Arte al femminile (194)

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Louisa Starr Canziani nasce a Liverpool nel 1845, da famiglia di origine americana. Studia presso la Royal Academy, dove espone il suo primo lavoro nel 1866. Riesce a entrare in Accademia superando una dura selezione: solo 2 concorrenti vengono ammessi su 38 partecipanti. Ha solo 16 anni quando entra in Accademia ed è l’allieva più giovane, oltre che una delle poche donne che sono riuscite ad accedere a questa prestigiosa istituzione. Firma i suoi lavori con la sigla L.Starr, per mascherare la propria femminilità. Deve superare molti pregiudizi per essere accettata come gli altri allievi. Ottiene comunque vari riconoscimenti, tra cui una medaglia d’oro per un dipinto a carattere storico del 1867. Durante una visita a parenti in Italia, a Milano, conosce Enrico Canziani, un cugino italiano, un ingegnere civile che ha impiantato una raffineria di zucchero e vari cantieri per prodotti chimici. I due si sposano a Dover nel 1882 e il marito incoraggia Louisa nell’attività artistica, dandole tutto il suo appoggio. Accetta di trasferirsi in Inghilterra, dove Louisa ha più possibilità di lavoro e fa lui frequenti viaggi in Italia, per seguire i propri affari. La figlia Estella Canziani diventerà a sua volta un’artista. Louisa frequenta i più importanti artisti dell’epoca e fa un’intensa vita sociale. Nel 1893 presenta suoi lavori all’Esposizione Universale di Chicago. Il quadro “Sintram e sua madre” viene incluso nel libro “Women painters of the world”.

Muore a Londra nel 1909.

Dipinge soprattutto ritratti e scene di genere. Firma spesso i suoi quadri con un piccolo pittogramma a forma di stella.

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Arte al femminile (193)

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Annie Robinson Swynnerton nasce nel 1844 a Hulme, Manchester, da Francis Robinson, avvocato e da Ann Sanderson. Vive in una famiglia numerosa, con 6 sorelle. Inizia a dipingere acquarelli sin da ragazza, per integrare il reddito familiare. Anche le sorelle Emily e Julia hanno notevoli doti artistiche, mentre un’altra sorella, Adela, sposerà uno scultore. Ciò dimostra che l’arte in casa Robinson è tenuta in grande considerazione. Si forma alla Scuola d’Arte di Manchester dal 1871. Qui vince una borsa di studio per un dipinto a olio e acquarello. Dal 1874 al 1876 la troviamo a Roma, dove prende lezioni di pittura insieme all’amica e collega Susan Isabel Ducre presso L’Accademia di San Luca. Insieme le due artiste si recano poi a Parigi, dove frequentano l’Accademia Julian dal 1877 al 1880. Annie si ferma a Manchester dal 1880 al 1882 e quindi per qualche periodo a Londra. Insieme a Isabel e ad altre artiste locali fonda a Manchester la Società delle Donne Pittrici, per fornire uno spazio e strutture che permettano alle donne artiste di lavorare insieme e fare studio dal vero. Durante un soggiorno a Roma incontra lo scultore Giuseppe Swynnerton, che sposa nel 1883, a 39 anni. A Roma rimane, tranne qualche parentesi inglese, sino alla morte del marito nel 1910. Nel periodo romano i suoi quadri risentono dell’amore per la pittura rinascimentale. Tornata in Inghilterra espone alla Royal Academy, ottenendo notevole successo: i suoi quadri sono acquistati da personalità di spicco del mondo dell’arte. Nel 1922 viene eletta come membro associato della Royal Academy, grande privilegio per quei tempi.

Si segnala come femminista e suffragetta, lottando per il riconoscimento dei diritti civili delle donne. Nel 1923 espone in importanti gallerie e sue opere entrano nei musei nazionali inglesi. La sua vista si deteriora progressivamente, ma Annie resiste indomita e continua a dipingere e a esporre alla Royal Academy. Muore nel 1934, nella sua casa a Hayling Island, vicino a Portsmouth, dove si è trasferita per il clima migliore rispetto a quello di Londra. Sulla pietra della sua tomba si legge. “Ho conosciuto l’amore e la luce del sole, che altro si può chiedere di più?”

