Arte al femminile (281)

Ci sono altre due sorelle, che condividono il fatto di essere ebree e artiste di valore, come le sorelle Modigliani (v.n.279 e n.280): Annie e Liliah Nathan.

Torniamo nei primi del Novecento, nel cuore del nostro paese, nella Capitale. Percorriamo via Torino e fermiamoci al civico 121. Qui, in un palazzo di stile umbertino, una famiglia ebraica riuniva attorno a sé fior di intellettuali e artisti, si impegnava a rendere la Città eterna un luogo proiettato al futuro, aperto, moderno. Al 121 di via Torino i Nathan segnavano in modo indelebile la storia di Roma. Tanto che Ernesto Nathan, sindaco della Capitale dal 1907 al 1913, è ancor oggi ricordato con affetto e forse con rimpianto. Le figlie Annie e Liliah respirarono la cultura coltivata nella casa paterna, diventarono artiste e scultrici, promossero assieme alla madre Virginia Mieli le istanze femminili.

Annie Nathan nasce a Roma nel 1878 da Virginia Mieli ed Ernesto Nathan. Entrambi i genitori sono uniti da una fede incrollabile nelle idee di Giuseppe Mazzini, che nel 1867 si dichiara felice della loro unione. La madre lavora attivamente per elevare la posizione delle donne, è impegnata nella lotta per il diritto di voto e sovvenziona giornali femminili di propaganda. A Roma organizza istituti per l’accoglienza delle giovani in cerca di lavoro, doposcuola, colonie marine per donne adulte e apre un piccolo negozio in piazza di Spagna per vendere prodotti femminili. Il padre Ernesto è sindaco di Roma dal 1907 al 1913 in una coalizione di centro sinistra e Gran Maestro della Massoneria per anni. Amante dell’arte e della cultura cerca di conciliare lo sviluppo della città con la salvaguardia della città antica. Dedica particolare attenzione ai problemi dell’Agro Romano, dove istituisce scuole serali, tenute da insegnanti volontari, tra cui la figlia Annie. Protegge gli artisti e incentiva il mecenatismo. Nel tempo libero ascolta musica classica e suona il violino.

Genitori così speciali cercano di far sì che i figli sviluppino i talenti naturali.

Annie inizia a prendere lezioni di pittura da un pittore accademico.

Assieme a Pierina Levi, grande amica con la quale condivide lo studio di Vicolo S. Nicola da Tolentino, frequenta lo studio di Giacomo Balla. Con Balla ad Annie si aprono nuovi orizzonti. Impara a “dipingere il vero dal vero”, si affida a colori puri e squillanti. Presso il maestro prende lezioni di pittura e comincia a esporre alla mostra di Belle Arti e alle mostre della Società Amatori e Cultori dal 1906 al 1910. Nel 1908 è presente alla Quadriennale di Torino e nel 1932 alla Secessione Romana. Al 1932 risale una sua personale nelle sale dei Cultori d’arte a Palazzo Doria.

Sposa il medico Emilio Engel.

Porta avanti per tutta la vita le attività assistenziali promosse dalla madre.

Si spegne nel 1946 in Svizzera, dove è fuggita durante la seconda guerra mondiale per ripararsi dalle leggi razziali emanate dal fascismo.

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Salvare la memoria

Questa giornata ricorda un genocidio tremendo, ma invita a condannare tutti quelli che, con modalità diverse, si ripetono nella storia.

Ricordo una poetessa ebrea, salvatasi miracolosamente dallo sterminio.

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Else Lasker-Schüler, la grande poetessa definita “l’incarnazione lirica dell’ebraico e del tedesco in una sola persona”, nasce a Elberfeld in Vestfalia nel 1869 e muore a Gerusalemme nel 1945. Errabonda e fantasiosa frequentatrice del mondo artistico-letterario berlinese legato all’espressionismo, da lei trasfigurato in chiave mistico-magica, è ispiratrice, amica e corrispondente dei massimi esponenti di quell’avanguardia. Autrice di drammi e prose, insignita nel 1932 dell’importante Premio Kleist, è costretta l’anno seguente all’esilio in Svizzera dall’avvento del nazismo.

