Arte al femminile (268)

Helen Mary Knowlton nasce a Littleton (Massachusetts) nel 1832, seconda di nove figli. Frequenta le scuole di Worcester, dove la famiglia si è stabilita. Suo padre, dal 1834, possiede e gestisce il giornale Worcester Palladium: muore nel 1871, lasciando la famiglia in difficoltà. Helen e le sue sorelle per alcuni anni si occupano dell’attività del giornale. Helen dà anche lezioni di chitarra. Studia arte a Boston con la supervisione di William Morris Hunt (autore di ritratti, scene di genere e militari), che sostituisce dal 1871 come insegnante di disegno e pittura. William Morris aveva creato una classe di pittrici donne, socialmente accettabile, dato il prestigio di cui godeva l’artista, che seguiva gli ideali della scuola francese di Barbizon, per cui paesaggio e stati d’animo sono associati, con un realismo raffinato e legato al romanticismo. Helen ha grande stima di Hunt, tanto da diventare sua biografa ufficiale (“Art-life of William Morris Hunt”), oltre che collaborare alla stesura di un libro sui suoi metodi didattici, “Talks on Art”. Nel 1875 pubblica con Hunt il manuale “Hints of pupils in drawing and painting”, ispirato agli appunti presi durante le lezioni di Hunt, illustrato con gusto. Hunt muore forse suicida nel 1879, lasciando un grande vuoto nella pittrice. Nel 1880 la troviamo a Monaco di Baviera, a seguire i corsi di Frank Duveneck, pittore statunitense qui stabilitosi per specializzarsi presso l’Accademia Reale di Monaco. Nell’estate 1881 è a Gloucester, Massachusetts, in questo momento affollata di artisti e definita la “Bretagna d’America”. Per due anni viaggia attraverso l’Italia, la Francia , il Belgio, i Paesi Bassi con Ellen Day Hale, sua allieva. A Boston si stabilisce e lavora come pittrice, insegnante, scrittrice e critica d’arte per il Boston Post.

Dipinge ritratti e paesaggi a olio oltre che schizzi a carboncino. Espone a Londra, a New York, all’Accademia Nazionale del Design, a Philadelphia, presso L’Accademia di Pennsylvania di Belle Arti, presso il Museo di Belle Arti di Boston. Sue opere vengono acquistate nel 1896 dal Worcester Art Museum. Suoi quadri si possono ammirare al Museo d’Arte di Telfair, a Savannah, in Georgia, e nel Museo of Fine Arts di Boston.

Muore a Needham, Massachusetts, nel 1918.

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Arte al femminile (267)

Marianne Preindlsberger Stokes nasce a Graz, in Stiria (Austria) nel 1855. Studia dapprima alla Graz Drawing Academy poi a Monaco di Baviera. Sembra che incontri Johann Strauss, che pare le abbia dedicato una polka-mazurka, Licht und Schatten, nel 1875. Dopo aver ricevuto una borsa di studio, la troviamo in Francia dal 1880, a Parigi. Subisce l’influenza del naturalista Jules Bastien-Lepage e questa rimane anche quando Marianne cambia soggetti, scegliendo temi medievali, romantici e biblici. Frequenta varie accademie, tra cui l’Accademia Colarossi, dove vince una medaglia d’argento nel 1882. Espone al Salon di Parigi, alla Grosvenor Gallery, alla New Gallery e alla Society of British Artists. Nel 1881 diventa amica della pittrice finlandese Helene Schjerfbeck e va con lei a Pont-Aven, in Bretagna, dove si radunano molto artisti. Qui conosce Adrian Stokes, pittore inglese specializzato in paesaggi ricchi di atmosfere suggestive. I due si sposano nel 1884 e si fermano per parecchi mesi a Capri. La loro dimora è ufficialmente a Londra, dove si fermano poco. La coppia trascorre le estati del 1885 e 1886 a Skagen, nell’estremo nord della Danimarca, dove c’è una colonia di artisti nota come “i pittori di Skagen”, seguaci dell’impressionismo. Ritornati in Inghilterra nel 1887, essi diventano membri attivi del New English Art Club. Dopo un viaggio in Italia, i due pittori stanno per un lungo periodo a St. Ives in Cornovaglia, dove diventano vivaci esponenti della locale colonia di artisti. Marianne viene affascinata dalle fiabe dei fratelli Grimm, per cui per un po’ si dedica anche a temi favolistici, cui segue un interesse per lavori di carattere religioso, soprattutto raffigurazioni della Madonna col bambino: i suoi interessi sono molteplici e ama sperimentare nuovi stili. Non avendo figli, i due pittori viaggiano parecchio: Italia, Austria, Ungheria, Slovacchia. Qui si appassionano ai paesaggi, alle caratteristiche dei costumi e delle case, che riproducono in varie opere. Dopo aver abbandonato la pittura a olio, ispirandosi al movimento preraffaellita, Marianne si dedica a composizioni in tempera e gesso. I suoi dipinti danno l’impressione di essere affreschi su gesso. Durante i molti viaggi gli Stokes diventano amici di John Singer Sargent (pittore statunitense specializzato in ritratti), con cui viaggiano e dipingono. All’inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, Marianne si trova in Austria e le viene fatto divieto di lasciare il paese. Con il marito e l’amico Sargent riesce a passare in Svizzera e da lì a tornare in Inghilterra. Fa parte di numerose associazioni artistiche ed espone in modo continuativo sino alla morte nel 1927 a Londra.

