Libri per capire

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Le ragazze rapite è un libro che va letto, per capire la reale situazione delle donne vittime del gruppo terroristico Boko Haram e non solo.

“Possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne” scrive l’autore, giornalista della “Die Zeit”.

In questo libro-reportage si alternano interviste fatte a 14 donne che hanno vissuto la tragedia del rapimento e notizie sulla situazione in Nigeria, con particolare riguardo alle cause e agli sviluppi del terrorismo.

Sono migliaia le donne che il gruppo terroristico Boko Haram ha trascinato nella foresta di Sambisa, nel nord est della Nigeria, dopo aver massacrato gli uomini. Tra queste ci sono le 276 studentesse del villaggio di Chibok, note perché il loro rapimento, avvenuto nell’aprile 2014, ha suscitato indignazione internazionale. Molte invece le storie rimaste sconosciute, come quella di Rabi, la cui fotografia appare in copertina. Rabi, 13 anni, del villaggio di Gubla, è una delle tante giovani rapite: aveva terminato la classe quinta, è stata catturata, costretta a sposare un miliziano, che le ha lacerato la schiena a bastonate quando lei ha tentato di scappare e che prima aveva ucciso i suoi genitori.

La Nigeria viene descritta come un paese dove “la piaga che miete più vittime è la corruzione”. L’ascesa del gruppo terroristico è avvenuta grazie alla complicità dei politici del nord-est del paese e alla promessa di un cambiamento radicale portato dalla sharia. Questo reportage offre un quadro molto interessante sulla vita dell’organizzazione, le sue complicità e alleanze.

Le intervistate sono riuscite a scappare, ma la loro vita non è migliorata, perché le comunità di origine le guardano con sospetto, odiano i figli che hanno avuto dai mariti loro imposti. Alcune vengono chiuse in campi di “deradicalizzazione”, che sono vere e proprie prigioni. Né i cristiani né i musulmani vogliono proteggerle, per paura di ritorsioni da parte dei terroristi.

Un libro che suscita tristezza, rabbia e lascia grande inquietudine. Ci si rende conto di sapere ben poco di quello che succede in Africa e quel poco non tocca i problemi fondamentali…

“Questi racconti sono molto di più: sono testimonianze di prima mano di ciò che è accaduto a queste donne.”

“Ci fanno entrare nelle loro vite, che altrimenti, nonostante internet e la globalizzazione, rimarrebbero estranee e lontane da noi. Ci conducono lungo i vicoli dei loro villaggi, di cui spesso non sappiamo neanche pronunciare il nome e che sono indicati soltanto su poche mappe. Sono racconti dolorosi. Anche perché ci rivelano quanto sia ancora limitata la nostra prospettiva. Quanto sia ristretto lo spazio delle nostre percezioni. Quanto sia misera la comprensione che abbiamo di questo mondo e di questo tempo che chiamiamo “nostro”.

“Il flagello di Boko Haram finora non ha toccato l’Europa e l’America, apparentemente troppo lontane. Ma la maggior parte degli osservatori internazionali è concorde nell’affermare che un giorno questa setta attaccherà anche in Occidente. Perciò noi occidentali non dobbiamo ignorare il terrorismo di Boko Haram. Se distogliamo lo sguardo dal sangue altrui, prima o poi ci ritroveremo a fissare il nostro. E possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne.”

“L’unica cosa che mi è rimasta è il mio nome”, dice Sadiya. “Tutto il resto me l’hanno portato via. Adesso sono un’altra. Lo sento. Sono qualcuno che non riconosco”. E Sakinah: “Io non mi sento più la stessa. Ho difficoltà a concentrarmi. Ho paura degli spazi aperti, per esempio le piazze molto grandi e le strade ampie. E di notte faccio sempre degli incubi, sogno spesso che Shekau mi stia seguendo”.

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