 

Sulla ghiaia scintillante

 

Potessi tornare a casa –

Le luci si spengono –

Svanisce l’ultimo saluto di lei.

Dove devo andare?

O madre mia, tu lo sai?

Anche il nostro giardino è morto…

Un grigio mazzo di garofani è buttato

nell’angolo come nella casa paterna.

Aveva acquistato grande precisione.

Inghirlandava il benvenuto alle porte

e si consegnava interamente nel suo colore.

O cara madre!…

Spruzzava il rosso della sera

al mattino una tenera nostalgia

prima che il mondo nella vergogna e nel bisogno.

Non ho più sorelle né fratelli.

L’inverno ha giocato con la morte nei nidi

e la brina ha intirizzito tutte le parole d’amore.

Arte al femminile (280)

Corinna Modigliani (v.n.279) ha una sorella anche lei artista di grande livello.

Olga Modigliani (Anna Amina Olga) nasce a Roma nel 1873, secondogenita di Moise, commerciante, e della cugina di questo, Silvia Modigliani. Sebbene i genitori appartengano alla borghesia ebraica, Olga cresce in un ambiente essenzialmente laico, insieme con i fratelli Corinna e Carlo. Alla sorella maggiore rimane sempre molto legata, condividendo con lei amicizie, esperienze artistiche, abitazioni e vita quotidiana. Inizialmente, di carattere mite e remissivo, si orienta verso la pittura seguendo l’esempio della sorella, con cui condivide l’apprendistato presso l’artista viterbese Pietro Vanni. Ben presto, forse spinta proprio da quest’ultimo, inizia a dedicarsi alla decorazione su ceramica, specialità che proprio in quegli anni inizia a godere di una particolare fortuna nell’ambiente artistico romano, anche sull’onda del rinnovato interesse per le arti applicate promosso dal modernismo. Poche sono le testimonianze della sua prima produzione, destinata forse all’ambiente familiare, senza ricerca di consensi esterni. Nelle prime occasioni espositive le sue opere iniziano a suscitare un vivo interesse, spingendola verso il professionismo. Nel 1904 (a 31 anni) sua prima partecipazione documentata a una mostra, vince una medaglia d’oro all’Esposizione internazionale di St. Louis /Missouri, mentre, nel 1906, dopo aver partecipato per la prima volta all’Esposizione della Società degli Amatori e Cultori di Roma, presenta alla Mostra di Belle Arti al parco del Sempione di Milano maioliche, piatti e tavolette decorati con volti di donne fra tralci di fiori e foglie, aggiudicandosi la medaglia d’argento.

Nel primo decennio del secolo i temi prediletti da Olga sono figure femminili e ornati floreali, delineati con contorni nitidi, pennellate sottili e minuziose, che evidenziano una progressiva adesione al gusto art nouveau. Nel frattempo continua a studiare e a cercare nuove suggestioni per ampliare il proprio repertorio decorativo.

Ballardini, primo direttore del Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, nel 1910 le chiede un’opera per le collezioni del Museo, poi perduta nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nel 1911 la partecipazione all’Esposizione internazionale di Valle Giulia, a Roma, in cui presenta un nutrito campionario di sue opere, costituisce l’occasione di un’importante affermazione, ulteriormente confermata l’anno successivo, quando espone per la prima volta alla Biennale di Venezia.

Inizia a elaborare nuovi motivi decorativi, legati al mondo animale. Tale repertorio, in cui compaiono gazzelle, giraffe, cervi, fenicotteri, pavoni, conigli e altri animali comuni o esotici, dipinti con pennellate sottili tra fogliami e arabeschi, incorniciati da fasce a tortiglioni o a volute, resi con una gamma cromatica limitata a uno o due colori (per lo più verde bluastro, bruno, giallo, rosa, dai toni tenui, che contrastano con il senape dell’argilla, tipico della ceramica romana), continua a caratterizzare la sua produzione anche negli anni successivi.

