Primo amore (2a puntata)

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Fra le mie dita tenevo un gioiello

quando mi addormentai

la giornata era calda, era tedioso il vento

e dissi: “Durerà.”

Sgridai al risveglio le dita incolpevoli

la gemma era sparita.

Ora solo un ricordo di ametista

a me rimane- (E.Dickinson)

Sulla scia dei ricordi, che ogni tanto tornano in mente, destati da qualche particolare, nella puntata precedente avevo raccontato la fase iniziale di un mio innamoramento adolescente, ora passo al periodo dei maldestri tentativi di “avvicinamento”… :

-Esco da scuola, attraverso il viale e mi blocco alla fermata dell’autobus.

Fa freddo, ho un giaccone di panno beige, le calze di nylon che non proteggono per niente e un buco doppio nello stomaco: per la fame e l’emozione. Saluto distrattamente i compagni. Arriva l’autobus n.8, arancione. Non lo prendo. Aspetto. Batto i piedi.

Ormai sono quasi tutti usciti dall’edificio al di là del giardino. Metto le mani in tasca, passeggio su e giù. L’orologio della stazione segna le 13.30. Assumo un’espressione indifferente quando si avvicina la Rosy e mi chiede che cosa faccia lì impalata. “Hai perso l’autobus?” “Sì, prendo il prossimo!”

Intravedo la sagoma di un altro autobus, che avanza verso di me.

Mi guardo intorno. Niente. Non è ancora arrivato.

So che si ferma spesso a fumare una sigaretta con gli amici.

Il freddo avvolge la testa, le orecchie sono gelide, le gambe ormai bloccate.

Prendo un libro a caso e faccio finta di leggere qualcosa.

Guardo verso la stazione. Figure scure sfilano veloci. Le macchine sono sempre più rade.

L’orologio della stazione segna le 14.00. lo stomaco si restringe: mi muovo un po’ verso il bar dell’angolo, osservando bene tutto intorno. Infilo gli occhiali per vedere meglio, poi li nascondo subito in tasca. Niente.

Mi rassegno a salire sull’autobus semivuoto delle 14.15, dopo che il conducente mi ha fatto un gesto seccato, per invitarmi a decidere. Sono avvilita, speravo tanto almeno in qualche parola, mi sarebbe bastato osservarlo di sottecchi, scrutando l’espressione imbronciata sotto il ciuffo biondo.

Scendo dal tram. Mi affretto verso casa: sono in ritardo esagerato!

Entro in casa di corsa, mi dirigo verso la mia camera, evitando le domande della mamma.

“Stupida! Stupida! Stupida!” mi ripeto. Guardo allo specchio il viso arrossato e avvilito.

So che anche domani farò lo stesso e rimarrò alla fermata, in attesa, ostinata in questa perdita di senso della realtà, fatta di una presenza che occupa i pensieri e gli inutili sogni

(continua)

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