Arte al femminile (265)

Seguendo un criterio cronologico continuo a scoprire artiste di talento, la cui fama è spesso oscurata dal fatto di essere figlie o mogli di pittori divenuti più famosi di loro. Parigi è sempre il centro intorno a cui gravitano le nuove tendenze, ma il mondo anglosassone è altrettanto attivo.

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Mary Augusta Hiester Reid nasce nel 1854 a Reading, in Pennsylvania. Il padre è John Philip Heister, medico, e la madre Carolina Amelia Musser. La sua famiglia discende da emigrati tedeschi, giunti in America alla metà del XVIII° secolo. Rimasta orfana di padre ancora bambina, si trasferisce con la madre e la sorella Caroline presso parenti. Morta anche la madre nel 1875, torna a Reading presso una cugina. Riesce a entrare all’Accademia delle Belle Arti della Pennsylvania e qui conosce il futuro marito, l’artista canadese George Agnew Reid. Come per le donne della sua generazione, anche lei viene indirizzata verso uno stile di pittura considerato più femminile: nature morte e scene di genere.

Si sposa nel 1885 e fa un viaggio di nozze di 4 mesi, visitando Londra, Parigi, alcune località dell’Italia e della Spagna. La coppia si stabilisce poi a Toronto, dove apre uno studio, in cui si tengono lezioni private. Mary e il marito tornano in Europa negli anni 1888- 1889, in Gran Bretagna e in Francia. Lei s’iscrive all’Accademia Colarossi a Parigi, prendendo lezioni da importanti pittori dell’epoca. Li vediamo nuovamente in viaggio nel 1896, in Spagna e Gibilterra. Tornano nuovamente in Europa nel 1891 e nel 1910, molto interessati ai movimenti artistici allora nascenti.

Siamo in un tempo in cui alle donne si chiede di rimanere a casa e prendersi cura dei figli. Mary invece diventa famosa per i suoi dipinti di fiori e una delle prime donne i cui quadri sono esposti alla National Gallery del Canada. Oltre a produrre lavori ampiamente apprezzati, Mary riesce a fare della propria passione anche una professione e la stampa di Toronto fa recensioni significative su di lei. I critici amano il tono sofisticato e la precisione botanica dei suoi dipinti. Mary rappresenta fiori, giardini, prati, paesaggi domestici, scene notturne e, meno frequentemente, studi d’interni e figure. Troviamo influssi dell’impressionismo soprattutto nelle opere degli anni 1880- 1890. Dimostra interesse per una gamma limitata di colori. L’affascina anche l’arte orientale, di cui troviamo accenni in alcuni lavori.

Ottiene vari riconoscimenti ufficiali.

Nel 1919 inizia a soffrire di angina e deve ridurre la propria attività.

Muore a Toronto nel 1921, a 67 anni.

Una mostra retrospettiva delle sue opere si ha nel 1922, presso la Galleria d’Arte di Toronto e vengono esposte ben oltre 300 opere.

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Arte al femminile (264)

Anna Gardell-Ericson nasce a Visby, la più grande città sull’isola di Gotland, in Svezia, nel 1853. Suo padre Johan è un amministratore locale, conosciuto anche come pittore di paesaggi. A 16 anni Anna inizia a dipingere e, dimostrando notevole talento, viene mandata a studiare in Svizzera. Tornata in Svezia si specializza con Daniel Holm (legato alla pittura di genere e ai paesaggi) alla Royal Swedish Academy of Fine Arts di Stoccolma. Fa il suo debutto in una delle mostre dell’Accademia nel 1875. Nel 1876 vince una medaglia di bronzo alla Fiera Centenaria di Filadelfia. Nel 1879 la troviamo a Parigi per continuare gli studi con Alexandre- Louis Leloir (legato al genere storico e alla pittura di genere)e Ferdinand Heilbuth (la cui pittura si caratterizza per la vivacità dei colori e l’espressività). Anna si appassiona agli acquarelli di Corot, uno dei più sensibili paesaggisti dell’Ottocento, che considera un grande esempio. Ottiene grande successo all’esposizione al Salon del 1882 e in seguito un redditizio contratto con alcuni commercianti d’arte. Sempre nel 1882 (a 29 anni)sposa Johan Ericson, pittore paesaggistico originario di Karlshamn, cittadina della Svezia meridionale. Anna diventa nel frattempo membro della Galleria Dudley. Dal matrimonio nasce Marit Klara.

