Uomini o lupi?

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“Cosa sognano i lupi?” è un romanzo di grande attualità. Pubblicato nel 1999, quando ancora il problema del fondamentalismo islamico non era avvertito dall’opinione pubblica europea, anticipa una realtà oggi drammaticamente nota: il fondamentalismo trova terreno favorevole in contesti di emarginazione, di miseria e mancanza di alternative dignitose. Questo libro racconta la storia della progressiva adesione a un gruppo terroristico da parte di Nafa Walid, giovane di bell’aspetto, aspirante attore e autista di una ricca famiglia di Algeri. Annichilito dal fatto di essere costretto un giorno a far sparire il cadavere di una ragazzina, morta a causa del suo vizioso padrone, deluso nelle proprie aspirazioni, truffato da un amico, entra in contatto con un gruppo di fanatici. Senza lavoro, inquieto, con una famiglia numerosa e povera, si trasforma prima in uno zelante combattente contro le istituzioni e poi in un assassino spietato e senza scrupoli. Il primo omicidio è l’uccisione di un magistrato di fronte alla figlia:

“Scoprivo, con estrema brutalità, che non vi era nulla di più vulnerabile, di più miserabile, di meno consistente di un uomo. Era incredibile. Insostenibile. Rivoltante.” (pag. 288)

Superati i primi tentennamenti, Walid diventa di una ferocia disumana, la cui violenza sconvolge anche i compagni, che un po’ alla volta lo abbandonano.

Un libro durissimo nel suo realismo, sconvolgente, cui fa da sfondo un’Algeria decadente e desolata.

Yasmina Kadra è lo pseudonimo, usato per motivi di censura, dello scrittore algerino Mohammed Moulessehoul. Esiliato in Francia, ha scritto romanzi di stampo poliziesco, in cui analizza la società algerina, in bilico tra fondamentalismo feroce e classe politica altrettanto spietata.

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Arte al femminile (138)

Volgendo per un momento lo sguardo a Oriente, vediamo che nell’Ottocento il Giappone è in un periodo in cui a una centralizzazione del potere corrisponde un periodo di pace e prosperità per una nazione di circa 31 milioni di persone. L’arte si sviluppa e ha la sua influenza in Europa. Nel 1873 viene coniato il termine Japonisme, per indicare l’attrazione e l’interesse dei pittori (soprattutto francesi) verso l’arte del Sol Levante. Molte stampe giapponesi giungono in Olanda tramite la Compagnia delle Indie e sono diffuse poi in Europa. Anche in Giappone troviamo una splendida figura di artista.

Otagaki Rengetsu

Questa artista, poetessa, calligrafa, ceramista e pittrice giapponese nasce a Kyoto, antica capitale del paese, nel 1791. Figlia segreta di una geisha e di un alto funzionario, Todou Yoshikiyo, un capo-vassallo del feudo di Iga-Ueno, riceve il nome di Nobu. Poco dopo la nascita viene adottata dalla famiglia di Otagaki Teruhisa, un lavoratore (e in seguito sacerdote) presso un importante tempio della Joudo-shu, scuola buddista. A otto anni viene mandata come dama di compagnia nel castello di Kameyama a Tamba, dove studia poesia, calligrafia, ricamo, ballo, cerimonia del tè e arti marziali. Diventa una giovane di notevole bellezza, corteggiata da molti ammiratori. A 18 anni ritorna a Kyoto e viene data in sposa al samurai Mochihisa. La sua vita familiare è funestata prima dalla morte dei tre figli nella prima infanzia, dalla separazione dal marito (per gli eccessi nel bere e le continue visite alle case di piacere) e poi dalla morte del marito nel 1815. Nel 1819, a 28 anni, si risposa, ma dopo 4 anni rimane nuovamente vedova, dopo aver perso un altro figlio.

Sconvolta da queste tragedie familiari a 33 anni decide di prendere i voti. Si rade i capelli e prende il nome di Rengestu (Luna di loto). Va a vivere nei pressi del tempio Chion-in con il padre adottivo, che ha nel frattempo preso anche lui i voti. Dopo la morte del padre adottivo nel 1832, Rengestu si trova a dover cercare mezzi di sostentamento. Inizia così un intenso periodo di pellegrinaggi e soggiorni in svariati templi, dove si dedica, oltre che alla preghiera, a un’intensa attività artistica e poetica. Produce e vende ceramiche (tazze e teiere) sulle quali incide le sue poesie, brevi composizioni con versi di 5-7 sillabe (waka). Le sue opere si distinguono per l’equilibrio perfetto tra i versi e le forme, tanto che vengono molto apprezzate. I suoi lavori sono molto diversi dalla produzione ceramica dell’epoca: la semplicità e la carica poetica vengono molto apprezzati da tutti e Rengestu è costretta a cambiare spesso domicilio, per sfuggire alle pressanti richieste dei suoi committenti. Stimata e ammirata, si prodiga anche per insegnare la sua arte a giovani artisti. Moltissime le poesie da lei scritte e incise nella ceramica. Vive accontentandosi di poco e in grande umiltà. Trascorre gli ultimi anni in un piccolo padiglione del tè presso il tempio Shinko-in a Kyoto, lavorando fino all’ultimo. Muore nel 1875 a 84 anni.

