Arte al femminile (105)

Ciò che più caratterizza la pittura settecentesca è la rappresentazione dell’”attimo fuggente”: l’istante legato a sensazioni o emozioni. Queste sensazioni o emozioni sono quelle in genere prodotte dall’essere in un luogo e in uno spazio specifico: guardare un chiaro di luna in riva a un lago, essere all’ombra di un accogliente boschetto in piacevole conversazione, passeggiare in campagna…

In genere le situazioni rappresentate sono di tipo mondano: feste, balletti, concerti, spettacoli, pranzi all’aperto, battute di caccia, momenti di corteggiamento. Le novità maggiori vengono soprattutto dalla Francia, nazione che si appresta, agli inizi del Settecento, ad assumere il ruolo di baricentro artistico europeo, ruolo che di fatto conserverà fino alla metà del Novecento.

I ritratti si caratterizzano per i colori brillanti, luminosi e sembrano anch’essi cogliere le persone all’interno di una situazione specifica, evidenziando un’espressione, un gesto, un contesto.

Marianne Loir nasce a Parigi nel 1715, figlia dell’orafo Nicolas Loir e di Jeanne Le Hericher. La sua famiglia è numerosa: ha quattro fratelli e due sorelle. Riceve i primi insegnamenti da Jean Francois de Troy, pittore di storia e di genere, direttore dell’Accademia di Francia a Roma, dove Marianne rimane dal 1738 al 1746. Nel 1740 sposa Pierre Caen, da cui ha una figlia, Monique Francoise. Nel 1765 lascia Parigi e va in Provenza. Diventa membro dell’Accademia di Belle Arti di Marsiglia. Ritorna a Parigi, dove muore nel 1769, a 54 anni.

Specializzatasi nell’arte del ritratto, di lei rimangono 10 dipinti certi, datati e firmati, realizzati tra il 1745 e il 1769, conservati in collezioni private.

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Arte al femminile (104)

Il Settecento sviluppa alcune tipologie di ritratto: -il ritratto d’apparato d’ascendenza barocca, -quello allegorico di ambientazione bucolica, -il ritratto realistico e borghese.

Il ritratto d’apparato si basa sulla ricchezza del costume: allegorico e galante, opera sul soggetto una metamorfosi adulatrice.

Anna Rosina de Gasc nasce a Berlino nel 1713 dal pittore polacco, di nobili origini, Georg Lisiewski (1674-1751), emigrato in Germania nel 1692. Inizialmente Anna studia con il padre, che insegna tecniche pittoriche anche agli altri figli: Anna Dorothea e Cristoph Friedrich. In seguito viene affidata alle cure del pittore Antoine Pesne, di origini francesi, diventato tra i più interessanti esponenti del rococò tedesco e pittore di corte a Berlino dal 1711. Nel 1757 Anna è nominata pittore di corte da Federico Augusto di Anhalt-Zerbst, principato tedesco della Sassonia. Durante la permanenza, durata dieci anni, in questo ambiente aristocratico, Anna dipinge una galleria di ben quaranta donne. In seguito si trasferisce presso la corte ducale di Brunswick, dove riceve una generosa borsa di studio dalla duchessa Charlotte. Nel 1769 diventa membro onorario dell’Accademia di Belle Arti di Dresda. Nel frattempo, nel 1741, sposa il prussiano David Matthieu. Alla morte di questi si risposa nel 1760 con Louis de Gasc, amico di Lessing (scrittore, filosofo, drammaturgo), insegnante di lingua e letteratura francese, dal quale ha due figli.

Anna Rosina muore a Dresda nel 1783.

La sua pittura è raffinata e gioiosa. I ritratti indicano benessere e serenità. I suoi sono ritratti d’apparato, che si adeguano alle regole del genere.

