Donne d’ombra

Ci sono donne vissute nell’ombra la cui vita è particolare.

Adelia Maria McAlpin Pyle nasce in una ricca famiglia americana di origine irlandese e religione presbiteriana nel 1888. Il padre ha preso in mano la redditizia attività paterna, per la produzione e commercializzazione di sapone e materiale per lavare (il Pearline), ampliandola e pubblicizzandola ulteriormente.

La madre è una dei dieci figli di David Mc Alpin, produttore e commerciante di tabacco, nonché proprietario del grandioso McAlphin Hotel di New York, considerato allora uno dei più grandi al mondo.

I coniugi si stabiliscono in una grande villa a Morristown, nel New Jersey, con 33 stanze spaziose, 9 bagni e un ascensore. La vita di Adelia si svolge in un ambiente agiato, che offre molte opportunità. Frequenta prestigiose scuole private e ha insegnanti che la seguono anche a casa, per cui impara 5 lingue: inglese, italiano, francese, tedesco, spagnolo, oltre a conoscere il latino. Coltiva con profitto musica, danza, canto e pedagogia. Ama ballare e cavalcare.

Nel 1912 il padre muore improvvisamente per problemi di cuore solo a 57 anni.

 Durante gli anni dell’adolescenza Adelia si reca spesso in Europa. In un’occasione incontra e ascolta la celebre pedagogista italiana Maria Montessori, ideatrice di un nuovo metodo per l’educazione per l’infanzia.

Nel 1912-1913 Adelia frequenta regolarmente la Montessori, che, recatisi a New York, le chiede se vuole collaborare con lei in qualità di interprete. Adelia accetta e per 10 anni diventa aiuto importante della Montessori, che segue nei suoi viaggi in Europa e nel mondo.

Incomincia a porsi problemi di carattere religioso e ogni tanto si reca al santuario di Monserrat, in Spagna. Dopo un percorso di studio e preghiera, a 25 anni, diventa cattolica e riceve il battesimo a Barcellona.

La famiglia non accetta la sua decisione e la madre le toglie il sostegno economico.

Nel 1918 Adelia segue la Montessori in Italia, per occuparsi di un programma di aiuto ai bambini con il padre in guerra.

Nel 1923 incontra per la prima volta padre Pio, da cui rimane molto colpita. Con la Montessori riprende il lavoro di interprete, va a Londra e poi ad Amsterdam. Tornata a San Giovanni Rotondo, da padre Pio, decide di fermarsi lì, dopo aver ottenuto il consenso della Montessori.  Si stabilisce in paese in una modesta locanda. Abbandona la sua grande amica Maria Montessori e con lei la possibilità di carriera e fama internazionale per seguire un allora sconosciuto frate del Gargano.

Un po’ alla volta fa costruire una casa sulle pendici di un colle vicino al convento dei cappuccini, diventa terziaria francescana con il nome di Mary e inizia una nuova vita.

La sua casa diventa luogo di accoglienza e di preghiera, aperto a tutti. Mary rinuncia a tutto: regala i propri gioielli, aiuta economicamente chiunque a lei si rivolga, fa da interprete ai pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo e cura la corrispondenza che giunge abbondante al convento.

Fa edificare a Pietrelcina, con capitali propri, il convento con l’annesso seminario e la chiesa della Sacra famiglia.

Accoglie nella propria casa e assiste sino alla morte i genitori di padre Pio, donna Peppa e Grazio.

Chiamata “l’americana”, le viene da tutti riconosciuto un animo sensibile, aperto e disponibile ad aiutare tutti.

A lei si deve il grande impegno per la realizzazione della Casa del Sollievo, il grande ospedale di San Giovanni Rotondo.

Muore nel 1968.

Una straordinaria donna!

Arte al femminile (427)

Anche la fotografia rappresenta una forma d’arte estremamente interessante. Solo pochi anni prima della scomparsa, la fotografa statunitense Vivian Maier vede riconosciuta la propria attività artistica. La sua arte fotografica è particolarmente interessante.

Vivian Maier nasce a New York nel 1926. Il padre, Charles, impiegato in una drogheria, è americano, ma discende da una famiglia di emigrati austriaci, mentre la madre, Maria Jaussaud, è francese, figlia anche lei di emigrati. Dal matrimonio nascono due figli: William Charles e Vivian. I genitori si separano nel 1929: il fratello William viene affidato ai nonni paterni, mentre Vivian rimane con la madre, che si stabilisce presso un’amica, Jeanne Bertrand. Quest’ultima è una fotografa professionista, che trasmette a Maria e alla figlia la passione per la fotografia.

