Tempesta sul lago…

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La Sarneghera è il nome di un fenomeno temporalesco di forte entità, che si sviluppa nella parte sud-occidentale del lago di Iseo dirigendosi verso la Valcamonica. Il suo punto di origine è Sarnico, in dialetto lombardo Sarnegh, da cui il nome sarneghera. Esso può verificarsi soprattutto a settembre, assumendo particolare violenza. Pochi minuti bastano a provocare danni ingenti. Il romanzo prende il titolo da questa tempesta, perché i personaggi hanno vite irrequiete, come le acque del lago quando arriva la sarneghera. La storia prende inizio dalla morte di Gianna La Santa, dopo aver dato alla luce la sua terza bambina. Le tre figlie, Giulia, Matilde e Agnese crescono prendendosi cura una dell’altra, convivendo con un padre manesco e insensibile, ol Buel. Giulia è dolce e materna, Matilde gran lavoratrice e piuttosto brusca di modi, Agnese è inquieta e solitaria. Agnese s’innamora segretamente di don Sergio, il giovane vicario del paese: il suo è un amore impossibile, che la consuma fin quasi a ucciderla…Questo amore ricorda una leggenda legata alla sarneghera, che narra di due giovani che riposano sul fondo del lago. Il loro amore era stato contrastato quando erano in vita e, ogni volta che i due amanti si corrono incontro in fondo al lago per abbracciarsi, muovono le acque del Sebino. Intorno alle tre giovani donne ruotano gli abitanti del paese, con tutti i pregi e i difetti di chi, agli inizi del Novecento, vive in un contesto isolato e difficile. I caratteri sono schivi, ritrosi, attenti più ai fatti che alle parole, e la religione è onnipresente nella vita di tutti.

Un romanzo piacevole, profondamente legato a un ambiente particolare, narrato con calore e una certa ironia.

Laura Mühlbauer , nata a Bergamo nel 1974 da madre italiana e padre tedesco, ha studiato a Bergamo e Venezia. Ha lavorato per diversi anni come cancelliere presso la Procura della Repubblica di Monza. È sposata con due figli. Questo è il suo primo romanzo.

Il romanzo «Nasce dai racconti della mia famiglia, originaria del borgo di Rudello. Io poi, pur crescendo a Bergamo, ho trascorso interi mesi della mia infanzia in una casa che avevamo a Sarnico. All’inizio pensavo di raccontare gli Anni Quaranta, poi mi sono sentita spinta verso gli Anni Venti dai racconti di mia nonna, anche se alla fine nel libro non c’è più niente di autobiografico. Ma mi incuriosiva raccontare i costumi dell’epoca, le pescherie, le filandere, le donne che facevano la spola tra Sarnico e Iseo eccetera».

«A me interessava soprattutto raccontare la psicologia e gli archetipi di quella gente, che rappresenta la nostra gente e le nostre radici. Anche per far capire che molte delle caratteristiche dei bergamaschi di una volta è rimasto ancora molto in quelli di oggi: la difficoltà di comunicare i propri sentimenti, l’incapacità di saper liberare in modo giusto le emozioni, il vergognarsi di fare cose diverse da quelle che fanno tutti, la paura di ciò che dice la gente e il fatto di essere irretiti da un ambiente cattolico che ci castra in molti modi».

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