Arte al femminile (162)

Oggi faccio un “salto” in America latina, in Argentina, per incontrare un’altra donna eccezionale.

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Procesa del Carmen Sarmiento è considerata la prima donna pittrice argentina (almeno tra le artiste conosciute). Nasce a San Juan nel 1818 da Paula Albaraccìn e Josè Clemente. Minore di 5 figli, è sorella del più celebre Domingo Faustino Sarmiento (scrittore, educatore e politico), che diviene presidente dell’Argentina tra il 1868 e il 1874. I primi insegnamenti li riceve in casa e manifesta un precoce talento artistico. Nel 1830 Procesa inizia a studiare disegno presso la scuola Santa Rosa de San Juan, fondata da suo fratello e nel 1836 diventa allieva di Amadeo Gras (pittore e musicista di origine francese). L’infanzia e la gioventù si sviluppano in un periodo difficile per la società argentina, caratterizzato da instabilità politica e conflitti civili. Costretta all’esilio nel 1841 con la sua famiglia, per l’opposizione al governo di Juan Manuel de Rosas, si trasferisce in Cile. Il fratello fonda una scuola, con le stesse caratteristiche di quella di San Juan, a San Felipe de Aconcagua, e lavora come giornalista. Procesa insegna per un periodo in questa scuola, poi si trasferisce nel 1843 a Santiago, dove ha modo di studiare con il pittore francese Raymond Monvoisin, precursore delle scuole artistiche in Cile. La permanenza nella capitale cilena influenza molto lo sviluppo della sua personalità e della sua arte. Oltre a frequentare una scuola di pittura, Procesa collabora con il fratello nei suoi progetti e attività, avendo l’opportunità di incontrare grandi personalità, intellettuali argentini e cileni, espandendo i propri orizzonti e la propria cultura. Procesa incoraggia l’espressione artistica tra le donne, continuando l’attività didattica presso famiglie benestanti della città. Il ritratto è la sua specialità e ha modo di rappresentare personaggi illustri del suo tempo. Fa anche quadri di fiori, paesaggi e motivi religiosi. Oltre alla pittura a olio, si dedica alla tecnica dell’acquarello, del disegno a matita, a inchiostro e ricerca nuove tecniche che uniscano vari materiali.

Nel 1850 sposa l’ingegnere Benjamin Lenoir, da cui ha due figlie, Sofia e Victorina. Sospende l’attività artistica, sino a quando un incidente accorso al marito la costringe a riprendere l’insegnamento di pittura e lingue straniere sia a casa che in alcuni collegi. Nel 1857 la famiglia Sarmiento può tornare in Argentina e si stabilisce prima a San Juan, poi a Mendoza, per poi dover tornare in Cile, per i contrasti tra Domingo e altri gruppi politici. Nel 1868 Procesa può tornare definitivamente in Argentina: nel 1872 diventa insegnante di pittura nella Escuela Superior de Niñas e nel 1878 la ritroviamo come Presidente della Societad de Beneficencia. Il marito muore e le figlie si sposano, per cui rimane sola. Si dedica interamente all’attività artistica e all’insegnamento. Le sue opere vengono esposte in varie mostre. Nel 1882 partecipa a un’importante esposizione nazionale a Buenos Aires, dove vince una medaglia d’argento. Nel 1884 organizza una mostra con i lavori delle sue alunne.

Procesa muore nel 1899, a 81 anni.

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Arte al femminile (161)

Dopo aver esplorato un po’ il mondo delle modelle, che hanno avuto un ruolo importantissimo nella storia dell’arte, ritorno alle artiste dell’Ottocento.Ancora una volta sono le artiste anglosassoni quelle più facilmente rintracciabili…