Anna e il marito vivono in Francia sino al 1884, quando scoppia a Parigi un’epidemia di colera. Tornati in Svezia, si stabiliscono a Göteborg, sulla costa sud occidentale. Continua a partecipare a mostre, in modo regolare alla Galleria Gummeson di Stoccolma. Ha scritto le proprie memorie, non pubblicate.

Muore a Stoccolma nel 1939.

Principali retrospettive su di lei si sono avute nel 1939 e nel 1946.

Le sue tematiche preferite sono scene di genere, scorci di castelli, paesaggi con laghi e fiumi. Predilige la tecnica dell’acquarello.

Suoi lavori si trovano al Museo Nazionale di Stoccolma e in quello di Göteborg.

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Solitudini coniugali

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Amalia a perdere è un bel romanzo, che racconta la storia di Amalia dal tempo degli studi universitari al matrimonio. Amalia viene da una ricca famiglia di Ancona, figlia unica di un notaio stimato e di Albina, che questi ha sposato dopo che da lei ha avuto la bambina. Amalia ha passato l’infanzia dalla nonna materna, cui era molto affezionata, da cui è stata separata per essere inserita in una famiglia fredda, formalista. Accettata a malapena dal padre, con una madre succube del marito e ambiziosa, Amalia cresce insicura, esile, sensibile. Va a studiare a Bologna e qui incontra Osvaldo, un operaio attivo, intraprendente, pieno di entusiasmo, molto impegnato nelle lotte sindacali. In lui Amalia trova la sicurezza che le manca. In contrasto con il parere dei genitori lo sposa, cercando di essere una moglie attenta e comprensiva. Si laurea e lavora facendo qualche supplenza temporanea. Osvaldo piano piano fa carriera nel sindacato e diventa un importante esponente politico. Viene chiamato a Roma e Amalia si sente sempre più sola e insicura. I genitori, conosciuta la nuova posizione del genero, si riavvicinano alla figlia. Osvaldo compra una bella casa ad Ancona e Amalia vi si trasferisce. I fine settimana sono animati dal ritorno del marito e dai vari inviti che questi fa. Per Amalia Osvaldo diventa pian piano un estraneo e si sente sempre più inquieta e smarrita. Diventa un po’ alla volta la copia della propria madre, succube e compiacente nei confronti del marito. L’incontro improvviso, dopo anni, con Alberto, un ragazzo di cui si stava innamorando riamata, risveglia in lei vecchie nostalgie. Il momento però è passato: Alberto a sua volta ha scelto un matrimonio di convenienza e ha spento in sé ogni entusiasmo.

Ognuno si è adattato a suo modo ai cambiamenti della vita e il messaggio finale è quello di una chiusura di ciascuno in una propria solitaria malinconia.

Una storia in cui stati d’animo e paesaggi sono un tutt’uno e che analizza con grazia e delicatezza i sentimenti più profondi di una donna.

Le descrizioni di paesaggi e ambienti si adattano alle emozioni. Il mare di Ancona e Bologna con i suoi portici e i vecchi palazzi sono i luoghi in cui si definisce l’esistenza di Amalia.

La difficoltà a comunicare in modo profondo è forse il tema dominante, quanto mai attuale.

Erano stracci bianchi e morbidi o schiuma lattiginosa, soffice che a tratti occupava il cielo nero della notte sospingendolo sopra tetti, ammassandolo negli angoli dei balconi, sprofondandolo sugli alberi spogli, sulle teste della gente.

Ancora, quella notte stava inghiottendo tutto… e se poi mattina non fosse arrivata?… E se poi fosse stato sempre cosí?!… Vagare nel nulla della notte con le sottili lame di luna che creavano mostri, allungavano spigoli, gelavano asfalti, costruivano trappole dove, se mai non si fosse fatta attenzione, si sarebbe entrati per sempre.