Dai sei-sette anni fino ai dodici Vivian è in Francia con la mamma, tornata nel paese natale, presso una zia single e senza figli: Vivian frequenta la scuola del paese.

Nel 1938 Maria e Vivian tornano negli Stati Uniti, a New York. Non avendo seguito studi regolari Vivian lavora come commessa e operaia.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1950-1951, Vivian torna in Francia per mettere all’asta una proprietà lasciatale in eredità dalla prozia. Nel 1951 è di nuovo a New York e compra una macchina fotografica professionale, una Rolleiflex, macchina fotografica di fabbricazione tedesca di alta qualità, prodotta dal 1928. Viaggia nel nord America e fa fotografie di notevole fattura. In seguito assume il lavoro di bambinaia presso una famiglia di Southampton.

Nel 1956 si stabilisce definitivamente a Chicago, dove viene assunta dai coniugi Gensburg, per prendersi cura dei loro figli.

Continua a coltivare la passione per la fotografia e sviluppa da sola le proprie foto, utilizzando il bagno personale come camera oscura. Rappresenta la vita quotidiana nelle strade cittadine: i bambini, i lavoratori, persone benestanti e miserabili, mendicanti ed emarginati…Coglie momenti di vita di strada. Preso un periodo di aspettativa come baby-sitter, viaggia per 6 mesi intorno al mondo, visitando le Filippine, la Thailandia, l’India, lo Yemen, l’Egitto, l’Italia e la Francia, sempre fotografando il più possibile.

Passa alla fotografia a colori con diverse fotocamere, ma non sempre riesce a sviluppare i rullini, per problemi economici.

Nel 1975 muore la madre e Vivian si trova sola a 49 anni. Continua a lavorare come bambinaia e ovviamente a fotografare.

Con l’età avanzata si trova in gravi difficoltà economiche, ma viene aiutata dalla famiglia Gensburg, con cui è rimasta in contatto. Pur non amando il lavoro di bambinaia, riusciva ad avere bei rapporto con i bambini, che le si affezionavano molto. Molti la ricordano a distanza di anni.

Muore nel 2009 in una casa di cura di Highland Park.

Vivian conservava i propri averi in un box in affitto, non avendo una propria abitazione. Durante gli ultimi suoi anni di vita, non avendo pagato i canoni di affitto, il box viene venduto all’asta. Nel 2007 John Maloof, appassionato di fotografia, volendo fare una ricerca sul suo quartiere, (Portage Park, di Chicago), avendo poco materiale iconografico a disposizione, decide di comprare in blocco a un’asta, per 380 dollari, il contenuto di un box pieno zeppo degli oggetti più disparati. Si tratta del box in cui Vivian ha raccolto un po’ di tutto e una cassa contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Maloof si ritrova a essere così unico erede e curatore di un vasto archivio fotografico: oltre 100.000 negativi di foto, molti filmati in Super-8, registrazioni su audiocassette, ritagli di giornali…

Maloof sviluppa e stampa alcune di queste foto e le pubblica, ottenendo molto interesse di pubblico. In seguito a questo decide di sviluppare tutti i rullini e conoscere l’autrice delle foto, che però nel frattempo è morta. In seguito Maloof s’impegna a rendere nota Vivian e a valorizzare il suo operato.

“Chi era la sconosciuta che per tutta la vita ha scattato migliaia di fotografie in ogni istante del proprio tempo libero sviluppando solo poche immagini? Una donna “coraggiosa, eccentrica, paradossale, misteriosa, riservata, segreta”, non senza qualche aspetto oscuro (forse oppressa dal proprio carico biografico ed emotivo a causa di un trauma infantile?), rivelano le interviste di coloro a cui Vivian aveva fatto da nanny. Un’anima inquieta con l’immancabile Rolleiflex appesa al collo e, racconta lo stesso Maloof, affetta da una mania ossessiva che la spingeva ad accumulare ogni tipo di oggetto, come se fossero “ricordi e stralci di momenti”: gioielli, scarpe, cappelli, ricevute, biglietti.”