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Louisa Anne Beresford nasce nel 1818 a Parigi, seconda figlia di Sir Charles Stuart, ambasciatore britannico in Francia e di lady Elizabeth Margaret Yorke. Louisa passa la maggior parte della propria infanzia a Parigi. Sia lei che la sorella Charlotte vengono educate in casa e rivelano entrambe notevole talento artistico. La famiglia ritorna in Inghilterra nel 1830 e nel 1835 le ragazze sono presentate a corte, entrando ufficialmente nella mondanità londinese. Nello stesso anno Charlotte sposa Charles Canning, allontanandosi dalla famiglia, con grande dispiacere di Louisa. Negli anni 1836-1837 Louisa viaggia con i genitori: si reca a Napoli e a Roma, dove trascorre molto tempo a copiare i grandi maestri nelle gallerie d’arte. Nel 1842 (a 24 anni) sposa Henry de la Poer Beresford, terzo marchese di Waterford. Con il marito vive nella tenuta Waterford in Irlanda. I coniugi visitano insieme la Germania e nel 1858 Louisa torna in Italia. Nel 1859 il marito muore per un incidente a cavallo. Dopo la morte della madre nel 1867, Louisa trascorre molto tempo nella tenuta dei genitori, lo splendido castello neogotico di Highcliffe nello Hampshire, che offre parecchi spunti per la sua produzione artistica. Tre interessi dominano la vita della marchesa: la religione, la filantropia, l’arte. Durante una spaventosa carestia in Irlanda fa costruire due chiese, una scuola e una fabbrica tessile, inoltre sistema un villaggio con criteri all’avanguardia per quei tempi. S’impegna per oltre vent’anni (1862-1883) a dipingere, scegliendo soprattutto temi religiosi. Opera sua sono vari affreschi che decorano l’aula magna della scuola da lei fatta edificare: ci sono scene a grandezza naturale del Vecchio e Nuovo Testamento, che utilizzano i bambini e gli adulti del villaggio come modelli. Nel 1879 si reca in Italia per la terza volta, su invito dell’amica lady Ossington e prende in affitto una villa vicino a Firenze. La troviamo come mecenate di varie accademie artistiche e società culturali londinesi. Muore nel 1891, a 73 anni.

Il talento artistico di Louisa è riconosciuto da un certo numero di suoi contemporanei, pur non avendo ricevuto una formazione adeguata alle sue possibilità. Conosce importanti esponenti del movimento preraffaellita, come Dante Gabriel Rossetti e John Ruskin. Si ritiene che sia stata modella di sir John Everett Millais in diverse sue opere e la sua bellezza è stata fonte d’ispirazione per artisti del tempo.

Notevoli i suoi acquarelli: 75 dei suoi ritratti sono esposti alla National Portrait Gallery.

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Realtà e illusione…

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L’attentato è un romanzo drammaticamente attuale. Inizia con un tragico attentato in cui rimane coinvolta la voce narrante del racconto e si conclude con gli sviluppi di questo tragico episodio. Il protagonista è il dottor Amin Jaafari, un valido chirurgo di origini arabe, che vive a Tel Aviv. Ha appena concluso con successo un’importante operazione, quando al suo ospedale scatta l’allarme e arrivano i feriti e i morti di un attentato terroristico avvenuto in un ristorante dei paraggi. Dopo interminabili ore passate in camera operatoria, Amin torna a casa sfinito. Una telefonata dell’amico poliziotto Naveed lo mette di fronte a un dramma terribile: deve riconoscere il corpo dilaniato della donna che si è fatta esplodere causando la strage. Quella donna è sua moglie Sihem! Inizialmente rifiuta in ogni modo la realtà, poi decide di affrontare un viaggio verso i luoghi da cui provengono i terroristi, per capire come una donna giovane, bella, intelligente, sensibile, abbia potuto scegliere una strada così devastante. Inizia un’indagine personale: «voglio sapere chi ha indottrinato mia moglie, l’ha bardata di esplosivo» ma soprattutto perché «non sono stato capace di farle preferire la vita». La ricerca lo porta alla verità dei fatti. Si tratta per Amin di un percorso complicato, intimo, devastante, che si colora inevitabilmente di ricordi personali.

Un libro coinvolgente, toccante.

«Un affresco che ha il pregio di far entrare il lettore in una realtà difficile da comprendere. Un inno alla vita pur nella inevitabilità del dolore e nella fragilità della condizione umana». – Il Sole 24 Ore

Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, è uno scrittore stimato e apprezzato nel mondo intero. Nato in Algeria nel 1956, reclutato alla scuola dei cadetti a nove anni, è stato ufficiale dell’esercito algerino. Dopo aver suscitato la disapprovazione dei superiori con i suoi primi libri, ha continuato usando come pseudonimo il nome della moglie. Nel 1999 ha lasciato l’esercito svelando così la sua vera identità e ha scelto di vivere in Francia. In Italia sono pubblicati molti dei suoi romanzi, tra cui i due noir Morituri (1998) e Doppio bianco (1999), e Quel che il giorno deve alla notte (2009), miglior libro del 2008 per la rivista letteraria «Lire» (adattato a film nel 2012). Con Sellerio: Gli angeli muoiono delle nostre ferite (2014), Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini (2015), L’ultima notte del Rais (2015) e L’attentato (2016), dal quale è stato tratto il film di Ziad Doueiri.

Arte al femminile (160)

Nel ‘700- ‘800 molte giovani donne partono dagli aspri paesaggi della Ciociaria per tentare la fortuna a Roma come modelle di artisti famosi. Alcune hanno grande successo, di altre rimangono poche tracce. Chiudo la breve parentesi sulle modelle ciociare con due donne di cui rimangono tenui ricordi.

