Arte al femminile (262)

Dopo una parentesi, dedicata quasi completamente alle artiste italiane dell’Ottocento (n.203-259), ritorno a esplorare la realtà europea ed extraeuropea dello stesso periodo. Come si è potuto constatare, durante l’Ottocento la presenza italiana nell’arte subisce un arresto: l’avventura si sposta a Parigi, città faro delle nuove tendenze. Nuovi fermenti percorrono anche il mondo anglosassone, di qua e di là dall’oceano.

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Susan Macdowell Eakins nasce a Philadelphia nel 1851, quinta degli otto figli di William H. Macdowell, incisore, fotografo e qualificato pittore. Sia Susan che la sorella Elisabetta mostrano un precoce interesse per l’arte, incoraggiate dal padre. Susan poi diventa anche una valente pianista.

A 25 anni incontra il pittore Thomas Eakins presso la Galleria Hazeltine: rimane colpita dal suo stile e decide di studiare con lui all’Accademia di Belle Arti della Pennsylvania, che frequenta per sei anni. Quest’Accademia è a quei tempi considerata la migliore degli Sati Uniti. Susan adotta uno stile sobrio e realistico. Ottiene come studentessa premi e riconoscimenti e si adopera perché anche le donne possano accedere a tutti i corsi dell’Accademia, compresi quelli di figura e di nudo, allora vietati alle studentesse.

Nel 1884 Susan sposa Eakins. Questi diventa direttore dell’Accademia, ma la sua decisione di utilizzare modelli per il nudo maschile e femminile per gli studenti di entrambi i generi comporta dure condanne nei suoi confronti tanto che è costretto a dimettersi dall’incarico.

Susan dipinge prevalentemente ritratti e condivide con il marito la passione per la fotografia, esponendo sue foto in varie mostre. Trascura la propria attività per fare da assistente al marito e curarne la reputazione. Dopo la morte del marito nel 1916 intensifica la sua attività. I suoi dipinti diventano più caldi e luminosi nell’uso del colore. Si appassiona all’arte giapponese, risentendone gli influssi.

Muore a Filadelfia nel 1938.

Il lavoro di Susan è stato dimenticato per anni. La prima mostra postuma risale al 1973.

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Libri per capire

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Quando Dio ballava il tango è l’insieme di 16 capitoli intitolati ciascuno con un nome di donna e introdotti dalla strofa di un tango. Ogni capitolo racconta la vicenda della donna cui è intitolato. Le storie coprono l’arco di un secolo e hanno in comune il tema dell’emigrazione italiana in Argentina dal punto di vista delle donne, quelle che partono con i loro uomini, quelle che rimangono ad attenderli spesso invano e infine quelle che con questi emigrati costruiscono una nuova famiglia in Argentina.

Sono le donne a parlare e la prima è Venturina Majna, ultraottantenne, rimasta sola nella cascina della Malpensata, in Lombardia. Un giorno riceve la visita della nipote Corazòn e della sua bambina Malena: questo offre occasione per ricordare…Corazòn appare all’inizio e alla fine del libro. Ha dovuto fuggire dall’Argentina della dittatura e il suo compagno è diventato uno dei desaparecidos: lei vive la sofferenza dello spaesamento, di chi ha perduto le proprie radici. Proprio il colloquio con Venturina le fa capire quanto sia importante l’ancoraggio della memoria, il ritrovamento della lingua materna.

Venturina è la capostipite di una schiera di donne indomite, le cui narrazioni si collocano a Buenos Aires, nella pampa, in Patagonia, nelle selve del Nord. Si apre il ventaglio della storia dell’Argentina dagli inizi del ‘900 al 2001: le crudeli repressioni degli scioperi della Patagonia negli anni Venti, la giunta militare e le sue crudeltà, la mattanza degli Indios, i desaparecidos, i rifugiati politici, i quartieri fatti apposta per gli immigrati, il culto per Evita, i mondiali del 1978…

