Arte al femminile (43)

Nel XVI secolo la produzione artistica ha ormai completato il passaggio da arte meccanica ad arte liberale, è divenuta incontro tra materia ed intelletto: l’idea che l’artista ha in mente si traduce nella forma materiale. L’artista si affranca dalle corporazioni medievali, esce dall’ambito della bottega artigianale, gode di agiatezza e considerazione sociale ed intellettuale. Il Manierismo poi intellettualizza sempre di più il mestiere di pittore: l’idea nella mente dell’artista è considerata quasi una scintilla divina. La cultura dell’epoca apprezza nella donna il talento artistico che però viene considerato avulso dalla concezione di “professione” in senso lato.

Nell’Italia meridionale, dove la condizione femminile è ancora più dominata che altrove da pregiudizi sociali, riesce ad emergere qualche figura solitaria di grande rilievo.

bbbù     Giovan_filippo_criscuolo,_adorazione_del_bambino_e_santi,_1545,_Q329

A Napoli, la prima artista che Bernardo de Dominici ricorda nelle sue Vite de’pittori, scultori e architetti napoletani, è Mariangiola Criscuolo. Nata all’incirca nel 1548 dal pittore Giovan Filippo Criscuolo o da Giovan Angelo Criscuolo (forse lo zio), di lei sembra parli uno sconosciuto manoscritto, di cui fa menzione lo stesso de Dominici. La biografia di Mariangiola, “appare costruita su di una serie di topoi della letteratura biografica sulle artiste donne, dall’educazione artistica entro le mura domestiche, alla pratica della musica, all’eccellenza nel dipingere ritratti, al largo spazio speso per vantarne l’esemplare morigeratezza dei costumi, così che Mariangiola sembra dover sostenere le parti di Properzia de’Rossi, di Lavinia Fontana e di Sofonisba Anguissola insieme”. Si sa che viene condotta dal padre sin da piccola nei posti in cui questi lavora avendo notato la sua particolare predisposizione per il disegno. Durante l’adolescenza si diletta di musica, diventando molto valente sia nel suonare che nel cantare. Molti pretendenti la chiedono in sposa, ma lei inizialmente preferisce dedicarsi soprattutto alla pittura. Le gentildonne le commissionano ritratti e la sua fama cresce, così come il numero degli spasimanti. Dopo un po’ di resistenza si convince a sposare il pittore Giovanni Antonio d’Amato, detto Il giovane, perché nipote di un altro pittore del medesimo nome, spinta soprattutto dal comune amore per la pittura. Dopo la morte del marito, nel 1598, vive con i figli e i generi, dedicandosi a dipinti di carattere religioso e ad opere di carità. Pare che alcune signore altolocate le mandassero le proprie figlie sia per imparare l’arte della pittura che quella delle buone e costumate maniere. Muore nel 1630. Eccelle nella pittura di pale d’altare e ritratti. Difficile l’attribuzione precisa delle sue opere, non avendole firmate e avendo lavorato parecchio con il padre sugli stessi dipinti.

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