Antonia Caiva : di lei si sa che diventa la modella preferita di pittori come Leighton (scultore e pittore inglese, presidente della Royal Academy di Londra), Burne-Jones e Poynter. Incomincia l’attività di modella per pagare i debiti del marito, rovinato dalla passione per il gioco d’azzardo. Burne-Jones la descrive splendida e solenne, inconsapevole della propria bellezza. Presta il suo corpo per l’Andromeda di Poynter, ora esposto al Chiostro del Bramante a Roma. Ha grande successo per una decina di anni, poi le cose vanno male. Di lei rimane una lettera scarabocchiata scritta a Burne-Jones da un ospedale: “Signore, le sono stata sempre obbediente. Ora sono povera e malata…”

Non si conosce la risposta del pittore, che non vuole essere coinvolto in una situazione imbarazzante, dopo che si è impegnato sentimentalmente con una ricca scultrice greca. Della modella non si saprà più nulla.

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Carmela Bertagna è probabilmente originaria di Gallinaro. La troviamo a Parigi, modella di Sargent, che nel retro di un dipinto lascia l’indirizzo della modella: Rue du Maine, 16. Rimane solo il ricordo del suo viso imbronciato.

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Arte al femminile (159)

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Rosalia Tobia nasce nel 1860 a Picinisco in Ciociaria. Arriva nel quartiere di Montparnasse a Parigi nel 1887, come cameriera della principessa Ruspoli.

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Posa per Bouguereau, pittore accademico molto ricercato, con una predilezione per i nudi femminili. Il corpo seducente e flessuoso di Rosalia è presente in numerosi capolavori di Bouguereau, quali Jeunesse, Le deux baignuses, Les agneaux. Diventa modella anche di altri pittori, quali Carolus-Duran e Whistler, dal quale pare abbia un figlio.

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Giunta a una certa età –quarantasei anni circa- Rosalia decide di aprire un locale di ristorazione e a Rue Campagne Première n.3 a Montparnasse (quartiere degli artisti per antonomasia come Montmartre) apre una ‘crèmerie’, un piccolo ristorante, la cui insegna è:  ‘Chez Rosalie’, con quattro tavoli rettangolari dal piano in marmo e i piedi di ghisa lavorata come è costume all’epoca e sei sgabelli a tavolo, quindi una capienza di 24 avventori. La cucina è in gran parte italiana e la clientela a pranzo è rappresentata essenzialmente dai muratori attivi nelle numerose costruzioni dei paraggi.

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L’apertura del locale, per pura coincidenza, avviene nello stesso anno del trasferimento di Modigliani da Montmartre –ove è arrivato da Livorno nel 1906- a Montparnasse. Il grande artista diventa quasi di casa da Rosalia dalla quale, in cambio di disegni o più spesso di nulla, riceve un piatto di tagliatelle o di lasagne e un bicchiere di vino. Modigliani regala a Rosalia vari disegni, sicuramente centinaia. Rosalia non li capisce e li chiama ‘scarabocchi’: li usa, si dice, come carta per la toilette o per accendere le fornacelle… Diviene normale per Modigliani fare riferimento a Rosalia quando ha bisogno, il che avviene spesso. Rosalia, vissuta a contatto con gli artisti, nutre per Modigliani un affetto quasi materno. Rosalia è per l’artista il solo vero e disinteressato affetto negli anni di Montparnasse. Rosalia è abituata a tutte le numerose donne che lo accompagnano, tra le quali le più assidue sono Beatrice, Lunia e infine, per gli ultimi anni della sua vita, principalmente Jeanne. Modì mette su casa con Jeanne a due passi da Chez Rosalie. Jeanne quando va con Modì da Rosalia le raccomanda di mettere molto aglio nelle sue pietanze, allo scopo di tenere lontane le rivali …

Nel 1929-1930 Rosalia chiude la sua ‘crèmerie’ e si trasferisce nel Sud della Francia, vicino a Cannes, perché il luogo le ricorda la sua campagna. Qui muore due anni dopo.

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Arte al femminile (158)

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Maria Veronica Latini è una delle tante modelle della campagna romana molto popolari alla metà del 1800. Maria Veronica nasce a Cineto Romano, allora Scarpa, l’8 dicembre 1853. Suo padre è un apicoltore di umili condizioni e di bell’aspetto.

