Un libro che ha come co-protagonisti i libri…

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Gabrielle Zevin è nata a New York nel 1977. Attualmente vive a Los Angeles. Laureata in Lettere a
 Harvard, da diversi anni
  ha
 intrapreso con successo la
 carriera di scrittrice e 
autrice cinematografica. Ha iniziato a scrivere a 14 anni, per un giornale locale. Nel 2005 ha pubblicato il primo romanzo, Margarettown, seguito dalla sua opera più famosa Elsewhere (tradotto in italiano con il titolo Altrove). Nel 2007, per la sceneggiatura di Conversations with Other Women, riceve una prestigiosa nomination. Entrato nella classifica del New York Times grazie al passaparola dei lettori, La misura della felicità è in corso di traduzione in 31 paesi.

Nei suoi romanzi ha scritto su vari argomenti: donne soldato in Iraq, mafia, ragazze adolescenti, cani parlanti e smemorati, solitudini esistenziali…Stile preciso, asciutto, molto espressivo.

Che cosa ci può dare La misura della felicità? Dopo aver letto il romanzo, una probabile risposta può essere: capire se stessi e il mondo attraverso le parole di altri, soprattutto dei libri. Nell’insegna sopra il portico del cottage viola in cui si trova la libreria, intorno a cui ruota tutta la storia, si legge: “Nessun uomo è un’isola, ogni libro è un mondo”. All’inizio del romanzo A.J. Fikry, gestore di una piccola libreria indipendente, è un uomo completamente in crisi. Ha perso la moglie, ha perso interesse per le persone, ha perso un prezioso manoscritto, gli affari stanno andando male. La sua vita sembra un lungo protrarsi di giornate monotone e senza speranza. Entrato in una spirale depressiva, incarna lo stereotipo dell’intellettuale che la vita ha messo a dura prova, spegnendone l’entusiasmo e le passioni, rivelandone il cinismo, la misantropia e la rabbia latente. A.J. sta perdendo l’amore per la letteratura, che costituiva il suo modo per guardare e valutare il mondo. A sconvolgere tutto appare un personaggio buffo e curioso: una bambina di due anni viene abbandonata nella libreria e il libraio vedovo, dopo molte incertezze, decide di adottarla. L’arrivo della piccola Maya gli consente di vedere la vita attraverso lo sguardo fresco e sincero di una bambina, riversando su di lei l’amore di padre. A.J. ricomincia a leggere libri, anche perché la piccola li adora e i due riescono a comunicare anche attraverso le parole dei libri stessi. La libreria rifiorisce e A.J. con essa, sino a trovare il coraggio di rimettersi in gioco sentimentalmente. La vita riserva comunque sorprese…

Ogni capitolo si apre con una scheda in cui il protagonista racconta e commenta in breve importanti opere letterarie, per trasmetterle a Maya.

Questo romanzo è un libro che parla dei libri: A.J. crede nel potere delle parole e la libreria è simbolicamente il palcoscenico delle vite dei vari personaggi. La libreria, che sembrava inizialmente così isolata e decadente, ritorna pian piano alla vita, apre le porte alla comunità e segna una nuova inaspettata fase nelle esistenze che vi orbitano intorno. Le parole dei libri fanno compagnia, curano i nostri malesseri, ci mostrano emozioni e sentimenti, fanno sognare, pensare…Nonostante il finale malinconico, c’è un messaggio di speranza: nella vita c’è sempre una possibilità di cambiamento. L’amore e le parole hanno un potere salvifico.

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