Integrazione difficile…”L’omonimo”

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In un momento difficile, in cui l’intolleranza per gli immigrati si fa particolarmente sentire, questo libro aiuta a riflettere sulle difficoltà, le tensioni interiori e le sofferenze di chi si sradica dalla propria terra.

Ashoke Ganguli, una notte d’ottobre, in India, si salva miracolosamente dal deragliamento del treno su cui viaggia grazie al libro che sta leggendo, Il cappotto di Gogol. Sette anni più tardi, emigrato in America con la giovane moglie, chiama Gogol il primogenito. Gogol trova insulso e fastidioso il proprio nome, così come il legame dei genitori con le tradizioni familiari: c’è un conflitto generazionale e uno scontro di valori che porta il giovane a cambiare nome e a staccarsi dalla famiglia. Diverse sono le prospettive con cui padre e figlio guardano la nuova patria. L’idea del romanzo ruota attorno al tema attualissimo del confronto tra due culture contrapposte: quella americana in cui i figli degli immigrati si trovano a proprio agio e quella indiana, che non si può rinnegare, ma che blocca i genitori, che cercano amicizie e supporto tra connazionali, risultando loro incomprensibile il nuovo sistema di vita. Gogol e la sorella Sonia sono già degli ABCD, “American-born Confused Deshi”, indiani disorientati nati in America, bilingui perfetti, anche se capaci solo di parlare e non di scrivere il bengalese, turisti nell’India in cui si recano due volte all’anno a trovare i parenti aspettando con ansia il momento di tornare a “casa”. La morte del padre rimette tutto in discussione. La figura che nella storia dimostra più cuore e vitalità è la madre di Gogol, Ashima, chiamata continuamente a mediare i contrasti domestici.

Un bel libro, profondo, ricco di dettagli su molti usi, costumi e ricette bengalesi.

Sei ancora giovane. Libero ”disse con un gesto enfatico delle mani. “Fatti un favore. Prima che sia troppo tardi, senza stare a pensarci, molla tutto e gira il mondo più che puoi. Non te ne pentirai. Un giorno sarà troppo tardi.”

“Mio nonno dice sempre che ci sono i libri, per questo” disse Ashoke, cogliendo l’occasione per aprire il libro che aveva in mano. “Viaggiare senza muovere un dito”.

Nilanjana Sudeshna ( chiamata da tutti Jhumpa, nome onomatopeico che dovrebbe imitare il rumore della pioggia) Lahiri nasce in Inghilterra nel 1967 da genitori bengalesi e trascorre l’infanzia e la giovinezza negli Stati Uniti. Parte come scrittrice con la raccolta di racconti brevi “L’interprete dei malanni” nel 1999 (premio Pulitzer per la narrativa nel 2000). Scrive il romanzo “L’omonimo” nel 2003 e da questo la regista Mira Nair trae il film Il destino del nome. Si trasferisce a Roma per due anni per studiare la lingua italiana, di cui è appassionata. Nel 2013 esce il nuovo romanzo “ La moglie”, che copre quarant’anni di storia, due continenti e i destini completi di tre personaggi. Nel 2014 è chiamata a far parte della giuria della Mostra del Cinema di Venezia. È presidente del President’s Committee on Arts and Humanities, nominata dal presidente Obama. Viene considerata da The New Yorker uno tra gli scrittori che lasceranno il segno nel nuovo secolo.

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