Tutto era sospeso su quella voragine buia e su quelle spade di luna.

E se mattina non fosse arrivata?!… Non c’era niente da opporre alle tenebre, neanche il piú piccolo progetto di salvezza.

Il vento freddo, solitario si infilava tra i capelli, penetrava dentro la testa, nella carne, nelle ossa, nel lago deserto del cuore. La mussola della camicia da notte, scossa da quel tremito, si appiccicava al corpo, succhiava il chiarore lunare diventando fosforescente relitto nel mare della notte.”

Iride Cristina Carucci è nata e vive ad Ancona. Si è laureata in Lettere a Bologna e ha conseguito il perfezionamento in Storia dell’Arte a Urbino. Insegnante di Lettere, ha collaborato con riviste e quotidiani locali. Nel 2001, per Editori Riuniti, pubblica Amalia a perdere, arrivato tra i dodici finalisti del Premio Strega. Del 2010 è Arturo della penombra (Pequod). Ada Adina è il suo ultimo lavoro.

Amo leggere testi di ’verità’ e per me la Scrittura è soprattutto un gesto d’affetto, una testimonianza delicata nei confronti della Vita e delle storie visibili ed invisibili che essa contiene. Quando un romanzo termina mi dispiace sempre un po’ e mi sembra impossibile che le sue creature, con le quali ho trascorso molto tempo e ho amato come vere, non esistano realmente in nessuna parte del mondo“.

 

Arte al femminile (263)

 

Laura Theresa Alma-Tadema nasce a Londra nel 1852. Figlia del dottor George Napoleon Epps, ha due sorelle che diventeranno anche loro pittrici: Emily ed Ellen. Nello studio del pittore Madox Brown Laura incontra per la prima volta l’artista olandese Lawrence Alma- Tadema nel dicembre 1869. Lei ha 17 anni e lui 33 ed è appena rimasto vedovo della prima moglie. Il pittore s’ innamora della ragazza a prima vista e decide per questo di rimanere in Inghilterra, quando deve lasciare il continente per lo scoppio della guerra franco-prussiana nel 1870. Arrivato a Londra con le figlie piccole, Laurence e Anna, e la sorella inizia a dare lezioni e contatta Laura, che diventa sua allieva. Durante una delle lezioni le fa la sua proposta di matrimonio. Il padre di Laura si oppone inizialmente all’unione, data la differenza di età, poi accetta l’idea che la figlia si sposi a patto che aspetti di conoscere meglio il futuro marito. I due si sposano nel 1871 e il loro è un matrimonio felice. Laura, non avendo figli propri, fa da madre affettuosa alle due figlie del marito. Lawrence ottiene la nazionalità britannica nel 1873 e viene nominato cavaliere in occasione dell’ottantunesimo compleanno della regina Vittoria. Diventa membro della Royal Academy nel 1876 e assume una cattedra nel 1879. Ottiene notorietà per le fastose rievocazioni pompeiane, con figure femminili, languori, fiori, atmosfere raffinate. I suoi quadri offrono una visione “hollywoodiana” del mondo antico greco-romano, con donne bellissime, costumi esotici e sfondi marmorei.

Come artista Laura ottiene il primo successo al Salone di Parigi del 1873. Alla Mostra Internazionale di Parigi del 1878 è una delle artiste più esposte e più ammirate. Si presenta anche alla Royal Academy, alla Grosvenor Gallery e in altre gallerie di Londra. Occasionalmente lavora come illustratrice di libri.

Si specializza in scenari domestici e di genere altamente sentimentali. S’ispira soprattutto alla pittura del XVII secolo olandese. Studia le opere di Vermeer e di de Hooch durante i suoi viaggi nei Paesi Bassi. Molto ordinata, ha numerato cronologicamente tutte le proprie opere.

Muore a Hindhead nel 1909.

