Ancora un libro per capire…

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L’amore e gli stracci del tempo

La guerra dei Balcani sembra un capitolo di storia dimenticato, nonostante tutto il dolore che ha provocato. Questo romanzo narra una vicenda romantica e dolorosa insieme. Milos e Besor sono amici nonostante il primo sia serbo e il secondo Kosovaro: condividono la passione per la medicina e la poesia. Quando Besor viene arrestato per motivi politici, Milos si fa carico di sua moglie Slavica e di sua figlia Ajkuna. Tra Ajkuna e Zatlan, figlio di Milos, nasce un amore forte e dirompente. Purtroppo scoppia la guerra del Kosovo e i due ragazzi sono brutalmente separati, dopo avere promesso di cercarsi sempre e comunque. Zatlan deve diventare militare di leva e assistere alla violenza di molti suoi compagni verso donne, bambini e anziani. Ajkuna a 15 anni vede morire suo padre, intervenuto per salvarla e viene deportata da alcuni soldati, per diventare, come tante altre donne, oggetto di continua violenza. Zatlan finisce in Italia, dove incontra Ines, che lo aiuta e s’innamora di lui. Ajkuna viene salvata e portata in Svizzera, dove partorisce Sarah e pian piano riesce a realizzarsi, diventando una donna in carriera. Quando dopo lunga attesa e ricerca riescono a ritrovarsi dopo nove anni, scoprono che l’amore è stato distrutto dagli eventi e dal tempo. Il legame idealizzato è stato per entrambi un’ancora per non impazzire, ma il destino ha deciso per loro.

In un montaggio alternato vengono descritte le vite dei due protagonisti, il loro continuo cercarsi e pensarsi, con tanti personaggi che li accompagnano nella storia.

Il romanzo è sincero, senza cadere nell’esagerazione, di una cruda semplicità, che rende vivida l’insensatezza della guerra, lacerante per la vita degli individui.

Anilda Ibrahimi è nata a Valona nel 1972. Ha studiato letteratura a Tirana. Nel 1994 ha lasciato l’Albania, trasferendosi prima in Svizzera e poi, dal 1997, in Italia. Il suo primo romanzo, Rosso come una sposa, è uscito presso Einaudi nel 2008 e ha vinto i premi Edoardo Kihlgren – Città di Milano, Corrado Alvaro, Città di Penne, Giuseppe Antonio Arena. Per Einaudi ha pubblicato anche il suo secondo romanzo L’amore e gli stracci del tempo (2009 e 2011, di cui sono stati opzionati i diritti cinematografici, premio Paralup della Fondazione Nuto Revelli). I suoi romanzi sono tradotti in sei Paesi. Nel 2012 ha pubblicato, sempre per Einaudi, Non c’è dolcezza.

Arte al femminile (207)

Tra Ottocento e Novecento anche in Italia si sviluppano sperimentazioni artistiche.