Dipinge soprattutto ritratti, figure e scene allegoriche. Annie dichiara che “vitalità” è la parola che meglio riassume il suo lavoro. Nelle raffigurazioni di bambini, soprattutto in quelli rappresentati all’aria aperta, ha voluto esprimere la giovinezza del suo cuore, la gioia di vivere e l’abbandono al fascino di luce e colore. Particolare è il quadro Il senso della vita che mostra un angelo che sembra aver trovato il paradiso in terra in tutto ciò che vede, forse una raffigurazione di come si sente Annie nel suo ruolo di artista visuale.

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I suoi lavori si trovano in collezioni private in Inghilterra, Scozia e all’estero, oltre che in vari musei (Cheltenham Art Gallery, Tate Galery, Manchester Art Galery, Nottingham City Museums, Dublin City Gallery…).

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Arte al femminile (185)

Tornando alla situazione italiana nell’Ottocento, si osserva lo stretto legame tra le vicende risorgimentali e il mondo della cultura in genere (v. numeri dal 163 al 170 e n.180). Un aspetto poco esplorato del Risorgimento è il ruolo svolto dalle donne. C’è una Carboneria (società segreta risorgimentale) al femminile, La Società delle Giardiniere, termine con cui erano chiamate tutte le donne che, appartenenti alla Carboneria, invece che radunarsi nelle cosiddette “vendite” si incontravano nei loro “giardini”. Cambia la terminologia, ma non la sostanza: ogni raggruppamento, “giardino” formale o “aiuola”, era composto da nove donne e, per entrare a farvi parte, queste dovevano superare un lungo periodo d’indagine. La fase iniziale era quella di “apprendista”: il motto era “Costanza e Perseveranza”, e si potevano conoscere i programmi operativi in atto. Dopo un lungo tirocinio si diventava “Maestra Giardiniera”: il motto era “Onore e Virtù” e le donne erano autorizzate a portare un pugnale tra calza e giarrettiera. Segno di riconoscimento era disegnare con la mano un semicerchio, toccandosi la spalla sinistra, poi quella destra e alla fine battere tre colpi sul cuore. La Società delle Giardiniere cominciò ad agire in Lombardia durante e dopo il marzo del 1821. Tra le donne impegnate a vario titolo nelle lotte risorgimentali troviamo anche pittrici di talento.

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Ernesta Legnani Bisi nasce a Milano nel 1788. Donna dai molteplici interessi è pittrice, insegnante di disegno, attiva nei circoli culturali e politici della Milano anti asburgica, vicina alle Giardiniere. Ernesta studia all’Accademia di Brera e suo maestro è il celebre incisore Giuseppe Longhi: nel 1810, a 22 anni, vince il premio per il disegno. L’anno dopo sposa Giuseppe Bisi, pittore genovese e professore presso la stessa Accademia, da cui ha cinque figli. Ernesta con questo matrimonio entra in una famiglia di artisti: il suocero è Tommaso Bisi, detto Bizzarri, il cognato Michele è pittore, così come il nipote Luigi, figlio di Michele. I Bisi sono artisti di successo, hanno a Brera una bottega molto rinomata: i loro clienti sono nobili, re e imperatori. Nel 1829 i due coniugi compiono un viaggio a Roma che offre nuovi stimoli per soggetti paesaggistici. Tornati a Milano, Giuseppe ottiene nel 1838 la cattedra di Pittura del paesaggio, appena istituita all’Accademia di Brera. Ernesta invece deve coniugare famiglia, amicizie, attività artistica e insegnamento: è incisore, acquerellista, pittrice e predilige la ritrattistica. Educa all’arte le due figlie Antonietta e Fulvia. Antonietta diventa allieva di Hayez, con una predilezione per il ritratto, e, come la madre, si dimostra una convinta e ardente patriota partecipando alle Cinque Giornate di Milano. Fulvia invece preferisce la pittura paesaggistica d’impronta romantica. Un’altra allieva di Ernesta è anche la brillante Camilla Guiscardi Gandolfi, che espone a Brera a soli 15 anni e diverrà poi “pittrice onoraria” di Carlo Alberto. L’allieva più cara (alla quale dedica un ritratto) è Cristina Belgioioso, con la quale condivide gli ideali e la determinazione delle Giardiniere. Ha come amica la straordinaria Bianca Milesi Moyon. Ernesta e la Milesi sono considerate tra le donne più illustri della Milano del tempo. Ernesta muore a Milano nel 1859 all’età di 71 anni.