Il suo lavoro combina spiritualità e materia: è considerata personalità di rilievo tra le poche artiste donne giapponesi di cui si ha notizia. Nelle poesie predilige la celebrazione di ciò che sperimenta nella vita di tutti i giorni, unendo lo spirituale con il tangibile.

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鶯は
みやこにいてし
山里に
梅ひとりこそ
咲き匂ひけれ

L’usignolo
è volato a cantare in città,
nel villaggio sui monti
un solitario pruno
fiorisce profumato.

 

 

水清
かわべにすみて
つみとがを
その日その日に
かきながさむや

Vivendo sul fiume
si lavano via i peccati
ogni giorno,
qui, dove l’acqua pura scorre.

Importanza della memoria storica…

Ho sempre ritenuto importante il giorno della Memoria, 27 gennaio, perchè sono convinta che i ricordi servano per crescere e migliorare. L’orrore ritorna ciclicamente nella storia…

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Il violinista di Schindler

Il libro racconta l’amicizia tra Judith, una ragazzina tedesca di undici anni con una grande passione per il violino, e l’ex violinista Michael Emge. Questi, con grandi e precoci doti di musicista, era stato costretto ad abbondonare il violino quando era stato deportato con la famiglia in un campo di concentramento. Dopo incredibili sofferenze, quando ormai era ridotto alla sfinimento, veniva salvato dalla morte dalla famosa “lista di Schindler”. Judith, grazie al suo violino e all’amicizia con Emge, comincia a esplorare questa tragedia della storia tedesca: insieme a lui si reca ad Auschwitz e attraverso le sue parole si rispolverano ricordi mai sopiti. Quest’uomo ha perso tutto, ma soprattutto la propria infanzia (è stato catturato a 9 anni) e un promettente futuro come violinista. Il racconto procede a due voci: l’autrice attraverso la tecnica del flashback va avanti e indietro, da quegli anni bui della guerra fino ai nostri giorni, per poi tornare in quel tremendo passato. Emge sembra aver perso la possibilità di sorridere, ma Judith gli è accanto e lo aiuta a condividere i ricordi, perché questi possano perdere un po’ del loro angoscioso peso. Una storia vera, piena di dolore e di speranza. Ci fa capire come persone normali abbiano saputo mantenersi coraggiosamente umane, anche nel periodo più tragico del secolo scorso.

Conoscere per poter capire, capire per poter suonare, e la bimba si renderà pienamente conto di quanto il mondo può essere crudele grazie alla drammatica esperienza raccontata dall’anziano. Perché la conoscenza e la memoria, il ricordo, sono le armi fondamentali per non permettere all’orrore di ripresentarsi ancora.

“Riparare non si può più. Ma forse si può migliorare il futuro e cercare, unendo le forze, di superare l’abisso fra colpevoli e vittime, e i relativi discendenti”

Angela Krumpen, giornalista radiofonica e televisiva, vive a Tonisvorst, vicino a Krefeld (Germania). Presso l’emittente Domradio di Colonia conduce la Trasmissione Menschen (Gente) da lei ideata. Ha pubblicato numerosi libri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arte al femminile (137)

Agli inizi dell’Ottocento la pittura tende sempre più a esprimere le profondità emotive delle persone. A Roma viene dato il nome di Nazareni a un gruppo di pittori romantici che si ribellano al classicismo accademico, per un’arte rinnovata, ispirata a principi religiosi o patriottici, che si rifà dal punto di vista formale allo stile degli artisti del ‘400 italiano (Raffaello, Beato Angelico, Filippo Lippi, Luca Signorelli, Perugino…). Le linee dei quadri sono ben definite, il colore crudo, steso con pennellate uniformi. Anne Marie Ellenrieder, pittrice tedesca, viene influenzata da questo movimento, che conosce durante una sua permanenza a Roma.

