Arte al femminile (4)

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Continuo il percorso di riscoperta di donne artiste, che hanno lasciato tracce importanti nella storia dell’arte, anche se più note all’estero che in Italia. Siamo nel periodo Barocco ed Elisabetta Sirani ne è grande interprete.

Elisabetta Sirani (Bologna 1638-ivi 1665) era la prima dei quattro figli di Margherita e Giovanni Sirani, affermato pittore genovese, assistente di Guido Reni e mercante d’arte. Sin da piccola manifestò grande talento e maestria nella pittura: cominciò da bambina, a 12 anni, a studiare e disegnare nella bottega del padre e a 17 anni già realizzava alcuni ritratti. Aveva la fortuna di vivere nella Bologna della Controriforma, seconda città dello Stato Pontificio, dove la presenza dell’antica Università dava spazio ad un ambiente culturale stimolante per una ragazza prodigio molto colta, avida lettrice e brava musicista.

All’inizio dipingeva dipinti di piccole dimensioni, per la devozione privata, chiamati “quadretti da letto”. Si specializzò poi in rappresentazioni di temi sacri, ritratti di eroine bibliche o letterarie (da Giuditta a Dalila, da Porzia a Cleopatra). Un tema molto caro era quello della Madonna con bambino, particolare per la dolcezza e la cura dei colori: si registrano ben 30 opere con questo soggetto e vari disegni preparatori.

Usava una nuova tecnica: tratteggiava i soggetti con schizzi veloci e poi li perfezionava con l’acquarello, non trascurando il minimo particolare. In un ambiente ritenuto prerogativa maschile, Elisabetta eseguiva in pubblico una parte delle proprie opere, per allontanare il sospetto che non fosse lei a dipingere con tanta bravura. Nei suoi lavori amava mettere la propria firma su particolari dell’abbigliamento dei soggetti femminili: bottoni, scollature, merletti.

«Era tale la velocità e franchezza del suo pennello, ch’ella sembrava più leggiadramente scherzare che dipingere. Io posso ben dire per verità,” dice il Malvasia, suo contemporaneo e suo biografo “essermi trovato presente più volte che venutole qualche commissione di quadro, presa ben tosto la matita, e giù postone speditamente in due segni su carta bianca il pensiero, (era questo il solito suo modo di disegnare da gran maestro appunto e da pochi praticato, e nemeno dal padre istesso) intinto piccolo pennello in acquarella d’inchiostro ne faceva apparire ben tosto la spiritosa invenzione, che si poteva dire senza segni dissegnata, ombrata, ed insieme lumeggiata tutto in un tempo.»

Oltre alla pittura Elisabetta realizzò anche incisioni all’acquaforte, ricavate in genere dai suoi quadri. Faceva parte del movimento pittorico barocco, noto come scuola bolognese, aperto anche alle donne artiste.

Nella casa-studio dei Sirani aprì una scuola d’arte per fanciulle (la prima di questo genere), nella quale erano allieve anche le due sorelle Anna Maria e Barbara: questo avvenne quando il padre non poté più dipingere per gravi dolori alle articolazioni e dovette lasciare ad Elisabetta la conduzione della sua bottega.

Morì improvvisamente a soli 27 anni e sulla sua morte nacquero sospetti di avvelenamento. Vi furono in proposito tre indagati: la discepola Ginevra Cantofoli, per una presunta gelosia d’amore, in quanto la pittrice si era innamorata del pittore Battista Zani, già promesso a Ginevra; il padre, gelosissimo della figlia, che non avrebbe mai accettato di dividerla con altri o di vederla andar via di casa, e la domestica Lucia Tomelli, accusata di aver comprato una venefica polvere rossa e averla messa nel pancotto, cena di Elisabetta. La domestica fu l’unica che dovette affrontare un lungo processo, con tortura e continue interrogazioni, che, pur senza prove sufficienti, si concluse con l’allontanamento dell’accusata da Bologna.

Ignorata per tanto tempo, Elisabetta ha iniziato ad essere rivalutata a partire dal 1947, quando le venne intitolata una scuola d’arte a Bologna. Nel 1994 le è stato dedicato un cratere sul pianeta Venere e intitolato un francobollo negli USA, raffigurante una sua Madonna col bambino. Nel 2011 una compagnia teatrale bolognese ha ripreso il tema del presunto avvelenamento e ha presentato lo spettacolo “L’enigma della tela (un giallo nell’arte)”.

Nella sua breve vita ha realizzato più di 200 opere, da lei catalogate nella “Nota delle pitture fatte da me Elisabetta Sirani”.

Carlo Cesare Malvasia, esperto della pittura dell’epoca, la definisce: “Prodigio dell’arte, gloria del sesso donnesco, gemma d’Italia, sole d’Europa, l’Angelo vergine che dipinge da homo, ma anzi più che da homo.”

 

 

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