Madri e figlie

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Era mia madre è un romanzo intenso, in cui la voce narrante è quella di Alice, una giovane donna che ha deciso di dedicarsi alla danza e vive a Parigi. La storia inizia con la descrizione di un pianista di strada, un ragazzo, che suona una melodia semplice, solo accennata, in un pianoforte della Gare de Lyon, la stazione in cui Alice sta accompagnando la madre a prendere il treno che l’avrebbe riportata a casa. Quella del pianista è l’ultima immagine che la madre vede, prima di accasciarsi a terra e da quel momento cadere in un coma irreversibile. Trasportata a Napoli, viene accudita dalla figlia, che ritorna per questo nella casa dei genitori. Questa esperienza dolorosa porta Alice a rivedere con occhi nuovi la figura della madre, insigne grecista, docente universitaria, dal passato impegnato politicamente. Con la madre ha sempre avuto un rapporto difficile, aggravatosi quando il padre Arturo si è trovato implicato in una vicenda giudiziaria legata a finanziamenti illeciti al suo partito. Alice impara a conoscere sua madre anche attraverso lettere da lei scritte alla figlia e mai spedite. La riscoperta della madre è anche la scoperta di se stessa, di quello che ha trascurato e di quello che vuole veramente. Il dolore può diventare occasione per imparare l’arte di vivere, sembra questo il tema dominante.

“Tua madre era una persona autentica, Alice, con i suoi segreti, le sue bugie, forse, le verità taciute. Non ha mai finto di essere quella che non era: questa è l’unica cosa che conta.”

“ Se fossimo costantemente consapevoli d’essere incessanti produttori di ricordi per i nostri figli, ma anche di guasti, scompensi, dolori e incompiutezze, smetteremmo di respirare per il peso di questa responsabilità. Meravigliosa e terribile”…

… “Stai sempre vicina a qualcosa che cresce. Che sia un bambino, un progetto, un’idea, senza mai dimenticare la terra, lo sbocciare di un fiore, la cura di una pianta” Mia madre citava Anna Maria Ortese, un’autrice a lei molto cara…”… 

L’eredità che viene lasciata da chi ci ha preceduti, molto più che nei ricordi condivisi, nelle storie raccontate o inventate, sta nell’oblio, nelle dimenticanze, nei silenzi, nei vuoti della memoria, nelle voragini lasciate da parole mai dette, talvolta impronunciabili. Perché è negli strappi della rete, nei buchi della trama della vita che si nasconde la verità di quel che siamo o di quel che non arriveremo mai a essere. E c’è un unico modo per non venirne risucchiati. Affacciarsi sul bordo di quei vuoti vertiginosi, guardare quel che resta delle rovine del passato e provare a immaginare una storia. La nostra storia.”

L’autrice è bravissima nel farci entrare in questa esperienza umana, con eleganza e uno stile quasi poetico. Un romanzo bellissimo, che offre tanti spunti di riflessione e in cui possiamo ritrovare molto di noi stesse.

Iaia Caputo (1960) è nata a Napoli e vive a Milano. A lungo giornalista, ha tenuto la rubrica di libri per “Marie Claire” e per “Flair” dal 2001 al 2006. Ha scritto per “Il Diario” e attualmente per “D di Repubblica”. Ha pubblicato i saggi Conversazioni di fine secolo (La Tartaruga, 1995), Mai devi dire. Indagine sull’incesto (Corbaccio, 1996), Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (Corbaccio, 2001), e il romanzo Dimmi ancora una parola (Guanda). Per Feltrinelli ha pubblicato Le donne non invecchiano mai (2009), Il silenzio degli uomini (2012) e Era mia madre (2016).

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