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Arte al femminile (103)

La storia della lavorazione dell’argento si perde nella notte dei tempi: i vasi d’argento più antichi sono stati ritrovati in tombe sumeriche tremila anni prima di Cristo. I Romani sono stati grandi appassionati di argenti: dopo di loro si ha un lungo periodo di decadenza fino al Rinascimento, quando l’argento ritorna prepotentemente nella vita di tutti i giorni con piatti e posate, brocche, soprammobili e candelieri. Dal terzo millennio a.C. e fino quasi al termine del XVIII secolo la lavorazione dell’argento è completamente manuale, viene cioè eseguita con l’ausilio di  semplici utensili, come martelli di varia forma e foggia, bulini, arnesi per intagliare e cesellare. La rivoluzione industriale, che ha il suo avvio in Inghilterra, porta un progressivo e profondo mutamento delle tecniche di lavorazione. Già a cavallo tra il XVIII e XIX secolo esistono macchine come il tornio e la pressa e comincia la fioritura di aziende che producono parti prefabbricate di teiere, caffettiere ed altri oggetti fatti in serie per stampaggio o fusione. Ciò non toglie che la lavorazione dell’argento rimanga un’arte raffinata, in cui si distinguono anche alcune donne, soprattutto in Inghilterra.

 

Hester Bateman nasce a Londra nel 1708, figlia di John Neden o Needham ed Elizabeth. La sua è una famiglia di modeste condizioni economiche. Non vi è alcuna traccia della sua infanzia. Pare che abbia ricevuto poca o nessuna istruzione formale. Nel 1732 sposa John Bateman, orafo e argentiere, presentatole dal fratello. Dal matrimonio nascono 6 figli. Nel 1760 il marito muore di tubercolosi, lasciando alla moglie la gestione della propria bottega artigianale. Hester assume il compito di condurre l’azienda di famiglia, con un proprio marchio “HB” ufficialmente registrato al Goldsmiths’Hall nel 1761. L’artista lavora anche per altri argentieri, per cui non tutti i suoi lavori sono facilmente attribuibili. Dal 1774 viene affiancata dai figli Jonathan e Peter. Energica e scaltra nel mondo degli affari, possiede abilità e gusto eccezionali. Usa una tecnologia molto avanzata per i tempi, in modo da competere con altre aziende similari. La famiglia si specializza in argenteria per la casa in stile neoclassico: scatole da tè, brocche, vassoi, saliere, etichette per vino, vassoi e calamai… Il suo lavoro è caratterizzato dal brillante taglio, dall’incisione precisa e dalle raffinate bordure.

Nel 1791 Hester si ritira all’età di 82 anni, lasciando ai figli il compito di continuare la tradizione familiare. Si trasferisce in casa della figlia rimasta vedova. Muore nel 1794.

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Arte al femminile (102)

L’arte si avvale di vari materiali: l’argento è un metallo duttile, che dal XVI secolo suscita l’interesse di artisti e committenti.

A partire dalla scoperta del Nuovo Mondo (1492), una grande quantità di metalli preziosi affluisce in Spagna, Olanda, Portogallo, Francia e infine in Inghilterra, favorendo l’incremento della richiesta di oggetti in argento anche da parte delle classi borghesi. Le guerre di religione europee del XVI secolo costringono i protestanti francesi (Ugonotti), che formano la media borghesia e tra cui molti sono valenti artigiani argentieri, a lasciare la Francia e a sparpagliarsi per l’Europa, dove diffondono la produzione di argenteria di alto livello artistico. L’ Inghilterra, che accoglie parecchi di questi artigiani, incomincia così a distinguersi per la capacità di produrre ed esportare argenteria verso tutti i mercati del suo vastissimo impero coloniale, gettando le basi per il predominio secolare dell’argenteria inglese. Non a caso il capostipite degli artisti argentieri in Inghilterra si chiama Paul de Lamerie. Le grandi corti imperiali europee ed extraeuropee, che dominano il Settecento, l’Ottocento e il primo Novecento, sono le committenti della migliore argenteria per adornare le proprie sontuose dimore.

