Arte al femminile (36)

Il caso di Margaret Keane è emblematico di un fenomeno diffuso soprattutto nel passato: siccome i quadri delle donne vendevano meno, spesso questi venivano firmati con pseudonimi o da altri pittori (spesso padri, mariti o amanti). Grandi pittrici sono rimaste per secoli in ombra. La Keane ha avuto il coraggio di ribellarsi, creando un caso che ha ispirato film e racconti.

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Margaret D.H. Keane nasce nel 1927 a Nashville, in Tennessee. Appassionatasi alla pittura sin da bambina, diventa da ragazza famosa a San Francisco – dove nel frattempo è andata a vivere – già negli anni Cinquanta: pur non essendo particolarmente apprezzata dalla critica, riscuote un buon successo popolare “se le sue opere non fossero di buon livello, non piacerebbero a così tante persone” (Andy Warhol). Nel 1953 in occasione di una fiera conosce Walter Keane, che vendeva disegni a carboncino: tra i due nasce una relazione. Margaret, sposata con Frank Ulbrich, da cui ha avuto una figlia, divorzia per risposarsi nel 1955 con Keane. Negli anni Sessanta, divenuta un’artista originale e dotata di tecnica sicura, Margaret Keane inizia a vendere le proprie opere utilizzando il nome del marito: in questo periodo i suoi lavori sono caratterizzati da ambientazioni oscure e da un’atmosfera piuttosto cupa. Il marito, affermando che “le opere delle donne non si vendono”, sfrutta l’abilità artistica della moglie per ottenere fama, prestigio e fare ingenti guadagni. Walter per anni la riduce a catena di montaggio del proprio business miliardario, piazzando ovunque, nei supermarket, nelle stazioni di servizio, oltre che in musei e collezioni private, i quadri da lei eseguiti a getto continuo e su cui lui si limita a mettere la propria firma. La costringe al silenzio sui loro segreti aziendali-coniugali, con pesantissime minacce. I quadri si caratterizzano per avere come soggetti bambini dagli occhi grandi, immobili e severi, quasi esseri alieni. Piacciono talmente tanto che Walter Keane viene chiamato ovunque, presenzia a talk show e smercia infinite riproduzioni di quelle che afferma essere sue creazioni. È una storia di ordinario femminicidio pittorico, dai numerosi precedenti di sudditanza artistica – dalla caravaggesca Artemisia Gentileschi a Camille Claudel, ispiratrice-amante di Auguste Rodin, spedita in manicomio dal bigotto fratello-poeta. Dopo aver sopportato per anni, Margaret si decide a chiedere il divorzio e a rivendicare il riconoscimento delle proprie opere, annunciando pubblicamente, nel corso di una trasmissione radio, di essere l’unica autrice dei propri lavori. Finiscono in tribunale, dove il marito cerca di farla passare per pazza. Il giudice per conoscere la verità li invita a un “duello a olio”, ossia a una sfida pittorica in presenza di testimoni e della corte. Lui rifiuta, giustificandosi con un male terribile alla spalla, lei esegue un ritratto in cinquantatré minuti. È il 1986: lei è autorizzata a firmare da quel momento i quadri, e lui condannato a un risarcimento di quattro milioni di dollari. “Mai visto un centesimo – ripeterà poi la Keane – ma non ci avevo mai neppure troppo contato: mi bastava che a tutti fosse chiaro chi era l’autrice di quei dipinti”.

Nel frattempo Margaret si è trasferita alle Hawaii e si è risposata con Dan Mc Guire, un giornalista sportivo di Honolulu. I suoi quadri abbandonano i toni cupi per assumere uno stile più luminoso e felice. Si converte e diventa testimone di Geova.

Nel 1992 vede la luce la Keane Eyes Gallery (mentre nel 2000 muore Walter, all’età di ottantacinque anni, senza aver mai ammesso la verità riconosciuta dal tribunale). Anche negli anni Duemila, superati gli “anta”, la Keane è una delle artiste più influenti e prolifiche di tutto il mondo, icona americana senza tempo: i suoi dipinti sono conservati, tra l’altro, al National Museum of Western Art di Tokyo, in Giappone, al Contemporary Museum of Art delle Hawaii, al Triton Museum di San Josè, in California, al Laguna Art Museum di Laguna Beach e al Brooks Memorial Museum del Tennessee.

Margaret Keane oggi ha ottantasette anni. Ha trovato nella luce delle Hawaii la tranquillità, dopo una vita tormentata e frustrata, artisticamente espropriata. Attualmente vive nella contea di Sonoma, vicino a San Francisco, in California.

“Gli occhi con cui ritraggo i miei figli sono espressione dei miei sentimenti più profondi. Gli occhi sono le finestre dell’anima”,

Nel 2014 alla storia di Margaret viene dedicato un film, intitolato “Big eyes” , diretto da Tim Burton. Il film è incentrato sul divorzio e sul processo seguente. Il titolo (Big eyes, “Occhi grandi”) sottolinea il tratto caratteristico dei personaggi che l’artista era solita dipingere: bambini dagli occhi enormi, molto espressivi, simili a volti di bambole ma densi di emozioni ed umanità.

Dice il regista: Il mio Big Eyes è semplicemente un atto d’amore per quei quadri di trovatelli dagli occhi planetari. Le loro sono solitudini incolmabili espresse da impassibili sguardi accusatori. Il mio cinema e tutti i miei incubi sono già dentro quelle cornici. I dipinti dei Keane, di cui comunque sono pieni i musei e le collezioni di un mucchio di star hollywoodiane… sono all’origine dei miei primi fantasmi cinematografici. Hanno fatto persino capolino in Beetlejuice e in The Nightmare before Christmas. Il bimbetto del mio corto d’esordio, Vincent, aveva incollati sulla faccia a triangolo due globuli “alla Keane”. E ovviamente anche La sposa cadavere…”

Margaret Kean e Tim Burton hanno avuto la stessa infanzia, solitaria, schiva e leopardiana: le loro opere ci guardano con gli stessi occhi, smisurati e infelici. Lei, spuntata in un Sud incupito da schiavitù e Ku Klux Klan, già negli anni ’50 aveva cominciato a invadere ogni angolo d’America con quei suoi ritratti di bimbi dagli occhi grandi e tristi. Lui, nato parecchio tempo dopo nella monotona provincia hollywoodiana, fin da bambino si era fatto affascinare da quei dipinti di piccoli freaks. E fu così che Margaret Keane, la pittrice dei figli di nessuno dallo sguardo di bambola, diventò la musa ispiratrice di Tim Burton, il regista dei mostri infantili.

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