Donne celebri

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La storia d’amore tra Abelardo ed Eloisa rientra tra quelle celebri, tipo Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta ecc. Lei diciasettenne, bella e intelligente, una delle donne più colte del Medioevo, lui con 20 anni di più, chierico e studioso già affermato, maestro della scuola di Parigi, con la prospettiva di ottenere fama e onori. Abelardo ha uno smisurato orgoglio intellettuale, esercita un enorme fascino sui suoi studenti e gode reputazione di abile dialettico. Fulberto, zio e tutore di Eloisa, affida ad Abelardo l’incarico di istruire la nipote: ma l’incarico è galeotto. Nasce tra i due una passione travolgente. Ben presto scoperti, sono indotti a sposarsi in segreto, per non danneggiare la carriera di Abelardo, il cui ruolo esige il celibato. Viene celebrato il matrimonio e nasce un figlio, Astrolabio. Fulberto, però, non contento, si vendica in maniera atroce e nottetempo fa evirare Abelardo da dei sicari. I due sposi vengono separati: lui si rifugia in un monastero e fa ritirare lei in un altro. Da questo momento non si incontreranno più, ma continueranno a scriversi. Dopo mille anni la scrittrice Edgarda Ferri fa raccontare ad Eloisa la sua drammatica vicenda, rifacendosi al copioso carteggio intercorso tra i due amanti. Una passione totale custodita nel silenzio dei conventi.

“Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all’amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso al seno che ai libri… il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell’amore, ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo, e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri tanto più ardentemente ci dedicavamo a essi senza stancarci.” “Al mio signore, anzi padre, al mio sposo anzi fratello, la sua serva o piuttosto figlia, la sua sposa o meglio sorella… ti ho amato di un amore sconfinato… mi è sempre stato più dolce il nome di amica e quello di amante o prostituta, il mio cuore non era con me ma con te”. Eloisa diventa ragazza-madre in un periodo in cui questo era inconcepibile : «quante lacrime verserebbero coloro che amano la filosofia a causa del matrimonio… cos’hanno in comune le lezioni dei maestri con le serve, gli scrittoi con le culle, i libri e le tavolette con i mestoli, le penne con i fusi? Come può chi medita testi sacri e filosofici sopportare il pianto dei bambini, le ninne nanne delle nutrici, la folla rumorosa dei servi? I ricchi possono sopportare queste cose perché hanno palazzi e case con ampie stanze appartate, perché la loro ricchezza non risente delle spese e non è afflitta dai problemi quotidiani».

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Edgarda Ferri è nata a Mantova e vive e lavora a Milano. Scrittrice, saggista, giornalista ha esordito nel 1982 con “Dov’era il padre”, un romanzo che rimane tuttora un ritratto fondamentale e un punto di riferimento per un’intera generazione, in cui riporta una serie di incontri con padri di noti e pericolosi terroristi. Con “Il perdono e la memoria” ha ottenuto nel 1988 il premio Walter Tobagi e la medaglia d’oro del premio letterario Maria Cristina. Laureata in giurisprudenza, appassionata di storia, applica al suo lavoro letterario le vecchie regole del giornalismo: documentarsi, confrontare, attenersi ai fatti. Dopo cinque fortunate biografie per la collana “Le scie” della Mondadori, che l’hanno resa la maggiore rappresentante in Italia di questo antico genere, con “Piero della Francesca” è entrata nel campo della narrativa, scrivendo un romanzo storico dove personaggi realmente vissuti si intrecciano ad altri di pura invenzione. Tornata ad occuparsi di storia contemporanea, ha raccolto le testimonianze degli ultimi dieci giorni di guerra a Milano, ne “L’alba che aspettavamo” (Mondadori), e la storia sconosciuta di Orlando Orlandi Posti, uno studente romano ucciso alle Fosse Ardeatine, “Uno dei tanti” (Mondadori),ridotta in forma di dialogo e presentata a teatro. Ha pubblicato con la Casa Editrice Tre Lune “Klimt, le donne, l’arte, gli amori”. Nel settembre 2013 ha pubblicato “Il cuoco e i suoi re” (Skira). Collabora al Corriere della Sera.

