Arte al femminile (316)

È a partire dagli anni ’70 del ‘900 che incomincia a porsi il problema di quanto sia importante il genere dell’artista e perché le donne non figurino nella storia dell’arte ufficiale. In quegli anni le americane Linda Nochlin e Ann Sutherland Harris (1976) e altre studiose iniziano a scavare nel passato alla scoperta delle artiste dimenticate.

Rimane tutt’oggi fondamentale il saggio della Nochlin, Perché non ci sono state grandi artiste?” (edito da Castelvecchi).

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Mi piace la considerazione che la studiosa pone al termine della sua indagine: “La condizione di svantaggio può certamente essere una giustificazione, ma non una posizione intellettuale. Al contrario, sfruttando a loro favore la condizione di penalizzate nel dominio della grandezza e di outsider in quello dell’ideologia, le donne possono smascherare le debolezze istituzionali e concettuali, e, liquidata la falsa coscienza, possono contribuire alla creazione di istituzioni in cui il vero pensiero e la vera grandezza siano sfide aperte a tutti coloro che, uomini o donne, abbiano il coraggio di osare l’indispensabile salto nell’ignoto.” (pag.80)

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Laura Adeline Muntz Lyall nasce a Radford, in Inghilterra nel 1860. La sua famiglia emigra in Canada quando lei è ancora bambina nel 1869. Cresce in una fattoria nel distretto di Muskoka, in Ontario. Si diploma e inizia a lavorare come insegnante, ma il suo interesse per l’arte la porta a prendere privatamente lezioni di tecnica pittorica. Dal 1882 inizia a frequentare la Scuola d’Arte dell’Ontario. Nel 1887 è alla South Kensington School of Art.

Come tante altre artiste statunitensi, nel 1891 si reca a Parigi, potendo usufruire di una borsa di studio. Qui si ferma 7 anni, facendo viaggi in Italia per studiare le opere di Michelangelo e altri grandi artisti.

Frequenta l’Accademia Colarossi di Parigi. Questa Accademia, insieme alla Julian, è una delle poche aperte alle donne, come abbiamo rilevato più volte.

Nel 1898 torna in Canada e apre uno studio a Toronto, iniziando a dare lezioni private. Diventa un’associata del Royal College of Art. Si trasferisce poi a Montreal, per continuare la carriera artistica. È la prima donna che entra a far parte del Consiglio esecutivo della Ontario Society of Artists.

Il suo lavoro riceve parecchi riconoscimenti sia in patria che all’estero.

Dopo la morte della sorella nel 1915, torna a Toronto, sposa il cognato Charles W. Lyall e si prende cura degli 11 figli nati dal matrimonio della sorella. Attrezza uno studio nella soffitta della nuova casa e inizia a firmare i propri lavori con il cognome da sposata.

Nel 1930 si ammala: nonostante le difficili circostanze personali, continua a dipingere sino alla morte, avvenuta nello stesso anno.

Sia la National Gallery of Canada che la Art Gallery of Ontario includono sue opere nelle loro proprietà.

Viene definita come pittrice impressionista, meglio conosciuta per i suoi ritratti di donne e bambini. Nei suoi ritratti c’è una sensibilità particolare. Dipingere bambini era attività considerata tipicamente femminile per le artiste del tempo, ma Laura ha un genuino interesse per i suoi giovani soggetti. La sua capacità d’ introspezione, di cura e comprensione le erano servite quando era insegnante e le saranno utili quando si prenderà cura dei figli della sorella.

Not surprisingly, her [Laura Muntz Lyall] paintings were consistently in demand by patrons in Canada, and, despite the number of talented artists who then portrayed women and children, she was considered the most important painter of children at the time” — Joan Murray

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Arte al femminile (315)

Sono ancora legata all’Ottocento, che si rivela pieno di sorprese e continue scoperte.

Harriet Cambell Foss è una delle tante artiste americane che hanno studiato all’Accademia Julian (v.n.307) e all’Accademia Colarossi.

Nasce a Middletown, nel Connecticut, nel 1860. Il padre è ministro metodista e docente universitario. Mentre con la famiglia è in viaggio in Europa, nel 1869 muore improvvisamente, per cui la vedova con i tre figli ritorna precipitosamente negli Stati Uniti.

