Arte al femminile (299)

I nuovi movimenti artistici che caratterizzano la Parigi dell’Ottocento si accompagnano al persistere di un gusto accademico, cui sono legati artisti di valore. Louise Abbema è una di questi ed è questo legame con la tradizione che la fa un po’ dimenticare dagli studiosi d’arte, quando l’accademismo viene ritenuto un limite.

Louise Abbema nasce a Ètampes (cittadina a sud ovest di Parigi) nel 1853. La sua è una ricca famiglia parigina, aperta al mondo dell’arte. Inizia a dipingere adolescente e a 15 anni segue corsi privati presso importanti artisti del tempo. Appassionata di teatro dipinge attori e attrici della Comédie Francaise.

Importante l’incontro con Sarah Bernhardt. Il rapporto tra la pittrice e la grande attrice suscita parecchi pettegolezzi e si parla di una relazione amorosa tra loro. Esse dominano con la loro personalità la scena culturale parigina della fine del XIX secolo. Beneficiano della mentalità tollerante della Francia di allora. Pur essendo ai margini della società, in quanto donne e in quanto artiste, raggiungono entrambe un livello di successo e fama impensabile. Le loro personalità stravaganti ed eccentriche tengono i “riflettori” accesi su di loro.

Louise dipinge a 18 anni il suo primo ritratto della Divina Sarah, che espone al Salon di Parigi nel 1876, a 23 anni. Ottiene un successo immediato e l’opera rende famosa la pittrice, che da quel momento diventa la ritrattista ufficiale dell’attrice, ricevendo un’ondata di commissioni da clientela ricca e alla moda. Non è solo il suo famoso soggetto a portarla al successo, perché Louise ha una personalità affascinante: è sfacciata, fuma sigari, indossa abiti da uomo, è colta e vivace. Rimane amica della Divina sino alla morte di quest’ultima nel 1923.

Louise espone regolarmente al Salone degli artisti francesi sino al 1926, ricevendo apprezzamenti dalla critica. Diventa una personalità molto conosciuta e frequenta attori, attrici, aristocratici, politici, personalità di corte e giornalisti.

Lavora per diverse riviste d’arte e illustra il libro “Il mare” di René Maizeroy.

Diventa abile stampatore, scultore e designer. Scrive per riviste artistiche, illustra settimanali femminili e locandine di vario tipo.

Frequenta il salotto di Madame Madaleine Lemaire, il più brillante e affollato dell’alta borghesia dell’epoca. Marcel Proust, nel suo libro “Il salotto di Madame de…” (ed. La vita Felice) così descrive questa dama: “era una donna alta, energica, dalle sopracciglia arcuate, capelli non tutti suoi, molto belletto, un abito da sera cosparso di lustrini che sembrava indossato di gran furia all’ultimo momento e i residui di una passata bellezza”.

Louise diventa nota per i ritratti di dame dell’alta società, rappresentate con uno stile intensamente espressivo, pennellate leggere e rapide. Dipinge anche pannelli e murales che ornano importanti edifici pubblici cittadini. Usa la tecnica dell’acquarello e della pittura a olio.

Altri temi preferiti per i suoi dipinti sono le scene di genere, in pura tradizione accademica, e composizioni floreali.

A 53 anni viene insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Légion d’onore.

Muore a Parigi a 74 anni.

Suoi lavori si trovano al Museo d’Orsay di Parigi e al National Museum of Women in Arts di Washington.

Je veux” (Io voglio) il motto stampato sulla sua carta da lettere e il principio che ha guidato tutta la sua vita.

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Apparenza e realtà

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La ballata di Iza è un altro straordinario romanzo di Magda Szabò. La storia è raccontata in terza persona e vi sono quattro personaggi: Vince ed Etelka, Iza e Antal, che hanno tutti un ruolo da protagonista. Iza è il personaggio attorno a cui tutto ruota. Figlia di Vince ed Etelka, ha avuto vita difficile, perché il padre, giudice onesto, è stato destituito dal proprio incarico per aver voluto opporsi a un’ingiustizia di regime, nell’Ungheria degli anni ’40, sotto una dittatura filotedesca.

