Libri intramontabili

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Marguerite Duras (pseudonimo di Marguerite Germaine Marie Donnadieu) è una scrittrice intramontabile, la cui vita è avventurosa come un romanzo. Nasce nel 1914 a Gia Dinh, presso Saigon, nell’Indocina francese e qui trascorre l’infanzia e l’adolescenza. I genitori sono coloni: il padre dirigente scolastico, la madre insegnante. Marguerite ha due fratelli, Pierre e Paulo. Il padre muore quando Marguerite ha 4 anni. Nel 1924 la famiglia si trasferisce a Sadek, poi a Vinhlong, sulle rive del Mekong. La madre acquista in Cambogia una piccola concessione che non riesce mai a coltivare, per le periodiche inondazioni, in una delle quali trova la morte. Marguerite viene mandata a Saigon, dove studia in un pensionato: qui incontra il famoso fidanzato cinese, che ispira il romanzo “L’amante”. Nel 1932 si trasferisce in Francia, dove studia diritto, matematica e scienze politiche. L’adattamento è difficoltoso: “da otto anni a diciassette ho visto, vicino a Vinh-Long, il sole tramontare fra le risaie…detesto la montagna che mi angoscia e mi nasconde i tramonti. Non mi sono mai abituata ai frutti europei.Viene assunta come segretaria presso il Ministero delle Colonie Francesi. Nel 1939 si sposa con lo scrittore Robert Antelme e comincia a lavorare per alcune case editrici. Nel 1942 subisce il dramma della morte di un figlio e del fratello Paulo. Nel 1943 cambia il cognome in Duras (dal nome del villaggio dove si trova la casa del padre). Entra nella Resistenza: il marito è arrestato e deportato a Dachau, la Duras dedica tutta se stessa per salvarlo. S’iscrive al Partito Comunista e s’impegna politicamente: viene espulsa nel 1950 essendo considerata dissidente. Nel 1946 divorzia e si risposa con l’intellettuale Dionys Mascolo, da cui ha un figlio. La vediamo combattere contro la guerra d’Algeria e contro il potere gaullista. Scrive romanzi considerati difficili e per pochi, che hanno grande successo di pubblico e di critica. Anche il secondo matrimonio naufraga e la Duras continua a scrivere e si dedica al giornalismo. Partecipa alla contestazione degli studenti del 1968, è sulle barricate e crea lo slogan “sous le pavés, la plage”. Gli anni ’80 sono movimentati, sia per i frequenti viaggi sia per la dipendenza dall’alcol. Fra il 1988 e il 1989 passa 5 mesi in coma in ospedale. Muore a Parigi all’età di 81 anni. Dice: “È difficile morire, a un certo momento t’accorgi che le cose della vita finiscono. È tutto.”

Ha scritto 34 romanzi, ha diretto 16 film: per la pellicola “India song” ha vinto nel 1975 il Gran Premio Accademico del cinema francese.

La Duras ha inventato una scrittura particolarissima, piena di silenzi e di risonanze interiori. Le sue opere sono nello stesso tempo racconti, poemi in prosa e sceneggiature. In gran parte della sua produzione assistiamo alla completa distruzione della trama (procedimento di stampo avanguardistico, desunto dalle punte più avanzate della letteratura sperimentale), e alla rivelazione della vita interiore dei suoi personaggi attraverso un lavoro di scavo mobilissimo.

“Una diga nel Pacifico” è una storia fortemente autobiografica, che racconta di una vedova costretta ad una vita dura e di sacrificio: donna tormentata, idealista, è in conflitto con i figli, Joseph e Suzanne, che tiranneggia. La trama si sviluppa tra i sogni ossessivi della madre e il desiderio di fuga dei figli. Tutto si svolge alla fine degli anni venti, in un angolo dell’Indocina coloniale, nella pianura di Kam. Una maestra di scuola francese, rimasta vedova con due figli, investe i risparmi faticosamente guadagnati in una concessione, che ha comprato presso gli agenti del catasto di Kam per trasformarla in una ricca piantagione. Si è dimenticata di dare agli agenti, sotto banco, l’abituale “bustarella” e questi le assegnano un terreno vicino all’oceano Pacifico che, regolarmente inondato al momento delle grandi maree, viene desertificato dal sale. La madre non si arrende e intraprende, con l’aiuto degli indigeni della pianura, la costruzione di una grande diga, la quale dovrebbe bloccare l’irrompere delle acque. La diga costruita con rami e fango secco non resiste all’assalto della grande marea e crolla nel giro di poche ore. La famiglia, definitivamente rovinata, è condannata alla miseria. L’incontro casuale, alla mensa di Ram – luogo di raduno degli abitanti della pianura – con il ricchissimo M. Jo sembra aprire una via d’uscita: costui incomincia a frequentare regolarmente la famiglia, dimostrando interesse per Suzanne. La madre, sfruttando quelle visite che considera compromettenti, esige il matrimonio e pone a M.Jo un ultimatum di otto giorni per riparare l’onore della figlia. M. Jo non declina apertamente l’invito, ma non ha nessuna intenzione di sposare Suzanne – egli ha troppa paura di suo padre – e le regala un bel vestito, un fonografo, un diamante, quel diamante che diventa allora il miraggio di tutte “le possibilità di scambio…  promesse vertiginose di denaro”…

La denuncia violenta del colonialismo, l’immagine anticonvenzionale della madre, la forza espressiva della scrittura sono elementi che hanno destato da subito l’interesse della critica per questo romanzo.

Marguerite Duras diceva di avere una certa tenerezza per questo libro e che –“sarebbe stato comunque necessario incominciare con “Una diga sul Pacifico” e proseguire, dopo, a zigzag“-. E difatti, con questo bellissimo romanzo di esordio, incomincia a raccontare la storia della madre, l’infinita storia che continuerà a scrivere e riscrivere per tutta la vita, da L’Eden Cinema, a L’Amante, a L’Amante della Cina del Nord.

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