Marianne si distingue per la varietà di stili e tematiche, per la curiosità verso le novità. Quasi dimenticata, i suoi lavori si trovano per lo più in collezioni private. Troviamo paesaggi in stile impressionista, immagini che rievocano i preraffaelliti, ritratti e scene di genere legate al naturalismo francese, Madonne quasi rinascimentali, illustrazioni di fiabe: il tutto con un uso sapiente del colore e grande espressività.

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Madri e figlie

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Era mia madre è un romanzo intenso, in cui la voce narrante è quella di Alice, una giovane donna che ha deciso di dedicarsi alla danza e vive a Parigi. La storia inizia con la descrizione di un pianista di strada, un ragazzo, che suona una melodia semplice, solo accennata, in un pianoforte della Gare de Lyon, la stazione in cui Alice sta accompagnando la madre a prendere il treno che l’avrebbe riportata a casa. Quella del pianista è l’ultima immagine che la madre vede, prima di accasciarsi a terra e da quel momento cadere in un coma irreversibile. Trasportata a Napoli, viene accudita dalla figlia, che ritorna per questo nella casa dei genitori. Questa esperienza dolorosa porta Alice a rivedere con occhi nuovi la figura della madre, insigne grecista, docente universitaria, dal passato impegnato politicamente. Con la madre ha sempre avuto un rapporto difficile, aggravatosi quando il padre Arturo si è trovato implicato in una vicenda giudiziaria legata a finanziamenti illeciti al suo partito. Alice impara a conoscere sua madre anche attraverso lettere da lei scritte alla figlia e mai spedite. La riscoperta della madre è anche la scoperta di se stessa, di quello che ha trascurato e di quello che vuole veramente. Il dolore può diventare occasione per imparare l’arte di vivere, sembra questo il tema dominante.

“Tua madre era una persona autentica, Alice, con i suoi segreti, le sue bugie, forse, le verità taciute. Non ha mai finto di essere quella che non era: questa è l’unica cosa che conta.”

“ Se fossimo costantemente consapevoli d’essere incessanti produttori di ricordi per i nostri figli, ma anche di guasti, scompensi, dolori e incompiutezze, smetteremmo di respirare per il peso di questa responsabilità. Meravigliosa e terribile”…

… “Stai sempre vicina a qualcosa che cresce. Che sia un bambino, un progetto, un’idea, senza mai dimenticare la terra, lo sbocciare di un fiore, la cura di una pianta” Mia madre citava Anna Maria Ortese, un’autrice a lei molto cara…”… 

L’eredità che viene lasciata da chi ci ha preceduti, molto più che nei ricordi condivisi, nelle storie raccontate o inventate, sta nell’oblio, nelle dimenticanze, nei silenzi, nei vuoti della memoria, nelle voragini lasciate da parole mai dette, talvolta impronunciabili. Perché è negli strappi della rete, nei buchi della trama della vita che si nasconde la verità di quel che siamo o di quel che non arriveremo mai a essere. E c’è un unico modo per non venirne risucchiati. Affacciarsi sul bordo di quei vuoti vertiginosi, guardare quel che resta delle rovine del passato e provare a immaginare una storia. La nostra storia.”