La storia inizia con la morte di Vince e la decisione di Iza, efficiente dottoressa, di portare con sé la madre a Pest. Iza pensa a tutto, si preoccupa di tutto, ma la vita con lei diventa impossibile per la madre Etelka (chiamata sempre “la vecchia”). Tutte le illusioni sulla figlia svaniscono di fronte alla durezza di questa, che controlla quello che la madre può tenere e quello che deve buttare, quello che può fare e quello che deve evitare, dove può stare e dove non deve immischiarsi. Iza apparentemente fa tutto per il bene della madre, ma non ha dolcezza e sensibilità per capirla. Etelka si rifugia nei ricordi, nel passato di difficoltà e privazioni sopportate con l’amato marito. Rivede Iza bambina e la sua determinazione nel farsi una posizione e riscattare le umiliazioni subite. Si chiude sempre più in se stessa, perdendo qualsiasi considerazione di sé sino al tragico epilogo.

Parallela alla vicenda delle due donne c’è quella di Antal, ex marito di Iza, anche lui diventato medico con grande impegno e sacrificio. Ha lasciato Iza proprio per l’incapacità di trovare in lei vero calore umano e comprensione. Iza apparentemente perfetta e altruista, in realtà è fredda, troppo controllata. Antal compra la vecchia casa di Etelka, cui è molto affezionato e cerca di salvarla, senza successo.

Altri personaggi interessanti sono l’infermiera Lidia, nuova compagna di Antal, che segue con amore gli ultimi giorni di Vince, e Domokos, scrittore e amante di Iza, che intuisce alla fine la vera natura della giovane.

In questo romanzo è notevole la capacità d’introspezione psicologica, l’alternanza di azioni e riflessioni, in un continuo confronto tra passato e presente. Un potente romanzo sulle complicazioni dei rapporti umani, sulle differenze generazionali che spesso diventano ostacoli insuperabili. Iza si accorge del bisogno di amore solo quando ha perso tutto. Solo allora, come una bambina abbandonata, Iza invoca: “per la prima volta nella sua vita. – Mamma! Papà!”. Qualcosa si è sbloccato nel suo cuore…

Una scrittura intensa e impeccabile!

Arte al femminile (298)

Il nord Europa, come ho già avuto modo di osservare, presenta nell’Ottocento pittrici di grande interesse. Spesso queste artiste hanno poca fiducia in se stesse e si affidano a uomini che valgono meno di loro, come nel caso di Marianne von Werefkin.

Marianne Von Werefkin è una straordinaria figura di donna, rappresentativa del proprio tempo. Quando si innamora di un pittore, che vale meno di lei, si convince di dover vivere in funzione del proprio compagno e abbandona la propria attività. Purtroppo la sua è una fiducia mal riposta e le fa perdere anni preziosi per la sua carriera.

Questa pittrice nasce a Tula, nella Russia zarista, nel 1860. Il padre è un generale e la madre pittrice. Marianne ha due fratelli. La famiglia è benestante e aperta alla cultura, per cui Marianne può seguire le proprie attitudini. Il talento artistico innato viene subito riconosciuto e incoraggiato dai genitori. A 20 anni studia a San Pietroburgo presso la bottega del pittore Ilya Repin, uno dei principali pittori realisti della Russia del tempo. Seguendo i suoi insegnamenti ritrae ambienti di campagna e rappresenta le difficili condizioni del popolo. Raggiunge una perfezione tale nella pittura realista da guadagnarsi l’appellativo di “Rembrandt russa”. A 28 anni si ferisce alla mano destra durante una partita di caccia: questo la costringe a cambiare la propria tecnica pittorica. S’interessa alle avanguardie e in particolare alle opere di Munch, di cui apprezza la forza espressiva.

A 32 anni la sua vita ha una svolta: conosce Alexej von Jawlensky, ex ufficiale russo naturalizzato francese, che ha aspirazioni come pittore. Marianne è convinta di avere trovato l’amore della sua vita e lo aiuta nelle sue ambizioni. Quando il padre di Marianne muore, lasciandole una piccola fortuna, lei si trasferisce con Jawlensky a Monaco di Baviera. Il suo compagno abbandona la carriera militare e i due si stabiliscono a Schwabing, il quartiere degli artisti. Il loro moderno appartamento diventa luogo di ritrovo di pittori, scrittori, rivoluzionari, musicisti, ballerini, filosofi: un salotto artistico di cui lei è incontrastata animatrice. Qui si dibattono temi della cultura simbolista, ci s’ interessa di psicanalisi e si teorizza “un’arte dell’emozione”, in contrasto con l’accademismo. Marianne cerca di valorizzare le opere del compagno, sacrificando il proprio talento. Riprende a dipingere dopo i 40 anni, aderendo all’espressionismo. Diventa amica di Kandinsky e di Gabriele Munter.