Harriet si laurea alla Wilberham Academy e frequenta lo Smith College (Università privata femminile a indirizzo artistico), proseguendo poi la propria preparazione alla Cooper Union (a Manhattan, New York). La Cooper Union, fondata nel 1859 da Peter Cooper, crea un modello nuovo e radicale per l’educazione universitaria in America. La convinzione fondamentale, che sta alla base dell’istituzione, è che l’educazione della massima qualità debba essere “libera e gratuita come l’aria e l’acqua” e debba essere disponibile a tutti indipendentemente dalla propria razza, religione, sesso o classe sociale.

Harriet segue nel frattempo corsi privati con un importante pittore impressionista statunitense.

Nel 1880, a 20 anni, va a Parigi e qui si ferma per cinque anni, frequentando le due Accademie aperte alle donne: la Julian e la Colarossi. Si fa conoscere dal grande pubblico esponendo sue opere al Salon. Torna a New York per partecipare a una mostra alla Academy of Design. Si firma H. Campbell Foss, per nascondere il fatto di essere una donna e per evitare i pregiudizi dell’epoca.

Insegna disegno e pittura al Women College di Baltimora.

Diventa molto attiva ed espone a Londra, a Parigi, a Chicago…

Dal 1905 mantiene uno studio a New York e una casa a Stamford, nel Connecticut. Nel 1909 si sposta a Darien, a nord est di New York, diventando membro attivo della Seven Arts League.

Muore a Darien, assistita dalla sorella, nel 1938.

Harriet dipinge sia a olio che a pastello: i soggetti sono in prevalenza scene di interni e ritratti. La committenza è costituita soprattutto da esponenti dell’alta borghesia e ci si deve adattare alle loro richieste. Anche questa artista risente degli influssi impressionisti.

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Un suo dipinto viene incluso nella mostra inaugurale del Museo Nazionale delle Donne nelle Arti del 1987, a Washington.

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Il National Museum of women in the arts di Washington nasce grazie a Wilhelmina Holloday, una pioniera che dopo aver collezionato per anni opere di donne, decide di aprire un museo loro dedicato e diffonderne la mission attraverso comitati in tutto il mondo. Oggi il NMWA vanta una raccolta di oltre 5.000 opere di più di 1000 artiste, che vanno dal Rinascimento ai nostri giorni. L’istituzione sostiene inoltre programmi espositivi, progetti educativi, una biblioteca tematica e una casa editrice interna.

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Vite al femminile tra passato e presente

In questa giornata particolare, in cui le donne si sentono solidali, perché troppe sono vittime di violenza, propongo un libro al femminile, che ho trovato avvincente.

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Un paese ci vuole, come dice il titolo, parla della necessità di avere radici, di sentirsi legati a un posto in cui identificarci, un paese anche ideale.

È una storia tutta al femminile, nel senso che le protagoniste sono tre donne di diversa generazione: Ofelia, Antonia, Anna.

Anna è una giornalista quarantenne, emigrata in Francia: è sposata, ha due figli, un lavoro di “imprenditrice” che le crea problemi di vario tipo. La morte della madre Antonia contribuisce a radicare un desiderio di cambiamento, che si concretizza in una specie di fuga da casa, dal marito e dai figli. Tornata a Roma, dove è vissuta per anni, scopre tra gli effetti personali della madre gli indizi di un tragico evento, un misterioso crimine di cui cerca di capire le motivazioni. Un delitto aveva sconvolto la vita di nonna Ofelia e della madre di Anna, Antonia: ne rimane ricordo in alcuni articoli di giornale. Anna vuole conoscere la verità e inizia un’indagine personale, che la riporta nel passato, agli episodi salienti della propria vita e delle donne che l’hanno condizionata.

Si alternano, rappresentati anche graficamente come momenti diversi, i fatti che riguardano Anna nel presente e le vicende di nonna Ofelia e di mamma Antonia. Abbiamo i ritratti di donne belle, coraggiose, anticonformiste, che lottano contro difficoltà economiche e pregiudizi per mantenere la propria dignità e libertà interiore. Mentre ripercorre le vicende di Ofelia e Antonia, Anna si lascia andare ad amori del passato, a decisioni autodistruttive, quasi a volersi ribellare a quell’aura da brava ragazza, che ha dovuto sopportare per tanto tempo.