La prima mostra sul lavoro di Vivian si tiene nel 2010.

Su di lei è stato realizzato il docufilm: “Alla ricerca di Vivian Maier “.

Molte le mostre a lei dedicate, organizzate in varie città. In Italia sono state fatte importanti esposizioni negli anni 2019-2020: una a Trieste nel “Magazzino delle idee”, una a Torino al Castello di Stupinigi e un’altra  presso la galleria Forma Meravigli di Milano.

Vivian era una persona solitaria e la fotografia era il suo modo di mettersi a contatto con il mondo. Personaggio enigmatico, non voleva svelarsi.

I suoi autoritratti vedono la sua figura quasi sempre come velata o “disturbata” da altri elementi.

1954, New York, NY

Libri per capire

Tutti i giorni  di Terézia Mora ( Keller editore, traduzione di Margherita Carbonaro) è un romanzo salutato in Germania come uno dei casi letterari più importanti degli ultimi anni e per il quale l’autrice ha ricevuto numerosi premi letterari. Il titolo fa riferimento a una lirica di Ingeborg Bachmann (1926-1973), una delle maggiori scrittrici di lingua tedesca del Novecento.

Si tratta di un racconto particolare, straniante, in una prosa in cui varia continuamente la voce narrante, un labirinto narrativo in cui “il filo d’Arianna” è rappresentato dalle vicende del protagonista, Abel Nema. Questi viene trovato in fin di vita, bastonato e appeso a testa in giù in un parco cittadino. Viene salvato per miracolo, ma la sua memoria è definitivamente persa.

Un po’ alla volta si viene a sapere del suo passato: è un uomo bello e misterioso, silenzioso e inafferrabile, capace di parlare correttamente 10 lingue, un genio. Giovane profugo omosessuale, di padre ungherese e madre tedesca, è fuggito ventenne da una guerra civile, da un paese che non esiste più per approdare in una città denominata B. Qui entra in contatto con la variegata umanità di emarginati come lui: musicisti balcanici, ragazzini di strada, avventurieri e mendicanti…L’unica figura positiva è Mercedes, che lo sposa per permettergli di avere documenti in regola e poi c’è Omar, il figlio di Mercedes, che è forse l’unica persona che riesce ad avere un rapporto di affetto e confidenza con Abel.

Abel vive la sensazione di totale straniamento, di difficoltà a riconoscersi e a farsi riconoscere tipica di chi è dovuto fuggire dal proprio paese. Non sa più quale sia il suo posto nella società, non trova punti di riferimento, vive in uno stato di apparente apatia: esclusione e isolamento sono i tratti distintivi della sua situazione. Indossando un cappotto nero sempre uguale, non dà importanza a nulla: mangia quello che capita, dorme dove può, accetta la compagnia di chi capita, mantenendosi apparentemente indifferente a tutto. Ha un nome dai molti significati (il muto- il tedesco- il barbaro), così come la sua personalità, capace di destare tenerezza o odio. Attraversa incolume varie disavventure, chiudendosi in una strategia di resistenza passiva.

Rimane enigmatico sino alla fine.

 “Mentire non è necessario. La vita è densa di casi atroci e di eventi infiniti. Lei capisce”. 

Attorno ad Abel ruotano personaggi ben caratterizzati: Gabor, il docente che gli dà alcuni lavoretti da svolgere, Kinga, di origine armena, che lo accoglie con i compagni musicisti, Eka, la ladruncola con un neonato al collo, Danko, figlio di padre violento e pronto a prostituirsi pur di essere protetto e Kosma, dalla ferocia irrimediabile…oltre a Mercedes e al dodicenne Omar.

Abbiamo un intreccio di differenti punti di vista narrativi, quasi a rimarcare la complessità della situazione.

Un libro da leggere per meglio capire l’amara solitudine di tanti immigrati e quindi la realtà attuale dell’Occidente.

Tutti i giorni/Alle Tage (di Ingeborg Bachmann)

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.

Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l’ombra d’eterno riarmo
ricopre il cielo.

Viene conferita
per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’inosservanza
di tutti gli ordini.