Viaggia parecchio. Va a Venezia, in Normandia, a Parigi, in Bretagna, in Provenza, interessata a una concezione del colore come veicolo di luce e a una pittura ridotta alle forme essenziali.

Durante la prima guerra mondiale viene espulsa dalla Germania, perché cittadina russa, e si rifugia in Svizzera, inizialmente a Zurigo. Le sue disgrazie non finiscono qui, perché in seguito alla rivoluzione russa perde sia la cittadinanza che i propri beni. Si guadagna da vivere disegnando manifesti pubblicitari.

Jawlensky la tradisce ripetutamente, ma Marianne lo perdona, sino alla relazione di quest’ultimo con la cameriera Héléne, da cui ha un figlio. Nel 1918 i due si lasciano e Marianne si stabilisce ad Ascona, sempre in Svizzera. Dopo che Marianne lo ha mantenuto e aiutato per decine di anni, nel 1922 Jawlensky sposa Héléne.

A 64 anni Marianne intensifica la propria attività e fonda il gruppo Orsa Maggiore.

Vive in solitudine ad Ascona, sino alla morte nel 1938, a 78 anni.

Il carisma e il talento di Marianne hanno iniziato solo recentemente a occupare il posto che meritano nei manuali di storia dell’arte.

La prima mostra monografica dedicata in Italia a questa artista si ha a Reggio Emilia nel 2001.

Ad Ascona si trova la Fondazione Marianne Werefkin, che raccoglie documenti e opere lasciati dall’artista alla sua morte.

Le sue opere sono estremamente espressive e ha un uso del colore che colpisce per la vivacità e l’intensità dei toni.

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Arte al femminile (297)

Nell’Ottocento, soprattutto nella seconda metà del secolo, il numero di donne artiste si centuplica. Parigi si riempie di giovani provenienti dalle parti più disparate d’Europa (soprattutto dai paesi del Nord, dove le artiste donne sono molto numerose) e dagli Stati Uniti. La capitale francese, cuore pulsante della cultura europea, accoglie artiste talentuose, tra le quali alcune destinate a restare nella storia..

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Venny Soldan-Brofeldt è un’altra importante pittrice finlandese. Nasce a Helsinki nel 1863, da padre svedese e madre tedesca. Il padre è direttore della Zecca della città. La lingua madre è svedese. La sua è una famiglia numerosa. Il padre scopre presto in lei doti artistiche e la incoraggia in tutti i modi. Venny frequenta la scuola tedesca a Helsinki poi a Viborg. S’iscrive alla scuola di disegno della Finnish Art Association, si reca poi a San Pietroburgo e a Parigi, seguendo un percorso caratteristico per gli artisti finlandesi. Troviamo anche lei nell’Accademia Colarossi, aperta alle donne. Viaggia in Spagna e Italia, alla scoperta dell’arte classica.

A 28 anni sposa lo scrittore Juhani Aho, con cui fa vita itinerante, sino alla nascita del primogenito. Vivono per qualche anno in un paese finlandese, Klakke. Pare che il marito abbia avuto una storia con la sorella di Venny, Tilly, mentre Venny era impegnata all’estero per lavoro. La coppia si trasferisce per un periodo in Tirolo, a Venezia e poi a Firenze, essendo Juhani Aho finito nella lista nera del governo, per i suoi scritti. Juhani Aho è membro del gruppo “Giovane Finlandia” e partecipa alle lotte sociali e politiche per opporsi alla dominazione russa in Finlandia.

Venny diventa molto attiva nei movimenti a sostegno delle donne. Continua a esercitare la propria professione, anche dopo la nascita di due figli, contrariamente a quanto succede alle donne sposate del tempo.

I temi preferiti dei suoi dipinti sono bambini e scene di paesaggi marini. Oltre alla pittura, si appassiona al disegno di gioielli, a sculture in legno e carta. Cura illustrazioni per libri per l’infanzia. Non pare interessata ai movimenti radicali del tempo e il suo è un naturalismo realistico.

Muore a Lohja nel 1945.

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