimo, secondo me, che usa una lingua espressiva, ibrida, con modi colloquiali, parole lombarde, espressioni spagnole, a confermare questo vivere in mondi lontani, uniti dal ricordo, dalla nostalgia, dalla speranza, dalla sofferenza.

Laura Pariani nasce a Busto Arsizio nel 1951. Trascorre l’infanzia a Magnago, in un ambiente contadino. Nel 1966 compie con la madre un viaggio in Argentina, alla ricerca del nonno, partito 40 anni prima per motivi politici e mai più tornato. Questa esperienza la segna profondamente e crea un legame particolare, affettivo, con la terra argentina. Si laurea in filosofia alla Statale di Milano. Negli anni ’70 lavora nel campo della pittura, del fumetto, del teatro. Negli anni ’80 e ’90 si dedica all’insegnamento. Comincia a impegnarsi nella narrativa nel 1993, pubblicando Di corno e d’oro. Ha scritto svariati romanzi e ha vinto alcuni dei più prestigiosi premi letterari, tra cui più volte il Premio Selezione Campiello. Disegna, e scrive per il teatro: alcuni dei suoi testi teatrali (Suor Transito, 2006; La voladora, 2007; Senza mai levar la schiena, 2008) sono rappresentati anche all’estero. È tradotta nei principali paesi stranieri.

 

Libri per capire

7526837_2169324.jpg

Le ragazze rapite è un libro che va letto, per capire la reale situazione delle donne vittime del gruppo terroristico Boko Haram e non solo.

“Possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne” scrive l’autore, giornalista della “Die Zeit”.

In questo libro-reportage si alternano interviste fatte a 14 donne che hanno vissuto la tragedia del rapimento e notizie sulla situazione in Nigeria, con particolare riguardo alle cause e agli sviluppi del terrorismo.

Sono migliaia le donne che il gruppo terroristico Boko Haram ha trascinato nella foresta di Sambisa, nel nord est della Nigeria, dopo aver massacrato gli uomini. Tra queste ci sono le 276 studentesse del villaggio di Chibok, note perché il loro rapimento, avvenuto nell’aprile 2014, ha suscitato indignazione internazionale. Molte invece le storie rimaste sconosciute, come quella di Rabi, la cui fotografia appare in copertina. Rabi, 13 anni, del villaggio di Gubla, è una delle tante giovani rapite: aveva terminato la classe quinta, è stata catturata, costretta a sposare un miliziano, che le ha lacerato la schiena a bastonate quando lei ha tentato di scappare e che prima aveva ucciso i suoi genitori.

La Nigeria viene descritta come un paese dove “la piaga che miete più vittime è la corruzione”. L’ascesa del gruppo terroristico è avvenuta grazie alla complicità dei politici del nord-est del paese e alla promessa di un cambiamento radicale portato dalla sharia. Questo reportage offre un quadro molto interessante sulla vita dell’organizzazione, le sue complicità e alleanze.

Le intervistate sono riuscite a scappare, ma la loro vita non è migliorata, perché le comunità di origine le guardano con sospetto, odiano i figli che hanno avuto dai mariti loro imposti. Alcune vengono chiuse in campi di “deradicalizzazione”, che sono vere e proprie prigioni. Né i cristiani né i musulmani vogliono proteggerle, per paura di ritorsioni da parte dei terroristi.

Un libro che suscita tristezza, rabbia e lascia grande inquietudine. Ci si rende conto di sapere ben poco di quello che succede in Africa e quel poco non tocca i problemi fondamentali…

“Questi racconti sono molto di più: sono testimonianze di prima mano di ciò che è accaduto a queste donne.”

“Ci fanno entrare nelle loro vite, che altrimenti, nonostante internet e la globalizzazione, rimarrebbero estranee e lontane da noi. Ci conducono lungo i vicoli dei loro villaggi, di cui spesso non sappiamo neanche pronunciare il nome e che sono indicati soltanto su poche mappe. Sono racconti dolorosi. Anche perché ci rivelano quanto sia ancora limitata la nostra prospettiva. Quanto sia ristretto lo spazio delle nostre percezioni. Quanto sia misera la comprensione che abbiamo di questo mondo e di questo tempo che chiamiamo “nostro”.

“Il flagello di Boko Haram finora non ha toccato l’Europa e l’America, apparentemente troppo lontane. Ma la maggior parte degli osservatori internazionali è concorde nell’affermare che un giorno questa setta attaccherà anche in Occidente. Perciò noi occidentali non dobbiamo ignorare il terrorismo di Boko Haram. Se distogliamo lo sguardo dal sangue altrui, prima o poi ci ritroveremo a fissare il nostro. E possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne.”

“L’unica cosa che mi è rimasta è il mio nome”, dice Sadiya. “Tutto il resto me l’hanno portato via. Adesso sono un’altra. Lo sento. Sono qualcuno che non riconosco”. E Sakinah: “Io non mi sento più la stessa. Ho difficoltà a concentrarmi. Ho paura degli spazi aperti, per esempio le piazze molto grandi e le strade ampie. E di notte faccio sempre degli incubi, sogno spesso che Shekau mi stia seguendo”.