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Anne Marie Ellenrieder nasce a Costanza, in Germania, nel 1791. Studia miniatura con Joseph Einsle. La sua energia e il suo talento la aiutano ben presto a raggiungere fama e successo, soprattutto per gli eccellenti ritratti, il suo punto di forza. Negli anni 1822-1824 è a Roma e studia alla scuola di Johann Friedrich Overbeck, fautore di uno stile che punta alla raffigurazione dell’idea trascendente e pura, attraverso linee rigide e precise, composizioni statiche e un uso parco del colore e del chiaroscuro, finalizzato allo scopo di sottolineare il tema del dipinto. Questi aspetti artistici influenzano molto il lavoro di Anne Marie. Si interessa soprattutto di arte sacra e dopo questo viaggio inizia a dipingere per la Chiesa di Santo Stefano a Karlsruhe. Nel 1829 ottiene l’incarico di pittrice ufficiale presso la corte della granduchessa Sofia di Baden. Nel 1840 torna a Costanza e continua a produrre lavori di carattere religioso. Due suoi dipinti: I 12 anni di Gesù nel tempio del 1849 e Santa Felicita e i suoi sette figli del 1847 sono acquistati dalla regina Vittoria, interessata ai lavori di Anna Marie, in quanto il principe consorte aveva avuto modo di conoscerla durante la permanenza a Roma. Questi due quadri fanno parte della Collezione Reale di Osborne House. Nonostante il successo Marie risente di una costante vena di malinconia, dovuta anche all’acuirsi di un problema di sordità. Nel 1834 muore il padre, cui è molto legata, e questo influisce ulteriormente sul suo temperamento. Nel 1835 è di nuovo a Roma, ma i suoi lavori denotano una perdita di entusiasmo nella loro schematicità. Dopo una grave malattia, si riprende e dal 1845 ritrova entusiasmo e ottiene di nuovo successo e commissioni. La rivoluzione che sconvolge l’Europa nel 1848 porta a un calo di ordini e a un periodo di difficoltà. Marie continua comunque a dipingere ritratti di grande vivacità. Muore a Costanza nel 1863.

Si distingue per la particolare luminosità dei ritratti, l’idealizzazione delle immagini e la squisitezza del tratto.

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Menzogne in famiglia…

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La casa delle bugie: il romanzo inizia con un incontro d’amore scritto in corsivo e lasciato in sospeso. Prosegue focalizzando l’attenzione sui tre personaggi principali, rappresentati nelle loro occupazioni quotidiane. Margido, un cinquantenne rigido e compassato, si deve occupare del funerale di un diciassettenne che si è suicidato per misteriosi motivi. Suo compito è sostenere la famiglia affranta e lo svolge con cura meticolosa. Erlend è a Copenaghen e sta addobbando la vetrina di un gioielliere come fosse un’opera d’arte e veniamo a sapere che è un omosessuale, che convive con un giornalista, con il quale ha un rapporto pieno di attenzioni e tenerezza. Tor vive in una fattoria malandata, nei pressi di Trondheim in Norvegia, con la madre ottantenne Anna e un padre che disprezza. Improvvisamente la madre Anna viene colpita da un ictus e ricoverata in ospedale alla vigilia di Natale: scopriamo così che Tor, Margido ed Erlend sono fratelli e che Tor ha una figlia segreta, Torunn, di cui nessuno prima sapeva l’esistenza. Tutti si ritrovano accanto al capezzale della madre e nella vecchia casa: gretti moralismi, vecchi pregiudizi e incomprensioni riaffiorano per essere via via cancellati dall’evolversi della situazione…Il finale è un colpo di scena, scritto in corsivo, che si collega alla parte iniziale e spiega perché in quella casa ci sia sempre stato qualcosa di sbagliato, vi siano state troppe “bugie”, come dice il titolo. La narrazione è sempre in terza persona, pur dando l’impressione che siano i diversi protagonisti di volta in volta a parlare di sé.

Una storia che ho trovato avvincente, con tutto il fascino delle ambientazioni nordiche.

Anne B. Ragde nasce a Odda, in Norvegia, nel 1957. Fa il suo debutto letterario nel 1986 con un libro per bambini, Hallo. Da allora ha scritto diversi libri per bambini e giovani adulti, tra cui una biografia di Sigrid Undset, per la quale ha ricevuto il premio Brage. Il primo romanzo per adulti lo pubblica nel 1990. La sua trilogia dedicata alla famiglia Neshov l’ha imposta all’attenzione internazionale. Scrittrice straordinariamente prolifica, ha vinto numerosi premi, tra i quali i prestigiosi Riksmal Literary Prize e il Norvegian Booksellers’Prize.

In Italia sono stati pubblicati La casa delle bugie (2013) e I fratelli Neshov (2014).

