Una grande donna!

nadine-gordimer  gordimer

Non posso trascurare un evento importante di questi giorni come la scomparsa di Nadine Gordimer, una donna straordinaria, oltre che scrittrice di talento, vincitrice del Nobel per la Letteratura nel 1991.

Nasce a Springs, un centro minerario a est di Johannesburg, in SudAfrica, nel 1923. I genitori sono ebrei emigrati, il padre orologiaio veniva dalla Lituania e la madre da Londra. Riceve un’educazione di stampo cattolico: la madre la stimola sin da piccola a leggere e a interessarsi della società in cui vive. Di carattere sensibile e solitario, si rende conto ben presto di vivere in un ambiente profondamente razzista. Si iscrive all’università, ma non porta a termine il ciclo di studi, disgustata dalle barriere esistenti tra studenti bianchi e neri. Entrata in contatto con l’African National Congress, inizia la sua personale lotta contro la discriminazione razziale. Negli anni ’60 e ’70 la vediamo impegnata nell’insegnamento e nel combattere l’apartheid. Amava definirsi “un’africana bianca”.

La sua prima opera letteraria è un libro per bambini, The Quest for Seen Gold, pubblicato nel 1937. Nel 1949 escono alcuni suoi racconti e il primo romanzo risale al 1953, The Lying Days (I giorni della menzogna) in cui parla di una giovane donna bianca in un paese lacerato dai colori della pelle. Dopo una prima esperienza matrimoniale, si risposa nel 1954 con un commerciante d’arte molto stimato e questo rapporto è particolarmente felice, tanto che la Gordimer parla di meraviglioso matrimonio. Purtroppo il marito muore nel 2001: le rimangono vicini i figli Hugo e Oriane (che vive attualmente in Italia, nel cuneese).

Il Nobel per la Letteratura nel 1991 le viene dato con la seguente motivazione:“esser stata di enorme beneficio all’umanità grazie alla sua scrittura magnifica”.

La Gordimer era una graziosa combattente: piccola, minuta, delicata, elegante, anche salottiera, ma costantemente in prima linea contro ogni razzismo, in nome degli ultimi di questa Terra. Così, nonostante il candore della sua pelle, ha scritto e inveito senza sosta contro il razzismo istituzionale del suo Paese, il Sudafrica pre-Madiba. Mandela è stato l’altro abbagliante faro della sua vita, insieme alla letteratura, illuminatosi dopo il loro primo incontro, nel 1964, durante il processo Rivonia, al termine del quale Mandela era stato condannato all’ergastolo. A Repubblica, Nadine Gordimer aveva così parlato dell’ex ribelle, poi presidente, Mandela, subito dopo la sua morte: “Noi sudafricani siamo fortunati ad averlo avuto con noi. Perché se dovessi provare a spiegare tutto quello che ho avuto da lui, io che sono fra le persone che hanno avuto l’onore di conoscerlo di persona, credo che non ci riuscirei. Madiba era un democratico naturale, una cosa piuttosto inusuale in Africa. In un continente che ha lottato per decenni per liberarsi dalla dominazione straniera e raggiungere la libertà, è raro trovare qualcuno che non basi la sua azione sull’odio o il risentimento”.
Si è battuta per i malati di Aids, altra piaga di un Sudafrica ancora martoriato, e per tanti altri dimenticati dal mondo. Perché, come disse poco prima della vittoria al Nobel, “non posso deprecare solo l’apartheid quando l’ingiustizia umana è ovunque”.

Nei suoi romanzi ricorre costante il tema dei contrasti sociali del sudAfrica.