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Arte al femminile (155)

“In questi luoghi bisogna assolutamente diventare artisti“: così diceva Johann Wolfgang von Goethe riferendosi all’Italia. Il “viaggio in Italia” è per secoli una costante nella vita artistica di letterati e pittori. Molti di loro vi rimangono per anni, altri scelgono la penisola come seconda patria. Il fascino della sua storia, la luce brillante dei suoi cieli, i paesaggi multiformi, la natura varia e ancora selvaggia, la vita agreste sono motivi che generazioni di pittori cercano di immortalare con un olio, un acquerello, un dipinto, un cartone, uno schizzo. Per alcuni pittori stranieri dell’Ottocento ritrarre l’Italia vuol dire anche inseguire un ideale di bellezza senza tempo, come accade ad Anselm Feuerbach (pittore tedesco, importante esponente della pittura neoclassica), che lo trova nel volto della modella romana Anna Risi, da lui ritratta più volte. La bellezza delle donne ciociare affascina molti artisti e Rodin (scultore e pittore francese) le ritiene le migliori modelle del mondo.

Corpi pieni e scattanti, movenze eleganti, volti intensi e una non comune capacità di svelarsi all’artista. Così una piccola zona dell’Italia centrale fornì all’Europa artistica i migliori soggetti artistici per pittori. Non era un caso: era la statuarietà dei corpi di questa gente, l’acutezza dello sguardo, la carnagione ambrata, la pelle levigata. Una bellezza intensa, territoriale.

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Anna “Nanna” Risi rappresenta l’antitesi delle modelle preraffaellite (v.post precedenti): bellezza bruna imponente, dal volto severo ed elegante, con grandi occhi scuri dallo sguardo enigmatico, viene scoperta dal pittore inglese Frederic Leighton durante la sua permanenza a Roma nel 1858. Egli la ritrae in quattro dipinti e la fa entrare nel mondo degli artisti del tempo come ricercata modella. Anna, moglie di un ciabattino di Trastevere, diventa musa ispiratrice, modella e poi amante del pittore tedesco Anselm Feuerbach, per il quale lascia marito e figli. Comincia per lei un periodo di vita agiata e di splendore artistico che dura cinque anni. In lei il pittore trova la personificazione dei suoi ideali di bellezza. La ritrae in mille modi, affidandole di volta in volta ruoli sacri o profani, alternando idealizzazione e sensualità quasi erotica. Per la sua modella disegna abiti e gioielli, che sarti e orefici realizzano fedelmente. Anna però è infedele e ha una storia con un giovane modello, abbandonando il Feuerbach: quando, pentita, tenta di riconciliarsi con il pittore, viene da questi respinta. Si narra che, abbandonata da tutti, diventi povera e sola e che il Feuerbach, avendola notata un giorno a chiedere l’elemosina per strada, l’abbia volutamente ignorata e sia passato oltre, senza fermarsi.

Di lei restano le tele che la ritraggono e da cui ci guarda con occhi malinconici.

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Arte al femminile (137)

Agli inizi dell’Ottocento la pittura tende sempre più a esprimere le profondità emotive delle persone. A Roma viene dato il nome di Nazareni a un gruppo di pittori romantici che si ribellano al classicismo accademico, per un’arte rinnovata, ispirata a principi religiosi o patriottici, che si rifà dal punto di vista formale allo stile degli artisti del ‘400 italiano (Raffaello, Beato Angelico, Filippo Lippi, Luca Signorelli, Perugino…). Le linee dei quadri sono ben definite, il colore crudo, steso con pennellate uniformi. Anne Marie Ellenrieder, pittrice tedesca, viene influenzata da questo movimento, che conosce durante una sua permanenza a Roma.

