Patria “complicata”

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Una valigia di cartone è l’insieme di due racconti, che fanno capire i tumulti dell’anima di chi è vissuto in una perenne frontiera, in una terra come l’Istria, che è stata veneta, asburgica, italiana, jugoslava e poi croata. Nel primo racconto, che dà il titolo al libro, Norma, ormai anziana, ricoverata in ospedale per un femore rotto, rievoca il proprio passato: le origini contadine, la miseria, il periodo duro della guerra, l’esodo. In particolare riemerge la sua infanzia di orfana, con una madre tenace, che lotta per mantenere la famiglia, il lavoro da ragazza come cameriera in una casa signorile, il matrimonio con Berto, una “testa calda”, un attivista politico, che la lascia vedova con una figlioletta nata da poco. Norma ci presenta la realtà di chi vive sullo sfondo di avvenimenti di cui non coglie l’essenza, perché troppe sono le preoccupazioni quotidiane. Parla di uomini e donne che non si rassegnano, perché “è possibile vivere anche con la disperazione in cuore“, perché “solo quando si è molto giovani il primo duro colpo sembra la morte stessa“, mentre da adulti si impara a passare attraverso gli eventi se non proprio “corazzati”, perlomeno muniti di un certo distacco. Lo stile, con alcuni termini dialettali, presenta con efficacia il mondo delle persone “semplici”, quelle “comuni”, che affrontano la vita con coraggio e fiducia, sperando sempre in qualcosa di nuovo e positivo, costruendo da sole, con le proprie forze, solo con quelle, il proprio destino.

Nel secondo racconto, “Impercettibili passaggi”, la protagonista è una maestra, Maria, chiamata a insegnare in un paesino sul mare. Il titolo si riferisce agli “impercettibili passaggi”: sbalzi d’umore, malinconie, sentimenti, pensieri, ricordi che affollano il presente e il passato della protagonista. Anche Maria vive una condizione di sradicamento sia sociale che personale, avendo perso la persona con cui sperava di avere un futuro. Un po’ alla volta la protagonista accetta il semplice principio per cui “mejo dure groste de pan, ma l’cor in pase ancoi e anche doman” e riprende a sperare in un proprio destino, in cui le parole aiutano a capire e capirsi.

Nelida Milani Kruljac nasce a Pola nel 1939. Si laurea in Lettere all’Università di Zagabria. Insegna per alcuni anni italiano e francese nel liceo croato di Pola, poi si specializza in sociolinguistica e dal 1979 ha l’incarico come docente di linguistica generale e semantica presso la facoltà di Pedagogia dell’Università di Pola. Per anni è stata responsabile della Sezione Italiana presso la Facoltà istriana di Lettere e Filosofia. Ha collaborato a varie riviste della minoranza linguistica italiana e si è occupata in particolar modo dello sviluppo della competenza comunicativa nei bambini bilingui, pubblicando in proposito saggi e articoli. Si avvicina alla narrativa in età matura, ricevendo più volte il premio Istria Nobilissima. I racconti di “La valigia di cartone” vengono pubblicati in Italia da Sellerio nel 1991. Continua a pubblicare con successo sino al 2011, imponendosi come “uno dei massimi esponenti della cultura della Comunità Nazionale Italiana di Croazia e Slovenia”: è uno dei pochissimi italiani autoctoni della ex Jugoslavia ad essere pubblicato anche in Italia.

“Con l’esodo io ho perso tre quarti della mia famiglia, ho perso tre quarti della mia classe, ho perso tre quarti del mio rione, tre quarti del mio vicinato, ho perso tre quarti della mia città.”

“Ho avuto una vita disseminata di lotte e di fallimenti e ora ho imparato ad amare il mio fallimento”.

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