Terézia Mora, è nata nel 1971 a Sopron, centro commerciale ungherese incuneato in territorio austriaco, da una famiglia appartenente alla minoranza etnica tedesca. Frequenta in Ungheria una scuola molto severa, normativa, che le suscita un impulso libertario. Trasferitasi a Berlino dal 1990, ossia dalla caduta della Cortina di ferro, completa gli studi universitari (Letteratura Ungherese), studia drammaturgia e si specializza come sceneggiatrice. Sposa un informatico. Nel 1997 pubblica i primi racconti.

Per il suo lavoro di scrittrice e traduttrice ha ricevuto numerosi e importanti riconoscimenti, fra cui il Premio Ingeborg Bachmann, l’Adelbert von Chamisso Preis, il premio della fondazione Rowohlt per la traduzione di Harmonia Caelestis di Péter Esterházy e la borsa di studio dell’Accademia Tedesca di Villa Massimo, a Roma, attestandosi come una delle voci più intense della nuova letteratura tedesca. Il suo romanzo Tutti i giorni (Alle Tage, 2004), per il quale ha ricevuto, tra gli altri, il Premio della Fiera del Libro di Lipsia, è stato tradotto in oltre dieci lingue. Nel 2013 ha vinto il German Book Prize per il libro Das Ungeheuer. Nel 2018 ha ricevuto il prestigioso Georg Büchner per l’opera completa.

Arte al femminile (426)

Luce ed Elica Balla, figlie del più famoso Giacomo Balla, sono esempio emblematico di come i condizionamenti familiari pesino sulle donne artiste.

Le sorelle Balla seguono le orme paterne nelle arti applicate e in pittura, ma vivono quasi recluse all’interno della Casa d’Arte Balla di via Oslavia a Roma, ricevendo un’educazione rigida e anacronistica, soffocate dall’attenzione paterna.

Le sorelle si occupano dell’arredo della casa, decorano mobili, pareti, porte e oggetti, per creare un perfetto esempio di ambiente futurista. Realizzano panche, paraventi, portaombrelli, sedie, abbigliamento…Impartiscono lezioni private e fanno ritratti su commissione.

Sino alla fine della loro vita si impegnano a conservare la casa come la voleva il padre e a mantenere costante la memoria del genitore e del suo lavoro.

Belle, piene di ingegno e abilità artistiche, vivono come vestali nel culto del padre.

Lucia (Luce), la maggiore, nasce a Roma nel 1904. Viene educata da precettori privati in casa. Sin dai 12 anni inizia a cucire e ricamare con grande perizia. Il padre scoraggia la sua aspirazione a una vita autonoma e al matrimonio. Lucia trascorre tutta la vita nella casa romana, traducendo gli studi e i disegni del padre su arazzi, tappeti, ricami.

Dagli anni Trenta si dedica alla pittura, dipingendo all’acquarello, con un uso luminoso del colore.

Muore a Roma nel 1994.

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Elica nasce a Roma nel 1914. Anche lei è legata ai condizionamenti paterni, ma riesce ad affermarsi in modo diverso, essendo riconosciuta ufficialmente come pittrice futurista con lo pseudonimo di “Ballelica”

Partecipa a mostre a Venezia (XVII Biennale), a Milano, a Trieste…

Scrive e illustra il libro Luce sulle stelle pubblicato da Mondadori nel 1985.

Nel 1953 esce il libro di poesie Vivendo di cielo (ed. Tipografia Poligrafica Italiana).

Scrive un prezioso libro biografico, Con Balla, edito in 3 volumi da Multhipla Edizioni tra il 1984 e il 1986. Si tratta di una specie di diario quotidiano, ampiamente illustrato, che si riferisce agli anni della seconda guerra mondiale e del dopoguerra. Elica racconta rastrellamenti, il freddo, la fame, il coprifuoco del pomeriggio, gli aeroplani sulla città…uniti ad aneddoti, barzellette, memorie, presentando un quadro sia della sua vita familiare che della città in cui vive.

Negli anni della guerra Elica e Lucia, pur non rinunciando alla pittura all’aperto, si dedicano a un lavoro di reciproci ritratti e autoritratti.

Elica muore a Roma nel 1993.

Viaggiare verso il passato

Il contrario della nostalgia è un romanzo (edito da Minimum fax) in cui, come dice il titolo, il passato è il motore dell’azione, ma non per motivi nostalgici. La vicenda è raccontata da Alex, adolescente di 13 anni, uno/a dei protagonisti della storia. Tutto parte da un litigio tra i suoi genitori: “Li sentii litigare, come ormai facevano praticamente ogni sera, le voci roche e strozzate, che secondo loro avrebbero dovuto essere abbastanza basse da non svegliarmi….”