Nel corso di un’intervista rilasciata a «La Lettura» nel 2012, la stessa Gordimer ha spiegato le ragioni che l’hanno spinta all’inizio a scrivere del Sudafrica: «Come avrebbe potuto essere altrimenti? Sono nata e cresciuta qui, era il mio ambiente. Ci si forma osservando ciò che abbiamo intorno, che sia Timbuctu, Berlino o Londra; questo è il guscio che ci sta attorno. Naturalmente non si vorrebbe avere un guscio, si vorrebbe uscirne. Ma questo viene poi». Gordimer precisa di non aver mai pensato di andarsene dal suo paese. «Per quale ragione? Sono sempre stata attiva contro l’apartheid. Tre dei miei libri sono stati banditi e forse allora ci si poteva chiedere perché volessi rimanere in un Paese dove la mia gente non poteva leggere i miei libri. Ma facevo parte dell’opposizione all’apartheid e non volevo andarmene. Ero sposata con Reinhold Cassirer, che era passato attraverso il nazismo in Germania, ebreo tedesco di un’importante famiglia. Capiva perfettamente quali erano le conseguenze per chi si oppone alla dittatura. Fortunatamente eravamo d’accordo di rimanere e fare del nostro meglio per opporci».

Ancora sul Sudafrica così diceva nel 2012: «Siamo in un mare di guai. Ci sono continue rivolte, gli operai di industrie e miniere pensano giustamente di essere pagati troppo poco, e questi scioperi sono preoccupanti perché portano alla violenza. Ma continuo a dirmi che ci siamo liberati dell’apartheid da nemmeno diciotto anni. Non è passata neanche una generazione… Voi in Europa avete avuto cento e più anni di democrazia e non avete ancora raggiunto una completa eguaglianza. Penso che se noi, in Sudafrica — la grande massa dei neri e quelli tra i bianchi che hanno preso parte alla lotta contro l’apartheid come Joe Slovo e sua moglie — siamo riusciti a sconfiggere il regime dell’apartheid, dovremmo essere capaci di creare una vita migliore, di tradurre in realtà quelle promesse. Ma abbiamo ereditato dal passato problemi di ogni genere, che non immaginavamo. Quando si combatte contro un nemico comune come l’apartheid, non si pensa al dopo, a quando si avrà vinto. Ora è il giorno dopo».

Nel 2014 deve rallentare il suo lavoro per un tumore al pancreas e muore il 14 luglio.

Pochi mesi fa aveva detto in un’intervista:“Ho un cancro al pancreas e mi procura molto dolore. Quando ho scritto il mio ultimo romanzo (Ora o mai più, Feltrinelli, 2012) non lo avevo, non era ancora incominciato, e quello che ho scritto non ha nulla a che vedere con la malattia. La mia energia era immutata, e anche la mia attività intellettuale. Guardavo alla vita come ho sempre fatto. Non so quanto riuscirò a parlare. Non mi sento molto bene”.

Ricordo alcuni suoi romanzi, intensi e vigorosi: Un ospite d’onore (1970), Il Conservatore (1974), vincitore dell’altro suo massimo riconoscimento, il Booker Prize (il Grinzane Cavour arriverà invece nel 2007), Qualcosa là fuori (1984). Poi ci sono gli ostracizzati Il mondo tardoborghese (1966), La figlia di Burger (1974), ma ancora prima Un mondo di stranieri (1958, storia di un britannico senza isterie politiche che “scivola” verso l’amicizia con i sudafricani neri) fino a Luglio (1981), messo al bando sia dagli oltranzisti dell’apartheid sia, clamorosamente, dai promotori del Sudafrica multirazziale. Motivo: “Razzista, arrogante e paternalistico”.

Diceva:

Gli scrittori nascono con un’eccezionale capacità di osservazione: sin dall’infanzia gurdano le persone, le cose, se stessi in modo incessante e piano piano cominciano a interpretare certi tratti, certe scene che sono ovvie, che non sono in superficie…

La prima responsabilità è quella di scrivere il meglio possibile, il primo dovere che abbiamo è nei confronti del nostro talento di scrittori, il che significa cercare di descrivere la realtà così come la percepiamo…

Prima di essere scrittori siamo esseri umani e in un paese diviso  in due schieramenti si è naturalmente portati a prendere posizione. Ma nei nostri romanzi e nei nostri racconti, di questo sono convinta, non possiamo rappresentare che la pensa come noi come angeli e tutti gli altri come diavoli…

 Donne come queste sono indimenticabili!

 

 

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