Arte al femminile (101)

Nel corso del Seicento e Settecento la specializzazione per generi della pittura ha largo seguito e molte sono le opere prodotte nei diversi ambiti. Particolare evoluzione ha soprattutto il genere vedutistico. Con questo termine s’intende non solo la rappresentazione di un paesaggio (che normalmente raffigura scorci di natura: montagne, colline, laghi, cascate, vedute marine ecc.), ma un genere più ampio che comprende le rappresentazioni di città, in scorci a volte estesi, a volte molto più ristretti, quali un angolo di strada, magari con qualche scena di pittoresca vita quotidiana.

Questa divisione per temi pittorici produce riflessioni e dibattiti su quali siano i generi più o meno nobili o più o meno difficili da affrontare. Il teorico francese André Félibien des Avaux (1619-95) dice che ci sono quattro generi, che elenca secondo la seguente scala di difficoltà: la natura morta, il paesaggio, il ritratto, le pitture di storia. Il genere più semplice secondo lui è quello della natura morta, perché l’artista rappresenta solo oggetti inanimati, che può controllare nelle composizioni e nelle luci. Più difficile è dipingere un paesaggio, perché il pittore non può spostare la composizione come vuole e la luce da rappresentare è quella naturale. Di difficoltà maggiore risulta il ritratto, perché ci si deve confrontare con persone, di cui si deve cogliere anche l’aspetto psicologico. Infine la pittura di storia (opere di tipo narrativo nel campo prettamente storico o in quello religioso o mitologico o favolistico) rappresenta il grado di maggior difficoltà che un pittore possa affrontare. Nei quadri di storia infatti vi sono tutti i generi precedenti (la natura morta, il paesaggio e il ritratto), ma in più l’artista deve riprodurre il movimento, dipingere i personaggi non in posizione statica, come nei ritratti, ma nell’atto di muoversi compiendo un’azione specifica. Deve coglierne il dinamismo, aggiungendo pathos alla scena rappresentata.

La teoria espressa da Felibien, contestata da altri critici d’arte, è quella che più si avvicina al comune sentire dei pittori del suo tempo, i quali si specializzano in base a questi generi.

Francoise Duparc nasce a Murcia nel 1726, figlia di Antoine Duparc, scultore francese e di una giovane spagnola. Nel 1730 la famiglia si trasferisce a Marsiglia. Francoise viene avviata dal padre allo studio della pittura e viene ammessa come apprendista nello studio di Jean-Baptiste van Loo, ad Aix-en-Provence, dal 1742 al 1745. Si sa che viene chiamata a lavorare in diverse città europee. Partecipa a due mostre a Parigi e Londra, nel 1763 e nel 1766. A Breslavia si ferma per un po’ di tempo con la sorella Claire. Pare sia stata anche a Pietroburgo. Tornata a Marsiglia nel 1771, entra a far parte dell’Accademia di Pittura e Scultura nel 1766. Muore nel 1778.

I suoi quadri si caratterizzano per la semplicità e la sincerità con cui raffigura scene di vita quotidiana, gente comune per le strade e nelle case. A lei è dedicata una strada a Marsiglia e nel Museo della città sono conservati alcuni suoi lavori.

“Un realismo costruito con spontaneità convincente rinunciando ai facili orpelli veristici, e che si protende sui protagonisti espungendo qualsiasi indicazione di contesto ambientale o di aneddotica illustrativa, difatti sempre assente, per attenersi infine a depositare un’eredità dei vinti su concertate sinfonie di contenuto emotivo memori delle illustrazioni concepite da Vermeer o riscaldate dalle ombrose luminosità di Rembrandt.”

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