Dopo questo viene svegliato/a dalla madre, che decide di partire all’improvviso, portando con sé solo uno zaino che ha pronto da mesi. Alex si ritrova in macchina in pigiama, senza la minima idea di quello che lo/a aspetta. L’autrice non dice chiaramente il sesso della voce narrante, lasciandolo in sospeso sino alla fine.

Comincia un viaggio che sembra senza meta: Virginia, Michigan, Texas, California, breve sconfinamento in Canada, con pernottamenti in motel uno più squallido dell’altro e soste di alcune settimane, per permettere alla mamma di lavorare e recuperare un po’ di soldi. Un po’ alla volta si capisce che la mamma ripercorre le tappe della sua vita inquieta, i luoghi e le persone con cui in qualche modo deve “fare i conti”: i genitori immigrati dalla Sicilia incapaci di prendersi cura dei due figli, l’infanzia e l’adolescenza trascorse tra orfanatrofi e famiglie in affido, le donne che ha amato, accomunate dal nome Laura, le esperienze di abusi, i lavori saltuari, il matrimonio… Questa donna ha dovuto crescere in fretta, affrontare da sola le più disparate situazioni, ha molto amato e sofferto, ma non ha perso la voglia di continuare a cercare una propria dimensione. Si fermerà solo quando avrà recuperato chi veramente l’ha amata.

Alex inizialmente ha paura, sente la mancanza del padre, della vita di prima, poi un po’ alla volta perde il senso del tempo, rinuncia a relazionarsi con gli altri e vive il problema della propria identità, con l’estremo rifiuto di connotarsi come maschio o femmina.

Alex e la madre, Ma come la chiama, hanno in comune il non voler conformarsi alle aspettative della società. Comprendendo un po’ alla volta l’unicità di sua madre, la sua personalità e la sua storia, Alex “cresce”, capisce le potenzialità della propria situazione, impara che ci si può non sentire bene, che si può sbagliare e dubitare, ma quale grande valore sia la libertà  e decide infine di proseguire da solo/a il proprio cammino.

Un tema dominante nel racconto è il rapporto tra identità, libertà e realizzazione personale. Si tratta di un romanzo di formazione, in cui si evidenzia l’importanza degli incontri, delle relazioni, della qualità umana di chi incontriamo, di chi con la sua presenza e partecipazione ci accompagna nel nostro percorso di vita.

Sullo sfondo l’America dei grandi spazi, delle strade che sembrano perdersi nel nulla, dei paesi fatti di poche costruzioni trascurate, dei motel a poco prezzo, con camere che sembrano tutte uguali, dei bar aperti giorno e notte, delle pompe di benzina perse nel nulla, dei grandi centri affollati, con anonimi casermoni illuminati da cartelloni pubblicitari, dai cieli coi colori mutevoli: viaggio on the road con il classico macchinone, la musica per superare i silenzi. Una storia di rimpianti, ripensamenti, ricordi, ma anche di maturazione individuale e crescita interiore.

Un libro avvincente!

Sara Taylor  è nata nella Virginia rurale dove ambienta le sue storie. Si è diplomata al college, ha aperto una caffetteria e ha completato la sua formazione con un Master of Education presso la University of East Anglia, ricevendo un dottorato in Scrittura Creativa e Critica. Lavora come direttore ed editor per la casa editrice indipendente Seam Editions e gestisce il blog An innocent abroad. Nel 2018 è stata eletta come Fellow of the Royal Society of Literature. Nel 2015 è uscito il primo romanzo: “Tutto il nostro sangue”.

Arte al femminile (425)

Adele Gloria è l’unica donna futurista della Sicilia. Artista poliedrica, è poetessa, fotografa, pittrice, scultrice e giornalista.

Nasce a Catania nel 1910.

