Un giallo originale

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“Prima di dire addio” inizia con l’uccisione del detective Joe Cooper in quella che sembra una rapina in banca. La moglie Nora, oltre alla notizia della morte violenta del marito, deve affrontare una sorpresa dolorosa: un avvocato le comunica che il defunto ha messo in vendita la loro casa ed ha intascato un anticipo consistente, che non ha depositato nel conto comune. Prende così avvio la storia, perché Nora sembra ricevere messaggi dall’al di là, dal suo Joe, che rivendica la propria innocenza in quello che sembra un torbido affare. Un po’ alla volta Nora scopre che cosa si nasconde in quel posto tranquillo, in mezzo al verde…

Una bella storia, un bel giallo con un finale inaspettato.

 

Inizio della vicenda:

Boston, 23 luglio

«Nora… Ci sei?»

Il detective Joe Cooper rimase qualche secondo in ascolto prima di arrendersi al silenzio che arrivava dall’altro capo del filo. Non amava le segreterie telefoniche, neanche quella di casa sua, e rimettendo in tasca il cellulare pensò che come sempre avrebbe avuto altre occasioni per salutare sua moglie.

Spense sotto la scarpa la sigaretta non ancora finita e per l’ennesima volta si ripromise di smetterla con quel vizio ormai fuori moda. Un attimo dopo entrò in banca e salutò con un cenno la guardia giurata appena uscita dall’ufficio del direttore.

«Sono solo le nove e hai sentito già che caldo? Stanotte non tirava un filo d’aria.»

Rick Clancy, un omone sul metro e novanta con la faccia da bambino, gli rispose con un mezzo sorriso.

«Tanto non avrei dormito lo stesso. Mio figlio sta mettendo i primi denti e ci ha tenuti svegli fino all’alba.»

«Sono sei mesi che non faccio un’intera nottata di sonno», concluse poi con una smorfia che tradiva l’orgoglio del neo-papà.

Il pensiero di Joe andò alla sua Meg.

«Consolati. Arrivano a trent’anni e neanche te ne accorgi.»

 

Giulia Beyman è una giovane scrittrice, che sta ottenendo giudizi di critica molto favorevoli. Intraprendente e curiosa, dopo il liceo classico ha frequentato un corso per stilisti, si è iscritta alla facoltà di architettura e poi a quella di Lettere: insoddisfatta anche di questo si è dedicata a lavori di segreteria. Ha frequentato una scuola di giornalismo, un seminario di scrittura con Dacia Maraini e uno stage per sceneggiatori della Rai. Insieme ad un’amica ha inventato una piccola casa editrice che ha avuto vita breve. Ha lavorato per una decina di anni come giornalista e come sceneggiatrice televisiva. Ha infine trovato la propria strada, quella di narratrice.

Attualmente vive tra Roma e la Toscana con il marito, il figlio e gli amati gatti. Ha inventato il personaggio di Nora Cooper, protagonista dei suoi romanzi, agente immobiliare con il dono di comunicare con l’aldilà.

 

 

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Arte al femminile (12)

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Berthe Morisot nasce a Bourges, in Francia,nel 1841, da una famiglia benestante e colta. Suo padre, prefetto, si trasferisce a Parigi quando Berthe ha 16 anni. Assieme alle sorelle, Yves ed Edma, segue, per scelta materna, un corso di pittura con il maestro Chocarne, strenuo difensore dello stile neoclassico, che non incontra il gusto delle sorelle. I genitori, notato il suo ingegno, la incoraggiano a proseguire gli studi artistici e accolgono volentieri in casa i suoi amici, tra cui spicca Edgar Degas. Berthe inizia a dipingere copiando i capolavori del Museo del Louvre, dove incontra il pittore Latour, che la presenterà poi a Manet. Viene accolta da Corot nel suo atelier ed è lo stesso Corot che le insegna a dipingere all’aperto. Nel 1864 inizia ad esporre, superando una severa selezione, e continua a presentare i suoi lavori al Salon sino al 1873. Nel frattempo accetta il ruolo di modella di Manet, che la ritrae in 11 opere: pallida, magra, con capelli scuri e magnifiche mani, affascina il pittore, diventando la modella da lui più raffigurata. I genitori realizzano nel giardino di casa un atelier destinato alle figlie, dove Berthe può approfondire le sue ricerche sulla luce e sul colore. Coinvolta nel movimento impressionista, è l’unica donna ad esporre con gli “Artisti anonimi associati” (nome dei primi impressionisti). Le sue opere, acquarelli e pastelli, ottengono apprezzamenti per la poesia e delicatezza, ma anche giudizi negativi. Nel 1874 sposa il fratello di Manet, Eugene, dal quale ha una figlia, Julie, che diventa uno dei suoi modelli preferiti. Continua a partecipare alle mostre impressioniste, finanziandole e contribuendo alla selezione degli artisti. Rimasta vedova nel 1892, allestisce la prima mostra personale: in seguito espone anche negli Stati Uniti. Diventata elemento di spicco del movimento impressionista, la sua casa è luogo d’incontro di musicisti, pittori e letterati. Nel 1895 viene stroncata da una polmonite a soli 54 anni: prima di morire affida la figlia a Mallarmè e regala i suoi lavori agli amici.