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Anne Marie Ellenrieder nasce a Costanza, in Germania, nel 1791. Studia miniatura con Joseph Einsle. La sua energia e il suo talento la aiutano ben presto a raggiungere fama e successo, soprattutto per gli eccellenti ritratti, il suo punto di forza. Negli anni 1822-1824 è a Roma e studia alla scuola di Johann Friedrich Overbeck, fautore di uno stile che punta alla raffigurazione dell’idea trascendente e pura, attraverso linee rigide e precise, composizioni statiche e un uso parco del colore e del chiaroscuro, finalizzato allo scopo di sottolineare il tema del dipinto. Questi aspetti artistici influenzano molto il lavoro di Anne Marie. Si interessa soprattutto di arte sacra e dopo questo viaggio inizia a dipingere per la Chiesa di Santo Stefano a Karlsruhe. Nel 1829 ottiene l’incarico di pittrice ufficiale presso la corte della granduchessa Sofia di Baden. Nel 1840 torna a Costanza e continua a produrre lavori di carattere religioso. Due suoi dipinti: I 12 anni di Gesù nel tempio del 1849 e Santa Felicita e i suoi sette figli del 1847 sono acquistati dalla regina Vittoria, interessata ai lavori di Anna Marie, in quanto il principe consorte aveva avuto modo di conoscerla durante la permanenza a Roma. Questi due quadri fanno parte della Collezione Reale di Osborne House. Nonostante il successo Marie risente di una costante vena di malinconia, dovuta anche all’acuirsi di un problema di sordità. Nel 1834 muore il padre, cui è molto legata, e questo influisce ulteriormente sul suo temperamento. Nel 1835 è di nuovo a Roma, ma i suoi lavori denotano una perdita di entusiasmo nella loro schematicità. Dopo una grave malattia, si riprende e dal 1845 ritrova entusiasmo e ottiene di nuovo successo e commissioni. La rivoluzione che sconvolge l’Europa nel 1848 porta a un calo di ordini e a un periodo di difficoltà. Marie continua comunque a dipingere ritratti di grande vivacità. Muore a Costanza nel 1863.

Si distingue per la particolare luminosità dei ritratti, l’idealizzazione delle immagini e la squisitezza del tratto.

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Arte al femminile (109)

Il secolo che intercorre tra il 1667 e il 1763 fu tormentato da un susseguirsi di guerre pressoché continue. La Francia fu in guerra per 53 anni, l’Inghilterra e l’Olanda per circa 40, la Russia per 33 anni. Non erano più, come nei secoli passati, guerre di religione, il cui scopo era l’annientamento dell’avversario e della sua fede. Le guerre di questo secolo furono guerre esclusivamente territoriali, cioè guerre il cui scopo era il possesso di aree in Europa o nelle colonie per stabilire un nuovo equilibrio tra gli Stati. Da questo punto di vista, è evidente che anche l’insediamento di una dinastia o di un’altra su un trono vacante assumeva lo stesso valore di una conquista territoriale. Le grandi famiglie regnanti in Europa erano tutte imparentate tra loro e sovente, in assenza di eredi diretti, in molti potevano rivendicare il trono. Le guerre di successione del Settecento furono dei pretesti per modificare i rapporti di forza tra gli Stati.

L’arte rispecchia i tempi e molti sono i dipinti di carattere “documentario”. I ritratti e le nature morte rimangono generi considerati adatti alle donne artiste, cui sono precluse spesso altre esperienze. I ritratti diventano sempre più personalizzati, svincolati da modelli ufficiali.

 Ulrica Frederika Pasch nasce a Stoccolma nel 1735. La sua è una famiglia di artisti: il padre è il pittore Lorenz Pasch il Vecchio, la madre è Anna Helena Beckamn. Suo nonno, il pittore Dancward Pasch è emigrato in Svezia da Lubecca. Dopo la morte del nonno nel 1727, lo studio di famiglia viene gestito dalla nonna Judith Larsdotter, fino a quando non viene rilevato dallo zio paterno Johan Pasch nel 1734. La cugina Margareta Stafhelle è un’ artista esperta in calcografia.

Avendo dimostrato talento precoce, come succede normalmente in questi casi, Ulrica viene addestrata dal padre nell’arte della pittura. Il padre non riesce ad adattarsi al nuovo stile pittorico e la famiglia ha molte difficoltà economiche, tanto che Ulrica, dopo la morte della madre nel 1756, diventa governante nella casa di uno zio materno rimasto vedovo, l’orafo Gustaf Stahell. Lo zio le permette di dipingere e Ulrica diventa una ritrattista che riceve molte commissioni. Con i proventi della vendita dei suoi quadri riesce a mantenere il padre e la sorella Hedvig Lovisa. Nel 1766 il fratello Lorenz, pittore professionista, torna in Svezia, dopo un lungo periodo passato all’estero. I due fratelli iniziano a lavorare insieme. Si dice che collaborino in armonia, con reciproco rispetto. Ulrica muore nel 1796, a 60 anni.

