Mi piacciono molto gli scrittori sudamericani, perché hanno fantasia, colore, dinamismo. Ovviamente, per come impostato il mio blog, la mia attenzione si concentra sulle scrittrici donne. Esse hanno la particolarità di raccontare storie individuali, in cui non si perde mai di vista il contesto socio-politico che fa da sfondo.

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Ángeles Mastretta, nata a Puebla nel 1949, è una scrittrice e giornalista messicana, considerata una delle più grandi rappresentanti della letteratura del suo paese. Ha studiato giornalismo presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, ottenendo la laurea in Comunicazione.Ha collaborato come giornalista per la rivista messicana Siete e per il giornale della sera Ovaciones, dove aveva una sua rubrica intitolata Del absurdo cotidiano. Afferma di essere stata fortemente influenzata dal padre, giornalista, nella scelta della sua carriera di scrittrice.Nel 1974 ottiene una borsa di studio dal Centro Messicano Scrittori, in seguito alla quale inizia la sua carriera di scrittrice. Nel 1975 pubblica una raccolta di poesie intitolata La pájara pinta.Un editore, intuito il suo valore, le offre di finanziarla per 6 mesi, affinché possa dedicarsi alla stesura di un romanzo. Un anno sabbatico le permette di scrivere l’opera prima, Arráncame la vida (Strappami la vita). Il romanzo, pubblicato nel 1985, ha un immediato successo di critica e di pubblico anche all’estero ed ottiene il Premio Mazatlán de Literatura come miglior libro dell’anno. Quando sua figlia minore si ammala, seduta accanto alla piccola all’ospedale, inizia a raccontarle storie di diverse interessanti figure di donne della famiglia. Queste storie di donne che – diceva – “avevano deciso del proprio destino” diventano l’ispirazione per Mujeres de ojos grandes (Donne dagli occhi grandi): una serie di racconti basati su ognuna di loro con l’intenzione di preservare la storia familiare per la posterità. Ha vinto, nel 1997, un importante premio per il suo romanzo Mal de Amores (del 1996). Ha fatto parte del consiglio editoriale della rivista Nexos, dove aveva una sua rubrica. Ha insegnato presso la Scuola Nazionale di Studi Politici di Acatlàn e collaborato con diverse riviste.

STRAPPAMI LA VITA: Il titolo è ripreso dal tango omonimo di Augustin Lara. Nel 2008 è uscito un film con lo stesso titolo, basato sul romanzo. Nel Messico degli anni trenta e quaranta, si svolge la storia del matrimonio tra Catilina, quindicenne di modesta famiglie e il generale Andrés Assencio, eroe della rivoluzione zapatista, di quasi 20 anni più anziano. Quest’ultimo è un uomo con molte donne, figli, denaro, potere, senza scrupoli né senso della morale.
Catalina Guzmàn cresce all’ombra di un marito crudele e bugiardo: l’istituzionalizzazione dei vari movimenti rivoluzionari e le discutibili attività del generale non toccano Catilina, chiusa in un isolamento costruito dal marito, che la considera come un giocattolo. Diventa elegante e saggia, impara ad utilizzare il linguaggio, i modi e gli abiti adatti alle occasioni mondane e alle esigenze del contesto politico che Andrès tenta di dominare. Catalina cresce figli non suoi e figli che non ha desiderato, prigioniera della convinzione che a ciascuno sia dato un ruolo da rispettare. La passione arriva sulle note di un tango e sarà il maestro Carlos Vives, direttore della filarmonica e rivoluzionario indomabile, a darle coscienza di sé. Purtroppo il finale è tragico e Catilina ritorna fedele alla figura di moglie e madre inappuntabile. Gli aspetti spietati del momento storico toccano in modo drammatico la protagonista.
“Un romanzo d’amore e assieme politico, in cui rivolta e fatalismo si uniscono in un fluire rapido, pieno di vita, denso di avvenimenti, trascinante come la musica da cui prende il titolo.”

“Ti ho fottuto la vita, vero?” mi disse.
“Perchè le altre avranno quello che vogliono. Tu che cosa vuoi? Non sono mai riuscito a sapere che cosa vuoi. E’ vero che non ho mai dedicato tempo a pensarci, ma non credermi tanto stupido, so che nel tuo corpo ci sono tante donne diverse e io ne ho conosciute solo alcune”. “Ti ho fottuto la vita, vero?” mi disse.
“…quante cose avrei fatto, pensai sotto gli scrosci di pioggia. Seduta per terra, a giocare con la terra umida che circondava la tomba di Andrès. Ottimista sul mio futuro, quasi…”

 

MALE D’AMORE “Non lo vedeva da quasi quattro anni e, sebbene fosse serena e il suo cuore fosse trattato bene come non mai, Emilia sapeva – come chi sa di avere due occhi, e non per questo vive pensandoci in continuazione – che il suo corpo conservava immutata la venerazione per l’altro uomo della sua vita.”

La vicenda narrata è collocata in Messico tra Ottocento e Novecento, periodo denso di rivoluzioni e di travagli politici e sociali. Protagonista è una giovane donna, Emilia Sauri, libera e anticonformista, colta e coinvolta nelle vicende rivoluzionarie del suo Paese. Ama due uomini contemporaneamente, entrambi con sincerità e onestà, soddisfacendo, attraverso il rapporto con ognuno di loro, due diverse parti di se stessa: quella che ha maggior bisogno di sicurezza e di stabilità e quella, più passionale, avventurosa e sensuale. Daniel, il rivoluzionario, la farà soffrire, ma la terrà sempre stretta a sé, rappresenterà per tutta la sua vita l’amante ideale e l’utopia rivoluzionaria. Antonio Zavalza, il generoso medico che si dedica instancabilmente a curare le vittime della guerra civile, le starà sempre vicino, consolando il male d’amore che Daniel inesorabilmente le procura, sarà il compagno di una vita, il padre dei suoi figli (Emilia attribuirà solo a lui la paternità dei tre figli).

Incipit “Diego Sauri era nato in una piccola isola che ancora oggi affiora nel Caribe messicano. Un’isola intrepida e solitària, dove l’aria è una sfida continua di aromi intensi e carichi di ventura. A metà del XIX secolo tutta la terra ferma o galleggiante di quel grembo naturale apparteneva allo stato dello Yucatán. Le isole erano state abbandonate per le continue scorrerie dei pirati che attraversavano la pace di quei mari e le loro venti sfumature d’azzurro. Soltanto dopo il 1847 gli uomini fecero ritorno a quelle spiagge.
L’ultima ribellione dei maya contro i bianchi che occupavano quel territorio fu lunga e sanguinosa, come poche nella storia del Messico. Uniti attorno al culto misterioso di una croce col dono della parola e armati di machete e fucili inglesi, i maya si lanciarono contro tutti coloro che abitavano la selva e le coste su cui un tempo regnavano i loro antenati. Per sfuggire a quel massacro, che prese il nome di “guerra di casta”, molte famiglie si spinsero fino alle spiagge bianche e al cuore verde dell’isola delle Donne.
Appena sbarcati, i nuovi abitanti, creoli e meticci, gente che discendeva da viaggiatori incalliti e da incroci azzardati e che non aveva altro da difendere se non la propria vita, stabilirono che ognuno sarebbe diventato padrone della terra che fosse stato in grado di dissodare. E fu così che, strappando erbacce e rovi, i genitori di Diego Sauri si impossessarono di un tratto di spiaggia diafana e di una lunga frangia di terra, a metà della quale costruirono la casupola dove sarebbero nati i loro figli….”

 

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