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La vigilia di Natale del 1865, presso la basilica di San Pietro, quando ha solo 12 anni, Maria viene notata dal pittore Henri Regnault, colpito dalla sua bellezza stravagante e selvaggia. Henri Regnault e lo scultore Jules Francois Gabriel Renaudot sono due giovani artisti francesi venuti in Italia attratti dall’arte barocca e dai paesaggi romani. Maria Veronica posa per entrambi. Regnault la rappresenta nella Salomè, opera considerata il suo capolavoro, venduta all’asta nel 1912 per l’esorbitante cifra di mezzo milione di lire. Tra Maria Veronica e i due artisti nasce una profonda amicizia, che desta numerosi pettegolezzi. La ragazza s’innamora dello scultore, ma lo perde di vista per un po’ di tempo. I due artisti devono lasciare Roma nel 1870, per lo scoppio della guerra franco-prussiana. Mentre Regnault muore in battaglia nel 1871, Renaudot torna a Roma. Quest’ultimo rivede Maria Veronica al suo paese, sul dorso di un asino: si presenta alla sua famiglia e dopo alcuni anni la sposa. I due vanno a vivere a Parigi. Nel 1877 nasce la loro figlia Gabrielle, che diventerà moglie e collaboratrice del celebre astronomo francese Camille Flammarion, insieme al quale pubblica libri, articoli scientifici ed anche romanzi, tra cui una pubblicazione sulla madre Maria Veronica (un cratere di Marte porta il nome Gabrielle, come pure qualche asteroide…). Nel 1865, Jules Renaudot espone al Salone di Parigi, dove ottiene una menzione d’onore nel 1872 per la sua “Naiade”, la cui modella è sua moglie. Installata nei giardini del Lussemburgo nel 1874 e rapidamente rimossa su richiesta di puritani “padri” del quartiere di Saint-Sulpice, l’opera di Renaudot è ora conservata presso la Tours City Hall. Maria Veronica muore a Parigi il 24 dicembre 1900, a 47 anni.

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Tempesta sul lago…

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La Sarneghera è il nome di un fenomeno temporalesco di forte entità, che si sviluppa nella parte sud-occidentale del lago di Iseo dirigendosi verso la Valcamonica. Il suo punto di origine è Sarnico, in dialetto lombardo Sarnegh, da cui il nome sarneghera. Esso può verificarsi soprattutto a settembre, assumendo particolare violenza. Pochi minuti bastano a provocare danni ingenti. Il romanzo prende il titolo da questa tempesta, perché i personaggi hanno vite irrequiete, come le acque del lago quando arriva la sarneghera. La storia prende inizio dalla morte di Gianna La Santa, dopo aver dato alla luce la sua terza bambina. Le tre figlie, Giulia, Matilde e Agnese crescono prendendosi cura una dell’altra, convivendo con un padre manesco e insensibile, ol Buel. Giulia è dolce e materna, Matilde gran lavoratrice e piuttosto brusca di modi, Agnese è inquieta e solitaria. Agnese s’innamora segretamente di don Sergio, il giovane vicario del paese: il suo è un amore impossibile, che la consuma fin quasi a ucciderla…Questo amore ricorda una leggenda legata alla sarneghera, che narra di due giovani che riposano sul fondo del lago. Il loro amore era stato contrastato quando erano in vita e, ogni volta che i due amanti si corrono incontro in fondo al lago per abbracciarsi, muovono le acque del Sebino. Intorno alle tre giovani donne ruotano gli abitanti del paese, con tutti i pregi e i difetti di chi, agli inizi del Novecento, vive in un contesto isolato e difficile. I caratteri sono schivi, ritrosi, attenti più ai fatti che alle parole, e la religione è onnipresente nella vita di tutti.

Un romanzo piacevole, profondamente legato a un ambiente particolare, narrato con calore e una certa ironia.

Laura Mühlbauer , nata a Bergamo nel 1974 da madre italiana e padre tedesco, ha studiato a Bergamo e Venezia. Ha lavorato per diversi anni come cancelliere presso la Procura della Repubblica di Monza. È sposata con due figli. Questo è il suo primo romanzo.

Il romanzo «Nasce dai racconti della mia famiglia, originaria del borgo di Rudello. Io poi, pur crescendo a Bergamo, ho trascorso interi mesi della mia infanzia in una casa che avevamo a Sarnico. All’inizio pensavo di raccontare gli Anni Quaranta, poi mi sono sentita spinta verso gli Anni Venti dai racconti di mia nonna, anche se alla fine nel libro non c’è più niente di autobiografico. Ma mi incuriosiva raccontare i costumi dell’epoca, le pescherie, le filandere, le donne che facevano la spola tra Sarnico e Iseo eccetera».

«A me interessava soprattutto raccontare la psicologia e gli archetipi di quella gente, che rappresenta la nostra gente e le nostre radici. Anche per far capire che molte delle caratteristiche dei bergamaschi di una volta è rimasto ancora molto in quelli di oggi: la difficoltà di comunicare i propri sentimenti, l’incapacità di saper liberare in modo giusto le emozioni, il vergognarsi di fare cose diverse da quelle che fanno tutti, la paura di ciò che dice la gente e il fatto di essere irretiti da un ambiente cattolico che ci castra in molti modi».