Nel corso del secondo decennio del secolo lavora nello studio che condivide con la sorella in via Margutta, proponendo le sue opere in diverse esposizioni. Dal 1917 al 1927 intervalla l’attività romana con lunghi soggiorni a Castelgandolfo, dove ha fatto costruire una piccola fornace per la cottura dei suoi lavori nel giardino della villetta che condivide con la sorella.

Sull’onda del crescente favore che le sue creazioni incontrano presso i collezionisti – anche la regina Elena visita più volte il suo studio romano – amplia la produzione realizzando, oltre ai pezzi di maggiore impegno destinati alle esposizioni, numerosi oggetti d’uso quotidiano, quali piatti, servizi da tè e da caffè, bricchi e bomboniere.

Nel 1921 prende parte alla prima Biennale romana, con un’ampia selezione di sue opere. Nel 1923 partecipa alla prima Esposizione Internazionale delle arti decorative di Monza. Da questa data, in coincidenza con il generale declino che in quegli anni interessa la produzione ceramica romana, per la concorrenza con le grandi manifatture italiane, l’attività di Olga conosce una brusca flessione. Interrotta la propria attività, anche a causa della difficoltà a trovare, una volta lasciato quello di Castelgandolfo, un forno valido per la cottura dei suoi lavori, la sua vita si svolge in un clima di riservatezza, scandita da pochi accadimenti di rilievo, sempre condivisi con Corinna. Tra l’ottobre 1943 e il giugno 1944, le sorelle Modigliani devono lasciare la propria abitazione per sfuggire alle persecuzioni razziali, trovando rifugio prima presso un’amica e poi in un convento vicino Roma. Alla fine del decennio si stabiliscono in via delle Fornaci, recandosi spesso per brevi soggiorni a Grottaferrata, dove hanno acquistato un monolocale. Dopo la morte di Corinna nel 1959, Olga trascorre gli ultimi anni, circondata dall’affetto dei nipoti, in un istituto di religiose a Roma, in via degli Artisti, dove muore nel 1968.

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Sofferenze al femminile

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Ferite a morte è un libro che ti lascia una sensazione di grande amarezza. Le voci narranti sono quelle di 36 donne, di varia età e condizione, accomunate dal fatto di essere state uccise da uomini di cui si fidavano o che si erano in qualche modo impadroniti della loro vita. Queste vittime di femminicidio prendono voce e raccontano le loro tragiche storie, evidenziando la difficoltà a trovare comprensione e aiuto intorno a loro. Abbiamo un’antologia di monologhi che ricorda l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master. Purtroppo ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale, ma ogni vicenda trova riscontro in episodi di cui si è occupata la cronaca nera di questi anni.

“Tutti i monologhi di ‘Ferite a morte’ – spiega Serena Dandini – ci parlano dei delitti annunciati, degli omicidi di donne da parte degli uomini che avrebbero dovuto amarle e proteggerle. Non a caso i colpevoli sono spesso mariti, fidanzati o ex, una strage familiare che, con un’impressionante cadenza, continua tristemente a riempire le pagine della nostra cronaca quotidiana. Dietro le persiane chiuse delle case italiane si nasconde una sofferenza silenziosa e l’omicidio è solo la punta di un iceberg di un percorso di soprusi e dolore che risponde al nome di violenza domestica. Per questo pensiamo che non bisogna smettere di parlarne e cercare, anche attraverso il teatro, di sensibilizzare il più possibile l’opinione pubblica”.