La scrittrice parla di sé:

A sedici anni volevo essere bionda e provocante come Brigitte Bardot. Volevo essere così, e così andare a St. Tropez, dove, scalza in calzoncini bianchi a cavalcioni di un muretto di fronte al mare, come Francoise Sagan avrei scritto un libro. Ma non mi era neppure permesso di andare da sola fino a Ventimiglia. Inoltre ero una nera piatta, e costretta dalle monache a indossare un grembiule senza cintura.

Mi piacerebbe dire che ho passato quasi metà della mia vita (così almeno sarei sicura di arrivare a cent’anni) a combattere con me stessa perché volevo essere quella che non ero, avere quello che non avevo, andare dove non potevo. Volevo cambiare il mondo, i genitori, i professori, i programmi scolastici, gli uomini, le amiche, la mia vita intera. Come tutti i giovani, sognavo di ribaltare ogni cosa con una confusa quantità di iniziative e programmi. Fondavo riviste con pretese letterarie, che non trovavano neppure collaboratori; raccoglievo medicine scadute e vestiti inservibili per gli alluvionati; volevo studiare medicina per seguire il dottor Schweizer a Lambarenè, andare in ginocchio ad Auschwitz e Hiroshima, far conoscere al mondo la storia di Hetty Hillesum che, a mio parere, era stata assai più di una santa scegliendo volontariamente di essere internata in un lager per condividere la sorte degli ebrei.

Scrivevo. Per essere come Karen Blixen e Virginia Woolf e la Yourcenar e persino Dos Passos. Non lo conoscevo. Ma quando, in un mio manoscritto, Dino Buzzati trovò qualcosa in comune con “Mentre moriva”, mi esaltò divorarlo, confrontarmi con lui. Lotte immani contro fantasmi, chimere. Immagini distorte di me, e conseguenti furibonde proteste con tutti. “Tu non mi capisci!”, era l’accusa più frequente a mio padre, mia madre, i ragazzi che mi facevano il filo. Quando ero io la prima a non capirmi. Del resto, volevo credermi incomprensibile. Amavo, nel mio immaginario, una ragazza inquieta, contorta, misteriosa e insondabile. Un mostro, quasi, solo a me stessa affascinante. E infelicissima…

Scrivo perché mi piace raccontare. Mi premio da sola, provando un immenso piacere nello studiare profondamente la materia che tratterò, nel creare con fatica un carattere, una situazione (anche quattordici ore al giorno a fare e rifare una pagina per renderla fluida e insieme densa, eliminando il superfluo e il banale che ovunque si nascondono: di cui provo orrore)…

Moltissimo mi premia infine chi mi legge e aspetta che scriva ancora e dice di aver provato gioia nella lettura dei miei libri, anche se non sempre ameni. La gioia di aver capito, di aver condiviso, di aver trascorso una notte insonne pur di non lasciare il libro che io ho scritto. Questo, per me, conta. Saper fare una cosa (che può anche essere una torta, un mazzo di fiori, una carezza), trasmettendo la gioia di questo fare.

Qualcuno dice che, in questa gioia del fare, bisogna metterci il cuore. Personalmente, ci metto tutta me stessa. Mi dimentico di me. Come quando si è felici: non ci pensi, non sai mai bene il perché. Sei felice e basta. La felicità del fare (ripeto, anche la marmellata, anche l’amore, anche la visita a un malato), è contagiosa e, anche questo conta, immune da invidia. È infatti impalpabile, incontrollabile. Si cosparge, anche una piccolissima parte di mondo, qualcosa che nessuno sa definire, ma che fa bene. I veri invidiosi, cercano altro. (E non sanno quello che perdono). Comunque la vita è curiosa…Volevo tante cose. Ma in fondo, volevo soltanto la libertà. Di essere, assai più che di avere. E giuro: io garantisco che si può ottenere. E giuro, e garantisco, che si vive molto, ma molto, ma molto meglio di tanti.

 

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