Vivere come in un acquario…

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Etica dell’acquario. L’acquario reale cui si riferisce il titolo è descritto nel corso della storia: nella sua acqua melmosa sopravvivono pesci rossi dall’aspetto quasi mostruoso. L’acquario simbolico è quello dei cervelloni della Scuola Normale di Pisa, dove implode la carica istintiva di cinquecento ventenni, considerati un vivaio di menti superiori dal futuro brillante. A Pisa si ritrovano dopo dieci anni Gaia, Marcello, Leo e Cecilia, ex compagni di Università, riuniti da una tragedia: il suicidio di Virginia, compagna di studi dalla personalità complessa e ossessiva. La voce narrante è quella di Gaia, bella, egocentrica e infelice, che rievoca in un lungo flusso di coscienza gli anni dell’università: la violenza compressa frutto dell’isolamento forzato, le rivalità meschine, le amicizie, i condizionamenti dovuti alla sua prorompente bellezza, l’amore per Marcello, il suicidio dell’amico Matteo e l’ossessione dai tratti maniacali di Virginia nei suoi confronti.

Il romanzo ha una vena noir: Gaia, nella speranza di ritrovare Marcello, l’amore della sua vita, cede a un ricatto perverso di Virginia, ignorandone le conseguenze…

Una storia particolare, piena di simbologie, in cui si avverte un’opprimente e lucida infelicità, un’eccessiva consapevolezza di sé, che produce solo solitudine.

“Allora, i pettegolezzi correvano fra le tavolate a mensa, su per le scale della biblioteca, nel chiuso delle stanze; e nella competizione e nelle gelosie, nei malintesi e nell’individualismo che faceva da collante a quell’ingordo spirito di corpo, sapevano diventare crudeli. C’era sempre qualcosa di primordiale, qualcosa delle caserme e delle carceri, un senso di violenza compressa fra quegli adolescenti costretti a una vecchiaia precoce. Un giorno, molto tempo dopo il mio arrivo, lo vidi distintamente. Fu il giorno in cui fissavo i pesci nello stagno del collegio e capivo tutto. Il piccolo stagno nel giardino in realtà era una vasca di cemento, ma l’acqua era verde e ferma e il fondo torbido, e i pesci che ci nuotavano non somigliavano a nessun pesce che avessi mai visto. Potevano essere pesci rossi, ma erano troppo grandi, e poi il rosso sbiadiva in un rosa pallido macchiato di bianco nel punto in cui le pance si dilatavano e si facevano trasparenti. Le pance deformi e sfavillanti di quei pesci enormi si erano sviluppate, si diceva, perché qualcuno aveva avuto un giorno l’idea di buttare nella vasca dei piranha per vedere cosa sarebbe successo….”

 

Ilaria Gaspari classe ’86, si è laureata in Filosofia proprio alla Scuola Normale di Pisa. L’”Etica dell’acquario” è il suo primo romanzo. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove continua le sue ricerche da dottoranda.

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