“Ferite a morte nasce dal desiderio di raccontare le vittime di femminicidio. Ho letto decine di storie vere e ho immaginato un paradiso popolato da queste donne e dalla loro energia vitale. Sono mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti, che sono uscite dal solco delle regole assegnate dalla società, e che hanno pagato con la vita questa disubbidienza. Così mi sono chiesta: ‘E se le vittime potessero parlare?’ Volevo che fossero libere, almeno da morte, di raccontare la loro versione, nel tentativo di ridare luce e colore ai loro opachi fantasmi. Desideravo farle rinascere con la libertà della scrittura e trasformarle da corpi da vivisezionare in donne vere, con sentimenti e risentimenti, ma anche, se è possibile, con l’ironia, l’ingenuità e la forza sbiadite nei necrologi ufficiali. Donne ancora piene di vita, insomma. ‘Ferite a morte’ vuole dare voce a chi da viva ha parlato poco o è stata poco ascoltata, con la speranza di infondere coraggio a chi può ancora fare in tempo a salvarsi. Ma non mi sono fermata al racconto e, con l’aiuto di Maura Misiti che ha approfondito l’argomento come ricercatrice al CNR, ho provato anche a ricostruire le radici di questa violenza. Come illustrano le schede nella seconda parte del libro, i dati sono inequivocabili: l’Italia è presente e in buona posizione nella triste classifica dei femminicidi con una paurosa cadenza matematica, il massacro conta una vittima ogni due, tre giorni.”(Serena Dandini)

Come donna non finisci mai di provare partecipazione dolorosa a queste vicende e rabbia, perché non si vedono veri cambiamenti di rotta nella società. Un libro importante e indispensabile per capire…

 La parola femminicidio ha origini molto recenti: solo nel 1992 Diana Russel, con il termine “femmicidio”, ha definito una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna». Subito dopo è stata la messicana Marcela Lagarde a battezzare quello stesso fenomeno con la parola ‘femminicidio’. Secondo l’ultimo rapporto annuale delle Nazioni Unite, presentato dalla relatrice speciale Rashida Manjoo il 25 giugno 2012, “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere ha assunto proporzioni allarmanti”. Tali omicidi, prosegue il rapporto, sono “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, laddove l’impunità costituisce la norma”.

 

Serena Dandini in tv ha ideato e condotto programmi come La tv delle ragazze, Avanzi, Pippo Chennedy Show, L’ottavo nano, Parla con me, The Must Go Off. “Ferite a morte” è il suo terzo libro, il primo di narrazione, dopo i successi di Dai diamanti non nasce niente. Storie di vita e di giardini, e Grazie per quella volta, pubblicati sempre con Rizzoli. Questo libro si collega a un lavoro teatrale molto importante.

 

Arte al femminile (279)

La seconda artista ebrea che ricordo è Corinna Modigliani, cugina del ben più famoso Amedeo Modigliani, e sorella di un’altra importante artista, Olga.

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Corinna Modigliani (Corinna Stella). – Nasce a Roma il 2 giugno 1871, primogenita di Moise, commerciante, e della cugina di questo, Silvia Modigliani, agiati esponenti della borghesia ebraica. Trascorre un’infanzia serena insieme con i fratelli Carlo e Olga. Alla sorella minore rimane sempre molto legata, condividendo con lei affetti familiari, amicizie, esperienze artistiche e vita quotidiana. Conclusi gli studi regolari, per completare la propria educazione, secondo un costume diffuso all’epoca, frequenta, insieme alla sorella, lo studio del pittore e scultore Pietro Vanni. Tale esperienza conferma la sua vocazione artistica, tanto che, nonostante il parere fermamente contrario dei genitori, decide di completare la propria formazione seguendo, intorno al 1888, i corsi della Scuola Libera del Nudo di Roma, come testimoniato da numerosi disegni anatomici e studi di figure a matita e carboncino ritrovati nelle sue carte. Nel 1895 esordisce esponendo miniature alla LXVI Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti. Nel 1898 presenta pannelli in velluto dipinto all’Esposizione Generale Italiana e Internazionale di Elettricità a Torino e collabora a una decorazione ispirata a soggetti orientali in palazzo Calabresi Vanni a Viterbo.

Dai primissimi anni del secolo, inizia a esporre dipinti. Nel 1900 partecipa con un’opera di soggetto sacro, La Madonna degli angeli all’Esposizione concorso Alinari (Firenze) e con diversi ritratti alla citata LXX edizione dell’ Esposizione della Società Amatori e Cultori. Corinna, pur coltivando sia il paesaggio che la natura morta, privilegia in particolare il genere del ritratto e i soggetti legati all’infanzia, con opere a olio o a pastello, caratterizzate da una tecnica vivace e una tavolozza di sperimentata abilità, destinate soprattutto alla committenza privata.