I temi della sua pittura sono figure femminili, bambini e scene familiari. Prediligeva il bianco, che le serviva per un effetto di luminosità e trasparenza. Dovette lottare contro i pregiudizi del tempo, per cui la professione di pittrice era considerata disdicevole per una donna e che le rendevano problematico dipingere all’aperto o in luoghi pubblici: dovette ripiegare su scene domestiche e interni.

Le difficoltà che dovette affrontare la talentuosa pittrice, nell’epoca in cui visse, sono riassunte perfettamente da Manet, suo grande amico, in questa frase: “Le signorine Morisot sono affascinanti. Peccato non siano degli uomini.”

La peculiarità di Berthe Morisot fu di vivere la sua pittura e di dipingere la sua vita”: così scrisse il poeta francese Paul Valery.

Lettura d’atmosfera…

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“Io dormo da sola” è un romanzo ambientato in un paesaggio mediterraneo assolato, dalle ombre inquietanti, dagli anfratti marini nascosti dalla macchia verde cupo e dal mare che invita a tuffarsi e a perdersi in esso. Mattia è un giovane architetto incaricato di ristrutturare un’antica villa. Durante i lavori ritrova un diario polveroso, in cui una giovane donna, Emma, racconta la propria esperienza di ragazza costretta a sposare un uomo duro, insensibile, per il quale lei è un bellissimo oggetto di cui andare fiero. Man mano che procede nella lettura Mattia si lascia coinvolgere dalla vicenda, innamorandosi della protagonista, della sua bellezza, del suo desiderio di verità e libertà. Ci sono due stili di scrittura che si alternano: quello fresco e veloce di Mattia e quello romantico e d’atmosfera di Emma. Il ritmo narrativo è vivace e coinvolgente: il finale è totalmente a sorpresa.

La prima pagina del romanzo cattura da subito l’attenzione del lettore:
“Il giorno in cui accettai l’incarico e misi piede per la prima volta in questo luogo maledetto non immaginavo di trovarmi come una biglia su un piano inclinato, pronto a rotolare giù, sempre più velocemente verso un precipizio. In quel momento, mentre Carla con il braccio teso mi porgeva un anello con tante chiavi, ero ancora in tempo per fermarmi. Ma allora non sapevo a cosa sarei andato incontro e così suggellai la mia fine. Scusatemi se non mi sono ancora presentato: mi chiamo Mattia, ho trent’anni e sto per morire.”

Questo romanzo è da giorni nelle prime venti posizioni della classifica generale di Amazon e fra i primi dieci della classifica di Narrativa contemporanea: interessante la soluzione di sfruttare due assi temporali differenti, per cui i protagonisti, pur vivendo ad almeno 50 anni di distanza, si sfiorano ed entrano in sintonia tra di loro.

 

Emanuela Baldo è una giovane scrittrice calabrese, di Vibo Valentia. Pur scrivendo da quando era bambina, solo recentemente ha cominciato a farsi leggere e ad avviare i primi passi nel campo dell’editoria. Il suo esordio letterario risale al 2013, con la biografia “Malabellavita”, in cui racconta le peripezie di un ex boss del narcotraffico internazionale. Questo libro è attualmente sotto esame da parte di alcune case di produzione cinematografica, interessate alla possibilità di trarne una valida sceneggiatura.