Appassionata di arte sin da ragazza, entra in contatto con esponenti siciliani del movimento futurista presenti nella sua città. Dai tempi del liceo dimostra intraprendenza e vivacità, attratta dalla dinamicità del Futurismo, così in contrasto con l’atmosfera culturale della Sicilia di allora, soprattutto per quanto riguarda la condizione femminile. Adolescente ribelle e desiderosa di emanciparsi, scrive poesie ed è in lotta con le regole familiari. Rifiuta il modello femminile, che, per le giovani della sua estrazione sociale, la vorrebbe dedicata alla pittura di nature morte, al ricamo, allo studio del pianoforte

Nel 1933 conosce Marinetti, che la fa scrivere per la rivista Futurismo e che la proclama componente del movimento, durante una manifestazione al Lyceum di Catania, leggendo una lirica composta da Adele.

Sempre nel 1933 espone alla mostra futurista allestita al Palazzo Ducale di Mantova, poi a Milano e ancora a Catania nel 1939.

Sperimenta l’aeropittura, facendo esperienze di volo, e si cimenta nella scultura. Usa la tecnica del collage e dell’acquarello ed è attratta anche dalle arti performative. Purtroppo tutte le sue opere sono andate quasi del tutto disperse e si conoscono attraverso foto o cataloghi dell’epoca.

Il fratello Angelo, attore abbastanza noto a quei tempi, la chiama a Roma e la mette in contatto con il mondo del cinema e del teatro, per cui Adele inizia l’attività di fotografa. Si dedica anche al disegno di moda e tiene una rubrica di moda sul quotidiano catanese Il popolo di Sicilia.

Nel 1941 sposa il giornalista sportivo Rizieri Grandi, che lavora per Il Messaggero e la coppia si stabilisce a Roma.

Contemporaneamente al lavoro artistico, Adele si batte per l’emancipazione delle donne, pubblicando vari articoli e partecipando alle manifestazioni del nascente movimento femminista.

Successi le vengono dalla poesia, la sua raccolta di liriche F.F.S.S.”69” Direttissimo, è un elogio ai simboli futuristi, treno e aereo, che rappresentano il progresso industriale contro un mondo nostalgico e tradizionalista. I suoi versi riportano esperienze percettive e immaginifiche e il titolo del volumetto si collega al treno per Roma, che simboleggia il suo desiderio di fuga dalla realtà siciliana.

Muore nel 1984 a Roma.

L’Etna delinquente (di Adele Gloria)

La vetta delinquente
Il cielo
per la ferita
della vetta aguzza del monte
sanguina
e la bambagia
bianca
s’inumidisce di rosso.
Il lividore della morte
striscia piano piano
assaporando
il tattilismo aereo
delle carni azzurrine
e il mare
che riflette la pietà per il cielo
s’intristisce.
Invano
le torri e i campanili
si tendono
in spasmodico slancio;
esso agonizza
e travolge
travolge
colla sua grigia agonia
tutte le cose.
Il cielo morirà.

Atmosfere selvagge

Distanza ravvicinata raccoglie 11 racconti ambientati nel Wyoming, come si indica anche nel sottotitolo.

Sono vicende di uomini e donne che devono fare i conti con una natura difficile, selvaggia, descritta in modo magistrale nei suoi colori, suoni, vibrazioni, mutazioni stagionali e giornaliere…

Notevoli la forza evocativa delle immagini e il crescendo d’intensità narrativa, con storie che hanno spesso un finale drammatico.

La scrittrice ci fa conoscere questo stato dagli ampi spazi selvaggi, dalle case isolate, da distanze che non sono solo nei luoghi, ma spesso anche tra le persone. I personaggi parlano poco, faticano a comunicare, sono spesso rozzi, trascurati, quasi sempre logorati dalla fatica e da condizioni che sembrano  immutabili. Eppure capitano passioni improvvise che distruggono, desideri di cambiamento che conducono lontano o svolte di vita inimmaginabili come il vento che scuote tutto senza preavviso.

C’è in alcuni racconti una dimensione di sogno, il riferimento ad antiche leggende, a saghe familiari, con costante attenzione alla psicologia dei personaggi.

“Pensava che nulla dovesse cambiare, non sapeva ancora che il dolore non si può schivare; il dolore, come un missile indirizzato verso una fonte di calore, trova sempre il nucleo irradiante.”

L’ultimo racconto, “Brokeback Mountain”, ha dato origine al film “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee (Leone d’oro a Venezia 2005).