L’autrice è bravissima nel farci entrare in questa esperienza umana, con eleganza e uno stile quasi poetico. Un romanzo bellissimo, che offre tanti spunti di riflessione e in cui possiamo ritrovare molto di noi stesse.

Iaia Caputo (1960) è nata a Napoli e vive a Milano. A lungo giornalista, ha tenuto la rubrica di libri per “Marie Claire” e per “Flair” dal 2001 al 2006. Ha scritto per “Il Diario” e attualmente per “D di Repubblica”. Ha pubblicato i saggi Conversazioni di fine secolo (La Tartaruga, 1995), Mai devi dire. Indagine sull’incesto (Corbaccio, 1996), Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (Corbaccio, 2001), e il romanzo Dimmi ancora una parola (Guanda). Per Feltrinelli ha pubblicato Le donne non invecchiano mai (2009), Il silenzio degli uomini (2012) e Era mia madre (2016).

Arte al femminile (266)

L’età vittoriana rappresenta un lungo periodo della storia inglese: dal 1837, anno in cui a soli 18 anni sale al trono la regina Vittoria, sino alla sua morte nel 1901. Si ha un periodo di floridezza economica, espansione commerciale e coloniale, ma anche di lacerazioni sociali e culturali. Aumenta il divario tra classi ricche e povere, si sviluppa il lavoro minorile e lo sfruttamento del lavoro femminile, sottopagato e sottostimato. Lo straordinario processo di sviluppo industriale ha parecchi lati oscuri, per le drammatiche condizioni di vita e lavoro nei grandi centri industriali. Dal punto di vista culturale si ha il passaggio dal razionalismo al romanticismo e al misticismo. Finita tale epoca si prepara il tormento della prima guerra mondiale. L’inquietudine caratterizza i soggetti artistici e ci si aggrappa al passato, alla mitologia, al sogno.

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Evelyn De Morgan nasce a Londra nel 1855, in una famiglia dell’alta borghesia. Educata in casa, come si usa al tempo, inizia a ricevere lezioni di pittura all’età di 15 anni. A 17 anni annota sul diario “ l’arte è eterna, ma la vita è breve…Ora vi porrò rimedio, non ho un momento da perdere.” Chiede ai genitori di iscriverla a una scuola d’arte, ma questi inizialmente si oppongono, poi accettano di iscriverla alla Slade School of Fine Art. Lo zio John Roddam Spencer, pittore preraffaellita, influenza il suo stile. Evelyn lo va spesso a trovare nella sua villa di Bellosguardo, in Toscana, dove questi vive. Ciò le permette di studiare i grandi artisti del Rinascimento italiano, in particolare rimane molto colpita da Botticelli. Evelyn si reca anche a Roma, per approfondire i propri studi. La prima esposizione si ha nel 1877, presso la Gronsvenor Gallery. Nel 1887 sposa il ceramista e novellista William de Morgan. S’interessa allo spiritismo e fa sperimenti di scrittura automatica, con cui accompagna a volte i suoi dipinti. I coniugi De Morgan vivono tra Londra e Firenze fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1917 Evelyn rimane vedova. Muore nel 1919.

Gran parte dei suoi lavori, grazie all’interessamento della sorella, sono conservati a Wandsworth, Londra, presso la Fondazione De Morgan.

