Arte al femminile (53)

In italiano diciamo che una composizione pittorica in cui non compaia la figura umana sia una “Natura morta”. Gli inglesi (riprendendo definizioni olandesi e tedesche) la definiscono “Still life”, cioè “Vita immobile”. In realtà non c’è nulla di più mobile, di meno morto o mortifero di una bella “natura morta”, con il suo tripudio di forme e colori. Nel periodo Barocco troviamo un’altra importante pittrice di “nature morte”: Elisabetta Marchioni. A differenza di altre pittrici, di lei si conoscono con sicurezza moltissime opere, ma non si hanno notizie della sua vita, almeno a livello di testi ufficiali. Sappiamo che vive a Rovigo, in un periodo in cui la città è sotto il dominio della Repubblica di Venezia, che lo conserva per tre secoli. Per imprimere la propria impronta, Venezia incentiva nel Seicento modifiche urbanistiche, la costruzione di edifici o la sistemazione di quelli esistenti nel centro cittadino. Gli artisti trovano terreno favorevole per il proprio lavoro.

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Elisabetta Marchioni è una pittrice nata e vissuta a Rovigo dalla fine del ‘600 agli inizi del ‘700. La troviamo attiva esclusivamente nella città natale. Oggi pressoché sconosciuta, a cavallo tra Sei e Settecento è ammirata e contesa. Il primo a parlare di lei nel 1793 è Francesco Bartoli da Bologna (1745-1806), attore, commediografo e amatore d’arte, che trova in Rovigo un luogo tranquillo dove vivere con i figli e aprire una libreria, dopo che la moglie lo ha abbandonato per seguire, come primadonna, Carlo Goldoni. Il Bartoli scrive nelle sue cronache che la Marchioni fa moltissimi quadri e che tutte le case di Rovigo ne possiedono da quattro ad otto.

Sembra che l’artista dipinga esclusivamente quadri di fiori per le famiglie più illustri, con l’unica eccezione di un paliotto floreale (pannello usato come decorazione della parte anteriore di un altare) che dona alla Chiesa dei Cappuccini, (ora conservato all’Accademia dei Concordi di Rovigo) per essere utilizzato durante alcune funzioni.

Elisabetta figura come moglie di Sante Marchioni, orefice, ma non si conosce il cognome della famiglia di origine. Il Bartoli scrive che “giunse in età vecchia” e “morì circa il 1700”.

In tutte le sue opere ciascun fiore è realizzato con tocco leggero, rapido, brillante e luminoso. La pittrice è orgogliosa della propria capacità di eseguire variazioni infinite sul tema preferito senza mai ripetersi. Dipinge rigogliose e lussureggianti composizioni floreali, raccolte in grandi vasi e ampi bacili, oppure in capienti cesti di vimini.

Le sue pennellate sono dense, intrise di colore. Accosta diversi tipi di fiori dalle delicate cromie, riempiendo tutti gli spazi dei dipinti. Nei suoi quadri è evidente, a volte, il senso di fugacità della vita, tipico delle nature morte floreali seicentesche, in quanto gli sfondi sono cupi o appaiono scorci di paesaggi al tramonto, che indicano, in senso lato, la fine della vita.

Le opere sono conservate in numerose e prestigiose collezioni sia pubbliche che private. Importante il lascito dell’avvocato Carlo Cordellina di Vicenza, che si può ammirare nel Museo della città. Interessante anche il lascito che si può ammirare nel Palazzo Crepadona a Belluno.

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