Leandra Cominazzini Angelucci nasce a Foligno (Perugia) nel 1890 in una famiglia agiata. Studia a Perugia presso il Collegio Santo Spirito, dove consegue il diploma magistrale. Tornata a Foligno si dedica alla sua passione per l’arte: spazia dal pannello murale ai vetri dipinti a smalto e a olio, alle tele, alle mattonelle, dimostrando un genio versatile. Nel 1910 sposa Ottorino Angelucci. Si dedica continuativamente all’arte fuori da Foligno più tardi, in età matura, quando i figli non dipendono più da lei. Attratta dall’avanguardia subito dopo la prima guerra mondiale, comincia a dipingere “cose strane” e aderisce al futurismo nel 1928, collaborando in particolare con il gruppo umbro e con Gerardo Dottori. La sua prima personale risale al 1930 (Galleria Fiamma di Roma). Nella I Mostra internazionale d’arte sacra a Roma espone gli arazzi Hispellum, di sua invenzione, lavorati a mano su telai speciali, per cui viene premiata a Orvieto. I suoi interessi si spostano anche ad altri settori dell’arte applicata, come la ceramica dipinta (mattonelle, brocche), il vetro dipinto, lo smalto, qualche mobile e tecniche diverse di pittura, dalla tempera all’olio, dall’encausto ai pannelli murali. Del 1931 è un’altra sua personale a Roma. S’ iscrive al Sindacato Artisti Umbri e partecipa a quasi tutte le Sindacali umbre. Dalla metà degli anni Trenta è con i futuristi. Nel 1933 esegue una grande aeropittura (poi dispersa), esposta al Premio Golfo della Spezia. Nel 1935 partecipa alla mostra della Confederazione fascista donne artiste e laureate di Napoli; nel 1936, nel 1938, nel 1940 e 1942 è alla Biennale di Venezia; nel 1939 e nel 1943 alla Quadriennale di Roma; nel 1940 al Premio Cremona per la “battaglia del grano” e alla Mostra d’oltremare di Napoli. Nel frattempo diventa amica della famiglia Marinetti, soprattutto di Benedetta. Nel 1939 firma un suo manifesto sull’Aeropoesia futurista umbra, pubblicato solo nel 1983. Dopo la seconda guerra mondiale prosegue intensamente l’attività di pittrice e creatrice di arazzi e collabora alle iniziative tese a rinverdire la memoria del futurismo. Dall’inizio degli anni Cinquanta comincia per lei un periodo molto triste, anche a causa della morte del marito. La sua pittura subisce una svolta, rivolgendosi al cosmo, ai satelliti, agli astri. Si dedica anche alla poesia. Muore nel 1981 all’età di 91 anni.

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Romanzi per capire…

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Rosso come una sposa (romanzo scritto in italiano da una scrittrice albanese) è ambientato in Albania e attraverso le vicende di quattro generazioni ci fa capire l’evoluzione di questo paese misterioso e affascinante. Si parte dagli anni di re Zog per arrivare all’età contemporanea, in un luogo dove gli opposti convivono da sempre, con una società matriarcale, in cui il potere in famiglia si raggiunge diventando suocere. Le protagoniste sono donne, legate dal colore rosso, quello che caratterizza gli abiti da sposa. La prima che incontriamo è Meliha, figura centrale nella famiglia Buronja: forte, solida. Sua figlia Saba è costretta a sposare appena quindicenne Omer, vedovo di sua sorella, per un debito di sangue. Saba diventa figura fondamentale. Con coraggio attraversa varie prove: un marito alcolizzato, i tanti figli, la guerra, l’uccisione dei fratelli da parte dei nazisti, l’avvento del comunismo, che per lei vuol dire liberazione e immersione nel sociale. La nuora Klementina rappresenta l’anima moderna, che vuole emanciparsi. La nipote Dora chiude il cerchio e diventa l’emblema di una generazione che cerca altrove la propria realizzazione, staccandosi, a volte con rimpianto, da un mondo ancestrale. Attorno a loro ruotano personaggi che ci riconducono ai codici di comportamento tipici dell’Albania.

Con uno stile scorrevole, asciutto e autoironico l’autrice ci svela un “mondo” poco conosciuto, portando al centro dell’attenzione un paese piccolo e spesso oggetto di pregiudizi. Un libro molto bello!

Anilda Ibrahimi nasce a Valona nel 1972 e attualmente risiede in Italia. Laureatasi all’Università di Tirana, lavora come giornalista. Nel 1994 si trasferisce all’estero, prima in Svizzera e poi dal 1997 a Roma. Nel 2008 pubblica in lingua italiana il suo primo romanzo: Rosso come una sposa. Seguono nel 2009 L’amore e gli stracci del tempo, nel 2012 Non c’è dolcezza. Si occupa da anni del problema dei rifugiati in Italia.

 

Arte al femminile (206)

La pittura italiana dell’Ottocento si caratterizza per la varietà di tematiche e stili. Si passa dal Neoclassicismo alle varie sfumature del Romanticismo e del Realismo. La pittura del paesaggio è espressione delle scuole regionali- dai lombardi ai macchiaioli ai pittori meridionali- sino ad arrivare al Divisionismo e Simbolismo di fine secolo. Tale varietà si collega alla realtà di una nazione che si va via via aggregando, nella complessità di differenze difficilmente amalgamabili. La pittura italiana del XIX° secolo appare, da Nord a Sud, un mosaico di movimenti, gruppi, scuole, ricche di sperimentalismi autonomi, in rapporto con la società, la letteratura e la politica del tempo. Per tanto tempo tale pittura è stata considerata minore, rispetto ad altre realtà europee. La pittura al femminile si colloca all’interno di questa varietà.