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Elisabeth Godfrey nasce a Londra: suo padre è il noto argentiere e orafo Simon Pantin, ugonotto, attivo presso la corte inglese nei primi tre decenni del XVIII secolo. Elisabeth viene addestrata nella bottega del padre. Poco si sa della sua carriera, ma le sue opere sin dall’inizio godono di grande considerazione per la qualità e lo stile sofisticato. I suoi clienti sono esponenti della nobiltà e dell’alta aristocrazia londinese. Nel 1720 sposa Abramo Buteux, orafo anche lui. Nel 1731, morto il marito, continua a gestire da sola la bottega familiare. In seguito sposa Benjamin Godfrey, che pratica la stessa attività. Di Elisabeth si sa solo che è attiva sino al 1758, poi si perdono le sue tracce.

Genitorialità al femminile…

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“Mi manchi” è un romanzo in cui la voce narrante è quella di Vera, madre single di Gabriele, diciottenne con tutte le conflittualità tipiche dell’adolescenza. Poco dopo la partenza del figlio per una vacanza studio a Londra, Vera riceve una telefonata che le comunica la scomparsa del figlio. Questa sparizione porta Vera a fare un viaggio a ritroso nella propria vita e in quella di Gabriele, saltellando avanti e indietro negli anni. La sua vicenda personale si era intrecciata con i fermenti sociali del paese: un’Italia dilaniata dalle contestazioni giovanili degli anni Settanta. Gabriele è nato da un amore complicato, da un padre che non ha mai saputo di averlo. Precipitatasi a Londra, Vera inizia una ricerca che dà alla storia un’atmosfera da thriller. Piano piano la protagonista capisce che deve riappropriarsi della propria vita e diventare una madre meno oblativa e più libera: in questo percorso “interno” viene aiutata da un uomo riemerso dal suo passato e inaspettatamente ritrovato…

Un libro che offre una lucida analisi sulla genitorialità al femminile, sul rapporto madre-figlio, con spunti di riflessione significativi.

“Mi interessava esplorare un rapporto tanto forte quanto ambivalente. Lui è figlio unico e in conflitto. Lei, che ha attraversato gli anni ’70, ha ora davanti un adolescente ribelle a quella gerarchia di valori. È il figlio rompiballe, che studia poco, va allo stadio, mugugna. E che si ama comunque. La sua scomparsa è un incubo, ma anche l’altra faccia di un desiderio cupo e proibito. Durante il quale lei rivisita il suo modo totalizzante di essere madre, la dedizione e la rabbia, ma anche la sua vita e le sue scelte d’amore”.

Ippolita Avalli nasce a Milano nel 1949. Vive a Roma. Il suo esordio letterario è del 1980, quando dà alle stampe “Aspettando Ketty”. I suoi romanzi ottengono grande successo: “La dea dei baci” è finalista al Premio Strega nel 1997 e vincitore del Premio Valle dei Trulli, mentre “Nascere non basta” è vincitore del Premio Città di Bari nel 2003. Dal 1978 al 1980 fa parte del gruppo teatrale “The a tre” con il quale partecipa a numerosi festival e rassegne del post-avanguardia in tutta Europa. La Avalli è stata anche autrice teatrale e ha collaborato alla sceneggiatura di alcune scene de “La città delle donne” di Federico Fellini

Arte al femminile (101)

Nel corso del Seicento e Settecento la specializzazione per generi della pittura ha largo seguito e molte sono le opere prodotte nei diversi ambiti. Particolare evoluzione ha soprattutto il genere vedutistico. Con questo termine s’intende non solo la rappresentazione di un paesaggio (che normalmente raffigura scorci di natura: montagne, colline, laghi, cascate, vedute marine ecc.), ma un genere più ampio che comprende le rappresentazioni di città, in scorci a volte estesi, a volte molto più ristretti, quali un angolo di strada, magari con qualche scena di pittoresca vita quotidiana.

