Arte al femminile (83)

All’inizio del XVII secolo la Spagna costituisce un immenso impero, si conferma come la maggior potenza militare del continente, ha una miriade di domini sparsi sul suolo europeo e uno sconfinato impero coloniale. I costumi e la cultura spagnola s’impongono agli europei, ma sotto questo splendore s’intravvede l’ormai prossima decadenza:-crescono le difficoltà economiche, dovute in parte a una mentalità e a un tipo di cultura politica ed economica che non favoriscono l’innovazione, -si scatenano le lotte interne ed esterne, che prosciugano le casse statali. Chi comanda nettamente in Spagna è la nobiltà, sia laica che ecclesiastica: le appartiene circa il 70% di tutte le terre coltivabili e molto di più di quelle non coltivabili. La Chiesa influenza gli aspetti sociali. Entrare nel mondo ecclesiastico non è semplicissimo, in quanto, come per altre carriere prestigiose, occorre esibire un certificato di “purezza della razza”, con cui si deve dimostrare che tra i propri antenati non vi sia nessuno il cui sangue sia mescolato con mori o ebrei o eretici o condannati dall’Inquisizione. Chi entra da nobile in questo settore ha una carriera di tutto rispetto. La nobiltà ecclesiastica, alla fine del XVIII secolo, su una popolazione totale di circa 10,5 milioni di abitanti, dispone di un “esercito” di 200.000 religiosi di vari ordini, di 40 ordini monastici maschili con 2067 monasteri e di 29 ordini femminili con 1122 relativi monasteri. Il reddito annuale della chiesa supera quello della Camera di Commercio delle Indie. Naturalmente lo straordinario aumento del clero spagnolo dipende proprio dall’estrema miseria e dall’analfabetismo assoluto della popolazione rurale, spesso fanaticamente superstiziosa. In una situazione del genere facilmente la Chiesa, che controlla tutte le università, le scuole, la stampa e gli spettacoli, riesce a imporre l’idea di uno Stato rigidamente confessionale. L’arte ovviamente rispecchia questa situazione e ne è condizionata, oltre che controllata.

imagesLuisa Roldàn è la prima donna scultrice registrata in Spagna. Nasce a Siviglia nel 1652, quarta degli otto figli dello scultore Pedro Roldàn e di Teresa de Jesus Ortega y Villavicencio. Come tante artiste del tempo, inizia le esperienze lavorative nella bottega paterna, assieme ai fratelli, apprendendo le basi del mestiere di scultore. Nonostante alle donne siano allora affidati compiti delicati, come la doratura delle statue e la colorazione delle stesse, Luisa fin dall’inizio vuole fare da sola anche sculture e disegni. Nel 1671, a 19 anni, s’ innamora di un altro scultore, Luìs Antonio de los Arcos, assistente del padre, ma il padre rifiuta il proprio consenso al matrimonio. Luisa non esita a portare la questione in tribunale. Ribelle per natura e ansiosa di libertà, dopo un periodo di battaglia legale, riesce ad averla vinta. Con il matrimonio ottiene anche l’indipendenza professionale ed è forse per questo che il padre non vuole perderla, anche perché Luisa apre con il marito una bottega che fa concorrenza a quella paterna. Si reca a Cadice, dove si ferma per 2 anni (1686-1688). Per la cattedrale di questa città scolpisce le statue lignee policrome di San Servando e San Germano, le sue opere più conosciute. Lavora anche su statue per il consiglio comunale. Nel 1689 si reca a Madrid, sperando di ottenere maggiori commissioni. Grazie alla protezione del nobile don Cristòbal de Ontanon viene presentata alla corte di re Carlo II. Filippo V, salito al trono nel 1700, le chiede una statua di San Michele, per l’Escorial. Soddisfatto del risultato, la nomina “scultrice di Camera” nel 1692, con uno stipendio fisso di 100 ducati. La posizione a corte non è così desiderabile come si potrebbe pensare: una crisi economica potente ha colpito l’impero spagnolo, per cui Luisa gode di un titolo più che altro onorifico. Molti sono i nobili che le ordinano lavori che poi non pagano. Nonostante il suo prestigio, Luisa vive in povertà. La situazione familiare non è facile: il rapporto con il marito, che le fa da assistente, è conflittuale, anche per i frequenti tradimenti di quest’ultimo. La coppia ha sette figli, ma quattro muoiono in tenera età, con grande dolore di Luisa. Il dolore per la morte dei figli si riflette nelle sue opere, che sanno esprimere angoscia, pianto e sofferenza, come l’Ecce homo o il Nazareno. Piene di tenerezza sono le immagini della Sacra Famiglia, le varie riproduzioni della Madonna con bambino. Muore povera a Madrid nel 1706, a 52 anni. Per ironia della sorte, l’Accademia di San Luca di Roma le aveva fissato un appuntamento proprio per il giorno della sua morte, per una probabile ammissione.

Seguendo le linee guida del Concilio di Trento, Luisa ha fatto sculture a grandezza naturale, per processioni, in legno o terracotta policroma, ha eseguito poi numerosi presepi in terracotta, sullo stile napoletano. Si distingue per il modo personale con cui tratta le scene religiose: ammorbidisce le forme e le espressioni dei personaggi, aggiunge elementi di natura morta (fiori e animali), oppure putti e cherubini. Il suo stile è carico di emozione. Le sue figure sono caratterizzate da profili chiaramente delineati, capigliature ben definite, tendaggi fluttuanti e volti mistici. Pregevoli le terrecotte policrome, che lei chiamava i “miei gioielli”, con fiori e animali dipinti secondo lo stile rococò, destinate alla ricca borghesia.

Sue opere si trovano in chiese e conventi in Spagna, oltre che in vari musei. Nella Basilica di Sant’Antonio a Padova si trova una sua scultura raffigurante San Giovanni Battista.

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