Normalità e follia…chi decide?

jan_vermeer_005_ragazza_interrotta_dalla_sua_musica_1660Questo quadro di Jan Veermer del 1660 (Ragazza interrotta mentre suona) ha offerto lo spunto per il titolo di un romanzo datato, ma ancora avvincente. Si tratta di “La ragazza interrotta” di Susanna Kaysen.

“ Lo sguardo della ragazza punta fuori del riquadro del dipinto, ignorando il robusto maestro di musica, che poggia la dispotica mano sulla sedia. La luce è smorzata, luce invernale, ma il volto della ragazza è acceso. La fissai negli occhi castani e indietreggiai. Mi stava mettendo in guardia da qualcosa: aveva distolto lo sguardo dalla sua occupazione per mettermi in guardia. La bocca era appena aperta, come se avesse respirato solo per dirmi:«Non farlo!» Mi ritrassi, nel tentativo di tenermi fuori del raggio della sua premura, che tuttavia riempiva il corridoio.«Aspetta», diceva.«Aspetta! Non andare!» Non l’ascoltai!…” (pag.186)

Interrotta mentre suona: com’era stata la mia vita, interrotta nella musica dei miei diciassette anni; com’era stata la sua vita, strappata e fissata su tela, un momento reso immobile per tutti gli altri momenti, qualsiasi cosa fossero o avrebbero potuto essere. Quale vita può guarirne? Adesso avevo qualcosa da dirle. «Ti vedo» dissi. Il mio fidanzato mi trovò mentre piangevo nel corridoio.”(pag.187)

cop-1 Susanna+Kaysen

“La ragazza interrotta” è un libro in forma di diario in cui l’autrice parla della propria esperienza come paziente in una clinica psichiatrica.

Susanna si sottopone a una visita che dura solo venti minuti. Un dottore, che non ha mai visto prima, le dice che dovrebbe riposare, che c’è un posto che fa al caso suo. Lei è d’accordo: è un pessimo periodo per lei, è un’adolescente confusa, poco più che una ragazzina, ha finito il liceo e non sa che fare di se stessa e della propria vita. Finisce così in un ospedale psichiatrico e ci rimane per quasi due anni, sulla scorta di una diagnosi che dice: “Disturbo della personalità borderline”. Due anni! In questo lungo periodo conosce altre ragazze, che descrive e ricorda con delicatezza e comprensione. Per l’estrazione sociale delle pazienti, e la retta che i loro genitori pagano, qui non ci sono camicie di forza né lobotomie, ma solo quintali di psicofarmaci e qualche seduta di elettroshock. Le ragazze che Susanna incontra in clinica sono depresse, bulimiche, paranoiche, bugiarde patologiche, affette da sindrome borderline. Sono dipendenti da sonniferi e lassativi. Dopo due anni saranno le sue migliori amiche. La storia è intensa, scritta con sobrietà. Siamo nell’America degli anni 60 e gli echi dei cambiamenti esterni entrano anche nell’ovattato mondo della clinica.

Alla fine della lettura ci si domanda quale sia il vero confine tra normalità e devianza e chi possa veramente stabilire che un percorso di vita non sia normale! Una lettura ancora estremamente attuale.

“Ti chiedono: come sei finita lì dentro? In realtà vogliono sapere se c’è qualche probabilità che ci finiscano anche loro. E io, a questa domanda, alla domanda vera, non so rispondere. Posso solo dire: è facile.”

“Avevo dei problemi con i motivi geometrici. Tappeti orientali, pavimenti piastrellati, tende stampate, cose di questo genere. Con i supermercati era particolarmente dura, per via dei lunghi e ipnotici corridoi a scacchi. Quando guardavo queste cose, al loro interno ne vedevo altre. La realtà si stava facendo troppo densa.

Vedevano tutti quella roba e facevano finta di nulla? La pazzia era solo questione di smettere di fingere? Cos’è che non andava nelle persone che non vedevano certe cose? Erano cieche, per caso?

Negare era la mia ambizione. Il mondo, denso o vuoto che fosse, provocava in me soltanto negazioni. Quando avrei dovuto stare sveglia dormivo, quando avrei dovuto parlare tacevo, quando mi offrivano qualcosa di piacevole lo rifiutavo. Tutte le mie armi – fame, sete, solitudine, noia e paura – erano puntate sul mio nemico: il mondo. Naturalmente al mondo non importava niente di loro, e loro infastidivano me, ma dalle mie sofferenze traevo una macabra soddisfazione. Dimostravano la mia esistenza. Sembrava che tutta la mia integrità consistesse nel dire no.”

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. (Franco Basaglia)

Susanna Kaysen è nata a Cambridge nel 1948, figlia dell’economista Carl Kaysen, professore al MIT e primo consigliere del presidente John F. Kennedy. Ha frequentato il liceo alla Commonwealth School di Boston e alla Cambridge School of Weston. Nel 1967, dopo una frettolosa diagnosi, viene ricoverata al McLean Hospital, per il trattamento psichiatrico della depressione. Qui rimane per 19 mesi. Questa esperienza la segna profondamente. Quando esce dalla clinica decide di dedicarsi alla scrittura. Nel 1993 esce la sua autobiografia, “La ragazza interrotta”, che diventerà un film nel 1999. Ha scritto anche altri romanzi, fortemente incentrati sui problemi psicologici e il modo in cui la società vi risponde.

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