Sul filo della memoria

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Lizzie Doron è nata a Tel Aviv nel 1953. Ha trascorso l’adolescenza in un piccolo quartiere, dove andavano ad abitare sopravvissuti alla Shoah, tra cui sua madre. La maggior parte dei suoi romanzi si ispira ai personaggi incontrati dove è cresciuta. Dopo aver vissuto a lungo in un kibbutz sulle alture del Golan, attualmente risiede a Tel Aviv. I suoi libri hanno riscosso un grande successo di pubblico e di critica e hanno vinto numerosi premi, tra cui il premio Buchman di Yad Vashem nel 2003 e il premio Jeanette Schoken nel 2007. In Italia nel 2009 ha vinto il premio Adei-Wizo e il premio Francesca Alziator. In Israele i suoi libri sono Bestseller. La rivista Vogue l’ha inserita tra i 7 scrittori israeliani più influenti.

“Salta, corri, canta!” è un romanzo in cui vi sono parecchi riferimenti autobiografici. Siamo a Tel Aviv, alla fine degli anni ’50 e la storia si sviluppa in un alternarsi di episodi tra passato e presente. La protagonista, Aliza (Lizzie), diventata scrittrice, a 50 anni deve ancora pacificarsi con il proprio passato. Il mistero sull’identità di suo padre ha segnato la sua infanzia e la sua giovinezza. “Dov’è mio padre? Chi è mio padre?” domanda continuamente alla madre, scontrandosi con il mutismo di questa donna enigmatica, indurita, silenziosa, che lavora come infermiera, dedicando al lavoro una sollecitudine che nega alla figlia. La congiura del silenzio sulla nascita di Lizzie riguarda tutto l’ambiente in cui vive: amici, insegnanti, vicini di casa. D’altra parte, in un ambiente di sopravvissuti all’orrore, il passato è qualcosa da negare e nascondere sempre e comunque, per poter andare avanti. Le ultime parole della madre morente («Quello che volevo sapesse lo sa») sembrano sigillare per sempre il segreto, ma una visita al vecchio quartiere per un funerale (non avendo parenti suoi, Aliza ha un’ autentica fissazione per cerimonie e commemorazioni altrui) sblocca gli ingranaggi della memoria. Da quel momento, brandelli di passato si intrecciano tra loro e spunta una fotografia in bianco e nero, con un volto seminascosto dai cespugli…Libro a volte malinconico e altre ironico, che coinvolge come un giallo, affrontando temi importanti, come l’importanza della conoscenza delle proprie radici, l’amicizia, le scelte cui la vita ci costringe, la violenza e le tracce che lascia…

 

Dice la Doron in un’intervista: “Penso che il senso della vita di un essere umano sia quello di migliorarsi, di studiare, di sfidare se stesso, di progredire; dunque cancellare una questione difficile – come il fare memoria appunto – non può essere una soluzione, ma è solo una mancanza di responsabilità e una rinuncia al senso della nostra esistenza.”

 

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