“Penelopi rabbiose e invecchiate, le donne protagoniste, per la Pariani, di una storia personale e collettiva. Attendono invano, ma coraggiosamente (autrici di scelte durissime per mantenere la famiglia rimasta sulle loro spalle), mariti, fidanzati, fratelli, figli, partiti per la «Mèrica» per sfuggire alla fame. Seguono le sorti dei familiari caricando i pochi averi su un carretto per il viaggio della speranza oltreoceano. Rimangono gravide «sotto l’inferno del sole del mezzogiorno», rassegnandosi, per anni, per sempre… alla fuga dell’uomo quando «gli passa la fregola». E le speranze disilluse di queste donne paiono rispecchiare il destino (certo sognato, ricco di opportunità e di benessere, durante l’attraversamento sul «barco» che le portava nel paese latinoamericano) di una nazione e di un popolo che, nel giro di qualche decennio, precipita, invece, nel baratro del golpe de estado e della dittatura, e che assiste impotente alla tragedia dei desaparecidos, prima, e nella contingente e gravissima crisi economica, poi.”

Un libro bellissimo, secondo me, che usa una lingua espressiva, ibrida, con modi colloquiali, parole lombarde, espressioni spagnole, a confermare questo vivere in mondi lontani, uniti dal ricordo, dalla nostalgia, dalla speranza, dalla sofferenza.

Laura Pariani nasce a Busto Arsizio nel 1951. Trascorre l’infanzia a Magnago, in un ambiente contadino. Nel 1966 compie con la madre un viaggio in Argentina, alla ricerca del nonno, partito 40 anni prima per motivi politici e mai più tornato. Questa esperienza la segna profondamente e crea un legame particolare, affettivo, con la terra argentina. Si laurea in filosofia alla Statale di Milano. Negli anni ’70 lavora nel campo della pittura, del fumetto, del teatro. Negli anni ’80 e ’90 si dedica all’insegnamento. Comincia a impegnarsi nella narrativa nel 1993, pubblicando Di corno e d’oro. Ha scritto svariati romanzi e ha vinto alcuni dei più prestigiosi premi letterari, tra cui più volte il Premio Selezione Campiello. Disegna, e scrive per il teatro: alcuni dei suoi testi teatrali (Suor Transito, 2006; La voladora, 2007; Senza mai levar la schiena, 2008) sono rappresentati anche all’estero. È tradotta nei principali paesi stranieri.

 

Arte al femminile (261)

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Jennie Augusta Brownscombe nasce nel 1850 presso Irving Cliff in Honesdale, Pennsylvania, unica figlia dell’agricoltore William Brownscombe, originario del Devonshire, in Inghilterra e di Elvira Kennedy. Il padre pare sia immigrato in America intorno al 1840, mentre la madre è discendente di uno dei padri pellegrini della Mayflower, storica nave giunta in America nel 1630.La storia della famiglia materna la spinge a diventare membro attivo dell’associazione “Figlie della rivoluzione americana” e della “Società Storica dei discendenti della Mayflower”. Sua madre, scrittrice e artista di talento, promuove l’interesse della figlia per la poesia e l’arte. Come studentessa di scuola superiore Jennie vince premi ad alcune manifestazioni locali. Dopo la morte del padre, per poter continuare gli studi, crea illustrazioni per libri e riviste. Si reca a New York per studiare arte e poi a Parigi nel 1882. Tornata negli Stati Uniti, un infortunio a un occhio le impedisce di dipingere sino al 1884. Trova lavoro in uno studio di New York. Con la madre mantiene uno stretto rapporto e va spesso a trovarla, sino alla sua morte nel 1891.

Tra il 1885 e il 1896 la troviamo a Roma, dove incontra l’artista George Henry Hall, che diventa suo compagno e suo mentore. Con lui lavora a New York, sino alla morte di lui nel 1913. Lo stile di Hall influenza la sua tecnica e il suo uso del colore.

Jennie segue costantemente corsi di specializzazione, iscrivendosi nel 1878 all’Accademia Nazionale di Design. Lavora come illustratrice di libri e riviste, scrive articoli sull’arte, insegna presso la “Art Students League”.

La sua voglia di imparare sempre di più la spinge a tornare in Europa, a studiare a Parigi con Henry Mosler, pittore di genere appassionato di storia.

Muore a Bayside, New York, nel 1936, a 85 anni.