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Insegnanti protagoniste

Questi due romanzi sono accomunati dal fatto di avere entrambi come protagonista un’insegnante di Lettere. Nel primo, “Una classe difficile”, Greta ripercorre un anno trascorso come insegnante nella scuola media di Meduno, un paesino del Friuli. Nel secondo, “Scuola di scrittura”, Marta viene chiamata da un famoso scrittore a tenere un corso di scrittura creativa e questo le cambia la vita…Sono entrambi opere prime per le rispettive autrici.

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“Una classe difficile” è un racconto che ha qualche elemento del giallo. In una lettera indirizzata a un maresciallo dei carabinieri, Greta racconta la sua esperienza di supplente annuale in un paese di montagna, tra lezioni, rapporti con i ragazzi e con la comunità del posto, esperienze con i colleghi, ore passate a scuola tra chiacchiere e riunioni, passeggiate solitarie, gite…Il paesaggio fa da sfondo a un’esperienza segnata dal disagio di chi si sente estraneo a una realtà dura, dove i ragazzi sono costretti a crescere in fretta e il tutto sotto un cielo continuamente solcato dai caccia militari, diretti nel territorio della ex Iugoslavia durante la guerra del Kosovo: siamo nel 1999. L’anno scolastico è sconvolto dalla tragica morte di un ragazzo alla fine di una festa in riva al fiume. Chi è il ragazzo? Si tratta di omicidio o suicidio? E qui entra l’elemento del giallo….

Un libro particolare, che ha il suo punto di forza nell’ambientazione in un Friuli selvaggio, boscoso e pieno d’acque, grigio quasi sempre e malinconico, e nella scrittura, dalle frasi brevi e incisive.

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Giulia Bozzola, sposata, due figli, vive a Cordenons (PN) e insegna Lingua e Civiltà inglese presso il liceo scientifico Leopardi-Majorana di Pordenone. Una classe difficile è il suo primo romanzo.

 

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“Scuola di scrittura” inizia con il compleanno di Marta, un’insegnante single di quarant’anni. L’affascinante scrittore Mario Moraglio le dà l’incarico di condurre un laboratorio di scrittura, finalizzato alla preparazione di un’antologia di racconti. L’esperienza sveglia in Marta una serie di ricordi legati alla propria adolescenza e giovinezza, soprattutto all’amore per Tex, mitizzato e mai dimenticato. Marta s’innamora di Nico, suo alunno ventenne, ma è una storia senza futuro. Questo sentimento però la fa sentire viva e le permette di riprendere fiducia in se stessa e in quello che il futuro le prospetta…

Un libro in cui la vita di una donna viene rivista con ironia e leggerezza. Scrittura introspettiva, cui fanno da colonna sonora canzoni ricordate, canticchiate, riascoltate. Si risentono il clima e gli ideali della gioventù degli anni ’60.

Le pareva di notare certi particolari, di sentire certi profumi per la prima volta. aveva la sensazione che negli ultimi vent’anni un’altra donna avesse vissuto la sua vita, una donna triste, incorporea, un fantasma che ora era tornato nel suo mondo di ombre…”

Silvia Albertazzi è nata e vive a Bologna, dove è docente di Letteratura Inglese all’Università e coordina il dottorato in Studi letterari e culturali. Tra i suoi volumi di saggistica si ricordano: Bugie sincere. Narratori e narrazioni 1970-1990 (Editori Riuniti, 1992); La letteratura fantastica (Laterza, 1993); Lo sguardo dell’Altro. Le letterature postcoloniali (Carocci, 2000); In questo mondo, ovvero, quando i luoghi raccontano le storie (Meltemi, 2006), vincitore del I premio Alziator per la saggistica nel 2007; Il nulla, quasi. Foto di famiglia e istantanee amatoriali nella letteratura contemporanea (Le Lettere, 2010); Belli e perdenti. Anteroei e post-eroi nella narrativa contemporanea di lingua inglese (Armando Editore, 2012); La letteratura postcoloniale. Dall’Impero alla World Literature (Carocci, 2013). È inoltre autrice dei capitoli dedicati al 700 e 800 della Breve storia della letteratura inglese (Einaudi, 2004). Collabora al Manifesto e fa parte del collettivo redazionale della Nuova rivista Letteraria. Ha pubblicato un romanzo, Scuola di scrittura (Marsilio, 1996) e un volume di poesie, La casa di via Azzurra (Kolibris, 2010), oltre a svariati racconti su riviste cartacee e online.