Arte al femminile (136)

Antoniette-Cecile Hortense Lescot (v.n.132) ci ha lasciato deliziosi quadri che rappresentano usanze e costumi dei contadini italiani, che ha potuto osservare durante il viaggio in Italia del 1816.

Mary Millicent Chaplin descrive invece costumi e usanze degli abitanti del nord America, dove si reca nella prima metà del XIX° secolo.

Mary Millicent Chaplin: poche le notizie su quest’artista. Di origine britannica, nasce nel 1790 a Leadenham (Lincolnshire- Inghilterra). Artista dilettante, giunge in Canada nel 1838, per seguire il marito, il tenente colonnello Thomas Chaplin, di stanza a Quebec tra il 1838 e il 1842. Sempre al seguito del marito, viaggia molto in Canada e negli Stati Uniti, incontrando una straordinaria varietà di personaggi interessanti: George Etienne Cartier (importante politico), John Beverly Robinson (parlamentare canadese), William Allan (pittore scozzese)…Dipinge diverse decine di acquarelli: stampe di paesaggi di Quebec e dintorni, di Toronto, Kingston, Montreal, prospettive di New York e delle cascate del Niagara, in una specie di diario illustrato. Nei suoi acquarelli mostra interesse sia per le persone, le loro usanze e i loro costumi, che per la natura, con immagini dai colori tenui e dal tratto gentile.

Muore nel 1858.

Quasi tutte le sue opere sono contenute in un unico album, che comprende oltre 130 disegni, attualmente nella collezione degli Archivi Nazionali del Canada. Altri lavori si possono ammirare nella Sigmund Samuel Collection, presso il Royal Ontario Museum di Toronto.

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Imprevedibile infanzia…

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Eravamo bambini abbastanza è un romanzo particolare, un noir, ma nello stesso tempo una storia di formazione, che ha come protagonisti sette bambini, costretti a sopravvivere a peregrinazioni e difficoltà di vario genere: Ana, Catardzina, Leonid, Alex, Filip, Dragan e Manuel. Sono bambini rapiti da un adulto misterioso, dalla personalità contorta, chiamato appunto il Raptor, silenzioso e cupo, ma anche rassicurante e carismatico. Manuel uno dei rapiti, è la voce narrante e ci parla delle peregrinazioni in periferie degradate, delle scorribande, dei piccoli furti e delle prove da sopportare per sopravvivere. I bambini a poco a poco diventano tra loro solidali e il legame tra loro è più forte di qualsiasi altra cosa. Le regole di questa comunità rassicurano, proteggono e “contengono”, così che le famiglie diventano un ricordo lontano e la normalità sfugge, sino all’epilogo drammatico.

In questo romanzo vengono capovolti molti luoghi comuni sull’infanzia e questa viene raccontata in tutta la sua serietà, con la capacità di andare alla radice delle cose e capire cos’è il male. Nessuno è innocente.

Una storia tagliente, diretta, sconcertante, molto originale.

 Alla fine Manuel dice: “Sono passati pochi anni dalla fine di tutto, sembra un millennio. Questa storia, quello che abbiamo passato con il Raptor, è lontanissima, come se non ci fosse mai stata, come se fosse capitata a un altro oppure in un’altra dimensione. Durante il giorno me ne ricordo come un sogno. E sto tranquillo: ho dodici anni, una famiglia che ci tiene, vado bene a scuola, tutti mi guardano come uno che si è salvato per miracolo, uno che è tornato da un posto peggiore della morte. Ma certe volte mi sveglio di notte e non riconosco la stanza, corro spaventato nella camera dei miei genitori, li guardo mentre dormono e non capisco che ci faccio qui. In quelle notti per un momento mi viene in mente che la vita vera era quella, la nostra con il Raptor, e che questa – la scuola, i genitori, i regali di compleanno, la piscina – è come un giro in giostra, un esercizio finto che non allena a niente”.

Carola Susani nasce a Marostica nel 1965. Si trasferisce con la famiglia in Sicilia e dal 1985 è a Roma. Esordisce come scrittrice a 30 anni con il romanzo “Il libro di Teresa”. Ha scritto sia per i ragazzi (Il licantropo, Cola Pesce, Miti Romani, Susan la piratessa), che per adulti (Eravamo bambini abbastanza, Il libro di Teresa, Pecore vive, La terra dei dinosauri, Mamma o non mamma). Con il romanzo “Eravamo bambini abbastanza” è arrivata finalista al Premio Rapallo-Carige, ha vinto il premio per la Letteratura di viaggio L’Albatros nel 2012, ha vinto il Premio Opera di Narrativa Prata e infine il Premio Lo straniero sempre nel 2012.