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Saltuariamente si dedica anche all’incisione, specializzandosi nell’uso dell’acquaforte, tecnica appresa forse dallo stesso Vanni e perfezionata da autodidatta, con cui realizza paesaggi, figure e ritratti vibranti di luce.

Nel 1904 e nel 1905 tiene due personali nel proprio studio in via Margutta, che condivide con la sorella Olga, esponendovi soprattutto ritratti di grandi dimensioni. Sempre nel 1905 progetta un monumento funebre per il suo maestro Vanni, appena scomparso. Negli anni successivi, la sua attività espositiva s’ infittisce: oltre alle rassegne annuali della Società degli Amatori e Cultori, dove espone con regolare cadenza dagli inizi del secolo fino al 1928, propone i suoi lavori anche in rassegne in altre città italiane (Milano: 1906, 1910; Napoli: 1911). Diventa socia nel 1909 dell’Associazione degli Acquerellisti e inizia a prendere parte in modo regolare a tutte le mostre del gruppo. Con la partecipazione nel 1911 all’Esposizione Internazionale di Roma, dove presenta Sorrisi di bimbi, opera esemplificativa della ricca produzione dedicata al mondo dell’infanzia, si apre per lei un periodo particolarmente intenso, che segna l’apice della sua affermazione come pittrice.

Affermatasi soprattutto come ritrattista e sensibile interprete del mondo dell’infanzia, negli anni della sua maturità artistica continua a privilegiare questi temi, ritraendo spesso anche personaggi del mondo dell’arte e della cultura, come testimoniato dai titoli di alcuni dei suoi oli e pastelli, oggi per lo più dispersi (Ritratto del baritono G. De Luca, Ritratto di P. Vanni, Grazia Deledda e i suoi bambini).

Nel 1914 si reca in Crimea, come assistente volontaria nella missione italiana promossa dal ministero della Pubblica Istruzione per osservare e studiare l’eclissi di sole del 21 agosto. Del viaggio rimangono appunti, schizzi a matita e vari pastelli. Al suo ritorno riprende a lavorare, rimanendo fedele alla cifra stilistica di sempre e al consueto repertorio di soggetti: ritratti, scene con bambini, paesaggi e, più sporadicamente, nature morte con fiori.

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Parallelamente si dedica anche all’insegnamento, tenendo nel proprio studio corsi di pittura per adulti e per bambini. Negli anni successivi al primo conflitto mondiale, e per tutto il corso del terzo decennio del Novecento, continua a proporre la sua produzione, oltre che in alcune rassegne minori (Palermo 1917, 1918), soprattutto nelle varie edizioni della Società degli Amatori e Cultori. Nel 1921 partecipa alla I Biennale romana, dove espone un ritratto a pastello di Amalia Baccelli e, alla fine del decennio, alle prime due edizioni delle Sindacali Laziali (Roma 1929, 1930). Con il Fascismo la sua attività espositiva s’interrompe bruscamente, non essendo documentate ulteriori sue partecipazioni a rassegne. Corinna continua tuttavia a dipingere, cimentandosi anche in nuove tecniche, quali la miniatura su ceramica. Si dedica soprattutto a ritrarre amici e familiari: in questa tarda produzione, totalmente inedita, si collocano anche alcuni paesaggi, caratterizzati da un linguaggio più libero e cromaticamente acceso. Durante il periodo bellico, le sorelle Modigliani sono costrette a lasciare la propria abitazione per sfuggire alle persecuzioni razziali, trovando rifugio, tra l’ottobre 1943 e il giugno 1944, presso un’amica e quindi in un convento di religiose. Alla fine del decennio si stabiliscono in un nuovo appartamento a Roma, in via delle Fornaci, recandosi spesso per brevi soggiorni a Grottaferrata, dove hanno acquistato un monolocale.

Corinna muore a Roma il 26 gennaio 1959.