Un argomento delicato come l’amore tra due giovani uomini viene magistralmente trattato, evidenziandone le difficoltà, l’intensità e i conflitti interiori che comporta. La passione nata durante un’estate passata sulle montagne con un gregge di pecore diventa l’elemento cardine delle loro vite, dando la forza di accettare insoddisfazioni e fallimenti. Il ricordo di un momento per loro fatale sopravvivrà alla morte di uno dei due, simboleggiato da due camicie sovrapposte l’una all’altra, come appartenenti a un solo corpo.

Anche gli oggetti si animano nella scrittura della Proulx, come il vecchio trattore John Deer, dismesso e abbandonato in un campo, che parla a Ottaline, isolata e romantica, rivelando retroscena familiari.

Un paio di speroni finemente intarsiati portano con sé un destino di morte e spariscono in fondo al fiume ai piedi dell’ultimo avido proprietario.

Un libro che mi ha affascinato, anche per la forza espressiva dell’autrice, che sa variare il proprio stile adattandolo alle situazioni e alle vicende.

Annie Proulx, dopo aver vinto il premio Pulitzer con Avviso ai naviganti, nel 1995 si è trasferita nel Wyoming e da allora questo territorio è diventato materia prima per i suoi racconti.

Edna Annie Proulx, nata a Norwich nel Connecticut da una famiglia di origini canadesi, è considerata una delle più grandi scrittrici contemporanee. Tra le sue opere più significative, oltre ad Avviso ai naviganti (minimum fax, 2018), con il quale ha vinto nel 1994 il Premio Pulitzer per la narrativa, vanno ricordati i romanzi Cartoline (Dalai Editore, 2002), I crimini della fisarmonica e la raccolta di racconti Gente del Wyoming (Mondadori, 2009), che include quel Brokeback Mountain dal quale Ang Lee ha tratto l’omonimo e celebre film. Anche Avviso ai naviganti è stato trasposto per il cinema, da Lasse Hallström, con Kevin Spacey nel ruolo di Quoyle. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo ambientalista Pelle di corteccia, edito in Italia da Mondadori.

Arte al femminile (424)

Negli ultimi articoli sull’arte al femminile mi sono soffermata sulle artiste futuriste. Il Futurismo, pur essendo fondato su valori considerati “maschili” (la forza, la velocità, l’energia combattiva…), ha avuto una consistente presenza femminile, che del movimento voleva sviluppare gli aspetti innovativi, la ricerca di nuove espressioni, di nuovi linguaggi, di nuove tecniche.

Regina Cassolo fa parte di questo gruppo di artiste ed è considerata una delle più importanti scultrici del Novecento italiano.

Nasce a Mede (Pavia) nel 1894, primogenita di Angelo e Rosa Poggi, che gestiscono una macelleria.

Il padre muore nel 1911 e la madre deve occuparsi contemporaneamente della bottega e della famiglia. Regina viene mandata a studiare nel collegio delle Canossiane di Pavia, completa gli studi superiori ed entra nell’Accademia di Brera, diplomandosi regolarmente. Si specializza nella scultura seguendo a Torino gli insegnamenti di un docente dell’Accademia di Belle Arti.

Nel 1921 sposa il pittore Luigi Bracchi.

Nel 1931 presenta a Milano per la prima volta i suoi lavori, che riscuotono un favorevole giudizio di critica.

Entrata in contatto con i futuristi, ne segue le tendenze ed espone a Milano, a Venezia e a Roma. Dopo un soggiorno a Parigi con il marito, riprende il contatto con i futuristi, seguendone le iniziative. L’ entrata in guerra dell’Italia la spinge a ritirarsi: si concentra sulla natura, creando sculture e dipinti dalle regolari forme geometriche. In seguito si unisce al MAC (Movimento Arte Concreta), sino allo scioglimento del gruppo nel 1958. Inizia a utilizzare nuovi materiali, come la plastica e la fiamma ossidrica.

Nel 1971 pubblica il “Linguaggio del canarino”, monografia dedicata alla sua arte.

Continua ad esporre sia in Italia che all’estero.

Muore a Milano nel 1974.

A lei è dedicato il museo “Regina Cassolo” a Mede, dove si trovano più di 500 opere tra disegni e sculture, lasciati in eredità al Comune. Questa esposizione è l’unica in Italia dedicata interamente a una donna artista!

Regina usa con abilità alluminio, gesso, marmo, plastica, plexiglas… e nello stesso tempo pastelli e colori tradizionali, sperimentando varie tecniche.