Quando le sembra di avere dipanato i fili della storia della propria madre e della nonna, si accorge di sentire nostalgia del marito e dei figli, che riscopre per lei indispensabili. Vuole tornare a casa, ma il destino decide altrimenti….Alla fine anche la storia di sua madre avrà un risvolto imprevedibile…

Un libro che coinvolge, per i colpi di scena, per la varietà della struttura: un po’ saga familiare, un po’ romanzo storico, un po’ giallo e un po’ storia di amori. Il tutto è ben strutturato, in un susseguirsi di salti temporali che ci riportano al clima della società italiana dal dopoguerra ai giorni nostri. Una storia che fa capire la complessità delle vite al femminile, in un passato che ha lasciato parecchie tracce nel presente.

Ho apprezzato in modo particolare le descrizioni di luoghi, ambienti e persone, che sono vivide e precise, creando chiare immagini mentali.

La scrittura è fluida e incisiva.

Un libro che ho letto volentieri, tutto d’un fiato.

Di Annalisa Angelucci avevo già apprezzato il romanzo “La sciagurata” e questo nuovo lavoro conferma le sue doti di scrittrice.

 

Ancora un giallo particolare

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Un’altra scrittrice importante, che si è cimentata con i gialli è Dacia Maraini.

Voci è datato 1994, ma è ancora attuale nella modernità della struttura narrativa.

La protagonista, Michela Canova, tornando a casa in una calda estate romana, scopre che la sua vicina, Angela Bari è stata uccisa brutalmente a coltellate alcuni giorni prima. Michela è una giornalista che lavora per una radio privata. Le viene nel frattempo commissionato un programma dedicato alla violenza sulle donne, che le prospetta una realtà più generale. Tormentata dalla vicenda di Angela, Michela gira col suo registratore per raccogliere notizie su di lei. Ognuna delle voci (da qui il titolo del romanzo) ha qualcosa da dire, ma ognuna nasconde dei segreti e attraverso queste voci pian piano si dipana la tragedia di Angela…

Questo è un romanzo poliziesco atipico, in quanto, pur rispettando la struttura del genere, in realtà punta sulle parole, sui sentimenti dei personaggi e tratta fondamentalmente il dramma della violenza sulle donne, caro alla scrittrice.

In un periodo in cui ancora non si parlava di femminicidio, la scrittrice inserisce nel romanzo dati e informazioni allora poco noti.

Di quelle voci, cui il racconto è in gran parte affidato a Michela (che non a caso lavora con le voci, come giornalista radiofonica) oltre a quello che dicono interessa come lo dicono. Le ascolta infatti con “carnale attenzione” e le ama “per la loro straordinaria capacità di farsi corpo”. L’assassino è colui che “ha voluto il silenzio di un corpo”.

La narrazione è scorrevole e sciolta, il registro drammatico sempre composto.

Voci è uno dei libri meno noti della scrittrice, ma nel 2001 ne è stata ricavata una trasposizione cinematografica per la regia di Franco Giraldi, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi e Gabriele Lavia.

Anche se gli amanti dei gialli troveranno un po’ da ridire sulla costruzione del racconto, l’ho trovato interessante sotto vari punti di vista e avvincente.

Dacia Maraini, figlia dello scrittore e antropologo Fosco Maraini, nasce a Fiesole nel 1936. La madre è la pittrice Topazia Alliata, appartenente all’antica famiglia siciliana degli Alliata di Salaparuta. Desideroso di lasciare l’Italia fascista, Fosco Maraini chiede di essere trasferito in Giappone, dove vive con la famiglia tra il 1938 e il 1947, studiando gli Hainu, una popolazione in via di estinzione che vive nell’Hokkaido. Dal 1943 al 1946, la famiglia Maraini, insieme con altri italiani, è internata in un campo di concentramento, per essersi rifiutata di riconoscere ufficialmente il governo militare giapponese. Nella collezione di poesie “Mangiami pure”, del 1978, la scrittrice racconta delle atroci privazioni e sofferenze provate in quegli anni, interrotte dall’arrivo degli americani. Dopo questa infanzia difficile la scrittrice si trasferisce prima a Bagheria, in Sicilia, e poi a Roma proseguendo gli studi e arrangiandosi con lavori diversi. Fonda insieme ad altri giovani una rivista letteraria, “Tempo di letteratura”, edita da Pironti a Napoli, e comincia a collaborare con riviste quali “Nuovi Argomenti” e il “Mondo”. Nel corso degli anni Sessanta, esordisce con il romanzo “La vacanza” (1962), ma comincia anche a occuparsi di teatro fondando, insieme ad altri scrittori, il Teatro del Porcospino, in cui si rappresentano solo novità italiane. Lei stessa, dalla seconda metà degli anni Sessanta scriverà molti testi teatrali.