Jennie ha fatto ritratti e quadri di genere. I suoi dipinti sono stati esposti a New York, Philadelphia, Chicago e Londra. Ha venduto i diritti di autore per più di 100 opere, prodotte per biglietti di auguri, calendari e stampe.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX , negli Stati Uniti, circa l’88% degli abbonati a riviste e periodici è costituito da donne, per cui gli editori assumono artiste per creare illustrazioni che rappresentino il mondo in una prospettiva femminile. Jennie presenta nelle sue illustrazioni scene di vita familiare, soprattutto legate al mondo rurale, rappresentazioni della maternità, immagini romantiche. La storia della sua famiglia la spinge poi a rappresentare episodi di carattere storico, legati soprattutto alla nascita degli Stati Uniti e che riflettono la versione idealizzata di quell’evento, così come era entrato nella memoria collettiva del tempo. Le donne dei suoi quadri sono aggraziate ed eleganti, sorridenti e positive, anche nei momenti di fatica.

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Arte al femminile (260)

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Catherine Madox Brown nasce a Londra nel 1850, prima figlia del pittore Ford Maddox Brown e di Emma Hill, sua seconda moglie.

Riceve i primi insegnamenti dal padre e dai suoi assistenti, aderenti al movimento preraffaellita (v.n.148). Nel 1869, a 19 anni, presenta il suo primo lavoro alla Royal Academy. Nello stesso anno espone alla Dudley Gallery un ritratto della pittrice Ellen Epps. Nel 1870, sempre alla Royal Academy, presenta Thinking e, nel 1872, Mrs Alma-Tadema , dimostrazioni della sua bravura nell’arte del ritratto.

Nel 1873 sposa lo scrittore Francis Hueffer, critico musicale e traduttore di origini germaniche, da cui ha due figli: Ford Maddox e Oliver Maddox che diventeranno entrambi scrittori.

Dopo il matrimonio espone a Liverpool e a Manchester. Lavora molto e compie il classico viaggio in Europa, per arricchire la propria cultura artistica.

Catherine rimane vedova nel 1889 e ritorna nella casa paterna. Purtroppo nel 1890 muore la madre e nel 1893 il padre. Questi lutti gravano sul suo spirito e sulla sua arte. Catherine non riesce a raggiungere i traguardi che si era prefissa come artista.

Muore a Londra nel 1927.

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Libri per capire

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Le ragazze rapite è un libro che va letto, per capire la reale situazione delle donne vittime del gruppo terroristico Boko Haram e non solo.

“Possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne” scrive l’autore, giornalista della “Die Zeit”.

In questo libro-reportage si alternano interviste fatte a 14 donne che hanno vissuto la tragedia del rapimento e notizie sulla situazione in Nigeria, con particolare riguardo alle cause e agli sviluppi del terrorismo.

Sono migliaia le donne che il gruppo terroristico Boko Haram ha trascinato nella foresta di Sambisa, nel nord est della Nigeria, dopo aver massacrato gli uomini. Tra queste ci sono le 276 studentesse del villaggio di Chibok, note perché il loro rapimento, avvenuto nell’aprile 2014, ha suscitato indignazione internazionale. Molte invece le storie rimaste sconosciute, come quella di Rabi, la cui fotografia appare in copertina. Rabi, 13 anni, del villaggio di Gubla, è una delle tante giovani rapite: aveva terminato la classe quinta, è stata catturata, costretta a sposare un miliziano, che le ha lacerato la schiena a bastonate quando lei ha tentato di scappare e che prima aveva ucciso i suoi genitori.

La Nigeria viene descritta come un paese dove “la piaga che miete più vittime è la corruzione”. L’ascesa del gruppo terroristico è avvenuta grazie alla complicità dei politici del nord-est del paese e alla promessa di un cambiamento radicale portato dalla sharia. Questo reportage offre un quadro molto interessante sulla vita dell’organizzazione, le sue complicità e alleanze.

Le intervistate sono riuscite a scappare, ma la loro vita non è migliorata, perché le comunità di origine le guardano con sospetto, odiano i figli che hanno avuto dai mariti loro imposti. Alcune vengono chiuse in campi di “deradicalizzazione”, che sono vere e proprie prigioni. Né i cristiani né i musulmani vogliono proteggerle, per paura di ritorsioni da parte dei terroristi.