Ulrica ha avuto una carriera attiva e piena di successo fino alla morte, servendo sia i membri della corte svedese che l’aristocrazia locale. Viene descritta come persona umile, accomodante e divertente. Non si stancava mai e aveva grande pazienza. Non era bella, ma aveva una grazia accattivante.

Ulrica ha fatto parte Dell’Accademia Reale Svedese delle Arti dal 1773, ma, a differenza dei colleghi uomini, non ha mai ricevuto una pensione dalla corona, nonostante i ripetuti appelli fatti in proposito.

Suoi lavori si trovano in collezioni private e nel Museo Nazionale di Stoccolma.

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Arte al femminile (101)

Nel corso del Seicento e Settecento la specializzazione per generi della pittura ha largo seguito e molte sono le opere prodotte nei diversi ambiti. Particolare evoluzione ha soprattutto il genere vedutistico. Con questo termine s’intende non solo la rappresentazione di un paesaggio (che normalmente raffigura scorci di natura: montagne, colline, laghi, cascate, vedute marine ecc.), ma un genere più ampio che comprende le rappresentazioni di città, in scorci a volte estesi, a volte molto più ristretti, quali un angolo di strada, magari con qualche scena di pittoresca vita quotidiana.

Questa divisione per temi pittorici produce riflessioni e dibattiti su quali siano i generi più o meno nobili o più o meno difficili da affrontare. Il teorico francese André Félibien des Avaux (1619-95) dice che ci sono quattro generi, che elenca secondo la seguente scala di difficoltà: la natura morta, il paesaggio, il ritratto, le pitture di storia. Il genere più semplice secondo lui è quello della natura morta, perché l’artista rappresenta solo oggetti inanimati, che può controllare nelle composizioni e nelle luci. Più difficile è dipingere un paesaggio, perché il pittore non può spostare la composizione come vuole e la luce da rappresentare è quella naturale. Di difficoltà maggiore risulta il ritratto, perché ci si deve confrontare con persone, di cui si deve cogliere anche l’aspetto psicologico. Infine la pittura di storia (opere di tipo narrativo nel campo prettamente storico o in quello religioso o mitologico o favolistico) rappresenta il grado di maggior difficoltà che un pittore possa affrontare. Nei quadri di storia infatti vi sono tutti i generi precedenti (la natura morta, il paesaggio e il ritratto), ma in più l’artista deve riprodurre il movimento, dipingere i personaggi non in posizione statica, come nei ritratti, ma nell’atto di muoversi compiendo un’azione specifica. Deve coglierne il dinamismo, aggiungendo pathos alla scena rappresentata.

La teoria espressa da Felibien, contestata da altri critici d’arte, è quella che più si avvicina al comune sentire dei pittori del suo tempo, i quali si specializzano in base a questi generi.

Francoise Duparc nasce a Murcia nel 1726, figlia di Antoine Duparc, scultore francese e di una giovane spagnola. Nel 1730 la famiglia si trasferisce a Marsiglia. Francoise viene avviata dal padre allo studio della pittura e viene ammessa come apprendista nello studio di Jean-Baptiste van Loo, ad Aix-en-Provence, dal 1742 al 1745. Si sa che viene chiamata a lavorare in diverse città europee. Partecipa a due mostre a Parigi e Londra, nel 1763 e nel 1766. A Breslavia si ferma per un po’ di tempo con la sorella Claire. Pare sia stata anche a Pietroburgo. Tornata a Marsiglia nel 1771, entra a far parte dell’Accademia di Pittura e Scultura nel 1766. Muore nel 1778.

I suoi quadri si caratterizzano per la semplicità e la sincerità con cui raffigura scene di vita quotidiana, gente comune per le strade e nelle case. A lei è dedicata una strada a Marsiglia e nel Museo della città sono conservati alcuni suoi lavori.

“Un realismo costruito con spontaneità convincente rinunciando ai facili orpelli veristici, e che si protende sui protagonisti espungendo qualsiasi indicazione di contesto ambientale o di aneddotica illustrativa, difatti sempre assente, per attenersi infine a depositare un’eredità dei vinti su concertate sinfonie di contenuto emotivo memori delle illustrazioni concepite da Vermeer o riscaldate dalle ombrose luminosità di Rembrandt.”

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