Nel 1962 Moravia lascia la moglie per lei.

Nel 1973 fonda il “Teatro della Maddalena”, gestito da sole donne e dove cinque anni dopo si mette in scena “Dialogo di una prostituta con un suo cliente” (tradotto in inglese e francese e rappresentato in dodici paesi diversi). Il teatro è per la Maraini un luogo per informare il pubblico riguardo a specifici problemi sociali e politici.

Molti i romanzi importanti.

Ricordiamo, in ordine cronologico, “L’età del malessere”, “Memorie di una ladra”, “Donna in guerra”, “Isolina”, “La lunga vita di Marianna Ucrìa” (da cui è stato tratto l’omonimo film di Roberto Faenza). Un altro titolo degli anni ’90 è l’importante “Voci”.

Dal punto di vista della poesia la prima raccolta di versi, “Crudeltà all’aria aperta”, è del 1966. Seguiranno: “Donne mie”, “Mangiami pure”, “Dimenticato di dimenticare”, “Viaggiando con passo di volpe”, “Se amando troppo”.

Nel 1980 ha scritto in collaborazione con Piera Degli Esposti, “Storia di Piera” e, nel 1986, “Il bambino Alberto”. Assidua collaboratrice anche di giornali e riviste, nel 1987, ha pubblicato una parte dei suoi articoli nel volume “La bionda, la bruna e l’asino”.

Ancora estremamente attiva, viaggia attraverso il mondo partecipando a conferenze e prime dei suoi spettacoli.

Attualmente risiede a Roma.

 

 

Un giallo particolare

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Come avrà osservato chi ogni tanto dà un’occhiata al mio blog, mi concentro ultimamente sulla letteratura al femminile, indipendentemente dal genere letterario. Ritengo infatti che nella letteratura così come nell’arte, sia più difficile per una donna farsi apprezzare, anche se si avverte una certa inversione di tendenza negli ultimi tempi.

Marta Morazzoni si è avventurata nel mondo dei gialli, secondo me con un buon risultato.

Il caso Courrier è ambientato nel paesino di Orcival, nell’Alvernia (Francia meridionale) agli inizi del ‘900. Il protagonista è Alphonse Courrier, che gestisce un negozio di ferramenta. È un bell’uomo, avveduto negli affari, rigoroso nelle scelte personali, con una vita al di sopra di ogni sospetto. Molto corteggiato e stimato in paese, sceglie una moglie con tutte le previste virtù domestiche. Le vicende della guerra non turbano il placido andamento familiare. Eppure Alphonse Courrier la mattina di un gelido dicembre del 1917 compie un gesto estremo, che lascia sconvolti i suoi compaesani e su cui s’ interrogheranno per anni…

In uno stile asciutto, efficace nella descrizione di ambienti e personaggi, la scrittrice ci addentra nei meandri di una personalità solo apparentemente semplice. Il fulcro del racconto è la passione nascosta, senza apparente influenza, che si dipana nel tempo, sino a diventare indispensabile. Molto interessante l’atmosfera paesana, con i pettegolezzi, le piccole gelosie, lo sfoggio di apparenze…

Un romanzo introspettivo, anche di ricerca psicologica, che progredisce per accumulo di indizi apparentemente labili.

«Il vero compito della Morazzoni è quello di far sentire la tensione misteriosa, la presenza inavvertibile che avvolge ciò che esiste.» (Pietro Citati)

 

Marta Morazzoni è nata a Milano nel 1950. Ha insegnato lettere in una scuola superiore. Il suo primo libro, La ragazza col turbante (1986), ha avuto uno straordinario successo critico in Italia e all’estero, dove è stato tradotto in nove lingue. L’invenzione della verità è stato premio selezione Campiello nel 1988, Casa materna nel 1992. Il caso Courrier ha vinto il premio Campiello nel 1997 nonché l’Independent Foreign Fiction Award nel 2001. Fra i suoi libri anche: L’estuario (1996), Una lezione di stile (2002), Un incontro inatteso per il consigliere Goethe (2005), La città del desiderio. Amsterdam (2006), La nota segreta (2010) e Il fuoco di Jeanne (2014). I suoi libri sono stati pubblicati da Longanesi, e ora da Guanda.

Nel 2018 le è stato assegnato il premio Fondazione Campiello, come insigne personalità della cultura italiana. Prima di lei altre due donne hanno avuto questo riconoscimento: Rosetta Loy nel 2017 e Dacia Maraini nel 2012.