Le sue opere, acquistate al tempo da privati, sono nella quasi totalità disperse, conservate in collezioni private e non pubblicate.

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Arte al femminile (278)

Inizio un breve percorso dedicato ad alcune pittrici che hanno vissuto una duplice condizione emarginante, in quanto donne e in quanto ebree.

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Amelia Almagià Ambron nasce ad Ancona nel 1877 da una famiglia italo-ebraica. La famiglia è benestante e incentiva l’amore per la pittura di Amelia e delle sue sorelle. Amelia, pittrice di talento si forma alla scuola di Antonio Mancini, pittore romano di ambito verista. La sua vita si svolge tra Roma e Alessandria d’Egitto, prima del matrimonio con Aldo Ambron, che la porta a stabilirsi a Roma.

antonio-mancini-rtiratto-di-amelia-almagia-e-di-aldo-ambron.jpgApprezzata per i luminosi ritratti e per i suoi ariosi paesaggi, è l’indiscusso punto di riferimento di un vivace salotto culturale cui partecipano numerosi artisti tra i quali Marinetti, Giovanni Colacicchi, Mario Tozzi e Mancini stesso. Legata da profonda e fraterna amicizia a Giacomo Balla (protagonista della prima stagione futurista), ospita a lungo il maestro e la sua famiglia nella tenuta di Cotorniano nelle campagne senesi e più tardi, dal 1926 al 1929, a Villa Ambron ai Parioli. Numerose cartoline e lettere inviate da Balla alla famiglia di Amelia documentano l’intenso legame tra le due famiglie.

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Amelia ha tre figli, Emilio, Nora e Gilda, tutti appassionati di arte. Emilio diventerà un artista molto apprezzato. Viaggiatore inquieto tra Europa, Africa e Asia, Emilio sarà nel secondo dopoguerra il portavoce di un ritorno alla classicità e alla figura.

Amelia muore a Roma nel 1960.

Ha vissuto un doppio ruolo ai suoi tempi discriminante: quello di donna – in un’epoca in cui la società è oppressiva per la donna, destinata esclusivamente alla vita domestica e scoraggiata se non addirittura ostacolata nel tentativo di coltivare le proprie aspirazioni e a emergere nell’ambito culturale, settore dove gli uomini sono considerati unici depositari della vera professionalità – e quello di ebrea. La condizione di minorità sociale, invece di diventare un ostacolo, si trasforma in un impulso all’affermazione e all’indipendenza creativa.

Nel 2012 si è avuta a Bologna la mostra “Balla/Ambron. Gli anni Venti tra Roma e Cotorniano”, presso la Fondazione Cardinale Giacomo Lercaro. Nel 2014 suoi lavori sono presenti nella mostra “Artiste del Novecento tra visione e identità ebraica” presso la Galleria d’arte Moderna di Roma.

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Le verità di una bambina

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“Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara- è un bellissimo romanzo che ha come protagonista la Bambina, una bambina appunto, che vive negli anni Cinquanta in quello che definisce il Paese della Noia, un paesino della regione cisalpina, dal quale si scorge il Monte Rosa, un ambiente chiuso e conservatore che le va stretto e in cui non trova risposte alle continue domande di senso. In questo contesto costruisce un mondo immaginario, cercando respiro nella lettura, nel cinema, nei racconti della Serpenta, nel giradischi e nelle storie della Zia Giovane, l’unica che la capisce. Il filo conduttore è il contrasto tra la scoperta del mondo da parte della Bambina, nell’età dai 6 ai 10 anni, tra le sue percezioni e deduzioni da una parte e i comportamenti e le imposizioni degli adulti dall’altra: la realtà del quotidiano viene rivista attraverso la fantasia, che ricostruisce le situazioni in chiave di favola.

Seguiamo la bambina in un percorso che la pone di fronte a un mondo adulto spesso ipocrita, violento, bigotto, capace di colpe tremende (violenza sui minori, sulle donne…).