“Io dormo da sola” è la sua seconda prova ed è stato scritto con Salvatore Paci, un programmatore siciliano con la passione per la scrittura, che vive a Caltanisetta, dove ha ambientato i primi romanzi, che lo hanno reso famoso. Comincia negli anni ’90 a scrivere canzoni e poi nel 2008 passa alla letteratura con un thriller, “Biglietto di andata e ritorno”, che sancisce il suo successo. Conclusa la trilogia ambientata a Caltanisetta, inizia a collocare le sue storie all’estero, prima a Londra, poi a Barcellona e infine in Scozia. In “Io dormo da sola” contribuisce alla creazione del clima di mistero che avvolge la storia.

Arte al femminile (11)

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Eva Gonzales nasce il 19 aprile 1849 a Parigi. La madre è una musicista, il padre Emmanuel è un celebre romanziere spagnolo naturalizzato in Francia. Vive l’infanzia e la giovinezza in un ambiente frequentato da letterati, giornalisti ed intellettuali. Nel 1865, comincia a prendere lezioni di disegno dal ritrattista Charles Chaplin, che teneva dei corsi di pittura per donne. Nel febbraio 1869 diviene allieva e modella del grande pittore Édouard Manet dal quale rimane profondamente influenzata, sino a quando sviluppa un suo stile personale, adottando le morbidezze dei pastelli che gli valgono il consenso della critica. Nel 1870 partecipa ad una collettiva nel mitico Salón de París, da quel momento inizia la sua prestigiosa carriera. Le sue opere sono esposte presso gli uffici della rassegna d’arte “L’Arte nel 1882” e alla “Galerie Georges Petit” nel 1883. Sposa Henri Guérard, fratello del grafico Henri Guérard, e amico di Manet. Muore per un’embolia durante il parto a 34 anni, sei giorni dopo la morte del suo maestro Manet morto a 51 anni. Il giorno del funerale di Manet, Eva è disperata ed intreccia una coroncina di fiori da deporre sul corpo del maestro. Nel 1885 viene allestita in suo onore una retrospettiva di 88 opere, presso il “Salons de La Vie Moderne”.

Dipingeva ad olio, ma amava molto la tecnica del pastello: i suoi temi preferiti erano scene di vita moderna, ritratti e nature morte. Bella, vivace, intraprendente e sensibile, aveva un talento straordinario. Viene collocata nell’ambito degli Impressionisti, pur non avendo mai esposto alcun dipinto alle loro mostre. Famoso il ritratto fattole da Manet, mentre lavora al cavalletto.

Incontro di solitudini

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“Il cuore del figlio” è insieme un giallo, un libro di viaggio, una storia d’amore e di rielaborazione di un lutto. Alex è uno psicologo che arriva in Giappone per indagare sulla morte del figlio ventenne, il cui corpo è stato restituito con una grave menomazione. Gaby è una giovane donna inquieta, che ha avuto esperienze dolorose e ha deciso di espatriare, per trovare un posto a lei congeniale. Due solitudini si incontrano in un paese indecifrabile e interessante. I protagonisti si trovano tra monaci buddisti, affiliati alla yakuza appassionati della musica dei Beatles e vecchi giapponesi legati alle loro tradizioni e che si aspettano solo funerali favolosi…Alex scoprirà la verità arrivando sino alla cima del Monte Fuji e,assieme a Gaby, comprenderà il senso della propria vita. Molto avvincente l’interpretazione della società giapponese.

Sara Backer è una poetessa, saggista, autrice di racconti. Ha trascorso tre anni in Giappone (1990-1993) ed è stata la prima donna americana a insegnare alla Shizuoka University. Famoso il suo romanzo “Fuji”, apprezzato anche in Giappone e candidato al premio Kiriyama. Le sue poesie sono state pubblicate in numerose riviste letterarie. Ha insegnato scrittura creativa in vari College e attualmente insegna presso l’Università del Massachusetts a Lowell. Vive nei boschi del New Hampshire, nello splendore del paesaggio bagnato dal fiume Marrimack.

Un vecchio romanzo sempre attuale…

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“Il riposo del guerriero” è un romanzo datato, uscito nel 1958, che ebbe notevole successo, ma fece anche grande scandalo per il modo in cui trattava il tema della sessualità in un rapporto di coppia non convenzionale. Nell’edizione italiana della Longanesi, uscita qualche anno dopo, c’era una fascetta pubblicitaria che lo presentava come “Il romanzo che ha fatto arrossire la signora De Gaulle”. Da questo romanzo è stato tratto un film con Brigitte Bardot, rimanendo però poco fedele all’originale. Si tratta di una storia ancora oggi di notevole impatto: interessante la personalità dei due protagonisti, Renaud e Genevieve, il loro modo di vivere l’amore sino all’esasperazione e all’annientamento, cercando in questo modo di sfuggire all’assurdità della vita e del mondo.