Questa divisione per temi pittorici produce riflessioni e dibattiti su quali siano i generi più o meno nobili o più o meno difficili da affrontare. Il teorico francese André Félibien des Avaux (1619-95) dice che ci sono quattro generi, che elenca secondo la seguente scala di difficoltà: la natura morta, il paesaggio, il ritratto, le pitture di storia. Il genere più semplice secondo lui è quello della natura morta, perché l’artista rappresenta solo oggetti inanimati, che può controllare nelle composizioni e nelle luci. Più difficile è dipingere un paesaggio, perché il pittore non può spostare la composizione come vuole e la luce da rappresentare è quella naturale. Di difficoltà maggiore risulta il ritratto, perché ci si deve confrontare con persone, di cui si deve cogliere anche l’aspetto psicologico. Infine la pittura di storia (opere di tipo narrativo nel campo prettamente storico o in quello religioso o mitologico o favolistico) rappresenta il grado di maggior difficoltà che un pittore possa affrontare. Nei quadri di storia infatti vi sono tutti i generi precedenti (la natura morta, il paesaggio e il ritratto), ma in più l’artista deve riprodurre il movimento, dipingere i personaggi non in posizione statica, come nei ritratti, ma nell’atto di muoversi compiendo un’azione specifica. Deve coglierne il dinamismo, aggiungendo pathos alla scena rappresentata.

La teoria espressa da Felibien, contestata da altri critici d’arte, è quella che più si avvicina al comune sentire dei pittori del suo tempo, i quali si specializzano in base a questi generi.

Francoise Duparc nasce a Murcia nel 1726, figlia di Antoine Duparc, scultore francese e di una giovane spagnola. Nel 1730 la famiglia si trasferisce a Marsiglia. Francoise viene avviata dal padre allo studio della pittura e viene ammessa come apprendista nello studio di Jean-Baptiste van Loo, ad Aix-en-Provence, dal 1742 al 1745. Si sa che viene chiamata a lavorare in diverse città europee. Partecipa a due mostre a Parigi e Londra, nel 1763 e nel 1766. A Breslavia si ferma per un po’ di tempo con la sorella Claire. Pare sia stata anche a Pietroburgo. Tornata a Marsiglia nel 1771, entra a far parte dell’Accademia di Pittura e Scultura nel 1766. Muore nel 1778.

I suoi quadri si caratterizzano per la semplicità e la sincerità con cui raffigura scene di vita quotidiana, gente comune per le strade e nelle case. A lei è dedicata una strada a Marsiglia e nel Museo della città sono conservati alcuni suoi lavori.

“Un realismo costruito con spontaneità convincente rinunciando ai facili orpelli veristici, e che si protende sui protagonisti espungendo qualsiasi indicazione di contesto ambientale o di aneddotica illustrativa, difatti sempre assente, per attenersi infine a depositare un’eredità dei vinti su concertate sinfonie di contenuto emotivo memori delle illustrazioni concepite da Vermeer o riscaldate dalle ombrose luminosità di Rembrandt.”

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Arte al femminile (100)

I ritratti sono spesso testimonianze di personaggi affascinanti che hanno lasciato la propria impronta in vari settori: sguardi dal passato, vite di cui sono rimaste pallide tracce.

Una grande donna, di cui sono rimasti ritratti di varie dimensioni, è Augusta Ada Byron, meglio nota come Ada Lovelace, matematica inglese, ricordata come la prima programmatrice di computer al mondo. Il linguaggio di programmazione Ada, finanziato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, è così chiamato in suo onore.