«È una gioia – confessa – tuffarsi nell’immensità oceanica dei romanzi: come si aprisse una finestra per fare entrare la luce»… Al contrario, chiudere un libro perché è il momento di uno dei tanti lavori casalinghi è come una perdita dolorosa. «In tutti i libri che legge trova tracce di se stessa… L’immagine di Edmond Dantés che fugge dalla sua ingiusta prigione diventa quasi un momento della sua vita, pelle inseparabile dalle sue ossa». Nelle storie trova un senso e alle storie non potrebbe mai rinunciare: “non potrebbe immaginarsi nel futuro senza un libro in mano. Lei senza storie morirebbe.

Per questo mondo chiuso, analizzato con gli occhi, lo stupore e la rabbia ribelle della Bambina, la scrittrice usa un linguaggio ricco di neologismi, termini dialettali e parole del linguaggio infantile, con una ricchezza linguistica che rende vivo e affascinante il racconto.

“La vita, pensa la Bambina, in fin dei salmi è come andare dal dentista. L’infanzia è una sala d’attesa tappezzata da carta da parati a fiorellini, in cui si sfogliano vacue riviste d’intrattenimento, dove spiccano fotografie di splendidi futuri sotto cieli di un azzurro incredibile. Poi cresci e arriva il tuo momento di entrare e sederti davanti all’Inevitabile. La Vita-Dentista ti mette in bocca sgradevoli dita acidule. Talvolta strappa con tenaglie, puntando il piede destro contro il muro; oppure trapana come e fosse un mulìtta, mentre intorno a te si spande un odore di carne bruciacchiata, quasi da sacrificio umano.”

“Beati quelli che nella loro infanzia hanno visto molti film e divorato romanzi o fumetti, perché se anche di loro non sarà il Regno dei Cieli, perlomeno apprenderanno qualche maniera in più per sopravvivere nel Paese della Noia.”

Questo romanzo, dal finale amaro e poetico, sfiora con delicatezza temi ancora attuali.

Un libro che mi è piaciuto moltissimo!

 

Laura Pariani Nasce a Busto Arsizio nel 1951. Laureata in Filosofia della Storia a Milano, vive a Turbigo (Milano). Ha insegnato in una scuola superiore fino al 1998. Ha scritto e disegnato storie a fumetti negli anni Settanta ed esordisce come scrittrice nel 1993 con la raccolta di racconti Di corno o d’oro (pubblicata poi da Sellerio) con cui vince il Premio Grinzane Cavour e il Premio Piero Chiara. Oltre che scrittrice è anche sceneggiatrice cinematografica. Le sue opere sono state tradotte in varie lingue. Per Einaudi ha pubblicato Dio non ama i bambini (2007), Milano è una selva oscura (2010), La valle delle donne lupo (2011). Ricordiamo anche La spada e la luna. Quattordici notturni (Sellerio, 1995), Il pettine (Sellerio, 1995), Il paese delle vocali (Casagrande, 2000), La straduzione (2004, Rizzoli), Quando Dio ballava il tango (BUR, 2004), Il paese dei sogni perduti. Anni e storie argentine (Effigie, 2004), L’uovo di Gertrudina (BUR, 2005), Tango per una rosa (Casagrande, 2005), Patagonia Blues (Effigie, 2006), I pesci nel letto (Alet Edizioni, 2006), Le montagne di Don Patagonia (Interlinea, 2012) e Il piatto dell’angelo (Giunti, 2013). Nel 2005 per Dadò esce l’antologia La luce del mondo. Tre scrittrici nei Grigioni, in cui appaiono opere della Pariani, di Marta Morazzoni e Anna Felder e nel 2007 esce Ghiacciofuoco, scritto con Nicola Lecca per Marsilio. Del 2014 e per Sellerio è Nostra Signora degli scorpioni, scritto con Nicola Fantini. Nello stesso anno il suo racconto (scritto anche questo con Nicola Fantini) “Il rasoio di Asimov” appare nell’antologia Sellerio La scuola in giallo. Nel 2016, ancora con Nicola Fantini, scrive Che Guevara aveva un gallo (Sellerio).