La forza del rimpianto…

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Il ritratto in questione è quello del padre dell’autrice, Giuseppe, proveniente da famiglia agiata, che ha rinunciato a tutto per coerenza con i propri ideali, sino al sacrificio estremo della propria vita. Questi è anarchico, di quelli duri e puri, quelli che all’inizio del ventesimo secolo sono messi all’indice e isolati, indicati al pubblico ludibrio e costretti a una vita di macchia. Per i suoi ideali quest’uomo vive solo, in un piccolo spazio ricavato nella propria bottega. La figlia subisce questo stato difficile sin dalla più tenera età, dividendosi di continuo tra la postazione del padre e casa propria, dove per la piccola l’aria è decisamente pesante, in quanto i genitori sono separati e la madre vive con la famiglia della sorella. La madre viene dipinta come una donna assai incerta nei propri sentimenti, incapace di prendere una posizione definitiva sulla propria situazione ed influenzata negativamente dai propri famigliari, oltre che condizionata da convenzioni sociali. Gianna prova maggiore apprezzamento per il padre, che vive in maniera più limpida e coerente, dimostrando un candore che lo fa apprezzare da chi lo conosce. Tutte le esperienze più belle, i ricordi sorridenti della giovane vita di Gianna lo vedono al centro della scena. Quando Gianna si trasferisce a Firenze, quasi rimuove il pensiero del padre, per poter godere appieno la propria giovinezza. Il padre muore improvvisamente e un acuto rimorso perseguita la figlia, per averlo lasciato solo proprio nel momento più duro e difficile della sua vita, quello del confino. Questo rimorso la perseguita per anni e solo in tarda età riesce a parlarne.

“Rimpianto e rimprovero stuzzicano il rimorso. Tento forse di blandirlo, battendomi il petto? Non esistono nascondigli di sorta o possibili astuzie per sviarlo. E dell’atto di costrizione se ne infischia, il rimorso. C’era tempo per tutto…ma non c’era posto per te, mio vero, unico orgoglio, mia lezione vivente, mia grazia vivente..”

«Vedi, nemmeno la morte mi ha scoraggiato. Nemmeno la morte può qualcosa, contro ciò che abbiamo in noi d’immortale, idea e sentimento. Non la senti, Giannina, la grandezza di essere obbligati a esistere, a essere se stessi eternamente, legati, legati da qualcosa che sfugge all’amore e all’odio…»

“Anche un libro: ci sono tanti modi per leggerlo; infine, però, per me e per te il più importante resta uno solo: cercare, in trasparenza, più o meno vicina, più o meno esplicita, la traccia di quell’idea. Ma, rimasta sola, senza la tua guida, io sbando, finisco col cercare altro, o cerco male. Sola: ho freddo, babbo.”

Un libro che può piacere a chi ama immergersi nella profondità della memoria. La vicenda non procede in ordine cronologico, ma per analogie e associazioni improvvise, con uno stile particolare.

Gianna Manzini nasce a Pistoia nel 1896. I genitori si separano a causa del contrasto tra le idee anarchiche del padre e il perbenismo conservatore della madre, il che condiziona la sua infanzia, dominata dall’affascinante figura paterna. Il padre, impegnato politicamente, viene perseguitato durante il Fascismo. Mandato in esilio da Mussolini, si spegne nel 1925, dopo aver subito l’aggressione di alcuni fascisti. Gianna adolescente si sposta a Firenze con la madre, qui studia e si laurea in Lettere. A 32 anni pubblica il primo romanzo, Tempo innamorato. Ha un ruolo preminente nella cultura letteraria fiorentina, finché nel 1933, dopo la fine del suo matrimonio con il giornalista Bruno Fallaci, si trasferisce a Roma. Inizia una collaborazione professionale e personale, durata tutta la vita, con il critico letterario Enrico Falqui. Ha una carriera prolifica, pubblicando diversi romanzi (Lettera all’editore, 1945, La sparviera, 1956, Un’altra cosa, 1961, Allegro con disperazione, 1965, Ritratto in piedi, 1971), racconti (Incontro col falco, 1929, Ho visto il tuo cuore, 1950, Il valzer del diavolo, 1953, Cara prigione, 1958, Il cielo addosso, 1963, Sulla soglia, 1973), “ritratti” (Foglietti, 1954, Ritratti e pretesti, 1960, Album di ritratti, 1964), “bestiari” (Animali sacri e profani, 1953, L’arca di Noè, 1960) e saggi. Collabora al giornale antifascista Campo di Marte. Diventa anche una sorprendente e scoppiettante giornalista di moda. Firmandosi con diversi pseudonimi (Pamela e Vanessa, i prediletti) dà vita, tra gli anni Quaranta e Sessanta, a tutta una serie di pezzi scoppiettanti, calzanti nella loro analisi di mode e modi di una Italia in trasformazione. Muore a Roma nel 1974.

Intellettualmente raffinata e sperimentatrice, Gianna Manzini usa un linguaggio perfetto con tecniche nuove e personalissime. La sua opera, fin da subito apprezzata dalla critica, ha trovato l’apprezzamento di un pubblico ristretto.

“Scrivo con una stilografica che adoro, e proprio, come gli antichi artigiani fiorentini, il mio lavoro è tutto fatto a mano”

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