 

La forza della fantasia

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Evelina e le fate è ambientato in un paese di campagna delle Marche, Candelara, e il tempo è quello della seconda guerra mondiale, l’ultimo anno, il più tremendo per la gente del posto. Evelina, la protagonista, ha solo cinque anni e la sua visione della realtà è fatta di un miscuglio tra realtà e fantasia. La storia inizia con l’arrivo di alcuni sfollati alla cascina della famiglia di Evelina: essi appaiono alla bambina come fantasmi che escono dalla neve, che ha ricoperto tutto. Vi sono poi i partigiani, che controllano la zona, i tedeschi e le loro violente incursioni, la scoperta di una bambina ebrea, Sara, nascosta nella stalla, i bombardamenti. La guerra rende ancora più faticosa e complicata la vita di questa famiglia, con la mamma gravemente malata, i quattro fratelli ancora piccoli, il padre che cerca di proseguire con i lavori dei campi, la nonna che tiene insieme la famiglia e si occupa di tutti. Evelina trova aiuto nella fantasia, che le fa vedere due fate: la Nera, dai tratti più cupi e la Scepa, allegra, colorata, con un vestito a fiori. Sono le fate che la salvano da situazioni pericolose e sono come angeli custodi della famiglia di Evelina.

“Là, nella penombra dell’ingresso stava la Nera. Aveva gli occhi lucidi, due olive sotto sale, mori, più neri dello scialle e del vestito che portava e la faccia sempre scura che nessuno sapeva se avevano cominciato a chiamarla Nera per via del colore dell’abito o per quel grugno sempre serio. Quando c’era lei tutti si comportavano come si deve, niente risolini, scherzi o sciapate, perché ne avevano soggezione.”

“La Scèpa era bionda, portava un vestitino leggero di cotone a fiorellini, e i capelli sciolti, che arrivavano poco sopra le spalle, le ballavano intorno alla faccia.La Scèpa era anche bellina però non aveva i denti davanti ed infatti quando rideva si copriva la faccia con la mano, perché si vergognava di quella bocca sdentata. Rideva, anche se non c’era niente da ridere e per quello la nonna, quando l’aveva vista la prima volta, si era domandata: «Co’ l’ha j’ avrà da rida ‘sta sciapena?» e allora avevano cominciato a chiamarla così, la Scèpa.”

Molti gli episodi che si susseguono nella storia e sono sempre gli occhi ingenui e incantati di Evelina che ci danno la visione dei fatti. Ci sono momenti di vita quotidiana che richiamano a un passato contadino ormai perso. La campagna coi suoi profumi, i suoi colori, i suoi suoni rasserena e dà il senso dell’assurdità dell’agire umano.

Un libro molto bello, tenero, coinvolgente. Il linguaggio utilizza parecchi termini dialettali, che rendono più veri i personaggi.

“Evelina cercava la pace e il silenzio. Per quello si svegliava prima di tutti. Prima del padre che andava presto nei campi, prima della madre e della nonna che facevano le faccende, prima dei fratelli più grandi che andavano a scuola e di quelli più piccoli che invece dormivano fino a tardi. Certe mattine si svegliava persino prima del gallo. Le piaceva stare un po’ alla finestra della camera e guardare Candelara. Quella mattina si vedevano solo i rami nudi del noce che spuntavano appena in mezzo al bianco. La neve era arrivata già da un po’ ma quella notte doveva averne fatta così tanta che Cristo non ne poteva mandare giù più.”

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Ha esordito nella narrativa nel 2013 con Evelina e le fate romanzo finalista al Premio Calvino 2012 e vincitore Premio John Fante opera prima. Nel 2014 ha pubblicato, sempre per Giunti, il suo secondo romanzo, Il tempo bambino. La vita a rovescio è il suo terzo romanzo uscito nel 2016.