Arte al femminile (314)

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Henrietta Emma Ratcliffe Rae nasce nel 1859 a Hammersmith, Londra, da Thomas Burbey, impiegato statale e Ann Eliza, musicista di grande abilità, allieva di Felix Mendelssohn.

La sua è una famiglia numerosa: ha tre fratelli e tre sorelle. Il padre è amorevole e indulgente verso i figli. Come segretario onorario di una società letteraria frequenta molti personaggi del mondo culturale della città. La madre, individuato nella figlia un certo talento musicale, la orienta verso la carriera di musicista. Henrietta, interessata più all’arte, inizia a studiare tecniche artistiche all’età di 13 anni, sollecitata dallo zio Charles Rae, anche lui pittore.

Dedica a questo ogni momento libero. Frequenta la Queen Square School of Art, la Heatherley’s School of Art. In questo istituto è la prima donna a essere ammessa. Passa molto tempo nelle gallerie del British Museum ad analizzare i lavori dei classici. L’ammissione ai vari istituti avviene dopo avere prodotto molti lavori, aver passato un periodo di prova ed essere stata giudicata idonea dal consiglio degli istituti stessi.

Nel 1880 il nome di Henrietta appare per la prima volta nel catalogo della Royal Academy. La sua pittura in questo periodo si caratterizza per i ritratti e gli scorci paesaggistici.

Nel 1884 sposa il pittore, compagno di studi, Ernest Normand, ma mantiene il cognome da nubile, scelta inusuale per l’epoca. Dal 1881 ha iniziato a esporre i propri lavori e a farsi una reputazione come artista professionista e non vuole rinunciare alla propria identità pubblica. I due si stabiliscono in Holland Park e la loro casa è visitata da artisti del tempo.

Henrietta nelle sue memorie parla della tracotanza nei suoi riguardi di alcuni pittori più anziani e conosciuti.

Nel 1886 nasce il primo figlio e per un po’ s’interrompe l’attività artistica.

Nel 1890 si reca con il marito a Parigi e s’iscrive all’Accademia Julian.

Nel 1893 nasce la seconda figlia, ma ciò non impedisce all’artista di esporre i propri lavori nello stesso anno alla World’s Columbian Exposition di Chicago.

Sostenitrice dei movimenti femministi e del suffragio femminile, nel 1897 organizza una mostra di lavori di sole artiste donne.

Viene criticata per avere dipinto nudi femminili e sollecitata a sospendere tale produzione. La pittrice replica che non c’è nulla di male a rappresentare le forme umane, così come sono state create.

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Nel 1902 una grave malattia blocca di nuovo il suo lavoro, ma con energia Henrietta si riprende e continua a dipingere. Molte le commissioni da personaggi illustri del tempo, ma il tema classico rimane per lei il più stimolante.

Muore nel 1928 a Upper Norwood, a 69 anni.

Il suo dipinto più famoso, ampiamente riprodotto in litografia, è La signora con la lampada, dedicato a Florence Nightingale, organizzatrice dell’assistenza infermieristica moderna.

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Henrietta si è specializzata in temi classici, allegorici, letterari, traendo ispirazione da miti e poemi.

La sua biografia è stata scritta da Arthur Fish e pubblicata nel 1905.

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Arte al femminile (313)

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Paula Modersohn Becker nasce a Dresda (Germania orientale) nel 1876. La sua è una famiglia benestante della media borghesia. Il padre è ingegnere delle ferrovie, la madre proviene da una famiglia aristocratica. Lei è la terza di sette figli. I genitori impartiscono ai figli una buona preparazione culturale privata, la loro casa è frequentata da artisti e intellettuali. A 12 anni Paula è a Brema (nord-ovest della Germania) con la famiglia e qui studia per diventare insegnante, professione considerata adatta a una donna. Appassionata di pittura, decide però di prendere lezioni privatamente presso l’atelier di un artista famoso. Nel 1892 (a 17 anni) va a Londra invitata da una zia per seguire alcune lezioni presso la London’s School of Arts. A 20 anni è in Germania, a Berlino, per frequentarne la rinomata Accademia artistica. Nel 1897 va a Worpswede (un villaggio non lontano da Brema), una specie di Barbizon tedesca, dove si ferma per un paio d’anni. Qui vi è una colonia di artisti che rifiuta l’accademismo e la vita nella città industriale, sostenendo la necessità del ritorno alla natura. Conosce molti artisti, tra cui il futuro marito Otto Modersohn, allora sposato con Helen, gravemente ammalata. Con l’amica scultrice Clara Westhoff si reca a Parigi. S’iscrive all’Accademia Colarossi, che con l’Accademia Julian è aperta alle donne. Si appassiona all’arte di Cézanne, Matisse, Van Gogh.