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Lia Ambrosoli nasce a Milano nel 1888. Frequenta l’Accademia di Brera, allieva prima di Ferdinando Brembilla poi di Ambrogio Alciati (impressionista), che influenza il suo stile. Debutta a Milano, alla Famiglia Artistica nel 1906, poi partecipa all’esposizione della Permanente. Nel 1914 espone alla Biennale di Brera la sua opera Spasimo. La consacrazione arriva con la presenza alla Biennale veneziana del 1920 con Senza peccato. Da questo momento partecipa regolarmente a quasi tutte le esposizioni nazionali e internazionali. Attiva tanto nella vita artistica milanese che in quella varesina, è assidua frequentatrice delle mostre organizzate dal Circolo degli Artisti insieme ai maggiori artisti varesini del tempo. Muore a Varese nel 1951.

Suoi lavori si trovano in collezioni pubbliche e private del Varesotto e del milanese, tra cui la Quadreria dei Benefattori dell’Ospedale Maggiore di Milano, la Galleria d’Arte Moderna di Milano e il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Varese.

Modesta e valorosa, studiosa del vero e del bello, ha percorso una rapida carriera, realizzando le lusinghiere promesse degli esordi.

Toni sfumati e liquidi contraddistinguono il suo stile. I soggetti dei suoi quadri sono allegorie, ritratti e nature morte.

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Infanzie difficili…

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La casa dei bambini è un romanzo che ha un avvio tragico, anche se trattato con discrezione: la morte di Catherine, di appena 11 anni, che vola una sera da una finestra. La piccola era in un istituto che accoglie bambini con gravi problemi, un centro voluto e finanziato da Jacques, personaggio carismatico, complesso. Allo scandalo per questa morte seguono polemiche e tentativi di far chiudere l’istituto da parte di chi ha interessi legati all’elegante edificio in cui sono accolti i bambini. Il Ministero della Sanità manda una propria dipendente, Margaux, a fare una discreta indagine. Margaux è un ex chirurgo, che dopo la morte del marito ha deciso di occuparsi di infanzia maltrattata. La storia prosegue unendo elementi tipici del “giallo”, aspetti psicologici, venature romantiche…

Il tutto è ambientato ad Auxerre, in Borgogna, tra distese di vigneti.

Una lettura piacevole, che affronta con delicatezza tematiche sociali importanti.

Janine Boissard nasce a Parigi nel 1932. Il padre è ispettore delle Finanze, la madre casalinga. La sua è una famiglia numerosa: ha 4 sorelle e un fratello. Già a 13 anni decide di diventare scrittrice e pubblica il primo romanzo a 22 anni. Da allora ha pubblicato più di 40 romanzi. L’affascinano storie che hanno come protagoniste donne impegnate in attività ritenute, sino a poco tempo fa, prerogative maschili. La famiglia è la tematica preferita. Ama scrivere con la sua penna, come nel passato. Ha creato sceneggiature per il cinema e la televisione.

Arte al femminile (205)

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Quirina Alippi Fabretti nasce a Urbino nel 1849, figlia del giureconsulto Luigi Alippi e di Elvira Boddi. Discepola di Nicola Ortis, poi di Giuseppe De Sanctis a Roma, studia disegno e pittura. Si trasferisce nel 1874 a Perugia, seguendo la carriera del padre, chiamato alla Corte d’Appello: qui frequenta lo studio di Francesco Moretti. Nel 1877 sposa Ferdinando Fabretti. Fa copie mirabili di alcune delle migliori immagini di Perugia. Dipinge una copia del Presepio del Perugino per una Chiesa eretta sul Monte Libano in Siria. Per la stessa chiesa realizza una pala d’altare raffigurante Santo Stefano. I suoi interni sono ammirevoli. Nel 1879 riceve una medaglia d’argento in un concorso di pittura a Perugia e diventa membro onorario dell’Accademia Reale di Urbino e dell’Accademia di Belle Arti di Perugia. Espone un “Interno della Sala Grande del Cambio di Perugia” nel 1884, a Torino. Dipinge due viste interne della chiesa di San Giovanni del Cambio a Perugia, e un interno del vestibolo della Confraternita di San Francesco. Fantasiosa, versatile, è anche poetessa. Ritratti, copie di quadri e suoi affreschi sono conservati a Perugia. Muore nel 1919 a 70 anni.

