Arte al femminile (76)

Le storie delle artiste sin qui ricordate ci fanno capire che all’interno delle botteghe paterne tante ragazze poterono apprendere la pittura, lavorare e sperimentare. La loro posizione era però molto dimessa: non avevano un ruolo importante o riconosciuto. Il loro contributo era essenzialmente di manovalanza. Nessun dipinto portava le loro firme, come nella maggior parte dei casi di collaboratori. Tra i collaboratori maschi spesso uno con più talento poteva distinguersi e finiva con il rendersi indipendente e fondare una propria bottega. Le donne quasi mai ebbero questa possibilità. Inoltre si deve pensare che la maggior parte delle artiste erano figlie, sorelle o mogli di artisti e che quindi la loro presenza in bottega, a volte molto importante, era essenzialmente un aiuto familiare. La possibilità più rosea per una figlia d’arte era riuscire a sposarsi con un pittore e divenire una sorta di “free lance”. Talvolta questa situazione non era ben vista se non osteggiata da parte di quei padri artisti che vedevano così sfumare un valido aiuto e che magari lo vedevano riutilizzato in una bottega concorrente. Trattandosi di botteghe familiari la gestione era un’organizzazione padronale molto stretta. Ciò che la bottega produceva aveva lo stesso stile, un marchio di fabbrica. Ovviamente i figli-collaboratori venivano instradati a quello stile e da questi rimanevano schiacciati, non avendo la possibilità di trovare una via personale. Il prodotto doveva essere riconoscibile e riconosciuto come di quella specifica bottega: uno stile unico che non permetteva di individuare i contributi e gli interventi. Col passare dalla bottega paterna a quella del marito la pittrice cambiava lo stile, si appiattiva spesso su nuove posizioni e stilemi. Non aveva la possibilità di riuscire a promuovere il proprio lavoro e forse non lo cercava nemmeno. Le artiste rimanevano spesso zitelle proprio per una questione di tornaconto economico delle famiglie.

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Ricordo alcune donne di cui si sono perse le tracce, proprio perchè rimaste legate alle logiche di bottega familiare.Esse si inseriscono nel filone della pittura barocca.

Elisabetta Lazzarini è il prototipo di artista donna al servizio della bottega familiare. Nasce a Venezia nel 1662. Pare che suo maestro sia stato il più celebre fratello Gregorio. “Mostrò grande attività nel travagliare, e siccome i soggetti che più le andavano a grado di trattare erano quei che più piacciono comunemente, come pastorelle che si trastullano, donne che si acconciano il capo, baccanali, scherzi, giuochi, mercati, frutta , animali, fiori, e via via discorrendo, così avvenne che non le mancavano mai commissioni, e lavorava indefessamente.” Non firmando i propri lavori, questi vengono spesso confusi con quelli del fratello. Perdendo la vista a poco a poco smette definitivamente di dipingere nel 1727. Rimane nubile per dedicarsi interamente alla pittura. Muore nel 1729. La sua opera più famosa è La visitazione della Vergine, nella chiesa della Maddalena a Venezia.

Anna Renieri è figlia del pittore Niccolò Renieri Mabuseo (1591-1667), che unisce lo stile fiammingo con quello italiano con tanta forza, ispirazione e genialità da essere reputato ai suoi tempi come artista abile e vigoroso. Dal 1626 apre una bottega a Venezia. Le figlie: Anna, Clorinda, Lucrezia e Angelica sono famose a Venezia sia per le doti artistiche che per la straordinaria bellezza. Anna sposa nel 1634 il pittore fiammingo Daniele Van Dick e con la direzione dello sposo arriva a risultati eccelsi. Clorinda sposa il pittore Pietro Vecchia e le ultime due sorelle vivono con il padre, cui servono spesso da modelle. Si sono perse le tracce delle opere di queste pittrici, specilizzate in opere di carattere religioso.

Anna Maria Manecchia figlia del pittore Giovan Giacomo Manecchia (Montemurro 1567 – Napoli 1647), nasce a Napoli nel 1637. Dopo la morte del padre avvenuta nel 1657, sposa Nicola Vaccaro (Napoli 1640 – 1710 ca.), figlio del pittore Andrea e anch’egli pittore. Muore a Napoli nel 1690. L’unica opera firmata finora recuperata che documenti l’attività della pittrice è il dipinto raffigurante la Sacra Famiglia con S. Anna e S. Gioacchino nella chiesa di S. Vito a Forio d’Ischia, databile intorno al 1680. Altri due dipinti conservati in chiese foriane sono sue attribuzioni.

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