Nel 1901 sposa Otto Modersohn, rimasto vedovo con una figlia di 2 anni, Elsbeth.

Alterna la residenza a Worpswede con parecchi viaggi a Parigi. Nel 1906 decide di lasciare il marito e di stabilirsi definitivamente a Parigi, per dedicarsi totalmente alla pittura, suscitando la disapprovazione di familiari e amici. La vita matrimoniale non si concilia con la sua libertà artistica. S’iscrive all’Accademia Julian, segue lezioni di anatomia, visita gallerie e musei, prende contatto con alcuni movimenti d’arte moderna e inizia a firmarsi con il nome da nubile. Nel 1907 il marito, che insiste per una riconciliazione, la raggiunge a Parigi e i due, dopo vari incontri, si riappacificano. Paula resta incinta, ma la gravidanza ha un decorso difficile, che quasi le impedisce di dipingere, per cui ritorna a Worpswede. Nel 1907 nasce la figlia Matilde, ma Paula, spossata dalla gravidanza e dal parto, muore poco dopo per un’embolia a soli 31 anni.

Considerata una tra le più importanti esponenti dell’espressionismo, in soli 14 anni di attività ha prodotto 750 dipinti, 1000 disegni e 13 incisioni all’acquaforte. I critici notano nel suo lavoro elementi di realismo e naturalismo. In alcune tecniche anticipa il Fauvismo, per il maggiore interesse per il colore, usato in modo libero e in funzione emotiva. Il suo desiderio è non abbellire nulla e andare al cuore delle cose e delle persone. Non risulta poi troppo sorprendente che nascondesse le sue opere alla vista dei colleghi artisti, a cominciare da suo marito, e che grande sia stata la sorpresa di tutti, alla sua morte, nel ritrovare centinaia di opere – di cui appena tre venduti in vita – di una fattura rivoluzionaria, per l’accettazione delle quali ci sarebbero voluti poi decenni.

I soggetti preferiti, oltre ai ritratti e autoritratti, sono paesaggi, nature morte. Dipinge anche, novità per un’artista, nudi femminili anticonvenzionali.

Ha lavorato con colori a tempera e a olio, prediligendo i colori bianco, giallo, rosso porpora, verde e blu. Nel suo percorso artistico ha esplorato le fonti più varie: dalla scultura gotica a quella di Rodin, dal Rinascimento italiano al Barocco fiammingo e spagnolo, dalla pittura giapponese agli impressionisti e postimpressionisti, concentrandosi soprattutto sull’arte primitiva.

A lei è dedicato il museo Paula Modersohn-Becker Museum a Brema, fondato nel 1978 dalla figlia Matilde (Tillie).

Nel 1988 l’autorità postale tedesca le dedica un francobollo, nella serie Donne nella storia tedesca.

Durante il Nazismo la sua opera, considerata “arte degenerata”, viene tolta dai musei tedeschi.

Nel 1908 il poeta Rainer Maria Rilke (marito dell’amica Clara Westhoff) scrive un poema a lei dedicato, Requiem for a friend.

La sua opera sarebbe stata forse dimenticata, se dall’età di 16 anni non avesse tenuto un diario e raccolto lettere della fitta corrispondenza con molti artisti del tempo. Queste sono state raccolte e pubblicate in tedesco negli anni ’20. Negli anni ’70 un’importante storica dell’arte americana, Diane Radycki, traduce in inglese i suoi scritti, che vengono poi ripresi e ritradotti in altre lingue.

La scrittrice francese Marie Darrieussecq le dedica nel 2016 una vivace biografia.

Determinata e perfino insolente, ma anche timida, decisa ad affermarsi professionalmente (a diventare qualcuno, come scrive alla madre) come pure alla ricerca di una vita familiare, terrorizzata e insieme attratta dalla maternità, indipendente e al contempo bisognosa del sostegno della famiglia prima, e del denaro del marito poi, per potersi mantenere a Parigi, Paula è una donna di grandi, irrisolte contraddizioni, “da ogni altro (…) troppo lontana”, come scrive Rilke.

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