L’adesione al futurismo risale al 1933, ma già prima Regina è vicina alle avanguardie, con lavori che richiamano il primitivismo, la scultura e i manufatti africani, “decidendo di sperimentare in prima persona quell’itinerario dal primitivo al contemporaneo che in Europa avevano già compiuto molti dei principali protagonisti dell’avanguardia” (Sacchini).

Interessante il volume “Regina Bracchi. Dagli esordi al secondo futurismo”, monografia firmata dal professor Paolo Sacchini, dell’Università degli Studi di Parma (Scripta Edizioni).

Grande donna!

Rendo omaggio a Rossana Rossanda grande donna, politica coerente e coraggiosa, tra le intellettuali più autorevoli d’Italia, memoria storica del nostro paese nel dopoguerra. Giornalista, scrittrice, fondatrice del Manifesto, ha vissuto a lungo a Parigi, continuando a seguire il movimento operaio e quello femminista.

Molte le sue pubblicazioni: nel 1979, Le altre. Conversazioni sulle parole della politica (Feltrinelli), nel 1981 Un viaggio inutile (Einaudi), nel 1987 Anche per me. Donna, persona, memoria (Feltrinelli), nel 1996 La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità. Nel 2005 esce per Einaudi La ragazza del secolo scorso, autobiografia tra storia e memoria. 

Nata a Pola nel 1924, è morta a Roma domenica 20 settembre 2020.

E che si può tutto, ma a patto di non scappare fu l’insegnamento sorprendente che mi venne da papà. “Si può fare quello che si vuole, ma bisogna pagarne il prezzo”. (da “La ragazza del secolo scorso”,pag. 32)

«Noi, nel nostro piccolo di gente che non mira a essere deputato, abbiamo detto che siamo per un’Europa che faccia abbassare la cresta alla finanza, unifichi il suo disorientato fisco, investa sulla crescita selettiva ed ecologica, non solo difenda ma riprenda i diritti del lavoro. Non piacerà a tutti. Ma chi ci sta?».

Coraggio al femminile

Fiore di roccia è un romanzo che, unendo realtà e fantasia, parla di donne che hanno dato un proprio personale contributo nel corso della prima guerra mondiale. “Fiore di roccia” è la stella alpina, tenace come le protagoniste della vicenda.

Siamo a Timau, al confine della Carnia e le donne sono rimaste da sole a occuparsi dei vecchi e dei bambini. Gli uomini sono sui monti a combattere, in prima linea. Ci sono difficoltà nei rifornimenti e il comando chiede alle donne se sono disposte a portare viveri e munizioni nelle trincee. Agata e trenta compagne accettano questo durissimo incarico: con gerle dalle cinghie che segano le spalle, sotto grandi pesi, curve e affaticate, si inerpicano in montagna, in fila su sentieri scoscesi. Arrivano dai soldati, scaricano quello che portano e ridiscendono: così per giorni e giorni. La realtà della guerra si manifesta in tutta la sua ferocia, con i corpi martoriati dei ragazzi, le grida, i pianti, ma anche gli atti di eroismo. Agata e le sue compagne dimostrano fierezza e coraggio: accettano anche il doloroso compito di portare le barelle dei cadaveri, per dare loro sepoltura.

La natura è spettatrice ora ostile ora amica del dramma.

Agata un giorno incontra un giovane austriaco ferito, un nemico, ma il rispetto della dignità umana la indurranno a salvarlo…

Un racconto corale, che parla di umanità al di là delle differenze e dei conflitti. Le donne emergono come eroine senza gloria, eroiche e delicate insieme.

Il romanzo si basa su una ricerca storica approfondita. Nel 1997 il presidente Oscar Luigi Scalfaro consegna la Croce di Cavaliere alle reduci novantenni di questa impresa.

“Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche i villaggi, mille metri più giù. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame.
Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riem­piono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai magazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione.
Risaliamo per ore, nella neve fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. I cecchini nemici – diavoli bianchi, li chiamano – ci tengono sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre saliamo con gli scarpetz ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i ’fiori di roccia’.”

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Nel 2014 ha vinto il Premio Gran Giallo Città di Cattolica. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonista il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo. In Fiore di roccia, e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica, illuminata dalla sensibilità di un’autrice matura e generosa.