Un libro che suscita tristezza, rabbia e lascia grande inquietudine. Ci si rende conto di sapere ben poco di quello che succede in Africa e quel poco non tocca i problemi fondamentali…

“Questi racconti sono molto di più: sono testimonianze di prima mano di ciò che è accaduto a queste donne.”

“Ci fanno entrare nelle loro vite, che altrimenti, nonostante internet e la globalizzazione, rimarrebbero estranee e lontane da noi. Ci conducono lungo i vicoli dei loro villaggi, di cui spesso non sappiamo neanche pronunciare il nome e che sono indicati soltanto su poche mappe. Sono racconti dolorosi. Anche perché ci rivelano quanto sia ancora limitata la nostra prospettiva. Quanto sia ristretto lo spazio delle nostre percezioni. Quanto sia misera la comprensione che abbiamo di questo mondo e di questo tempo che chiamiamo “nostro”.

“Il flagello di Boko Haram finora non ha toccato l’Europa e l’America, apparentemente troppo lontane. Ma la maggior parte degli osservatori internazionali è concorde nell’affermare che un giorno questa setta attaccherà anche in Occidente. Perciò noi occidentali non dobbiamo ignorare il terrorismo di Boko Haram. Se distogliamo lo sguardo dal sangue altrui, prima o poi ci ritroveremo a fissare il nostro. E possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne.”

“L’unica cosa che mi è rimasta è il mio nome”, dice Sadiya. “Tutto il resto me l’hanno portato via. Adesso sono un’altra. Lo sento. Sono qualcuno che non riconosco”. E Sakinah: “Io non mi sento più la stessa. Ho difficoltà a concentrarmi. Ho paura degli spazi aperti, per esempio le piazze molto grandi e le strade ampie. E di notte faccio sempre degli incubi, sogno spesso che Shekau mi stia seguendo”.

Combattere con se stessi…

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La sciagurata ha due temi che s’intrecciano: quello dell’anoressia e quello della maternità. Silvia, la protagonista, inizia a 16 anni a considerare il cibo come un nemico. Diventata terribilmente magra, si sente bene in un corpo emaciato e si considera forte, proprio perché riesce a sconfiggere il cibo, considerato nemico implacabile. Diventata donna, si trasferisce da Roma a Milano. Ha una relazione con Andrea “bellafaccia”, giovane regista di successo, ma rimane in lei un profondo malessere, che niente sembra colmare. Diventa bravissima in cucina ed è in grado di preparare piatti deliziosi, con cui si gratifica nei momenti difficili, salvo poi pentirsi e correre in bagno per fare di tutto per vomitare e liberarsi dal senso di colpa di avere ceduto alle lusinghe del cibo. La svolta avviene quando si accorge di essere incinta: Andrea non vuole la responsabilità di un figlio e Silvia inizialmente pensa di abortire, ma poi non ha il coraggio di farlo. Lascia Andrea senza dirgli niente e ritorna a Roma. Nella vecchia casa trova un avviso di sfratto, non ha lavoro e i genitori, separati da anni, sono entrambi all’estero. Attorno a lei ruotano personaggi maschili di diverso spessore: Andrea, lontano ed egoista; un professore-mentore che si innamora di lei; un giovane sensibile e affettuoso conosciuto tramite una rubrica di posta del cuore; il pediatra che l’ha aiutata da ragazzina, che la capisce e la aiuta anche nell’attuale situazione. La nascita di Maria costituisce una svolta per Silvia, che inizia un nuovo percorso di vita e per fare questo va lontano da tutto e da tutti…

Un bel romanzo, avvincente, che tratta con delicatezza tematiche impegnative.

Perché la sai una cosa? Da un male come questo non si guarisce mai. Non ti fidare di quelle che dicono di averlo superato, sono delle ipocrite, perché non è vero, hanno tutte un po’ di nostalgia. Ora stanno meglio, dicono. Macché : venderebbero la madre, pur di riavere la loro meravigliosa e spaventevole consistenza di spettro…”

Annalisa Angelucci nasce a Roma e lavora per parecchi anni per la RAI. Scrittrice e giornalista, attualmente vive a Nancy. “La sciagurata” è il suo primo romanzo e viene pubblicato nel 1995.