Siamo all’interno dello schema classico: lei bella e brava, lui bello e dannato. Lei è una studentessa universitaria di buona famiglia, con un fidanzato storico, lui un ex soldato, alcolizzato, anarcoide, depresso, sul punto di suicidarsi. Salvato per caso dalla ragazza in una stanza d’albergo, in una città di provincia, Renaud la segue a Parigi e inizia a vivere con lei, dedicandosi al sesso, all’alcol e ai romanzi polizieschi. Genevieve si abbandona ad un rapporto esclusivo, masochistico, al limite della sopportazione. Renaud è violento, la picchia, la separa dalla sua famiglia e dagli amici. Viaggiano in Svizzera e in Italia. Lei sta per avere un figlio e lui va in clinica a disintossicarsi…

Dunque anche un romanzo di guerra. Quella del ragazzo contro il male di vivere e quella della ragazza per salvarlo e strapparlo dai suoi incubi e da una folle corsa verso l’autodistruzione. Un rapporto assoluto e disperato che fa breccia nella corazza di scetticismo del ragazzo fino a fargli dire parole che danno il senso vero del libro: “Io sono stanco. Fammi riposare. Tu sei il riposo del guerriero… Aiutami a vivere. Costringimi a vivere”.

Alla fine è la ragazza a vincere, pronta a proseguire da sola, rafforzata dalle esperienze vissute.

 “Sì. E’ così. Oggi amavo quell’uomo sino a ieri per me sconosciuto: questo era proprio ripudiato sempre dal mio superbo raziocinio, il famoso miracolo, l’amore, il colpo di fulmine; e capitava a me, contro ogni aspettativa, in una delle più brutte città della Francia, mentre mi occupavo di una pratica di successione, in via Georges Clemenceau, mentre finivo di mangiare. Jean Renaud, Jean Renaud..constatavo che, per di più, questo nome mi ossessionava,al punto che facevo fatica a cambiarlo in quello di Renaud Sarti. Renaud Sarti : mi ci abituerò. Non ci vorrà molto. Quelle mani, quel volto, quella bocca decisa, quel gran corpo (e nulla tuttavia è a me più estraneo d’un altro corpo) mi son divenuti più vicini del mio; come la mia carne stessa, il mio prolungamento, dipendo dal loro più piccolo movimento.”

 

Christiane Rochefort nasce a Parigi nel 1917 , ma trascorre i primi anni di vita nel Limousin: è figlia unica di genitori della classe operaia. Ritornata con la famiglia a Parigi, frequenta il liceo Fénelon, studia medicina, psicologia ed etnologia alla Sorbona, lavorando come modella, attrice e corrispondente di giornale. Inizia a scrivere negli anni ’50. Pubblica alcune novelle, ma si segnala per il romanzo d’esordio, “Il riposo del guerriero”, in cui affronta con audacia un tema complesso. Nel 1960 è tra i firmatari del manifesto contro la guerra d’Algeria. Per 15 anni lavora come addetto stampa al Festival di Cannes, ma viene licenziata, per “troppa libertà di pensiero”…Nel 1971, con alcuni attivisti per la pace, pone una corona sulla Tomba del Milite Ignoto, dedicandola a ”quella più sconosciuta del milite ignoto, sua moglie”. Negli anni successivi si dedica ad una letteratura impegnata su tematiche d’attualità. Ha scritto saggi e un’autobiografia. Muore nel 1998 a Le Pradet, nel Var. Nei suoi libri ha affrontato tematiche legate alla situazione delle donne e dei bambini, alla sessualità femminile e alla lotta per la libertà personale.

La morte non è niente

Sono rimasta sconvolta, come tanti, dalla notizia del suicidio di Robin Williams, un attore che ho amato e che mi ha dato tante emozioni positive, facendomi riflettere e presentandomi i lati buoni della vita.

Gli dedico questa poesia attribuita a Sant’Agostino, che dà un quadro sereno della morte:

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.