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Ada nasce nel 1815, unica figlia legittima del poeta Lord Byron e di Anne Isabella Milbanke, ricca ereditiera sposata dopo una lunga e chiacchierata relazione. Lady Byron è una donna atipica per i tempi: molto brillante sin da bambina, è cresciuta seguendo gli insegnamenti di un laureato di Cambridge, diventando un personaggio molto attivo nella scena intellettuale inglese, dedicandosi soprattutto alla matematica. Lord Byron la chiama “la principessa dei parallelogrammi”. Nel 1816 Anne Isabella lascia la casa del marito e torna nella casa paterna, portando con sé la piccola Ada, che ha appena un mese. La legge inglese dà al padre la piena custodia dei figli in caso di separazione, ma Byron non rivendica i diritti di paternità. Firmato l’atto di separazione, travolto dallo scandalo di una relazione incestuosa con la sorellastra Augusta Leigh, Byron lascia l’Inghilterra e muore poi in Grecia nel 1824, quando Ada ha 9 anni. Di salute cagionevole, la piccola soffre di cefalee, che le procurano problemi alla vista. A 14 anni, a causa del morbillo, rimane paralizzata e costretta a rimanere a letto per un anno. Riprende a camminare solo a 16 anni, con l’aiuto di grucce. Nonostante le malattie, Ada studia con metodo e passione. Terrorizzata all’idea che la figlia possa dedicarsi alla poesia, come il padre, Anne Isabella la indirizza allo studio della matematica, affidandola a insegnanti prestigiosi. La matematica scozzese Mary Somerville la incoraggia a proseguire gli studi matematici, infondendole i principi fondamentali delle scienze, posti in una dimensione più vicina alla sfera filosofica e poetica. Ada si appassiona allo studio della matematica, diventando “un’eminenza di prima categoria” in materia, secondo il giudizio del professor De Morgan, professore all’Università di Londra. Si dedica anche alla musica: suona il pianoforte e ama in particolare l’arpa.

Nel 1835 sposa l’ex tutore William King, conte di Lovelace, da cui ha tre bambini: Byron, Annabella e Ralph Gordon. Le gravidanze le procurano problemi di salute, che la costringono a letto per vari mesi.

Nel 1833 Ada conosce a un ricevimento il matematico Charles Babbage, inventore della macchina differenziale. Babbage lavora a una macchina di calcolo, una struttura fatta con diversi ingranaggi numerati capaci di fare calcoli. Ada è affascinata dal progetto, cui dedica i propri studi. Dopo la macchina differenziale, in grado di fare solo somme e addizioni, arriva la macchina analitica, un calcolatore in grado di fare anche moltiplicazioni, divisioni, comparazioni e radici quadrate. In un articolo pubblicato nel 1843 Ada descrive la macchina di Babbage, prefigurando il concetto di intelligenza artificiale e di programmazione. Ella intuisce che la macchina analitica possa fare molto di più: manipolare numeri che rappresentano simboli (lettere dell’alfabeto, note musicali, informazioni).

The Analytical Engine weaves algebraic patterns just as the Jacquard loom weaves flowers and leaves («la macchina analitica tesse pattern algebrici esattamente come il telaio Jacquard [uno dei primi telai automatici della storia] tesse fiori e foglie»)

Tale macchina sarà riconosciuta nel 1953 come primo modello per il computer e gli appunti di Ada come descrizione di un computer dotato di software. Ada correda la propria descrizione con un algoritmo per il calcolo dei numeri di Bernoulli, che oggi viene riconosciuto come il primo programma informatico della storia, consistente in un algoritmo codificato per essere elaborato da una macchina.

Colpita da malattia lunga e incurabile, muore a 36 anni nel 1852.

Negli Stati Uniti il 16 ottobre si festeggia l’Ada Lovelace Day, giornata in cui si celebra il contributo delle donne nello sviluppo delle tecnologie informatiche, della matematica e della scienza.

“Quando Ada aveva 12 anni voleva volare. Cercò di affrontare il problema da un punto di vista metodico, esaminando gli uccelli e provando a capire vari materiali che potevano essere in grado di diventare delle ali: carta, seta. Nel corso della sua ricerca, cominciata nel febbraio del 1828, Ada tenne traccia dei suoi studi in una guida illustrata che chiamò Flyology” (New Yorker)

Ada ci guarda dolce e maliziosa da dipinti e miniature, che evidenziano la sua grazia e femminilità