Il suo stile è caratterizzato dalla precisione del dettaglio e da un particolare interesse per i temi mitologici. Sviluppa uno stile personale: i suoi soggetti sono quasi sempre femminili ed esprimono le sue personali visioni spirituali e filosofiche. Vive in un periodo di cambiamenti e di preparazione alla catastrofe della prima guerra mondiale, per cui ricerca nello spiritualismo risposte alle proprie inquietudini. Ha creato un totale di circa 102 quadri ad olio.

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Fare i conti con l’età

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Ho scelto questo libro, perché colpita dal fatto che abbia in copertina lo stesso dipinto (”Summer interior” di Hopper) di un romanzo appena letto, “ Amalia a perdere” della Carucci.

Oltre all’immagine iniziale, i due romanzi hanno in comune il fatto di avere come unica protagonista una donna che si considera perdente.

L’età crudele narra le vicissitudini di Netta. Dopo una giovinezza dinamica e spensierata, Netta ha sposato Tommaso, da cui ha avuto una figlia, Cecilia, Tutto sembra andare per il meglio, ma quando Netta ha 36 anni viene lasciata dal marito, senza una motivazione valida, senza un confronto sincero. In realtà Tommaso è un immaturo, che crede di mantenersi giovane cercando relazioni con ragazze molto più giovani di lui. Dal momento della separazione inizia per Netta un periodo di ripensamenti e solitudine: la figlia va a studiare all’estero, i genitori hanno i loro problemi, il lavoro in libreria stenta a decollare, gli amici sono presenze sporadiche…Netta sente come “crudele” il fatto di invecchiare, ma questo la porta ad una maggiore attenzione e sensibilità verso gli altri.

La trama dà il quadro di una storia un po’ “pesante”, in realtà questo romanzo è molto profondo, con osservazioni interessanti e ci dà un ritratto quanto mai attuale delle difficoltà che ogni donna incontra quando deve fare i conti con l’età che passa. Netta affronta la vita senza recriminazioni, senza rimpianti, cercando di capire il senso del proprio destino e lavorando su se stessa per mantenere autonomia ed equilibrio.

Questo romanzo pubblicato nel 1995 mi pare più che mai attuale e lungimirante.

Patrizia Carrano nasce a Crespano del Grappa (Treviso) nel 1946. Personalità poliedrica lavora come giornalista (Noidonne, Panorama, Tempo Illustrato, Amica, Max, Playboy, Anna, Sette ecc.), come scrittrice e poi sceneggiatrice tra le più apprezzate nella fiction televisiva italiana. Negli anni Ottanta e Novanta ha pubblicato libri con grandissimo successo di pubblico come La Magnani (Rizzoli 1982); Baciami stupido (Rizzoli 1984); L’età crudele (Mondatori 1995); A lettere di fuoco (Mondadori 1999) e Illuminata (Mondadori 2000). Le sue opere sono tradotte in quattro lingue. Oggi vive e lavora a Roma.

Autrice della fiction Butta la luna (Raiuno, 2006), ha ridotto per il piccolo schermo il romanzo di Daphne du Maurier Rebecca la prima moglie (andato in onda su Raiuno nell’aprile 2008).

Arte al femminile (265)

Seguendo un criterio cronologico continuo a scoprire artiste di talento, la cui fama è spesso oscurata dal fatto di essere figlie o mogli di pittori divenuti più famosi di loro. Parigi è sempre il centro intorno a cui gravitano le nuove tendenze, ma il mondo anglosassone è altrettanto attivo.

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Mary Augusta Hiester Reid nasce nel 1854 a Reading, in Pennsylvania. Il padre è John Philip Heister, medico, e la madre Carolina Amelia Musser. La sua famiglia discende da emigrati tedeschi, giunti in America alla metà del XVIII° secolo. Rimasta orfana di padre ancora bambina, si trasferisce con la madre e la sorella Caroline presso parenti. Morta anche la madre nel 1875, torna a Reading presso una cugina. Riesce a entrare all’Accademia delle Belle Arti della Pennsylvania e qui conosce il futuro marito, l’artista canadese George Agnew Reid. Come per le donne della sua generazione, anche lei viene indirizzata verso uno stile di pittura considerato più femminile: nature morte e scene di genere.

