Arte al femminile (44)

Viene normalmente definita “barocca” l’espressione artistica che va dalla fine del ‘500 sin quasi al ‘700. All’interno di questo movimento artistico vi sono varie correnti: quella della cosiddetta “pittura di genere”, quella classicistica e quella orientata a una ricerca sociale e veristica. Il Barocco è espressione delle inquietudini politiche e dei drammatici contrasti religiosi del tempo, esprime l’ansia di soluzioni sempre nuove, proprie di una società che ha perso molte certezze e in cui è da ritenersi ormai superata la concezione rinascimentale dell’uomo quale centro dell’universo.

Nel Seicento l’arte è fortemente condizionata dalla Chiesa, che rimane uno dei massimi committenti delle opere d’arte, che usa per affascinare e convincere i fedeli. L’osservatore deve essere stimolato e coinvolto e all’artista è concesso di esprimersi in forme libere, aperte e variamente articolate pur di raggiungere l’obbiettivo. L’arte è un importante strumento di propaganda religiosa. Anche le donne si adeguano alle richieste del tempo e molteplici i soggetti di carattere religioso.

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Rimanendo sempre nell’ambiente napoletano, ricordiamo Diana de Rosa (detta Dianella o Annella), figlia del pittore Tommaso e di Caterina dei Mauro, e sorella (secondo alcuni nipote) del pittore Giovan Francesco (Pacecco). Nasce nel 1602: nel 1610 la madre rimane vedova, si risposa nel 1612 con un altro pittore, Filippo Vitale. Diana ha nel patrigno il primo maestro di pittura, prima di entrare nella bottega del grande caposcuola Massimo Stanzione. Si dice che sia “cara al maestro come collaboratrice in pittura e, per la sua bellezza, anche modella”. Anche le sue sorelle Lucrezia e Maria Grazia sono molto belle, tanto che le tre fanciulle sono soprannominate le “tre Grazie napoletane”. Appellata da tutti come “Annella di Massimo”, cioè Annella allieva di Massimo, diventa la discepola preferita, tanto che questi permette alla ragazza, copiando i bozzetti, di dare i primi colpi di pennello a quelle tele che poi lo Stanzione completa e firma. Nel 1626 si sposa con Agostino Beltrano, un allievo anche lui di Massimo Stanzione: non un matrimonio d’amore certamente, che sanziona comunque una collaborazione artistica tra i coniugi. Ben più dotata di talento di Agostino, Annella contribuisce notevolmente all’affermazione del marito.

Diventata pittrice famosa, non volendo che la propria arte sia relegata nell’ambito dei salotti, riesce ad ottenere l’ordinazione di due dipinti da collocare nella chiesa della Pietà dei Turchini (uno rappresentante la nascita e l’altro la morte della Vergine). Il successo è tale che altri pittori, rosi dall’invidia, mettono in giro la voce che in realtà i dipinti siano opera del maestro Stanzione. A dispetto dei maligni, la fama di Annella cresce smisuratamente, tanto che tutte le famiglie aristocratiche vogliono un suo dipinto, lasciandola libera di scegliere il soggetto. Riguardo ai rapporti con lo Stanzione si crea una leggenda. De Dominici (pittore e storico dell’arte di epoca tardo barocca) racconta che Annella, allieva di Massimo Stanzione, sia pupilla del maestro, il quale si reca spesso da lei, anche in assenza del marito, per controllarne i lavori e per elogiarla. Una serva della pittrice, che più volte è stata redarguita dalla padrona per la sua impudicizia, incollerita, riferisce il fatto al marito, ingigantendo i dettagli della benevolenza dimostrata dal «Cavaliere» verso la discepola, scatenando la gelosia di Agostino. Questi, accecato dall’ira, sguainata la spada, spietatamente avrebbe trafitto al petto la moglie. A seguito di questo episodio il Beltrano, pentito dell’enormità del suo gesto ed inseguito dall’ira dei parenti di Annella, si sarebbe rifugiato prima a Venezia e poi in Francia dove sarebbe vissuto molti anni prima di ritornare a Napoli. La leggenda è contraddetta dai documenti ufficiali sulla morte dell’artista. Secondo questi Diana muore di malattia nel 1643, dopo una vita di successi professionali, che le permettono di lasciare ai figli una discreta somma di denaro.

Annella di Massimo si può definire una “pittrice senza opere“, perché di lei si conoscono pochissime opere certe, forse perché le sue tele sono andate distrutte in un incendio del 1638, oppure perché collaborava attivamente alle opere di Beltrano e di Stanzione, ma senza completarle, o forse perché all’epoca non era usuale che le donne firmassero quadri.

Ad Annella vengono attribuiti da alcuni studiosi dipinti che si trovano nel Museo Diocesano e nella chiesa della Pietà dei Turchini a Napoli.

Il talento le scorreva nel sangue, cullato durante tutta la vita dall’esempio di artisti partenopei caravaggeschi, che sullo sfondo di una pittura barocca, esaltavano i toni realisti, naturalisti e tenebristi del grande Maestro.

La potenza del colore e il naturalismo sono tratti caratteristici della scuola dello Stanzione, da cui è stata ovviamente influenzata.

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