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Arte al femminile (204)

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Per un po’ di tempo abbandono la scena europea, per concentrarmi sulle artiste italiane, di cui riesco a trovare notizie, inquadrando il periodo dall’Unità d’Italia sino alla Prima Guerra Mondiale.

Alciati Evangelina nasce a Torino nel 1883 da Francesco, ingegnere, e da Caterina Silvia Aschieri, discendente da nobile famiglia anconetana. Rimane orfana di padre ancora bambina. Segue il percorso scolastico ordinario presso la scuola femminile “Domenico Berti”, dove conosce la scrittrice Carola Prosperi che così la descrive: “..conobbi Evangelina Alciati alla Scuola Femminile Domenico Berti, dove si studiava per diventare maestre… Era piccola di statura e graziosa, ma non fragile, sebbene avesse mani e piedi piccolissimi… Aveva i capelli fini come seta, di un castano bruno, molto lisci, e una ciocca le cadeva sempre sulla fronte… Portava la gonna e la camicetta come tutte noi, ma metteva spesso sotto il colletto la cravatta alla Vallière, come portavano allora gli allievi pittori, quelli che chiamavano bohémien….”

Si iscrive poi all’Accademia Albertina, dove diventa allieva di Giacomo Grosso e dove si diploma in disegno e pittura. Prima donna a frequentare quest’Accademia, qui conosce il pittore Pietro Anacleto Boccalatte, con il quale, infrangendo le regole del tempo, convive per diversi anni per sua decisione e con cui ha un figlio nel 1907, Gabriele. Prima della nascita del figlio, dal 1903 al 1906, soggiorna a Parigi, frequentando l’ambiente artistico assai vivace e aperto al nuovo, con esiti decisivi per la sua carriera di pittrice. Nel 1912 (a 29 anni) presenta alcuni ritratti all’Esposizione Internazionale di Venezia. Sue opere sono acquistate dal Museo Civico di Torino. Si trasferisce in seguito a Roma nel 1914, per un soggiorno di studio, partecipando a importanti esposizioni. Nel 1919 è di nuovo a Torino, dove è presente a un’ esposizione con Ritratto d’uomo seduto, quadro considerato dai critici come una novità in un panorama artistico abbastanza piatto. Il Ministero della pubblica Istruzione acquista la tela per 4000 lire e la si può ammirare alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. A 35 anni Evangelina è un’artista pienamente affermata, un punto di riferimento nel panorama artistico italiano. Appassionata di letteratura, ama la musica, che ascolta dal loggione del teatro, fra il pubblico ordinario. Generosa, severa con se stessa e le proprie opere, pur essendo ormai famosa, disdegna tutti gli eventi mondani. Nel 1938 il figlio Gabriele, maestro di pianoforte, muore durante un’escursione sul monte Bianco, lasciando la moglie e un figlio di 1 anno. Evangelina si chiude nel proprio dolore e anche la sua pittura rispecchia questa scelta: moltissimi gli interni di casa, i fiori, in vaso o recisi. Durante la guerra del ‘15/’18 si rifugia a Montà, ritraendo questo mondo agricolo. Tornata a Torino, nella sua casa vicino al Po e di fronte alla collina, sceglie il paesaggio come soggetto delle proprie opere. Muore nel 1959.

La sua opera continua a essere esposta in gallerie pubbliche e private. Nel 2014 viene realizzato un film sulla sua vita, La Libertà allo specchio. Ritratto di Evangelina Alciati, con la regia di Vanni Vallino. Nel 2015 le viene dedicata una mostra monografica all’Accademia Albertina dal titolo L’occhio e l’anima.

Evangelina si è interessata alle tendenze artistiche della prima metà del ‘900, dalla pittura post impressionista, all’espressionismo, alla metafisica.

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