Si sposa nel 1885 e fa un viaggio di nozze di 4 mesi, visitando Londra, Parigi, alcune località dell’Italia e della Spagna. La coppia si stabilisce poi a Toronto, dove apre uno studio, in cui si tengono lezioni private. Mary e il marito tornano in Europa negli anni 1888- 1889, in Gran Bretagna e in Francia. Lei s’iscrive all’Accademia Colarossi a Parigi, prendendo lezioni da importanti pittori dell’epoca. Li vediamo nuovamente in viaggio nel 1896, in Spagna e Gibilterra. Tornano nuovamente in Europa nel 1891 e nel 1910, molto interessati ai movimenti artistici allora nascenti.

Siamo in un tempo in cui alle donne si chiede di rimanere a casa e prendersi cura dei figli. Mary invece diventa famosa per i suoi dipinti di fiori e una delle prime donne i cui quadri sono esposti alla National Gallery del Canada. Oltre a produrre lavori ampiamente apprezzati, Mary riesce a fare della propria passione anche una professione e la stampa di Toronto fa recensioni significative su di lei. I critici amano il tono sofisticato e la precisione botanica dei suoi dipinti. Mary rappresenta fiori, giardini, prati, paesaggi domestici, scene notturne e, meno frequentemente, studi d’interni e figure. Troviamo influssi dell’impressionismo soprattutto nelle opere degli anni 1880- 1890. Dimostra interesse per una gamma limitata di colori. L’affascina anche l’arte orientale, di cui troviamo accenni in alcuni lavori.

Ottiene vari riconoscimenti ufficiali.

Nel 1919 inizia a soffrire di angina e deve ridurre la propria attività.

Muore a Toronto nel 1921, a 67 anni.

Una mostra retrospettiva delle sue opere si ha nel 1922, presso la Galleria d’Arte di Toronto e vengono esposte ben oltre 300 opere.

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Arte al femminile (264)

Anna Gardell-Ericson nasce a Visby, la più grande città sull’isola di Gotland, in Svezia, nel 1853. Suo padre Johan è un amministratore locale, conosciuto anche come pittore di paesaggi. A 16 anni Anna inizia a dipingere e, dimostrando notevole talento, viene mandata a studiare in Svizzera. Tornata in Svezia si specializza con Daniel Holm (legato alla pittura di genere e ai paesaggi) alla Royal Swedish Academy of Fine Arts di Stoccolma. Fa il suo debutto in una delle mostre dell’Accademia nel 1875. Nel 1876 vince una medaglia di bronzo alla Fiera Centenaria di Filadelfia. Nel 1879 la troviamo a Parigi per continuare gli studi con Alexandre- Louis Leloir (legato al genere storico e alla pittura di genere)e Ferdinand Heilbuth (la cui pittura si caratterizza per la vivacità dei colori e l’espressività). Anna si appassiona agli acquarelli di Corot, uno dei più sensibili paesaggisti dell’Ottocento, che considera un grande esempio. Ottiene grande successo all’esposizione al Salon del 1882 e in seguito un redditizio contratto con alcuni commercianti d’arte. Sempre nel 1882 (a 29 anni)sposa Johan Ericson, pittore paesaggistico originario di Karlshamn, cittadina della Svezia meridionale. Anna diventa nel frattempo membro della Galleria Dudley. Dal matrimonio nasce Marit Klara.

Anna e il marito vivono in Francia sino al 1884, quando scoppia a Parigi un’epidemia di colera. Tornati in Svezia, si stabiliscono a Göteborg, sulla costa sud occidentale. Continua a partecipare a mostre, in modo regolare alla Galleria Gummeson di Stoccolma. Ha scritto le proprie memorie, non pubblicate.

Muore a Stoccolma nel 1939.

Principali retrospettive su di lei si sono avute nel 1939 e nel 1946.

Le sue tematiche preferite sono scene di genere, scorci di castelli, paesaggi con laghi e fiumi. Predilige la tecnica dell’acquarello.

Suoi lavori si trovano al Museo Nazionale di Stoccolma e in quello di Göteborg.

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